1986, SFSL, Maria Anna Sala

L’educare come carisma religioso. Suor Maria Anna Sala, «Studi e Fonti di Storia Lombarda. Quaderni Milanesi», 12 (1986) pp. 83-113; poi Literay.it [2016].

Titolo e Testo dell’articolo

L’educare come carisma religioso. Suor Maria Anna Sala (1829-1891)

Maria Anna Elisabetta nacque il 21 aprile 1829 a Brivio, da Giovanni Maria Sala e da Giovannina Comi. Fu educata nel collegio delle Marcelline a Vimercate dal 1841 al 1846. Il 13 febbraio 1848 entrò, come postulante, dalle Marcelline e il 13 settembre 1852 fece la professione religiosa. Ricoprì cariche congregazionali a Cernusco sul Naviglio, a Milano, a Genova, ad Albaro in Savoia, poi di nuovo a Milano nella Casa Generalizia. Svolse assiduamente l’attività di insegnante, alla quale si aggiungevano altri impegni interni, quali bibliotecaria, vice superiora, economa, ecc. Conseguì la “Patente di Grado Superiore” nel 1865 a Milano e fu apprezzata fin da allora per il suo “stile manzoniano”. Morì il 24 novembre 1891.

Il primo Processo Informativo iniziò ufficialmente il 27 maggio 1931 in sede diocesana e, in sede romana, nel 1938; il 2 maggio 1940 furono traslate le spoglie dal cimitero di Cernusco alla Casa delle Marcelline. Il 28 gennaio 1959 fu introdotta la Causa di Beatificazione sotto il pontificato di Giovanni XXIII; il Processo Apostolico iniziò il 28 maggio 1962, al tempo dell’arcivescovo Giovanni Battista Montini. È stata proclamata Beata il 26 ottobre 1980 da Giovanni Paolo Il. La commemorazione liturgica è stata fissata per il 24 novembre.

Premessa

La storiografia agiografica ha posto l’accento, per quanto riguarda i campi di attività intimamente legati alla santificazione, in specie su alcuni particolari generi di impegno [1]. La stessa configurazione popolare del “santo” trova istintivamente immaginabile un Leopoldo Mandic, ad esempio, “santificatosi” vivendo rinchiuso in un confessionale ad amministrare il sacramento della penitenza, o un medico che si sia “fatto santo” curando i lebbrosi, cioè compiendo “opera di misericordia”; meno intuitivo è che la medesima perfezione sia stata raggiunta da uno che abbia svolto, ad esempio, il mestiere di cuoco in un ristorante, o da un medico che abbia compiuto il suo lavoro in un normale nosocomio, intervenendo su comuni malati, in qualità di un semplice professionista.

“Santificata” può essere qualunque azione, ed è anche indubbio che il merito, cioè la referenza dell’azione alla virtù teologale, è proporzionalmente diretto al suo contenuto di carità[2]; tuttavia, poiché la santità consiste, appunto, in un fattore “soggettivo”, nel senso della carità interiore, allora dovrebbero saltare le differenziazioni, nell’ambito delle attività umane “santificanti”, tra servizi sacri e “misericordiosi” e servizi profani. Sotto questo profilo, ad accorciare le distanze è stata la Provida Mater Ecclesia (1947), raccolta poi dalla Perfectae caritatis deuterovaticana.

La questione non concerne Maria Anna Sala per quanto riguarda la sua personalità, che si inscrive nella religiosità consacrata in una Congregazione e non nel “laicato”, nei significati giuridici e magisteriali precisati da Paolo VI nel settembre 1970 e, poi, il 2 febbraio 1972. La questione la riguarda per la sua peculiarità di educatrice, cioè per la sua attività in tale àmbito. Dobbiamo ricordare che una attività del genere – cioè l’insegnamento scolastico e l’educazione alla vita, in genere, – è catalogabile negli “atti indifferenti” dalla teologia morale, e che essi acquistano valenza positiva se ispirati e guidati da un habitus virtuoso. Tuttavia, dobbiamo anche ricordare che l’istruzione-educazione della operatrice marcellina tende appunto ad un fine di edificazione cristiana, operato anche attraverso l’insegnamento “profano” delle discipline scolastiche, e ad una formazione evangelica, operata anche attraverso l’educazione alla vita come tale. Ciò presupposto, resta sempre il problema se sia l’istruzione-educazione umano-cristiana a costituire lo specificum del “dono” operato dallo Spirito in Maria Anna Sala, o se invece la specificità carismatica si formalizzi nell’essere una “consacrata”, e quindi non diversamente che nell’essere una “suora perfetta” come qualunque altra di qualunque altra consacrazione religiosa.

Per questo ci chiediamo se il compito di istruire-educare possa ritenersi non solo “santificabile”, ma anche “santificante”, cioè produttivo di atteggiamenti morali virtuosi, e se sia esso stesso configurabile come valore di santità, ovviamente supposto il contesto interiore di virtù teologali e cardinali.

La risposta può trovarsi – crediamo – sul piano della storicità concreto-individuale, la quale, per nulla incrinando i principi teorici della morale, li fonda da un angolo visuale diverso, che è quello dell’esistenzialità, sia ecclesiale, sia soggettiva. Su questo piano, infatti, la dinamica della santificazione è vista non più, soltanto, nei suoi fattori formali, ma anche nei suoi fattori efficienti, propulsivi. Si tratta della dimensione “carismatica”.

Sandro Spinanti ha accuratamente sostenuto che nell’elencazione esemplificativa e non esaustiva dei carismi di 1 Cor. 12,8ss. e di Rom. 12, 6-8ss. si debba includere a pieno titolo la professione di “artista”[3]; indubbiamente, vi si può aggiungere il lavoro dell’insegnante-educatore, svolto, nella fattispecie, in un Istituto religioso e con scopi altamente umani e cristiani. Ma che cos’è “carisma”?

Carisma è “dono”, è “grazia” (etimologicamente) in quanto progettati per l’edificazione della collettività; questo dono comunitario ha apparenze più spiccate nelle circostanze in cui l’«esercito di Cristo», per dirlo con Dante, è “in forse”, e rientra nel disegno della Provvidenza «che governa il mondo» per lo sviluppo del corpo mistico. Come il progetto non si vede se non nella concatenazione degli avvenimenti, quindi post factum, così il carisma è tale che non si esaurisce nell’azione esterna. Esso si concretizza in azioni, sì, ma la sua essenza consiste nella potenza dello Spirito, che sceglie uno strumento adatto per un momento storico opportuno. Ad esempio, molti erano i poveri nel ‘200, ma uno aveva il carisma della povertà; molti predicavano nel ‘200, ma uno aveva il carisma della predicazione. Non stupisce dunque come Maria Anna Sala, pur profondamente stimata dalla utenza durante lo svolgersi della sua missione in terra, sia stata “scoperta” solo in seguito, quando cioè il “progetto” su di lei è stato compreso nei suoi effetti e nella sua globalità biografica ed esistenziale.

Dal punto di vista della fenomenologia delle dinamiche interiori, il carisma è una tensione prospettica verso una realizzazione; questa tensione possiamo chiamarla “ideale” dell’anima, la quale si ritrova sospinta dallo Spirito all’indirizzo di una effettuazione per la quale, a sua volta e a monte, l’anima si trova particolarmente dotata. In questo senso, il carisma è quel “servizio” specifico al quale concorrono le virtù morali; quel servizio, in grazie del quale l’esperienza virtuosa acquista un senso particolare; quel servizio, al quale è rivolto l’agire etico di un fedele e che illumina questo stesso agire. Il carisma è la manifestazione totale ed onnicomprensiva delle attitudini e delle manifestazioni etiche e religiose di un qualsiasi membro del corpo mistico[4].

Altro problema sarà quello del riscontro del carisma. Il problema deriva dal fatto che l’azione carismatica può essere, di per sé, del tutto comune, identica ad ogni altra azione di ogni altra persona. La eccezionalità della manifestazione non è connotativo intrinseco del carisma, anche se essa può ben presentarsi, a seconda della necessità storica del collettivo ecclesiale. Ma se il carisma non è visibile nell’azione in quanto genere di attività, esso risulta chiarissimo nella azione medesima in quanto efficienza “edificante” – nel senso della “edificazione” della comunità -; l’azione carismatica è operatrice di promozione ecclesiale.

Esemplifichiamo la dinamica direzionale del carisma con un evento tratto dalla biografia di Maria Anna Sala. In primo luogo, consideriamolo dal punto di vista soggettivo, esistenziale. Maria Anna Sala, come suora marcellina, sta educando le ragazze, vuoi impartendo loro lezioni di scuola, vuoi offrendo loro insegnamenti di vita; mentre svolge questo compito, è chiamata dalla superiora per un servizio congregazionale, ad esempio per preparare l’elenco delle spese per l’Istituto. Ella abbandona subito l’espletamento dell’attività in corso e risponde alla chiamata con piena disponibilità di animo. Orbene, il problema è questo: Maria Anna Sala vive il lavoro di educatrice come una delle obbedienze, tale quale quella di rispondere alla chiamata suddetta, in modo siffatto che l’una e l’altra convergano verso l’obbedienza come virtù totalizzante il significato di tutte le azioni e di tutte le disponibilità interiori, oppure la virtù dell’obbedienza, in cui si inscrivono, in ogni caso, l’una e l’altra azione, tende al servizio dell’educare? Nella seconda ipotesi diremo che l’“educare” supporta carismaticamente l’obbedienza: vale a dire, che l’operazione dello Spirito volge dalla attuazione della perfetta obbedienza verso il servizio della perfetta istruzione-educazione. Tale “direzionalità”, certo, non si vede, ma è nondimeno reale, anzi è assolutamente vera.

Se osservassimo l’evento medesimo dal punto di vista di Dio, avremmo dunque il seguente sviluppo: Dio prevede un’obbedienza perfettamente religiosa in quanto serve nel senso del servizio per la comunità ecclesiale – a rendere perfetta educatrice la religiosa obbediente. In termini di santità carismatica sostanziale, potremmo dunque dire che lo Spirito provvede, all’interno dello sviluppo spirituale delle membra di Cristo, a che, in quel momento preciso, l’educatrice sia chiamata altrove dall’obbedienza, sì che l’educatrice obbediente abbia, anche in questo momento, l’occasione di crescere nella sua perfezione di educatrice. Allora, la missione complessiva e definitoria – nella quale appunto consiste la “grazia” a servizio degli altri, e alla quale tende l’operazione dello Spirito – sarebbe appunto l’istruire-educare. Nell’ipotesi opposta, per cui la missione fondamentale di Maria Anna Sala fosse quella di rivelare l’obbedienza religiosa, conseguirebbe che l’essere distolta, per obbedienza, dal lavoro con le ragazze costituirebbe un’occasione perché, esattamente ed ultimativamente, ella manifesti ed insegni l’obbedienza conventuale[5].

La scelta del carisma

La creazione di un Istituto consacrato alla formazione della gioventù non appartiene a Maria Anna Sala. Il suo ufficio di educatrice è conseguenza della scelta religiosa di suora marcellina. In questo senso, ella non scelse primariamente di essere “educatrice”; ma è anche vero che la scelta di essere “religiosa”, e religiosa marcellina, presuppone il carisma di educare. La genesi istituzionale del carisma di Maria Anna Sala è dunque la scelta di un tipo di vita religiosa. Già su questa linea, però, si avverte subito l’itinerario che conduce questa suora all’immagine del carisma dell’educare, in quanto ella fu esemplare nel comprendere – come dichiarò Giovanni Paolo II – «che il suo ideale e la sua missione dovevano essere unicamente l’insegnamento, l’educazione, la formazione delle fanciulle nella scuola e nelle famiglie». Neppure in questo, dunque, nulla di eccezionale: «Suor Maria Anna Sala fu semplicemente e totalmente fedele al carisma fondamentale della sua Congregazione». Ma, appunto, tale scelta e tale consapevolezza implicava la direzione carismatica, come noi l’abbiam chiamata, cioè la convergenza di tutta la pratica morale verso un “servizio” principe, che diventa radice e fine degli stessi doni dello Spirito Santo: «Suor Maria Anna Sala volle acquisire virtù di capacità in massimo grado, convinta che in tanto si può dare in quanto si possiede: e si appassionò del suo incarico di insegnante, santificandosi nell’adempimento del proprio lavoro quotidiano»[6].

Sul piano estrinseco, un indizio del carisma, divenuto anche personale, di Maria Anna Sala è dato dal fatto che furono le sue alunne a «dar voce alla sua fama di santità» e furono le ex-alunne «ad aprire il suo ‘Processo’»[7]. Molto stimata dalle consorelle, fu tuttavia pensata primariamente come perfetta immagine di educatrice: immagine che, in seguito, sarebbe stata messa in risalto da tutti, dal Postulatore della Causa, Umberto Fasola, a Carlo Maria Martini.

Sul piano intrinseco, pur dal punto di vista del percorso biografico, i prodromi mostrano in Maria Anna Sala un’attitudine spiccata a consigliare, a consolare, a guidare moralmente coetanee e familiari. Tornata a Brivio, il paese nativo, dopo l’educandato a Vimercate, ella attirava le compagne organizzando anche festicciole, accudendo loro nelle necessità materiali, medicando le inferme, lavando le ragazze abbandonate, confortando le afflitte. Si ricorda esplicitamente nelle fonti che molte ragazze si recavano da lei, perché ella sapeva sollevarne l’animo in ogni genere di afflizione[8]. È una nota caratteristica, però, soprattutto la sua influenza in famiglia, tanto che suo padre stesso era solito confidarsi con lei, e «la mamma ammalata le aveva affidato la guida di tutto»[9]. È da notare che la giovane non era neppure la primogenita, e che maggiore di lei era addirittura un maschio[10].

Uno dei più rimarcabili interventi di Maria Anna a sostegno del padre fu quello di infondergli la pazienza e di condurlo al perdono dopo che egli subì un dissesto finanziario per una truffa perpetrata da un amministratore; oltre a ciò, ella collaborò attivamente, mediante accorti consigli di economia, a ricomporre, nei limiti del possibile, il patrimonio della casa[11].

Qui si nota dunque una prima traccia della traiettoria carismatica, intesa come “progettazione” esistenziale della Provvidenza e che si traduce nella preparazione biografica a servizio di una missione ecclesiale. In questo contesto di “chiamata radicale” per un servizio, si articolano tre specificità: conflittualità, a motivo della contingenza difficile attraversata dalla famiglia (malattia della madre, necessità di un aiuto in casa, ecc.), tra ragioni familiari e ragioni vocazionali; conflittualità, a causa dell’accentuato rapporto di confidente fiducia da parte del padre, tra ragioni del cuore e ragioni della fede; divergenza tra l’agiato ceto d’origine, pur momentaneamente compromesso, e la rigidità della vita congregazionale, la quale, come tuttora, era particolarmente dura nella povertà personale, assimilabile soltanto a quella delle monache francescane. Orbene, la vocazione carismatica, la quale trae frutto da ogni esperienza anteriore, si avvantaggiò proprio di tali premesse e condusse Maria Anna Sala a specifiche dotazioni psicologiche e spirituali in ordine al compito nella Chiesa, sì che ci è lecito ripetere, per analogia, il principio della lettera agli Ebrei: «e colui che doveva diventare compassionevole, conobbe egli stesso, per primo, il patire, affinché noi non avessimo una guida che non sappia portare insieme con noi le nostre debolezze» (Ebr. 4,13, trad. libera).

Il carisma infatti è ciò intorno a cui fa perno tutto il corredo umano di un individuo, concentrando su di sé la totalità dialettica dell’esistenza; così, esso traduce in potenzialità operative ogni anteriorità vissuta e trasforma le conflittualità biografiche in consapevolezza razionale ed affettiva: questa consapevolezza, in Maria Anna Sala, divenne finissima sensibilità intellettiva ed emotiva nei riguardi dei problemi delle educande relativi agli stessi ambiti suddetti.

All’alunna Angelina Panzarasa, che si trovava nelle identiche difficoltà in cui si era trovata lei stessa, così scrive Maria Anna Sala: «Davvero che il nuovo anno scolastico ti deve tornare vantaggioso assai, e a buon ragione puoi aspettarti di ben care soddisfazioni […]»; un motivo è che «l’ottimo tuo babbo […], aderendo alla tua domanda, fa il sacrificio di allontanarti da casa per un anno ancora perché meglio si compia la tua educazione»[12].

La conflittualità affettiva, orientata alla missione carismatica, diventa capacità di far capire alle ragazze l’amore verso i cari e di far sentir loro l’amore da parte dei cari. Su questo affetto tra i congiunti l’epistolario di Maria Anna Sala è molto insistente e ricco. «Quanto mi consolo al saperti in buona salute, allegra e nel godimento delle paterne carezze»; «Goditi ora allegramente quest’altro mese di vacanza, gusta a tutto agio le squisite gioie domestiche».

Ma c’è anche il momento in cui l’educatrice svela la bellezza della vita in famiglia individuando l’aspetto più autobiografico, quello della necessità dolorosa del distacco. Questa rivelazione è fatta, ovviamente, ad una ragazza aspirante alla vita religiosa: allora Maria Anna Sala si trova ad essere istintivamente “profetica”, cioè annunciatrice del valore del sacrificio, quello stesso che aveva reso lei idonea a comprendere la dolcezza della casa e insieme la grandezza della rinuncia. Così la prepara: «sentirà il distacco dalla famiglia, sentirà la lotta della natura», e di nuovo: «il distacco de’ suoi cari le tornerà doloroso, non v’ha dubbio […]; ma quali e quante consolazioni le verranno date in compenso!». Si sente, qui, sincerità: come di chi sa ciò che dice. La vita si paga con la morte.

L’esperienza del dolore di chi si sacrifica, del dolore che è sempre provvidenziale, cioè metodico, nel progetto carismatico operato dal Consolatore, si espande dunque in gioia di amare e in potenza di far amare. Il pensiero che le alunne fossero sempre affettuose con i genitori è molto frequente nell’epistolario: «Sì, stà allegra, ma ad un tempo sappi essere l’angelo della consolazione al tuo buon papà». I momenti in cui la tensione carismatica si arricchisce di maggior completezza, per la varietà dei fattori in gioco, sono quelli in cui gli affetti e gli strazi familiari si intersecano. È morto un nipotino dell’ex alunna Maria Albertario Cozzi, e così le scrive l’ex maestra il 2 agosto 1881: «Ricevo in questo momento la tua lettera e non pongo tempo in mezzo a risponderti […]. Sì, l’è dura vedersi togliere repentinamente un vezzoso, e vivace, e amabile bambino quale era […]». Dopo alcune considerazioni sul dolore dei genitori, la scrivente pensa subito alla sorellina del bimbo morto. Si nota una vibrazione diversa rispetto a quella che muove il pensiero circa i genitori; è come se l’amica – quale Maria Anna Sala si firmava spesso -, è come se la consolatrice dei genitori e la guida delle ragazze avesse, anche, un sentimento materno: «E la nostra Erminia, chissà quanto piangere anche lei, povera piccina! Ma chi avrebbe mai detto che mentre si viveva in tanto pensiero sulla salute di questa, doveva esser preso così di colpo il sano e robusto fratellino?» (Lettere inedite, p. 142).

L’attrattiva profonda per la vita familiare resta dunque un fascino nell’esperienza esistenziale della suora marcellina; ad esso fa riferimento, come ad un potenziale psicologico, la tensione carismatica, e a sua volta esso stesso è ingigantito, scavato e purificato dall’impulso dei doni dello Spirito. Il supremo riscontro di tale sensibilità per la bellezza della vita domestica si ha nella partecipazione di Maria Anna Sala al dolore delle ex allieve. quando qualche lutto colpisce la famiglia. In questi casi si nota un più reale, immediato sentimento: lo dimostra la stessa scrittura che diventa più personalizzata, lo dimostra lo stile più genuino, del tutto privo degli stereotipi di cui soffrono le lettere d’occasione e di cortesia. All’ex alunna Maria Sirombra è morto il marito; così le scrive la suora il 20 febbraio 1891: «Non mi pare già di scriverti, ma d’esserti vicina, e parlarti a viva voce. […] Tu piangi, e pur troppo a ragione […]. Che il pensiero del tuo amato e compianto sposo non ti si presenti mai disgiunto dal pensiero di Dio, che lo chiamò a sé perché era suo». Non è affatto un pio pensierino di circostanza, magari rafforzato da un enunciato tanto facile quanto stantio: al contrario, qui c’è la piena consapevolezza, c’è la chiara intuizione di quanto e di come possa diventar tragica alla mente di una donna la immagine, la memoria della scomparsa del coniuge. La scrivente continua con un concetto che, generalmente, appare tanto stereotipo e scontato quanto è ritenuto astratto, ma che, invece, è la più vera, sensibile conseguenza della morte: «I nostri cari che ci precedono alla vera patria, non rompono i dolci e santi legami di famiglia o di amicizia, ma ci continuano la loro opera d’amore con maggiore perfezione ed efficacia». Mi sembra arduo dubitare che queste parole, di colore così chiaro e di temperamento così sicuro, siano aliene da una personale esperienza al riguardo, che la scrivente può aver vissuto rispetto ai suoi familiari e alle sue consorelle. Infine, la preoccupazione dell’educatrice ritorna alla realtà della vita, che una donna e una madre deve continuare a svolgere sulla terra: «Fa’ cuore, aspettati ancora dei giorni lieti e benedetti, e intanto pensa che sei in gran dovere, assai più che nel passato, di tenerti di conto specialmente in vista dei tuoi cari figlioletti». (Lettere inedite, pp. 205-206). È un appello contro la disperazione.

L’educatrice di giovani destinate al matrimonio sentiva vivamente, dunque, i valori delle realtà umane. A Maria Albertario Cozzi, in occasione della nascita di un figlio, così scrive: «Mi rallegro, mi rallegro teco proprio di cuore pel caro dono che Dio ti fece di un amabile angioletto. Egli che ti affidò sì prezioso deposito, ti ajuti a conservarlo e allevarlo in modo che abbia ad essere sempre oggetto di vera compiacenza al cuore di Babbo e Mamma […]». (Lettere inedite, p. 146). Si nota la convergenza concettuale ed affettiva tra la maternità e la “sororità”: due sentimenti che in Maria Anna Sala convergono a formare la sua passione di educatrice.

L’indirizzo specifico della formazione morale, culturale e religiosa era, per la stessa istituzione delle Marcelline, la preparazione delle giovani alla vita nel mondo. Anche su questa linea peculiare, il carisma recuperava le esperienze personali dell’educatrice; si può affermare con sicurezza che il punto focale delle preghiere augurali e delle esortazioni di Maria Anna Sala si concentravano su questa idea costante: la virtù caratterizzante deve essere, per le allieve, quella che «sa accordare le esigenze di famiglia e le esigenze di società». Questo tipo di attitudine fondamentale deve informare le singole qualità interiori e i vari habitus morali. Esso non è diffusamente descritto da Maria Anna Sala, ma dalle implicazioni, che ricorrono di volta in volta nell’epistolario, crediamo potersi individuare in alcune formalità etiche, che rappresentano il fondamento di quell’attitudine globale e, insieme, ne costituiscono gli elementi intrinseci.

Queste formalità etiche sono: “pietà soda” e, congiunta ad essa, una “virtù maschia”[13]. Preliminarmente c’è da avvertire che l’assidua indicazione di Maria Anna Sala alle giovani, quella cioè di edificare moralmente gli altri «sia in casa, sia fuori», non è affatto superficiale e scontata. Infatti, tipico rischio della “virtù”, in particolare se educata nelle “piccole società” – per dirla con il Manzoni -, è proprio la dicotomia spontanea, inavvertita, inconsapevole tra la manifestazione di sé verso l’esterno e la presenza di sé all’interno del proprio ambiente[14]. Infatti nel mondo, per così dire, aperto, quasi tutto è possibile, e l’uomo può trovarsi di fronte a circostanze imprevedibili. Come si può immaginare in anticipo, ad esempio, chi ti calpesterà i piedi, chi tenterà di passare sul tuo corpo? Da ciò, la necessità di una “pietà soda”, sempre all’erta e capace di sussistere indefettibilmente di fronte agli imprevisti. Le preghierine non bastano. Non bastano per nessuno: ma tanto meno per chi sia chiamato ad incontrarsi con i più inattesi contrasti della vita.

Per edificare, senza frontiere, il prossimo occorre una moralità caratterizzata dalle seguenti note: “vita laboriosa”, “mitezza di carattere”, “docilità” e “sacrificio anche de’ più innocenti desideri per far piacere altrui”. L’insegnamento più completo suona così: «[…] sappi essere l’angelo della consolazione […], l’angelo dell’edificazione in casa e fuori, e lo sarai mostrandoti docile, gentile, soda, sempre disposta a fare sacrificio delle tue anche innocenti voglie ove il desiderio [degli altri] lo richieda, e ciò sempre con buon umore e lieto volto»[15]. Tutt’altro che pie fantasie di carità, la “virtù maschia” è quella che sa far morire l’uomo per gli altri. Anche i buoni gesti non stanno ancora dentro alla vera virtus, al generoso coraggio di vivere per il prossimo e non per sé. Ecco dunque come la rigorosità della vita congregazionale, che esigette alla suora continue rinunce di sé e che la condusse, come di norma, a non intendere più il proprio io come termine di gratificazione, concorse a rendere Maria Anna Sala l’educatrice delle giovani per il mondo. Ella preferiva non chiedere nulla, per timore di contrariare, nel caso non fosse soddisfatta nella richiesta, la persona a cui si era rivolta; ma, se ricorreva a qualcuno, «anche se fosse stata l’ultima delle cuciniere», lo faceva «con piacevolezza»[16], per evitare anche solo il rischio di dar l’impressione di imporre qualcosa per sé. Ne derivò, in definitiva, quell’atteggiamento interiore che è la noncuranza di sé, nel senso della piena dedizione agli altri, che conduce alla serenità, e che non è disinteresse, ma è il totale, l’esclusivo interesse per la realizzazione del progetto predisposto da sempre per ogni uomo.

L’educare come “incarnazione”

Il concetto e la terminologia, applicati espressamente a Maria Anna Sala, sono di Carlo Maria Martini[17]. Il sentimento fondamentale dell’educatore è quello della parità. La parità non è mancanza di autorevolezza. Al contrario, l’educatrice sapeva farsi obbedire, ed era anche esigente nell’altrui osservanza delle normative: ma era obbedita perché comandava con amore (Summarium Documentorum, p. 29). Orbene: da che cosa discende il sentimento di uguaglianza? Esso discende dal sentimento del fine, cioè dalla consapevolezza della trascendenza della perfezione. Di fronte al fine, non c’è chi sia più vicino, e chi sia più lontano. O meglio: benché il termine da raggiungere sia indefinitivamente lontano per tutti, è pur vero che possa essere “misurato” il percorso dell’uno rispetto a quello dell’altro, fra gli uomini. Tuttavia, il paradosso sta proprio qui – il paradosso che è la verità più lineare -: che colui il quale è più vicino al fine, cioè è più maturo, è colui che, conoscendo meglio se stesso, e meglio la trascendenza del fine, capisce, di più, quanto sia relativa la propria “misura di Cristo” (la propria perfezione), e perciò si ritiene vicino, si trova associato, si sente ben stretto a quella degli altri, che egli non conosce. Parità è essere veraci con se stessi. L’umiltà è essere veraci. Senza umiltà, non si dà eguaglianza educativa, ma soltanto populismo pedagogico.

Da Carlo Maria Martini è stato già focalizzato il “segreto”, come egli lo chiama, dell’opera educativa di Maria Anna Sala: «stare vicino, farsi presente, essere accanto, partecipare alla vita delle giovani che essa doveva educare, non dall’alto, non passando sopra le loro teste, non con precetti generici, non con richiami a modelli lontani, ma ponendo se stessa, giorno per giorno, giorno e notte, vicino a queste allieve, a queste alunne che essa tanto amava, con discrezione, con riserbo, senza mai entrare nella loro libertà interiore ma stimolandole attraverso la sua presenza, l’esempio, il sorriso, l’incoraggiamento. Ecco il metodo […] dell’incarnazione, il metodo educativo che non si basa tanto su programmi o schemi preordinati, ma mette in primo piano la presenza dell’educatore […] come persona che dà fiducia e che infonde fiducia».

Della innovativa metodologia educativa delle Marcelline, consistente nello “stare accanto” alle educande – come si esprime Carlo Maria Martini riproducendo la normativa della Istituzione -, qui vogliamo segnalare come la corrispondenza epistolare di Maria Anna Sala rappresenti un prolungamento di tale vicinanza, ed inoltre come essa equivalga ad un atteggiamento di quell’umiltà che consiste nel porsi sullo stesso piano degli altri[18]. Innanzitutto, il rispondere alle lettere delle alunne è dichiarazione oggettiva, fattuale di un debito, quale Maria Anna Sala asserisce esplicitamente ad Annetta Ballerini Tizzoni, il 3 aprile 1873: «Io piuttosto devo essere grata […]» (Lettere inedite, p. 99). L’epistolario della Sala appare un autentico andare dalle sue alunne ed ex alunne. E con sacrificio di tempo.

Qui annotiamo l’altra nota dello scrivere: il sacrificio. Per la Sala, il tempo era tiranno, come lo è per tutti i religiosi che si rispettino. Ella lo confessa in quasi tutte le lettere: la “ristrettezza di tempo” è chiamata addirittura “malattia incurabile”, “male cronico”[19]. Dunque, né trincerandosi dietro la sacra veste, né difendendosi con le mille occupazioni, la Suora dimostra nell’umile attenzione quello che è il suo reale interesse di educatrice: «Tutto che riguarda la mia Rina mi interessa come cosa mia propria»; così scrive, ad esempio, all’alunna Rina Spingardi, il 20 settembre 1881 (Lettere inedite, p. 155): e il rapporto epistolare si coniuga, prolungandolo o anticipandolo, con l’incontro personale in collegio: «voglio sperare anch’io che si compirà la bella promessa del Babbo di condurti a Milano e in tale occasione anche al Collegio in Quadronno; quanto ti rivedrò volentieri!».

Ma, prima della pratica epistolare come espressione di parità, c’era l’abbassamento esemplare di umiltà – che non è l’esempio episodico di abbassamento -. L’umiltà è pietosa, è cosa insipida, senza che sia accompagnata dalla pratica di ciò che si attiene alle persone meno dotate; l’umiltà è lusso, l’umiltà è un sogno bello, ma troppo facile, l’umiltà è “prestigio” troppo appetibile, se non è adeguarsi alle condizioni di coloro, che prestigio non hanno. Come suora marcellina, Maria Anna Sala era destinata all’educazione di ragazze di alto ceto borghese, a volte poco sensibili all’idea dell’umiltà; a volte esse erano «bimbe viziate per la mollezza dei tempi e soverchia condiscendenza dei parenti» (Redaelli, p. 17). Maria Anna Sala pretese, forse, l’umiltà; ma senz’altro la visse.

La semplicità con cui ella svolgeva i compiti più umili – come eran detti quelli di pulizia -, apparteneva indubbiamente al fondamento della vita congregazionale, ma fu, definitivamente, un modello di educazione umana e religiosa. Con un senso più profondo di quello abitualmente percepito, ella dichiarava alle allieve, che si meravigliavano come un “secondo Manzoni” (così era anche chiamata Maria Anna Sala) pulisse i pavimenti: «È mio dovere come far scuola» (Summarium Documentorum, pp. 31-32). Interessante è la normalità in cui viene inscritta l’azione materiale del pulire i locali. La dedizione ai lavori “umili” è infatti generalmente caricata, da parte di chi tenta di abbassarsi, di atteggiamenti di altisonante degnazione, che tradisce la falsità dell’umiltà. Nel caso dell’educatore realmente orientato all’insegnamento efficiente del valore dell’umiltà, il lavoro umile è appunto una dimensione pari a quella dell’insegnare, quindi normalissima. È questa semplicità d’espressione che i giovani apprezzano, perché sentono vera: i giovani sono sensibili alla verità, che istintivamente amano, e sono refrattari e diffidenti di fronte alle architetture virtuose. Maria Anna Sala riscuoteva piena fiducia e trascinava gioiosamente le allieve ad ogni dovere, come «la chioccia attira i pulcini» (Ferragatta, p. 169).

Per concludere questo primo approccio agli elementi più fattivi dell’educazione di Maria Anna Sala, sintetizziamo l’idea di fondo del lavoro educativo. Può sembrare strana la deduzione di come occorra poco per educare bene: bastano consigli utili, bastano esempi buoni. Ma, per educare efficacemente, occorre di più: occorre tacere, occorre “far niente”. Si tratta di un silenzio e di una inutilità che è cosa soda, è cosa difficile. È – per servirci di Maria Anna Sala – il “sacrificarsi”, è il “sopportare”, e ciò senza dirlo, e ciò senza apparentemente farlo, cioè senza che il fatto appaia.

È significativa, nella sua stringatezza, la risposta di Maria Anna Sala ad una allieva che le domandava come facesse a mantenersi “sempre garbata”, anche quando si sentiva “dentro bollire il sangue”. La confidenza, forse unica nella vita esterna della suora, svela il costante lavorio di rinuncia, di superamento di sé, inteso come sacrificio per amore (Ferragatta, p. 142). Alle continue chiamate della superiora, mentre Maria Anna Sala svolgeva altri lavori tra le educande, la suora a volte «emetteva un lievissimo sospiro, che rivelava il suo naturale rincrescimento» (Ferragatta, p. 68). Giustamente è stata dunque posta la intrinseca relazione tra il distacco da sé e dalle cose e la missione di educare: «Era distaccata da tutto, perché comprendeva bene il suo compito di Educatrice e soprattutto di Educatrice Religiosa» (Ferragatta, p. 143).

Virtu’ e carisma dell’educare

Rispetto ai dinamismi fondamentali del carisma educativo, ci pare trascurabile dover segnalare la vasta cultura, anche letteraria, dell’insegnante e, addirittura, la sua scrupolosità nel preparare le lezioni, tanto da far asserire alla stessa Maria Anna Sala che era «peccato andare in iscuola senza la preparazione dovuta»[20]. Solo un rilievo: la preparazione delle singole lezioni, del resto necessaria in modo inversamente proporzionale a quella professionale – è un requisito ineliminabile di un lavoro educativo anche in vista della formazione umana, civile e morale. Un incolto che insegni cultura, è un forgiatore di disonesti, un seminatore di scandalo, un creatore di pessimi cittadini.

Tra le note salienti di un educatore c’è la pazienza, che è l’habitus della dolce fortezza. Maria Anna Sala fu favorita, in seno alla Congregazione, a svilupparne i germi grazie alla durezza con cui le sue superiori trattarono con lei, soprattutto la Fondatrice la quale, un po’ per il carattere “esigente”, un po’ per “l’intenzione più o meno manifesta di mettere alla prova, anche dinanzi agli altri, la virtù della Serva di Dio” (Relatio et vota, p. 12), si comportò, almeno all’apparenza, un poco rudemente. La suddita non ebbe mai un segno di lamento, anzi esprimeva, all’occorrenza, gratitudine per il modo con cui era trattata[21].

Ogni possibile dubbio, teorico, sulla sincerità radicale di questo tipo di reazione svanisce se considerato nella prospettiva dell’atteggiamento che, a sua volta, la persona umiliata e maltrattata praticava con gli altri. In altri termini, il giudizio definitivo, per noi osservatori, sulla pazienza e sull’obbedienza della suora discende dalla reazione riversata sugli altri, più che dalla reazione riservata alla madre superiora stessa. In parole povere, se il soggetto, nelle sgridate ricevute, non fosse mansueto ed umile fin nelle più recondite pieghe dell’animo, facilmente esigerebbe nei propri riguardi, da parte di terzi, quello stesso suo atteggiamento sofferto, doloroso che egli esibisce nei confronti di chi lo tratta male. Nel caso degli uomini peggiori, il paziente obbediente scaricherebbe sugli altri la tensione del proprio superamento, trattandoli con durezza e al contempo esigendo mitezza; negli uomini migliori, se ciò non avviene per istintualità compensative, avverrebbe probabilmente per razionalizzazione: vale a dire, l’ipotetico soggetto riterrebbe doveroso, ad esempio ai fini di una buona educazione della gioventù, applicare una forte dose di severità rigida, implacabile, nei confronti altrui.

Orbene, le fonti mostrano una Maria Anna Sala che è esigente con le alunne, ma con dolcezza; ella tende alla longanimità, e addirittura è pronta a discolpare le ragazze. «[…] sapeva essere del pari ferma e se era ‘no’, per quanto dolce ‘no’, restava ‘no’ e lo sapevamo sì bene, che non ci veniva neppure la tentazione di ritornarvi»; ella «esigeva il compimento esatto di tutti i doveri e l’osservanza fedele di tutti i regolamenti. Ma l’amore di madre aveva sempre il primo posto, per cui ella sapeva ottenere assai più con la bontà affettuosa e materna che con la severità del comando»; «non imponeva la sua autorità» e quando «qualcosa non andava bene in iscuola o fuori, ‘si chiamava Suor Sala, la quale rimetteva ovunque la calma e la serenità’» (Ferragatta, pp. 146-147).

Si può dire che la pazienza con le superiore, cui ella doveva obbedienza religiosa e congregazionale, diventasse per lei strumento e scuola per il più perfetto comportamento educativo; e allora, poniamo pure il caso che l’animo della suddita si turbasse alquanto, a volte: proprio ciò costituirebbe, mediante una dinamica di comprensione introiettiva, una funzione di servizio per la realizzazione del carisma educativo.

Il modo con cui ella imponeva l’adempimento dei doveri era tipicamente opposto all’aggressività: bastava la presenza. Gli interventi punitivi, poi, erano caratterizzati da un fine umorismo, che rende leggera, se non piacevole, la riprensione e che è l’astuzia intelligente e cordiale di chi sa comprendere le debolezze, pur riprovevoli[22]. L’educatrice non escludeva il tono magari “piccante”, ma lo accompagnava sempre con un fare “gioviale” (Summarium Documentorum, p. 28). E questo è essenziale: perché i giovani percepiscono non tanto le parole, quanto i sentimenti; sentono non le prediche, ma l’affetto. La “giovialità” è la lealtà di chi non cerca se stesso, scaricando le proprie frustrazioni recondite nelle necessarie correzioni pedagogiche.

Un segno della sua equità, che è sintomo del superamento delle tensioni reattive e dei bisogni di compensazione, era il trattamento uguale con tutte le allieve: «Se c’è una maestra che non ha simpatie od antipatie è proprio suor Sala», depose Giulia Bertoloni al Processo (Summarium Documentorum, p. 41).

L’identità di giustizia nell’educazione non esclude, anzi fonda sapientemente, e la rende veritiera ed efficace, l’individuazione pedagogica dei bisogni diversificati dei soggetti. Maria Anna Sala mostrò una predilezione per le ragazze più problematiche, più difficili, sia intellettivamente, sia caratterialmente parlando. Tale tendenza, che potremmo definire istintiva in ogni educatore di media generosità, assume caratteristiche particolari a partire dalla capacità dell’operatore di comprendere psicologicamente le necessità delle singole persone e di adeguarsi ad esse. In sintesi, possiamo dire che l’efficacia dell’educatrice è proporzionata alla finezza nel cogliere l’aspetto di dolore nelle persone devianti, cioè nel capire le cause che sono, esse stesse prima di tutto, una sofferenza per il giovane che non si comporta bene. Cito, per tutti, il caso di una ragazza che, orfana, era tenuta controvoglia in collegio per tutto l’anno. La giovane tagliuzzò il proprio grembiule, mentre era in classe, e si attirò considerazioni diffidenti da parte delle compagne. L’insegnante la corresse con la semplicità di un tono deciso, ma pacato; quel che è più interessante, la corresse non su un piano formale, non per la trasgressione materiale che la ragazza apparentemente compiva, ma su un piano diverso: «Tu sciupi i doni di Dio» (Ferragatta, p. 167). Ciò rivela al contempo l’intelligenza delle reali cause del comportamento dell’alunna e la sapienza dell’intervento che, senza umiliare, così come senza scoraggiare, evita un bersaglio falso e propone un ideale superiore. Infatti, l’avvertimento sulla povertà trascende il fenomeno della reazione alla vita di collegio – la quale reazione ispirava il tagliuzzamento in questione – e prospetta, pur nella fattuale incongruenza tra le intenzioni dell’allieva e la proposta della povertà, un principio che vale indipendentemente dal nervosismo dell’allieva. La conseguenza è che l’alunna trasgrediente, richiamata ad un dovere assoluto e superiore, pur sapendo che la sua intenzione non si attiene a quel dovere – ella non intende conculcare la povertà -, si trova più disposta ad accettare la correzione, che punta su un principio di per sé valido e che, d’altronde, ella non si sente di offendere: tutto ciò, con l’aggiunta specifica di sapersi compresa e compatita amorosamente e intelligentemente. Da ciò si comprende come la funzione educativa sia estremamente delicata, e si può ben dedurre come possa diventare deleteria se viene a mancare una operante e viva attenzione, che sia intelligente ed affettuosa insieme, verso la gioventù, la quale per altro attraversa una fase critica dell’evoluzione psicologica[23].

Poverta’ e castita’

Educare la gioventù della borghesia ottocentesca di Milano non poteva prescindere dal messaggio sul valore della povertà. Tendenzialmente portate, fin dall’infanzia, alla vita agiata, le ragazze dovevano avere un esempio austero, ma al contempo spontaneo, perché apprezzassero il significato sia religioso, sia umano del distacco dai beni materiali. Maria Anna Sala, che comprendeva la mentalità delle famiglie benestanti. aveva scelto l’indigenza, e fu perfetta educatrice anche sotto questo aspetto di amore per le giuste e ragionevoli privazioni, tanto delle soddisfazioni materiali, quanto degli egoismi più generali.

Ella “esaltava” la povertà nelle esortazioni (Ferragatta, p. 120), ma soprattutto la mostrava nella pratica. Le ragazze constatavano di continuo come ella non avesse nulla di suo e come si accontentasse di qualunque cosa le assegnassero, anche circa i vestiti e i libri; anzi, vedevano che sceglieva, se le capitava l’opportunità, gli strumenti di lavoro rifiutati dagli altri o scartati perché logori. Raggiunse il culmine, in questa povertà di spirito che ella insegnava rifacendosi a san Francesco di Sales, nel mostrarsi restia ad esprimere desideri riguardanti le cose necessarie, compresi i cibi: «Per lei tutto andava bene» (Ferragatta, p. 121). Tale accettazione si estendeva anche ai successi o agli insuccessi scolastici delle allieve, non ritenendo “cosa sua” neppure ciò che, per un insegnante, costituisce il bene più caro, e cioè il felice esito degli esami (Ferragatta, p. 208). Questo atteggiamento derivava da una spirituale necessità della Congregazione, per cui ogni suo membro doveva essere disposto in qualunque momento a cambiare città, casa e anche lavoro. In uno dei trasferimenti da una sede ad un’altra, Maria Anna Sala mostrò «indifferenza e per la casa e per l’ufficio e per le compagne» (secondo il dettato delle Regole, VII, 50). Tale profondo distacco da se stessa costituiva, per una gioventù incline ai capricci, non solo un’osservanza regolare ma anche, e soprattutto, una lezione di vita.

Con questo presupposto di totale povertà spirituale, l’educatrice poteva intervenire efficacemente con insegnamenti del genere, quando qualche ragazza faceva la preziosa o la schifiltosa: «Non sai che questo boccone sciupato farebbe la gioia di un poverello?». A volte la lezione appariva verbalmente dura, ma era sempre soffusa di una giocosità ironica ed umoristica, che è uno dei tratti caratteristici dei rimproveri di Maria Anna Sala; diceva alle ragazze che sceglievano troppo spesso i cibi migliori: «Che importa, se questo sacco si regge, perché pieno di patate, oppure di pollo?» (Ferragatta, p. 171). Qui rammento uno degli episodi, per così dire, eroici, dichiarati da Teresa Carolina Ferrari (lettera dell’l1 agosto 1922, in Summarium Documentorum, p. 97): una educanda “capricciosetta” lasciò sul piatto un boccone masticato, e «Suor Sala, prendendolo con la forchetta dell’immortificata, se lo gustò come una caramella», aggiungendo che, «se proprio si voleva respingere qualche cosa, lo si lasciasse così pulito, da servirlo almeno ai poveri».

A parte l’episodio in sé, d’altronde di sapore francescano con il suo riferimento, esplicito nel testo, al dominio della «troppa delicatezza naturale», qui voglio sottolineare la metodologia educativa, che potremmo stabilire nella fraternità, o meglio nella fraterna povertà. Francesco d’Assisi aveva baciato il lebbroso per superare, esattamente, la propria repulsione istintiva la quale, appunto, gli impediva la condivisione fraterna con il malato. Maria Anna Sala attinse a quel metodo pedagogico che consiste nell’assumere su di sé, fraternamente, i dispiaceri generati dalle mancanze degli allievi, prima ancora di intervenire, con più o meno educative sgridate, contro i trasgressori. Per l’episodio in questione, la nostra interpretazione è confortata dal fatto che la ragazza” capricciosetta” non era più presente quando la suora mangiò il boccone rifiutato, e non consta che, in seguito, fosse stata sgridata[24].

Quanto alla castità, tutte le fonti concordano nel sottolineare la delicatezza di Maria Anna Sala nel trattare le alunne. Ella nutrì “particolare tenerezza” per le più piccole: «Tutto il suo essere si trasformava e pareva perdersi nelle regioni supreme, specie se accostava le più piccine» (Ferragatta, p. 163). In effetti l’infanzia – sostengono i biografi – le richiamava alla mente l’innocenza. Ma anche le più grandi erano amate profondamente: «Quando parlava […] dell’affetto santo (non notai mai una ragazza che abbia avuto preferenze) il suo volto s’accendeva, s’illuminava» (Ferragatta, p. 144).

Una tale intensità di affetto non è per nulla facile, se essa convive integralmente con la purezza di sentimenti. Si pensi che la suora era continuamente a contatto con le ragazze, viveva tutta la giornata con loro. Orbene, ella doveva essere – come è richiesto d’altronde a tutte le educatrici che svolgono l’attività in questa forma di convivenza – una persona casta fino in fondo, fin nel più profondo dell’animo, se riusciva a non nutrire alcuna preferenza e, al contempo, a sentire le educande con tanta tenerezza. Non ci soffermiamo sulla scontata ed indiscussa castità della suora. Solo un veloce pensierino: in questo ambito, più che mai, è chiaro quanto lo spirito di purezza religiosa dovesse essere orientato all’attività educativa. Infatti, o la verginità riusciva a sostenere la perfetta correttezza affettiva, e allora il voto di castità aveva non solo senso, ma anche la sua completa riuscita religiosa; oppure, se la verginità non fosse arrivata a donare l’equilibrio emotivo, allora sarebbe venuto a scadere, sì, il consiglio evangelico della castità perfetta ma, soprattutto, sarebbe fallito il lavoro educativo. Sottolineo il secondo aspetto, perché è quello più traslucido: è quello che rivela più limpidamente lo stato di purezza del cuore e tradisce, impietosamente, le più piccole macchie. In effetti, senza un profondo intendimento della castità, il mestiere dell’educare è un imbroglio che non riesce bene.

Istruzione religiosa

In un Istituto religioso, l’istruzione cristiana è imprescindibile dal lavoro educativo. Questo fine era agevole per una suora che viveva tutto il giorno a contatto con le allieve. Nel corso delle conversazioni giornaliere, ella aveva modo di sensibilizzare le ragazze sul dono, ad esempio, di «essere nate nella Religione Cattolica», avvertendole di seguire il cristianesimo «per convinzione e non per formalismo» (Ferragatta, p. 157). Oltre a ciò, prospettava specifiche opere di natura religiosa ed inculcava particolari concezioni cattoliche, come la preghiera per gli infedeli, l’amore per la Chiesa e la venerazione del Papa. Non ci soffermiamo su questa linea educativa tradizionale, in quanto essa concerne più la suora che la professoressa. Noi ci chiediamo, invece, se, e come eventualmente, Maria Anna Sala insegnasse i “rudimenti” della fede cristiana e cattolica attraverso il suo compimento professionale di insegnante.

Parlando, ad esempio, di astronomia, ella faceva osservare la potenza e la sapienza di Dio: «Nelle spiegazioni trovava sempre da dire qualche buona parola che ravvivasse la Fede» (Ferragatta, p. 160; cfr. Summarium Documentorum, p. 45). Tuttavia, neppure questa forma di insegnamento vogliamo mettere in rilievo: essa procede per estrinseche relazioni rispetto al contenuto scientifico e, direi, per giustapposizione di concetti[25]. In realtà, la metodologia di Maria Anna Sala si avvalse di un sistema adattabile ad ogni situazione scolastica: un sistema che, oltre tutto, è anche più prezioso e verace, perché intrinseco alla stessa lezione sui contenuti di studio. Spiegando la Commedia di Dante, l’insegnante traeva motivo per spiegare la teologia, del resto a tutto vantaggio della comprensione del testo dantesco (Giovanna Vercelli Ponzoni, in Summarium Documentorum, p. 45). Dalla relazione del Voto IV (Relatio et Vota, p. 25) si evince che la professoressa traeva naturale spunto dagli argomenti di studio per «richiamare i principi della Fede»: occasioni che provenivano da alcune poesie del Petrarca, dalle opere del Manzoni e da altri scrittori. Sembra addirittura che l’insegnante, molte volte, neppure facesse uso di considerazioni personali sulla dottrina cristiana a commento dei testi poetici, essendole sufficiente attenersi al documento letterario per presentare le stesse verità della religione. Abbiamo focalizzato questo aspetto del carisma di Maria Anna Sala, perché esso dimostra come l’adempimento rigoroso di un compito professionale, pur limitato e settoriale, possa coniugarsi con una efficace sensibilizzazione e con una soda istruzione dei contenuti teologici ed etici del cristianesimo. Ne uscivano dunque studentesse che, senza fraudolenti o pietistici incitamenti cattolici, avevano ricevuto chiare esposizioni sull’etica tomista, sulla teologia fondamentale e speciale, sulla “Morale Cattolica’ (dal Manzoni), sulla mariologia (dal Petrarca, dal Tasso, dal Manzoni, ecc.), sulla bontà creatrice di Dio (da Francesco d’Assisi), sull’ascetica (da Jacopone da Todi), ecc.

In conclusione, si può dire che il carisma dell’educare-istruire, anche se con diretti ed espliciti fini di un inserimento delle educande nel mondo («Il suo scopo era formare l’animo delle figliole, ma in modo che ne sortissero buone madri di famiglia, gente che stesse bene nel mondo e desse buon esempio nel mondo»: Summarium Documentorum, p. 46), comportava, secondo Maria Anna Sala, anche una buona edificazione nella fede e, su un piano complessivo ed esauriente, una buona preparazione nella dottrina cattolica.

                                                                             Francesco di Ciaccia

[1] Premesso che la natura di questi ambiti di dedizione appartiene formalmente all’aspetto umano dei fattori della santità, resta indiscusso che, a questo livello, le funzioni del sacerdozio o le azioni proprie delle “opere di misericordia” abbiano trascinato immagini accostabili alla santità più di quanto lo abbiano fatto quelle di altri generi di servizio. Per altro verso è da premettere, con tutta la chiarezza teoretica e pratica, che “santificante” è formalmente un solo atto, cioè la carità teologale. Il nostro discorso non deve neppure distrarre dal principio teologico che il fondamento etico della santità è costituito dalle virtù cardinali. Infatti, noi presupponiamo proprio questo contesto morale. Il nostro problema è soltanto la “funzione” di una, quale che sia, attività, in rapporto ad una concreta dinamica vocazionale la quale, in sintesi, si assomma nel “carisma individuale”.

[2] In parole povere, il dedicarsi agli ammalati infetti, tanto più, ad esempio, se abbandonati e trascurati da tutti, contiene, a parità di “intenzione” di carità, maggiore intensità evangelica che non il dedicarsi ad ammalati comuni. L’ipotesi della “parità di intenzione” avverte che la causa formale della santità soggettiva e del valore dell’opera è soltanto la virtù teologale. Senza tale “informazione teologale” non varrebbe, a dire di San Paolo, neppure “consegnare il proprio corpo perché sia bruciato”; neppure “distribuire tutti i propri beni ai poveri”; neppure “aver tanta fede da spostare le montagne”; tanto meno, “parlare in tutte le lingue degli uomini e degli angeli”, “profetare”, ecc. (l Cor. 13, 1ss.). Gli stessi segni sacramentali, che sono strumenti efficaci (ex opere operato) in quanto istituiti da Cristo per la santificazione, presuppongono la carità; non solo, ma anche agiscono intensive in proporzione della carità.

[3] Cfr. anche A. Barruffo, in Nuovo Dizionario di spiritualità, Roma, 1979, p. 122. Anche in questo caso eludiamo, dandola per scontata, l’avvertenza teologica secondo cui il carisma non è formaliter santificante, essendo esso un “dono di servizio” fatto alla Chiesa mediante operazioni umane estrinsecamente sante. La nostra presupposizione tien conto, però, che ci occupiamo di una persona la cui santità è garantita dalla autorità della Chiesa. Oltre a ciò, in linea generale qui consideriamo il “carisrna” non già a livello dottrinale ed astratto, ma a livello di concretizzazione che, appunto, supponga la pratica delle virtù teologali e cardinali.

[4] Per esempio: in Domenico di Gusman le virtù cardinali e religiose erano ordinate alla santità della predicazione, cioè erano strumenti, necessari presupposti per cui la predicazione fosse, essa, santa. Il carisma comporta che lo specifico operato dell’uomo, sotto l’impulso dello Spirito, attragga e concentri le forze interiori delle virtù. In Francesco d’Assisi, invece, il predicare, benché necessario – come necessario per Domenico era il tenore di vita obbediente, povera, umile, casta, ecc. – assurgeva a veicolo della “fraternità povera”. In altri termini: se il carisma di Francesco era la fraternità della povertà, allora il predicare, come le altre buone azioni, attuava e manifestava esso stesso il valore della fraternità povera e ad esso era ordinato. Nella spiritualità del certosino, ad esempio, le virtù hanno senso in riferimento allo spirito di solitudine. Il carisma è la totalità della complessiva carità rivolta ad un determinato fine di servizio: sia oggettivamente e storicamente, sia soggettivamente ed esistenzialmente.

[5] Non vale obiettare che, in pratica, l’obbedienza “religiosa” comporta, nell’Istituto delle Marcelline, quella di istruire-educare, e che quindi il compito di educatrice è assorbito dalla obbedienza congregazionale. La questione resta, perché si ripropone a livello, appunto, istituzionale. Del resto, a proposito di Maria Anna Sala il carisma in oggetto è quello che potremmo chiamare “istituzionale”, cioè riguardante la vocazione stessa dell’istituto. Il riconoscimento canonico del merito di Maria Anna Sala non fa altro che invitarci a focalizzare le modalità e la fenomenologia di siffatto “carisma istituzionale”, obbligando a dedurre che la nostra protagonista abbia realizzato appieno la missione carismatica delle Marcelline. Comunque, per chiarire il concetto che tra le stesse virtù religiose esiste una gerarchia “funzionale”, la quale converge verso uno specificum carismatico, facciamo l’esempio, ancora, del monaco certosino. Egli vive la solitudine materiale ed affettiva per obbedienza, cioè perché prescritta dallo Statuto (così si chiama la Regola certosina); ma è proprio lo “spirito d’obbedienza” sussunto dallo Statuto a convergere verso la solitudine, e l’obbedienza imposta ha il suo senso dall’ideale di solitudine, al punto che un certosino risponderà alla domanda: «Che cosa è per te obbedire?», con la seguente risposta: «Obbedire è vivere in solitudine». La stessa logica vale per ogni altra sfaccettatura della vita morale. La povertà, ad esempio, per un certosino è implicita nella solitudine, perché la “solitudine” esclude la cura delle cose materiali; perciò, la povertà certosina ha spiegazione specifica nello spirito di solitudine.

[6] Giovanni Paolo II, Gaudeamus omnes, citato in “Conoscerci”, numero speciale, 1980-1981, p. 11. Sigla (per tutto il fascicolo): Numero speciale.

[7] L. Redaelli, Suor Maria Anna Sala delle Marcelline, s.e., s.d. (in realtà 1977), p. 21. Sigla: Redaelli.

[8] M. Ferragatta, Un’educatrice modello. La serva di Dio Suor Maria Anna Sala, s.e., s.d. (in realtà 1962), pp. 31-32. Sigla: Ferragatta.

[9] P. U. M. Fasola, Conforto agli educatori nell’adempimento della missione, in Numero speciale, p. 48.

[10] Il fratello maggiore, Carlo Giovanni Antonio, era per altro un giovane promettente: “Sarebbe divenuto distinto avvocato del foro milanese, se la morte non ne avesse troncato la promettente giovinezza»: Ferragatta, p. 15. Maggiore di lei erano anche le sorelle Maria Antonia, del 1823, e Maria Teresa Giuseppa, del 1826, ed era più anziano un altro fratello ancora, Luigi Raffaele Gaetano, del 1825, che avrebbe continuato l’attività commerciale del padre. Maria Anna Elisabetta nacque il 21 aprile 1829.

[11] L’epistolario tra Don Magistris, Prevosto, e Mons. Biraghi testimonia le difficoltà finanziarie di Giovanni Maria, il padre della Nostra; la questione fu sollevata dal signor Sala a motivo della dote da attribuire alla figlia Maria Anna, ma fu anche superata grazie allo spirito di generosità del medesimo Mons. Biraghi, Fondatore delle Marcelline, al quale premeva una nuova vocazione, e non un nuovo guadagno materiale: A. Portaluppi, Vita della serva di Dio Suor Maria Anna Sala delle Marcelline, Milano, 1931, pp. 16-17. Sigla: Portaluppi.

[12] 12 settembre 1884. Lettere della Serva di Dio Suor Maria Anna Sala, manoscritto in Archivio Generale. Ci serviamo del volume dattiloscritto; per la citazione, p. 151. Sigla: Lettere inedite. Per le citazioni successive, cfr. all’alunna Rina Spingardi, 20 settembre 1881, ibidem, p. 154; all’alunna Angelina Panzarasa, 5 ottobre 1880, ibidem, p. 150; all’aspirante Luigia, 3 aprile 1880 e 28 agosto 1880, ibidem, p. 90 e 92; all’alunna Rina Spingardi, 20 settembre 1881, ibidem, p. 155.

[13] Rispettivamente, all’alunna Giuseppina Travelli, 21 agosto 1885, in Lettere inedite, p. 179; ma anche passim; all’alunna Camilla Sacconaghi, 18 agosto 1888, ibidem, p. 198; ugualmente all’alunna Bice Chierichetti Gavazzi, 12 agosto 1888, ibidem, p. 195, ma anche passim. Quest’ultima formulazione divenne, verso gli ultimi anni della vita di Maria Anna Sala, un’espressione schematicamente fissa, quasi fosse un “testamento” alle allieve: cfr. all’alunna Maria Bono in Goldaniga, 5 agosto 1891, ibidem, p. 208.

[14] Per non addentrarci nella fenomenologia della vita spirituale, diciamo soltanto che la tensione super-egoica – cioè l’imperativo funzionale derivante dall’“ideale” o super-io – agisce con maggiore coerenza, coercitivamente, quando il soggetto si trova in un contesto ambientale in cui l’immagine di sé è di fronte, direttamente e immediatamente, alla possibilità d’esser giudicata in modo critico e pericoloso, cioè con maggior rischio di smacco e di contraddizione. È ben vero che non è sempre oro quello che… luccica! Si tenga conto, inoltre, dell’effettiva differenza tra un ambiente ristretto, o familiare, e un ambiente aperto, difficilmente schematizzabile, per quanto riguarda la disposizione emotiva di un individuo. Se, nel primo caso, i pericoli di scontri emozionali con i vicini sono più impellenti, in quanto non si possono sfuggire le persone con le quali si abita insieme, tuttavia gli stessi eventi sono più agevolmente anticipabili, proprio perché si conoscono gli atteggiamenti e gli umori di coloro con cui si pratica una consuetudine di vita. È più duro vivere fianco a fianco con gli altri; ma è anche vero che, “in casa”, si è portati a lasciarsi andare con minori inibizioni: il che non costituisce, però, un pregiudizio per l’immagine di sé tanto quanto lo costituisce, anche in caso di ben più innocue trascuratezze e di trascendimenti morali meno gravi, il comportamento “lasso” o equivoco “fuori di casa”. In conclusione, in famiglia si vive più rilassati moralmente, ma con minore incrinatura della propria immagine; fuori della cerchia degli intimi, si tende a regolarsi con maggior rigidità: ora, quest’ultimo meccanismo cova un’inconscia patina di fariseisrno, per la sottesa dinamica che il mettere a repentaglio la propria figura sia, ciò, la reale tensione psichica del soggetto, e non lo sia tanto, in fondo in fondo, quella, più conscia, di “edificare” l’umanità! Per contro, la maggior garanzia offerta dai familiari, in rapporto alla propria immagine, inducendo ad una relativa disinibizione, necessita anch’essa di una correzione di comportamento, se l’individuo non vuol far soffrire i vicini. Da qui l’acuto avvertimento di Maria Anna Sala, perché l’“edificazione” fosse tenuta presente anche “in casa”, e fosse una edificazione di mortificazione di sé; altrettanto, l’avvertenza che l’“edificazione” fosse anche per gli estranei, perché il buon esempio venisse da un’abitudine radicata nell’anima, e non fosse una facile virtù, falsificata dall’esigenza psichica (autoconservativa e “di potenza”) di ben apparire.

[15] Rispettivamente, all’alunna Annunciata Crosti, 31 luglio 1884, in Lettere inedite, p. 166; all’alunna Giulietta Balletti Tizzoni, 23 dicembre 1888, ibidem, p. 188: alla stessa ripete l’insegnamento il 5 gennaio 1890 e il 27 agosto 1890; cfr. all’alunna Camilla Sacconaghi, 18 agosto 1889, ibidem, p. 198. Per l’ultima citazione, all’alunna Rina Spingardi, 20 ottobre 1881, ibidem, p. 155.

[16] Sacra Congregatio Pro Causis Sanctorum. Officium Historicum, Mediolanen. Beatificationis et Canonizationis Servae Dei Mariae Annae Sala Sororis Professae e Congregatione Sororum v. “Marcelline” (+ 1891). Summarium Documentorum ex Officio concinnatum, Romae, 1975, p. 29. Sigla: Summarium Documentorum.

[17] Il metodo dell’incarnazione, in Numero speciale, p. 50. Per la citazione rispondente allo stesso nome, stessa referenza.

[18] Non è stato sottolineato da nessuno; e non fa meraviglia. Il fantasma della sufficienza di sé si rivela proprio nell’abitudine a non rispondere alle missive. Generalmente ciò si verifica nelle persone meno orgogliose, che, anzi, per il loro ufficio possono sentirsi più disponibili agli altri. Infatti, il sotteso meccanismo del tenere a distanza, come inferiori, gli altri è agevolato, in questo preciso fenomeno del rifiuto epistolare, dalla circostanza che la modalità e la forma di autosufficienza sfugge alla immediatezza ed al rifiuto diretto e personale. Non rispondere ad una comunicazione orale sarebbe, invero, impedito dalla palese maleducazione, la cui immagine ciascun brav’uomo tende ad allontanare da sé. Anche il superbo, anche il prepotente risponde ad una domanda verbale: a meno che egli non tenga ad una rappresentazione di sé altezzosa e “superiore”, tale da vincere il disagio naturale della “brutta figura” di persona incivile. Pertanto, l’assenza abituale di risposte epistolari è più grave, moralmente, del rifiuto a comunicare a “viva voce”, poiché l’incuria epistolare è mascherabile di fronte alla coscienza e consente, per di più, la coscienza tranquilla. L’indelicatezza verso il prossimo appare men chiara, arriva sfumata, o non arriva per nulla, all’autoconsapevolezza, e così il sordo può continuare a ritenersi sensibile agli altri. E ciò è la miseria più grande dell’uomo, soprattutto dell’uomo pio.

[19] Lettere inedite, pp. 157-158, 181, e passim.

[20] Sacra Congregatio pro Causis Sanctorum, Mediolanen. Beatificationis et Canonizationis Servae Dei Mariae Annae Sala, ecc. Relatio et Vota Congressus Peculiaris super virtutibus die 25 Maii An. 1976 habiti, Roma, 1976, p. 33. Sigla: Relatio et vota.

[21] Ferragatta, pp. 223-226. Senza minimamente mettere in dubbio il giudizio ecclesiastico insindacabile, accostiamo la “virtù” da un altro punto di vista, esterno a quello dell’autorità competente e ad esso non rapportabile, poiché astratto e, di per sé, avulso dal soggetto individualmente sottoposto alla Sacra Congregazione. In questo ambito di discorso, facciamo qualche esempio. La suora non si scomponeva mai dall’abituale mansuetudine e dall’ossequiosa ed amorosa obbedienza. Si può ipotizzare, in astratto, che tale atteggiamento non escludesse un inconscio orgoglio, inscrivibile nella tendenza, che è autoconservativa, di salvare e conservare una immagine di sé come di suora perfettamente obbediente ed umile. Nel caso tale necessità psichica fosse più impellente, più radicata rispetto all’antagonistico impulso vitale a difendersi dalle umiliazioni, sarebbe naturale che la prevalenza fosse quella della risposta umile ed obbediente. In parole povere: quando uno si trova in circostanze in cui ciò che è più importante, ed anche più atteso dall’osservazione altrui, è fare la figura più bella, la struttura psicologica dell’io permette più facilmente questo esito, preferendolo ad altre soluzioni, anche se più impulsive. I casi di riprensioni ingiuste rivolte appositamente a Maria Anna Sala, per giunta di fronte ad altri, potrebbero considerarsi quanto di più ovvio si dia perché il soggetto aggredito accetti con pazienza e dolcezza la reprimenda. Infatti, a chi verrebbe spontaneo, se non a uno squilibrato o a una persona incontrollata, magari solo per nervosismo all’ultimo stadio, perdere la faccia di fronte ad estranei, tanto più se riguardevoli? Si aggiunga poi un’ultima ipotesi: è possibile che, in tanti anni di vita in comune con persone dalle quali si sono ricevute attestazioni, anche se solo indirette, di stima, un individuo intelligente non arrivi a sospettare che i trattamenti severi possano rispondere, appunto, ad una volontà preordinata, da parte dei maltrattatori, di mettere “alla prova”, come è facile avvenga nei conventi, la pazienza altrui? Nell’ipotesi di una simile intuizione, anche se fosse appena appena percepita, qualunque persona si sentirebbe inchiodata alla pazienza, cioè a confermare l’attesa che si concepisce su di lei, o quanto meno a soddisfare la speranza dell’altra persona.

[22] Su questo argomento è sufficiente leggere la «relazione di Suor Genoveffa Sala», in Summarium Documentorum, pp. 81-83.

[23] L’ispirazione di fondo, come dicevamo, non è la insensibilità, ma è la completa dedizione a colui al quale appartiene il vivere. L’espressione paolina: «Non vivo ormai più per me», ritorna del resto nelle parole e negli scritti di Maria Anna Sala (a Suor G. Sala, 1 gennaio 1874, Lettere inedite, pp. 74-75; Ferragatta, p. 109), ed ha esattamente il senso che non all’educatore appartiene la gloria, ma a colui che lo ha destinato a tale compito, e non dell’interesse personale deve egli occuparsi, bensì del proprio servizio.

[24] Per dovere di cronaca rammento che Maria Anna Sala non mancava di infliggere qualche punizione alle educande; ma lo faceva sempre con tatto e con pazienza, magari con osservazioni indirette, e a volte senza farlo notare al momento. Gli esercizi di penitenza inflitti per correzione potevano così apparire adempimenti normali, e solo in un secondo tempo, quando i meccanismi di difesa e di rigetto da parte della persona redarguita erano diventati meno impellenti, essi erano spiegati e motivati come le punizioni per le mancanze commesse. Per quanto riguarda la pratica dell’osservazione indiretta, ricordiamo quella rivolta ad una ragazza vanitosa, che pretendeva un tipo di scarpe alla moda, con la punta molto stretta. Maria Anna Sala uscì con questa battuta: «Ma il mondo è così grande e tu vuoi morire in un paio di stivalini!» Una battuta più spiritosa intervenne in questo episodio: l’alunna Maria Bono chiacchierava, durante le lezioni, con una compagna, che si chiamava Graziosa; l’insegnante le redarguì dicendo: «Graziosa fa graziosamente ciò che vuole e la Bono bonariamente chiacchiera» (Ferragatta, p. 173). A parte i fatti, pur numerosissimi nell’attività di Maria Anna Sala, i quali, presi a sé, potrebbero apparire lepidi ed insignificanti, è da rilevare l’atteggiamento di fondo del metodo di correzione: esso voleva incidere, anche con taglienti ironie, ma ponendosi sempre in una specie di gioco volutamente – ed efficacemente, perché compiuto con spirito fraterno – bambinesco. L’interessante di tali frecciate – che la medesima Maria Bono in Goldaniga avrebbe poi definito “pepate” – è che esse non erano maschere per coprire nervosismi o impazienze; al contrario, erano modi per “fraternizzare”, poiché si adeguavano allo spirito salace delle adolescenti.

[25] «Una volta ci portò sul terrazzo per farci osservare le varie costellazioni [insegnando astronomia], e mostrandoci l’ordine delle stelle […] ci fece un inno alla bontà di Dio»: Relatio et Vota, p. 25.

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