1984, FF, Un messaggio francescano de «I promessi sposi»

Un messaggio francescano de «I promessi sposi» con Lucia e il P. Cristoforo, in «Frate Francesco», 3 (1984) pp. 203-213.

Testo dell’Articolo

Sulla scorta dell’ultima osservazione dell’Introduzione al Fermo e Lucia – la prima stesura del romanzo manzoniano – è ragionevole arguire che l’autore stesso, scrivendo la sua «favola», dovette trovare un conforto ai suoi problemi esistenziali, gravi e numerosi, e inoltre credere, o sperare, che il romanzo dovesse costituire occasione di luce per i lettori, attraverso gli spiragli narrativi, fino al «sugo» finale. Questa dimensione esistenziale, penso, prevale, all’interno della «storia», nei confronti di ogni altro aspetto, di cui essa è peraltro ricchissima. L’impostazione dell’opera è dunque morale, la sua soluzione è religiosa. La costruzione romantica, pur essenziale, è strutturale: il fulcro è il cristianesimo, anche se l’autore, scrivendo al marchese De Montgrand, dice che gli «intendimenti cristiani» non lo hanno, esattamente, «ispirato», benché essi vi abbiano «trovato luogo». Ma l’osservazione, che cioè l’autore, «lavorando sinceramente per secondare il proprio gusto […] ha trovato comodo e pur di consolazione spirituale rendere, secondo le occasioni, un qualche omaggio alla verità» (1), focalizza la dinamica da cui nasce l’opera d’arte, che procede da un bisogno, da un «gusto» intimo. La concreta realizzazione è essa, poi, a rivelare quel bisogno, a svelarne la natura.

Se una volontaristica, e non già intima e spontanea, ricerca di elementi contenutistici da inserire nell’opera produrrebbe un esito catechistico, non mi pare che tale genere si attenga al romanzo manzoniano, il cui discorso «non si risolve affatto in un moralismo intenzionale» (2). Le precisazioni fatte al citato marchese escludono l’impostazione parenetica da parte del Manzoni, perché la sua opera trovasse un valore educativo dall’interno, e fosse, per dirla con il Sapegno, «strumento di vita» (3) come poesia stessa. C’è chi ha visto ne I Promessi Sposi un’utilità spirituale anche per «chi abbia altra fede» (4).

Tuttavia, questa universale utilità educativa – negata, sintomaticamente, da alcuni critici o lettori (5) – si fonda sulla portata stessa del cristianesimo, e, soggettivamente, sul «dominio» della «religione cattolica» esercitato sull’«intelletto» dell’autore – come egli scrive in una lettera a Diodata Saluzzo – la conseguenza è che «un tal conoscimento dee naturalmente trasparire da tutti i miei scritti, se non altro, perciocché, scrivendo si vorrebbe esser forti, e una tale forza non si trova che nella propria persuasione» (6).

Premessa tale «persuasione» non è illegittimo pensare a I Promessi Sposi come ad una «catechesi» pratica, in cui le norme di vita non sono enucleate teoricamente, né «a tavolino», ma, poeticamente, rappresentate attraverso le figure narrative, il tutto in una cornice storica che, però, non si conclude nel proprio ambito, ma si proietta in ogni futuro.

La sintesi del messaggio manzoniano è che «[…] i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma […] quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore». Il suo significato mi sembra faccia riferimento alla lapidaria affermazione di padre Cristoforo: «Dio ha i suoi fini, e al termine delle cose si vede la sua mano» (7).

L’enunciato del frate: «Dio ha i suoi fini», si collega all’osservazione pratica di Lucia sulla inevitabilità dei «guai», e al contempo la oltrepassa, ponendo l’empirico fenomeno terreno nell’universo della trascendente provvidenzialità e bontà di Dio. L’abbattersi dei «guai» non è, in sé e per sé, ciò un «fine» di Dio, e tuttavia anch’esso rientra nella globale intenzione buona del Padre che ama gli uomini. «Esulta dunque – disse il Signore a san Francesco – perché la tua infermità è caparra del mio regno e per il merito della pazienza devi aspettarti con sicurezza e certezza di aver parte allo stesso regno» (8).

Dio conosce tutto quel che capita ai suoi figli. Così, la sentenza, dal sotteso sapore teologico, del cappuccino rimbalza, sintetizzata in una espressione dal sapore ingenuo, ma di insuperabile biblicità, nella Lucia quand’ella dice, nel castello dell’Innominato: «Ma il Signore lo sa che ci sono» (9): 1’«esserci» comprende tutti i «guai» e dunque, poiché l’«esserci» della creatura è seguito attentamente, per così dire, da Dio, nessun guaio sfugge ai «suoi fini». L’aver i «suoi fini» è, da parte di Dio, preoccuparsi paternamente perché l’uomo, anche attraverso il dolore, costruisca la propria «vita migliore».

Perciò, Lucia è certa di essere «custodita» da Dio: «Chi ci ha custodite finora ci custodirà anche adesso» (10), La ragazza lo assicura nel lazzaretto, in mezzo alla morte che percuote e dopo il voto di verginità con il quale ella si è strappata da sé lo scopo, promettente, per cui aveva sofferto tante traversie. Tale sicurezza richiama quella di una frase francescana, tanto spesso ripetuta dall’Assisiate: «Riponi la tua fiducia nel Signore ed Egli avrà cura di te» (11).

Ma «custodirà» in che cosa? per che cosa? Certamente, in tutto, come risulta dalle parole di Lucia; per che cosa in concreto, non lo sappiamo; né lo sapeva Lucia. Comunque, per un concreto che, invece, Dio sempre conosce, e che egli segue, per quanto ingarbugliato sia ciò che succede. Perciò, la certezza del «custodirà» contiene la «fiducia» dell’ultimo insegnamento di Lucia: la fiducia in Dio «raddolcisce» anche i «guai». In un contesto di «conversione», ma con il medesimo sottinteso teologale, san Francesco dichiarava: «[…] ciò che mi sembrava amaro mi fu convertito in dolcezza d’anima e di corpo» (12).

Questa «fiducia» è certezza per la speranza teologale nella paternità infallibile e indefettibile di Dio. Per la nostra conformazione cognitiva, invece, la «mano di Dio», che «custodirà» in ogni caso secondo i «suoi fini», è visibile «al termine delle cose», è rintracciabile osservando la catena dei fatti. La formulazione del cappuccino, circoscritta da un’esigenza di prudenzialità, era impostata didatticamente, perché insegnava la fiducia a chi tentennava tra la fede e la diffidenza, quale si ha verso ciò che non si vede; era rivolta a Renzo e ad Agnese. Lucia, invece, sapeva ciò che non si vede: perciò, la «fiducia» le ha sempre «addolcito» i guai, certa che Colui che «custodisce », e che ci ha «custoditi», ci «custodirà».

La morale del romanzo è consegnata entro un quadretto di frammento familiare. Ma, anche in esso, non è estraneo il cappuccino (13). Egli vi è idealmente presente fin da quando apostrofa Renzo (Fermo, nella prima stesura del romanzo), nel medesimo contesto generale in cui Lucia dice: «Lasciamo fare a Quello lassù» (14). Da notare la somiglianza del concetto, con quello, ricordato dal Celano, dell’Assisiate, ed ancor più tenendo presente che san Francesco lo formulava proprio a proposito dell’obbedienza: anche Lucia, nel complesso episodio che precede il tentativo del matrimonio a sorpresa, collega strettamente l’abbandono in Dio, per certezza di fede, con l’abbandono in Cristoforo, con fortezza di obbedienza. È un’osservazione, questa, che non mi sembra sufficientemente esaminata dai critici. Cristoforo, dunque, interviene nell’universo della futura famiglia, e, sdegnato, dice a Renzo: «Avrai tu figli? Guardati dal trovarti in casa quando questa sfortunata farà loro ripetere i comandamenti di Dio […]. Potrai tu ricordare con tua moglie le speranze e le traversie che hanno preceduto il tuo matrimonio: potrete voi dire una volta: ma Dio ci ha aiutati?» (15). È chiara la convergenza di quest’ultima frase con quella di Lucia, che dice alla madre e allo sposo promesso «Dio ci aiuterà» (16).

Nella stessa foga dissuasoria del cappuccino in lotta con Renzo, più accalorata e dispiegata nel Fermo e Lucia, si insinua già il futuro roseo, la cui evocazione serve a dissuadere dal commettere il peccato. I personaggi che alla fine trionfano, sono affidati a Dio, e il Manzoni, per indicare ciò, usa il termine di provvidenza. Mi piace qui ricordare solo un esempio, in cui lo stesso Cristoforo, strumento di provvidenza, è a sua volta aiutato da Colui che «custodirà» gli sposi promessi: «Ecco un filo un filo che la provvidenza mi mette nelle mani», pensa il cappuccino al ritorno dal palazzotto di don Rodrigo, dopo che un servitore si è offerto di informarlo sulle intenzioni del signorotto (17). Prendiamo questo esempio perché esso rimanda alle parole stesse del personaggio: cioè, non è detto che l’uomo possa capire quali siano le strade sulle quali il Signore pone l’occasione propizia; anzi, a volte quella ritenuta più idonea può risultare vana, anche se ciò non è detto per esclusione da parte di Dio, ma per le implicazioni casuali; per contro, altre strade, ovviamente anche queste tracciate dalle congiunture, offrono il segno della provvidenza. Insomma, si tratta sempre, per l’uomo, di «segni», i quali di volta in volta ripropongono la presenza della cura paterna di Dio. Anche laddove c’è sconfitta, come nel trasferimento del padre Cristoforo, Dio è presente: gli stessi «guai» servono al bene. Certo è l’amore di Dio per gli uomini: anche se la sua «mano» si vede alla fine.

Una provvidenzialità decisiva a vantaggio di Renzo è avvertibile nella suprema espressione di vendetta, nel lazzaretto: desiderio di vendetta che si staglia in tutta la sua tragicità romantica perché causato dal dolore sopravvenuto all’ipotesi di non ritrovare Lucia in vita. Culmine della disperazione, nel culmine dell’odio, per il culmine del perdono, da lungo atteso e preparato da Dio. Ministro della provvidenza è il cappuccino, attanagliato dal male che lo spolpa, ma il cui zelo ridona l’antica fierezza: «Guarda chi è Colui che castiga! Colui che giudica, e non è giudicato! Colui che flagella e che perdona! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia! Tu lo sai, tu, quale sia la giustizia! Va, sciagurato, vattene! Io, speravo… sì, ho sperato che, prima della mia morte, Dio m’avrebbe data questa consolazione di sentir che la mia povera Lucia fosse viva; forse di vederla, e di sentirmi prometter da lei, che rivolgerebbe una preghiera là verso quella fossa dov’io sarò. Va, tu l’hai levata la mia speranza. Dio non l’ha lasciata in terra per te; e tu, certo, non hai l’ardire di crederti degno che Dio pensi a consolarti. Avrà pensato a lei, perché lei è una di quell’anime a cui son riservate le consolazioni eterne» (18).

Nella forte ed umile denuncia del cappuccino risalta un concetto – che si accorda con l’affettuosa riflessione finale di Lucia – e cioè: «e tu, certo, non hai l’ardire di crederti degno che Dio pensi a consolarti». La «consolazione» divina è solo per coloro che si affidano a Lui con fiducia, perché sanno con certezza la sua paternità. Essa, appunto, è la consolazione che «raddolcisce» anche i «guai», come dirà Lucia, perché essa consiste nella stessa fiducia e fede. La consolazione, che è dello Spirito, discende dalle sue operazioni nell’intimo dell’anima, non dalle evoluzioni della storia o dalle occasioni dell’esistenza in quanto tali. Per questo, dunque, consolato è Cristoforo, che muore di peste, ma ha da sempre perdonato; consolata è Lucia, «una di quell’anime a cui son riservate le consolazioni eterne»: «eterne», non solo perché nella «vita eterna», ma perché nella «vita», che è eterna nel senso che ha il suo momento iniziale quaggiù, e la cui consolazione anticipa la «beatitudine», grazie allo Spirito, della vita dopo il transito. La medesima consolazione del cappuccino al lazzaretto, e tutto il suo discorso sul perdono, ottenuto a profitto di Renzo con la pazienza del padre e la dolcezza del fratello, rimandano agli episodi in cui san Francesco, colpito dai «guai», senza colpa, delle malattie, benedice, pieno di consolazione, il Signore, e, alla fine della vita terrena, colto da debolezze mortali e, forse, infastidito dai topi, si raddolcisce nella fiducia in Dio, e ripete la lode del perdono (19).

 

Fiducia e consolazione

Nella schiera dei personaggi manzoniani, Lucia è la figura laica maggiormente religiosa, in cui la componente umana non riesce mai a sopraffare il vissuto cristiano e la determinazione morale (20). Durante la fuga dopo il tentativo, Lucia, attraversando il lago sulla cui sponda si erge il paese natale, sprofonda in malinconici ricordi: «Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amor venir comandato, e chiamarsi santo; addio!» (21). Vi si ritrova, oltre ad una profondità d’animo nascosta nell’esteriore ingenuità, una poetica consapevolezza morale ed una rinnovata fiducia nel Signore, la quale si lascia commentare nelle successive parole manzoniane: «[…] e [Dio] non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande». Nel Fermo e Lucia il brano corrispondente è leggermente diverso: «Addio chiesa […] dove si cantarono colle compagne le lodi del Signore, dove ognuno esponeva tacitamente le sue preghiere a Colui che tutte le intende e le può tutte esaudire, chiesa, dove era preparato un rito, dove l’approvazione e la benedizione di Dio doveva aggiungere all’ebbrezza della gioia il gaudio tranquillo e solenne della santità» (22). Due sono gli elementi originali rispetto all’edizione definitiva: Lucia è presentata all’interno della comunità cristiana che sembra, attraverso la assenza di lei, quasi sobbarcarsi una parte del carico penoso da cui ora ella è gravata, mentre ella è come se desse atto alla comunità della «chiesa» della sua forza di consolazione e del suo potere benefico. Inoltre, se ne I Promessi Sposi è il sospiro segreto del cuore a dover essere benedetto, nel Fermo e Lucia la «santità» consacrava l’ebbrezza della gioia, e determinava dunque la rappresentazione di una pena più cocente. L’espunzione della «ebbrezza della gioia» va inserita in un discorso specifico sull’amore nel romanzo manzoniano; resta comunque che, in ogni caso, la protagonista vive in prima persona già il suo stesso messaggio finale, e, ne I Promessi Sposi, con un risultato narrativo che suppone un avvenuto superamento spirituale ed esistenziale della conflittualità.

Figura biblico-kierkegaardiana, Lucia, nel castello dell’Innominato, sacrifica «quello che aveva di più caro» (23). L’Abramo biblico e anche kierkegaardiano, manca del contesto condizionante dal quale è costretta Lucia; tuttavia, le dinamiche di fondo, spirituali, si avvicinano. Il «voto» di Lucia non è solo egoistico, cioè rivolto ad ottenere un beneficio da Dio. Non è difficile provare testualmente che il timore della fanciulla convergeva, unitamente ad un pericolo fisico, verso un pericolo di specie morale. Di contro alla ipotesi di una tale offesa, ella, come interpretando, attraverso il segno delle circostanze, la volontà di Dio, rinuncia al matrimonio, compiendo un sacrificio, informato dunque non solo da una logica di autoconservazione – per meritare da Dio la liberazione materiale –, ma di obbedienza a Dio. In questo senso profondo e ricco di spiritualità evangelica, la fiducia non è solo teologica – intendiamo dire interpretativa della bontà divina, per cui si ha fede di ricevere un bene terreno, sia pur concernente la vita naturale stessa, dimostrando tale fede medesima verso il Padre mediante un gesto di amore, quale una rinuncia –, ma è anche teologale. Ciò significa che la «fiducia» si prospetta nei riguardi di Dio stesso, per cui, con lo spirito pronto all’obbedienza pura per amore (carità teologale), l’uomo sceglie esattamente ciò che la coscienza scorge essere volontà di Dio: una «fiducia», dunque, al di là della «ragione» diversamente dal caso di cui sopra, poiché l’uomo si affida, obbedendo, a Dio contro la ragionevolezza, ma credendo fortemente che Dio ha i «suoi fini», magari ignoti alla ragione, comunque necessariamente «buoni»: «e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non prepararne loro una più certa e più grande». Attenzione: non già per prepararne un’altra, ma una più certa e più grande.

Quale? né Abramo lo sa, né Cristoforo, né Lucia. Ma l’intreccio non termina qui. Lucia càpita, per cause naturali, al lazzaretto. Ci sta anche il cappuccino. Costui ci si trova, con ragionevole deduzione insinuata dal Manzoni, per scontare l’omicidio. L’ipotesi che egli avrebbe potuto dedicarsi, come altri suoi confratelli non omicidi, agli appestati senza che avesse commesso alcun delitto, non muterebbe di certo la situazione di fatto, la sua presenza, cioè, concreta al lazzaretto; del resto; Lucia avrebbe potuto esser dichiarata libera dal voto anche da qualunque altro sacerdote, ed in qualunque parte della sua Lombardia, osservate le norme canoniche. Ma la insignificanza delle situazioni è tale solo sul piano dei fatti, quando questi si possono ipotizzare mutabili senza che muti l’esito dei medesimi. Sul piano della provvidenza, e cioè nell’ambito in cui si incarna la cura paterna di Dio, e quindi sul piano dei «significati» dell’amore di Dio, nessun intrecciarsi ed intricarsi dei fatti è inutile: anche i fatti sono «significanti», portano in sé il «segno» della provvida «mano», per dirla con Cristoforo. Negli incontri al lazzaretto, appunto, si disvelano le combinazioni manifestanti la delicata carità di Dio, che opera nella comunione dei santi e nella comune fratellanza con Gesù. Ecco, infatti.

Il cappuccino, nel lazzaretto, aveva dichiarato a Renzo, ancora dominato dall’odio: «Dio non l’ha lasciata [Lucia] in terra per te; e tu, certo, non hai l’ardire di crederti degno che Dio pensi a consolarti». In una logica delle causalità mondane, apparirebbe strano il rapporto tra una persona ed un’altra, tale che una sia posta da Dio, «lasciata», per un’altra. Nell’ordine, invece, dei vincoli seguìti dalla cura paterna, il detto rapporto è compreso nella dinamica della strumentalità reciproca dei figli di Dio. Quanto al cappuccino, anche lui è stato «lasciato»: oltre che per tanti fratelli – si capisce –, proprio per Lucia. Come l’angelo biblico che arresta la mano sacrificante di Abramo, qui Cristoforo, sul rogo del sogno d’amore allestito da Lucia, Cristoforo, dico, «ministro» di Dio e della Chiesa, figura personale della paternità di Dio sulla terra nei confronti di Lucia, che egli amava particolarmente come creatura privilegiata afferma il Manzoni – accetta autorevolmente il sacrificio della fanciulla: forse, ella non era stata « lasciata » da Dio proprio per l’Innominato? L’accetta, come lo ha accettato Dio per il bene del corpo mistico, e, assicurata la sua coscienza, offre Lucia allo sposo: forse, Renzo non era stato «lasciato» anch’egli, perché egli arrivasse a perdonare don Rodrigo, e perché Rodrigo avesse qualcuno che, per lui, compisse il sacrificio di sé, uccidendo l’odio covato a lungo? Così, il cappuccino entra, per sempre, nella casa di Renzo e Lucia, ed è presente nel messaggio finale formulato dalla sposa. I «guai» li «raddolcisce» la fiducia in Dio: la quale sa che «al termine delle cose si vede la sua mano».

È importante sottolineare qui che il concetto della presenza di Dio che «è per tutto», come dice il Manzoni, è unito a quello della preghiera per tutti. Il che non è un gioco di parole; esso affonda la sua verità nel sotteso teologico che, se Dio è «per tutto», nessuna realtà sfugge alla premura di Dio, e nessun uomo è fuori dalla sua paternità. Di conseguenza, uno che creda a tale paternità, come vi credono Lucia ed il cappuccino, eleva il proprio voto, mediante la propria generosa indulgenza e la propria fraterna carità, perché il Signore si disveli qual egli è: e, perché ciò avvenga soggettivamente, cioè nel consenso della persona umana, è giocoforza che l’uomo ottenga la fede, recepisca l’ispirazione dello Spirito Santo, si conformi ai presupposti che permettono il perdono da parte di Dio. Tutto ciò, a sua volta, richiede che uno preghi per il proprio fratello, ancor più se ostile, cioè se è soggettivamente fuori dalla grazia benevola del Padre, inscrivendo il proprio fratello offensore nell’universo di tutti i figli di Dio.

Così avviene che il cappuccino, dopo la reprimenda del guardiano di Pescarenico registrata nella prima stesura del romanzo, prega così, la sera: «Dio, fate misericordia a me» – ciascuno che prega sa di essere il primo ad aver bisogno di misericordia – «e a quel poveretto che io … toccate il cuore di Don Rodrigo, tenete la mano in testa al povero Fermo, salvate Lucia, e benedite il Padre guardiano. Abbiate pietà dei peccatori, dei penitenti, dei giusti, dei fedeli, e degli infedeli, degli oppressi e degli oppressori, dei cappuccini, dei zoccolanti, e di tutti i regolari, di tutti gli ecclesiastici e di tutti i laici, dei popoli e dei principi, dei carcerati, dei giudici, dei banditi, dei ladri, dei birri, delle vedove, dei pupilli, dei bravi, dei zingari, degli indemoniati, dei vivi, e dei morti. Così sia» (24). Lo spirito di questa invocazione, espunta, con tutto l’episodio, da I Promessi Sposi, rimane nella preghiera di Lucia, più sintetica ed incisiva narrativamente, a favore dell’Innominato, al cospetto dell’Innominato stesso: «[…] pregherò sempre il Signore che la preservi da ogni male» (25).

Un altro momento della convergenza reale e profonda, sfuggita alla critica comune, ancora una volta, tra il messaggio francescano del padre Cristoforo e quello di Lucia, è dato dalla rievocazione, dolorosa, da parte del cappuccino della propria passata cecità: «Sai tu perché io ho ucciso? Perché v’era una cosa ch’io chiamava il mio onore, io la amava ardentemente, sopra ogni cosa, come avrei dovuto amar Dio. E quando la vita d’un uomo … gran Dio! si trovò in confronto col mio onore, io gliel’ho [all’onore] sagrificata» (26). Non può non venire in mente l’analisi dell’autore della Leggenda perugina, il quale, ricordando gli interventi provvidenziali e generosi di san Francesco a favore dei cittadini di Gubbio, accerti come costoro, dopo che «il benessere generò l’orgoglio», «presero a odiarsi, a fare uso delle spade fino ad ammazzarsi fra loro» (27). La soluzione all’arroganza della «carne», che «è sempre contraria a ogni bene» (28), fu indicata da san Francesco nell’obbedienza e nell’umiltà concrete, per cui egli si sottometteva ad un qualche frate, sempre, come a suo signore (29). Nel romanzo, Cristoforo, verso la fine dell’esistenza di terra, si confessa umilmente: non ad un «superiore», come già fatto all’inizio nella sua «storia» manzoniana, della conversione, ma a Renzo, un «inferiore», se vogliamo, «inferiore» in quanto, come già tanto puntualizzato dalla critica soprattutto da Gramsci in poi, guidato, diretto, «convertito» dal padre cappuccino stesso, «aristocratico dello spirito».

Una riflessione specifica si imporrà a proposito di questo genere di «aristocrazia dello spirito» che, francescanamente, quale è apparsa al Lombardo, sta e si mantiene, consiste e persiste, quali che siano le armonie o disarmonie del gioco socio-culturale e politico, nella «minorità». Qui segnaliamo soltanto che l’umiltà genera l’umiltà, quella del perdono da parte di Renzo nasce dall’umiliazione del fratello cappuccino, che accusa il proprio orgoglio ad un uomo semplice, «sottoposto» sul piano gerarchico-ecclesiastico, sì, ma alla pari sul piano ecclesiale e divino: ugualmente bisognoso, cioè, della forza dello Spirito, della misericordia di Dio, della carità paterna di Colui che usa il flagello, ma per purificare, e dà la pace senza tornaconto. Questa confessione cappuccina della sconfitta umana che deriva dal fatto che l’uomo crede alla giustizia dell’orgoglio – se non all’orgoglio dell’ingiustizia, nel caso della predeterminazione di Rodrigo e, in minor misura, di Renzo, condizionato dall’ingiustizia subita –, genera la vittoria dello spirito di misericordia di Dio nel Renzo manzoniano, e precorre, sottendendolo, il messaggio finale di Lucia: privilegiare all’amore di Dio qualunque altro sentimento o consuetudine umana non produce nessun «frutto» (30). Questo dice Cristoforo al giovane. Lucia, da sposa, dirà, implicitamente, che non solo i «guai», ma qualunque altra realtà o vissuto umano è dis-utile, se non nella «fiducia» in Dio, che «raddolcisce» i mali, ma che a maggior ragione valorizza i beni, santificandoli, ed allontana il peccato, facendolo riconoscere contrario alla «fiducia» teologale.

I critici non han mancato di denunciare la meschinità della moralità «borghese», conformista e rinunciataria, dell’ultimo «sugo» di Renzo (31) ispirato ad un buon senso pragmatico; ma han mancato di scorgere, a parte il «superamento» della morale di Lucia messo ben in luce da Salvatore S. Nigro (32), la presenza ideale del cappuccino nelle parole della felice sposa, e quindi la perpetuità, anche oltre la fine temporale della vita, della vicenda e dell’insegnamento francescano di padre Cristoforo. Un’obiezione: Renzo non sembra, allora, del tutto mutato dagli esempi e dalla presenza morale, oltre che fisica, del cappuccino. «Convertito» al perdono, non è tuttavia stato introdotto in pieno nell’orizzonte soprannaturale, umanamente perfettissimo, espresso dal fratello francescano. È vero; certo, è vero. Ma se il contraddittorio tra Renzo e Lucia apre la «storia», come è stato detto, a possibili ed alle più impensabili alternanze – poiché nulla, nella «storia», sarà mai concluso –, esso stesso proietta l’evoluzione della conoscenza e consapevolezza cristiana ad un futuro sempre da raggiungere, ad uno stadio di purezza sempre da conquistare e perfezionare. In questo «futuro» non scritto, Lucia rappresenta l’amoroso pungolo che dispiega e sviluppa nel tempo il messaggio di Cristoforo, che in lei aveva trovato sempre un’armonia di fede e di carità; il cappuccino appartiene dunque alla crescita spirituale della nuova famiglia, e continua ad essere la «voce» interiore di Renzo. [Francesco di Ciaccia]

 

(1) Milano, 31 gennaio 1832, in Epistolario, a cura di G. Sforza, vol. 1, Milano 1882, p. 433. La traduzione è mia.

(2) N. Sapegno, Ritratto del Manzoni, Bari 1972, p. 109.

(3) Idem, ibidem, p. 5.

(4) K. Vossler, Letteratura italiana contemporanea dal Romanticismo al Futurismo, tr. it. T. Gnoli, Napoli 1916, p. 10.

(5) Ad es., A. Moravia, Gli scrittori e il Manzoni, in AA.VV., Manzoni un secolo dopo, in «Italianistica», 1 (1973) p. 209.

(6) A. Manzoni, Lettera del 1928, in Epistolario, cit., vol. 1, pp. 362 s.

(7) Fermo e Lucia, I, V, 3. L’ed. cui facciamo riferimento è quella dell’Einaudi, Torino 1971; ciò vale anche per I Promessi Sposi.

(8) II Cel., 213, in Fonti Francescane, Assisi 1978 (sigla: FF), tr. S. Colombarini, p. 723.

(9) I Promessi sposi, XXI, 34.

(10) Ibidem, XXXVI, 24.

(11) I Cel., 29, in FF, tr. A. Calufetti e F. Olgiati, p. 434.

(12) Testamento, 3, in FF, tr. F. Mattesini, p. 37.

(13) Questo rilievo lo dobbiamo al mio discepolo Fabio Ferri, il quale, dietro mia richiesta, mi ha donato le sue riflessioni sull’argomento. Le osservazioni che gli appartengono saranno indicate di volta in volta. Il suo dattiloscritto originale è custodito insieme alla mia stesura manoscritta, nell’Archivio come d’uso.

(14) I Promessi Sposi, VI, 60.

(15) Fermo c Lucia, I, VII, 14.

(16) I Promessi Sposi, VI, 41.

(17) Ibidem, VI, 26.

(18) Ibidem, XXXV, 39. L’idea del rapporto tra l’ultimo assalto di vendetta di Renzo e 1a «provvidenzialità» del cappuccino è di Fabio Ferri. Io avevo già riflettuto sul medesimo episodio manzoniano, ma sotto un altro punto di vista: cfr. «Un’altra legge pelle mie membra»: il Renzo manzoniano, in «Gioventù nostra», a. 54, 1 (1984).

(19) Per le malattie, cfr. ad es. Leggenda perugina, 37.

(20) Giustamente A. Momigliano avverte coloro che non hanno capito come Lucia abbia «superato» la «psicologia comune», altrettanto quanto l’hanno superata Federigo e Cristoforo, e, «per incapacità di comprendere la fede, hanno sentito un difetto dove c’è invece un’arte che oltrepassa quella del romanzo alla Bourget», non hanno capito «veramente nemmeno Cristoforo e Federigo»: Alessandro Manzoni, Milano 19784, p. 217.

(21) I Promessi sposi, VIII, 98.

(22) Fermo e Lucia, I, VIII, 50. Il raffronto è di Fabio Ferri.

(23) I Promessi Sposi, XXI, 38. L’idea è di Fabio Ferri, ma non le riflessioni che seguono.

(24) Ibidem, I, VII, 28.

(25) I Promessi sposi, XXI, 23.

(26) Fermo e Lucia, IV, VII, 73-74.

(27) Leggenda perugina, 34, in FF, tr. V. Gamboso, p. 1199.

(28) Ammonizioni, XII, 2, in FF, tr. F. Mattesini, p. 143.

(29) Leggenda dei tre compagni, 57.

(30) Fermo e Lucia, IV, VII, 77.

(31) Cfr. ad es. F. Cousin, Antistoria d’Italia, Torino 1948, p. 120: «Il conformismo è elevato a dogma […]».

(32) Salvatore S. Nigro, Il sorpasso di Lucia (un nuovo riscontro per il finale dei Promessi Sposi), in «Italianistica», 1 (1980), p. 143, parla giustamente di «antidillica eteronomia dei fini», e ricorda che quella di Lucia è «potenza e saggezza superiore».

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