1987, IF, Un testo raro sui Cappuccini manzoniani

Un testo raro sui Cappuccini manzoniani del critico Cesare Angelini, «L’Italia Francescana», 4-5 (1987) pp. 519-529.

Testo dell’Articolo

Questa presentazione non intende accostare criticamente l’opera globale del manzonista Cesare Angelini, ma semplicemente premettere alcune osservazioni alla parziale riedizione di qualche passo editorialmente raro.

È una constatazione fondata, pur relativamente sconcertante se si considera la distanza psicovegetativa del Manzoni da Francesco d’Assisi, che alcuni tra i più penetranti e seri studiosi del Manzoni siano anche francescanisti o almeno sensibili al messaggio dell’Assisiate[1].

Un altro importante nome, tra i manzonisti francescani scomparsi, è Giulio Salvadori, uomo politico e terziario francescano[2].

L’Angelini fu invece sacerdote e «educatore», tanto manzoniano quanto profondamente lombardo[3]. Attento al discorso del Manzoni, egli non solo pubblicò alcuni volumi specifici al riguardo, ma anche inseriva abitualmente e spontaneamente nei suoi «discorsi» parenetici espressioni o episodi tratti dall’opera del Manzoni stesso[4].

Per l’Angelini, come egli stesso sentenziò, Manzoni fu «una verità che ci accompagna tutti i giorni»; Carlo Arturo Jemolo lo definì «fratello spirituale del Manzoni, nella sua capacità d’investigare il cuore umano, di porre a punto i problemi essenziali per l’uomo»[5].

Nella «nota (quasi) bibliografica» al Manzoni del 1942, l’Angelini esprimeva la convinzione, con «invidia» per i posteri, che, se i lettori del suo tempo potevano comprendere I Promessi Sposi «meglio di coloro che l’[avevano] visto nascere», coloro che sarebbero venuti in seguito sarebbero stati in grado di penetrarlo ancor di più, poiché «ogni epoca che lo legge vi porta l’arricchimento delle proprie esperienze». E ha avuto ragione.

Un impulso sostanziale allo studio del Manzoni è stato dato intorno al 1973, ripetutosi ora intorno al bicentenario della nascita. Lo scrittore, poeta e saggista è stato rivisitato con strumenti metodologici nuovi – come lo strutturalismo – o in riferimento a codici culturali impostisi da poco in Italia – come la critica psicoanalitica – o su premesse concettuali riformulate – come il marxismo –; determinante soprattutto si è rivelata l’analisi testuale, arricchitasi degli apporti variantistici dopo che è stata possibile l’indagine delle varie stesure dei testi manzoniani. Non mancano ovviamente seri studi biografici, accanto ad altri meno validi, e molti interventi saggistici sulle opere storiche o dottrinali del Lombardo. In sostanza, comprova l’interesse per l’autore la mole delle pubblicazioni sui vari soggetti manzoniani e sulla vita, puntualmente riferiti dal Bollettino bibliografico del Centro Nazionale Studi Manzoniani – supplemento della Rivista «Otto-Novecento» di Umberto Colombo, edita ad Azzate –. I contributi critici rivelano un effettivo ampliamento cognitivo – anche se non possono mancare gli attestati, come è giusto, di deficienza ermeneutica –.

Convergendo il fuoco – che non vogliamo, qui, puntualizzato sulle angolature prospettiche – al genere di approccio dell’Angelini, che è quello di una critica rigorosa e insieme estensiva, diciamo che anche su questa strada si è camminato molto: sarebbe scorretto, qui, dimenticare alcuni studiosi, nominando altri. Il metodo dell’Angelini è quello di una lettura ponderata del testo in sintonia con l’autore del testo, la cui ispirazione di fondo è desumibile anche dalle convinzioni provate. Ne deriva una spiegazione tutt’altro che soggettiva, in quanto abbarbicata al dato scritto, e al contempo allargata alle problematiche della coscienza manzoniana: dialettica ed « equivoca nel percorso», ma unidirezionale ed univoca nella fede, vale a dire nelle certezze che sono alla fine di tutte le cose.

Qui presentiamo dell’Angelini alcuni passi tratti da opere varie di genere non manzoniano; ne segnaliamo, prima, le tematiche similari in quegli scritti che sono editi dalla Bignami, poi offriamo al pubblico un intero paragrafo «francescano-manzoniano», anche nella fiducia di stimolare i lettori alla conoscenza dei relativi libriccioli, preziosi quanto snelli, dai quali vengono estratti i brani in oggetto[6].

Una tematica emergente è quella della «comunione dei santi», al di fuori della cui verità l’opera letteraria del Manzoni non può essere compresa. L’anticipo dottrinale, esposto poeticamente, è nell’inno La Pentecoste, romanzescamente modulato, poi, nel romanzo.

Questo voleva dire il poeta della Pentecoste quando, contemplando il mistero della Chiesa, la salutava Madre dei santi

Ma questo splendore di carità e di santità è l’effetto visibile d’un altro fatto consolante e invisibile: la comunione dei beni o il misterioso potere degli uni a meritare per gli altri, attuando misticamente la legge di un divino comunismo nei modi più impensati. Accade che un’anima vissuta tutta la vita lontana da Dio, può essere illuminata a un certo momento, o nel suo passo estremo, per la preghiera che altri fanno o faranno (anche lontani nel tempo) per lei. Se è lecito ricordare un libro di vita, come non sospettare che la conversione dell’Innominato sia dovuta in parte o forse in tutto alla preghiera di Lucia? O lo stesso don Rodrigo che scompare in un lume di tranquillo mistero… Non per nulla il Manzoni nel suo momento estremo gli fa trovare vicino Lucia che prega per lui e Renzo che gli perdona. Nelle vie dello spirito nulla va perduto, e il bene non resta senza un suo beneficio. La vittima può meritare per il carnefice, il santo può espiare per il peccatore; l’innocente che non ha l’esperienza del male, è il più adatto a portarlo senza esserne contaminato, e a cancellarlo negli altri. Solo così, forse, si spiegano certe sofferenze.

E poiché siamo vicini al Manzoni, restiamoci un poco. Questa gioconda fruizione di beni è resa mirabilmente nel capitolo 23° del romanzo, nell’incontro dell’Innominato con Federico e la folla che nella chiesetta del villaggio attende l’arrivo del Cardinale. Dice l’Innominato: ‘Lasciatemi, buon Federico, lasciatemi. Un popolo affollato vi aspetta; tante anime buone venute di lontano per vedervi, per sentirvi’. Risponde il Cardinale: ‘Quell’anime son forse ora ben più contente che di vedere questo povero vescovo. Forse Dio, che ha operato in voi il prodigio della sua misericordia, diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora la cagione. Quel popolo è forse più unito a noi senza saperlo; forse lo spirito mette nei loro cuori un ardore indistinto di carità, una preghiera che esaudisce per voi, un rendimento di grazie di cui voi siete l’oggetto non ancora conosciuto’[7].

La condizione del «viatore» non è dunque di solitudine: l’uomo che percorre le strade della vita ha fratelli ovunque. Oggettivamente. Né è necessario che egli li sappia: lo Spirito, agendo in loro, vi ispira una preghiera nascosta, magari nata nell’incertezza di tutto ma certa della sua origine, grazie alla quale la canna agitata dal vento è raggiunta da quell’«alito» che muove tutti i figli. Né ad alcuno fa d’uopo un di più: ma solo che, in quel momento, stia attento. Un’intersecazione ed una concatenazione mirabile, il «corpo».

«Il Manzoni questo problema l’ha prospettato molto bene in certe grandi figure del romanzo. Nell’Innominato, per esempio, che rappresenta il cattivo nel senso più consapevole, in quanto è l’uomo che adopra tutta la sua potenza nell’organizzare il male. Ma anche per l’Innominato sorge un’alba piena di luce e di campane che lo illumina e converte: e, diventato un altro, spende tutte le forze e il resto della vita nel fare il bene. Anche nella figura di don Rodrigo, la sola di tutto il romanzo che uno potrebbe giudicare perduta. Ma nessuno ha il diritto di pensarlo, se i suoi perseguitati – Renzo e Lucia – pregano per lui, e il loro bene lo segue. Il motivo di speranza, la sua salvezza inizia nella chiesetta del convento, quando P. Cristoforo salutando i fuggiaschi li invita a pregare: ‘Noi vi preghiamo ancora per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo. Noi saremmo indegni della vostra misericordia, se non ve la chiedessimo di cuore anche per lui: ne ha tanto bisogno!’. È vostro nemico. Compete con voi. Toccategli il cuore, rendetelo vostro amico, concedetegli tutti i beni che noi possiamo desiderare a noi stessi. E si sigilla nel Lazzaretto, davanti al giaciglio dov’egli è moribondo. Il Manzoni lo circonda della più ampia economia di bene: le preghiere di P. Cristoforo, di Lucia, il perdono di Renzo; e tiene sospeso il giudizio fino all’ultimo: quando lo vediamo scomparire nel lume di un tranquillo mistero. Mai è stato più altamente celebrato il mistero della salvezza operante nel mondo attraverso il dogma della comunione dei santi: quella circolazione della Grazia, che è la più maravigliosa astuzia di Dio: che gli uni possano meritare per la salvezza degli altri»[8].

L’episodio dell’Innominato serve all’Angelini per illustrare non solo la «comunione dei santi»[9], ma anche il mezzo «umano» dello scorrimento di grazia, e cioè la bontà, l’atteggiamento amorevole verso il prossimo.

«La carrozza che porta Lucia al Castello è in vista. L’Innominato manda la vecchia a incontrarla, e le dice: ‘Falle coraggio’. ‘Cosa le devo dire?’, risponde la vecchia. ‘Cosa le devi dire? Falle coraggio, ti dico. Tu sei venuta a codesta età senza sapere come si fa coraggio a una creatura che soffre? Hai tu mai sofferto affanno di cuore? Non sai le parole che fanno piacere in quei momenti? Dille di quelle parole. Trovale, alla malora. Va’. La vecchia era una povera donna che, nonostante la vita grama nel castello dove si trovava dalla nascita, non aveva mai sofferto. Ora non sa esser sensibile alla sofferenza altrui, non sa trovare, non sa dire le parole che consolano. Nella sua anima congelata, nessun baleno di cielo o di umanità. Ma c’è, nel capitolo vicino, un’altra donna, la moglie del sarto. Mandata al castello a prendere Lucia, dopo la conversione dell’Innominato, è stata scelta come ‘una donna di cuore e di testa’, la donna che avrebbe saputo usare ‘le maniere più a proposito’ al buon incontro, e le parole più adatte a rincorare, a tranquillizzare quella poverina. E, arrivata a lei, le va vicino, si china sopra di lei, le prende le mani come per accarezzarla, e le dice: ‘Poverina, venite con noi ‘. Il volto della buona donna e le parole e i gesti prendono talmente Lucia che le dice: ‘È dunque la Madonna che vi ha mandata?’; e si stringe a lei e le nasconde il viso in seno. E quello che le dice nel tragitto e quello che le fa appena raggiunta la casetta del villaggio, uno può vederselo nei capitoli 23 e 24 del divino romanzo. Che c’è d’incantato nelle parole e negli atti della buona donna, se Lucia si sente allargare il cuore e la scambia addirittura per una messaggera della Madonna? Madre, le sue parole sono ricche delle virtù e dei sacrifici d’una madre, e ciò le rende facile capire e consolare, nei modi semplici che s’addicono a un’anima semplice, nutrita di preghiera e di saggezza quotidiana.

Ma nel divino romanzo – si dice romanzo ma è libro di vita, studiato sulla vita – c’è anche un modo aristocratico e alto di consolare. E non vorrete ricordare, almeno una volta, quel padre Cristoforo che giunge alla casetta dov’era aspettato dalle due donne afflitte per il matrimonio andato a monte? Dice, con parole staccate dal Cielo: ‘Poverette, Dio vi ha visitate’. Una nuova visione dell’afflizione, proprio al rovescio di come la vede il mondo. È la maniera eroica di consolare, la maniera dei santi. Quelle parole portano con sé un valore morale che scaturisce dalla vita stessa di colui che le vive; vita di fede e di virtù, di preghiera e di sacrifici. Pensate se le avesse dette don Abbondio: le avrebbe fatte ridere, se in quel momento avessero potuto ridere.

Sarà anche il modo di consolare del Cardinale. Non diciamo del colloquio con l’Innominato e la consolazione che riesce a dare a quello spirito inquieto. Ricordiamolo in un episodio più umile: quando, nella stessa casa del sarto, Agnese gli racconta com’è andata la storia del matrimonio… Naturalmente la povera donna tende a far cadere tutta la colpa sul curato. Ma Lucia, non contenta di quella maniera di raccontare la storia, interviene con timida gentilezza e soggiunge: Però anche noi abbiamo fatto del male: si vede che non era la volontà del Signore che la cosa dovesse riuscire’. E subito il gran Cardinale: ‘Che male avete fatto voi, povera giovine? Prendete dalla mano di Dio i patimenti che avete sofferti, e state di buon animo. Perché, chi avrà ragione di rallegrarsi e di sperare, se non chi ha patito e pensa ad accusar sé medesima?’. Lucia si sente capita. E se prima era afflitta, temendo d’esser gravata d’una colpa, ora ne  sollevata: perché, motivo di consolazione è anche questo sentirsi compresi e vedere che altri ci comprendono meglio di noi stessi. Capire e aiutare a capire, con dolcezza, con umiltà; questa è la religione monda e immacolata di cui parla san Giacomo. Capire e aiutare a capire, qui è Dio […].

Certo per consolare gli afflitti non ci sono ricette né precetti. Basta una cosa pi semplice: l’amore. Se c’è amore, la consolazione non cade invano, e le parole dette fanno rifiorire un’anima, spesso salvano una vita. S’è detto e ripetuto che tutte e quattordici le opere di misericordia sono faville dello stesso maglio, sono la pratica della carità. Ma su questa – del consolare gli afflitti – s’appunta il fiore della carità, ed è affidata alla capacità inventiva e trovativa del cuore umano. È la più delicata e fine.

Non è di tutti il riuscire a consolare. Bisogna avere un titolo molto alto, una dotazione spirituale molto intensa; se no, si rischia di fare del male invece che del bene. Padre Cristoforo, il Cardinale, padre Felice, la buona vedova nel Lazzaretto possono consolare perché le loro parole scaturiscono dalla densità della loro vita cristiana. Gli altri – don Abbondio, il Padre provinciale – che vivono di calcolo e di politica, creano imbrogli e intrighi: mandare a monte un matrimonio o mandare padre Cristoforo da Pescarenico a Rimini, che è una bella passeggiata»[10].

L’opera di misericordia più giusta e più profonda è perdonare, dare, cioè, con la pace il proprio contributo alle possibilità di pace del fratello: perché il Signore la doni a tutti. Parlando della parabola evangelica che assimila il regno dei cieli a «un re che regola i conti coi suoi servitori», l’Angelini dice:

«Ma vorremmo tentare una interpretazione più fonda della parabola, e dire che il Signore esige il nostro perdono al prossimo, non solo perché Lui possa perdonare a noi, ma anche perché possa perdonare a quel nostro fratello che ha conti aperti con noi. Quasi che il nostro mancato perdono sia un ostacolo al suo stesso perdono. Ora non vogliamo insistere sulla interpretazione un poco ardita; ma chissà che non possano avere in questo senso un’applicazione (oltre alla teologica e tradizionale) le parole di Gesù: ‘Tutto quello che avrete perdonato sulla terra, sarà perdonato anche in Cielo, e tutto quello che non avrete perdonato sulla terra, non sarà perdonato nemmeno in Cielo’. È la coraggiosa situazione che il Manzoni crea nel suo romanzo; quando, al Lazzaretto, pare faccia dipendere il perdono di Dio a don Rodrigo morente dallo stesso perdono di Renzo. Dice padre Cristoforo a Renzo che non vuoi perdonare: ‘Forse il Signore è pronto a concedergli un’ora di ravvedimento, ma vuol prima essere pregato da te. Forse la salvezza di quest’uomo dipende ora da te, da un tuo sentimento di compassione, di amore, di perdono’. Può darsi che le parole vogliano dire semplicemente che Renzo, perdonando, fa una opera buona il cui valore andrà a vantaggio del povero morente. Ma se volessero dire di più? Se volessero dire che lo stesso perdono di Dio al nostro prossimo è vincolato al perdono dell’uomo?

Allora il perdono, che pare un peso, sarebbe una prerogativa divina comunicata all’uomo: un suo modo di intervenire nella stessa economia della Redenzione. Perché la Fede è splendente, la Speranza è ridente, ma solo alla Carità è affidata la nostra concreta partecipazione alla vita divina»[11].

Mediatrice speciale nella «comunione dei santi» è la Madre di Gesù, sulla quale l’Angelini insiste parecchio[12].

Diversi altri spunti si potrebbero, poi, evidenziare, ad esempio ne Il regno dei cieli: quando l’autore, mettendo in guardia dall’identificare l’interpretazione soggettiva della volontà di Dio con la volontà stessa di Dio, ricorda Donna Prassede, che incorreva nell’abbaglio «grottesco» di «prendere per Cielo il suo cervello». È indispensabile dunque l’umile conoscenza di sé, contro la quale sta l’orgoglio, dal Manzoni presentato come «il contrapposto della religione». Tale il pubblicano del racconto evangelico, tale la famiglia della monaca di Monza: «La religione, come l’avevano insegnata alla poveretta, non bandiva l’orgoglio, anzi lo santificava e proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata della sua essenza, non era più una religione, ma una larva come le altre»[13].

Per illustrare e commentare la dottrina della Provvidenza, Cesare Angelini si serve spessissimo dei Promessi Sposi, e direi che proprio questo sia l’uso più cospicuo del Manzoni nelle sue lezioni.

Ora, invece, riportiamo per esteso il lungo, ma sempre agile, brano dell’Angelini sul francescanesimo del ‘200 e sulla cappuccinità del ‘600 manzoniano: «Saio, color cordiale»[14].

«In due libri i frati francescani si trovano bene come in convento: nei Fioretti e nei Promessi Sposi. Due libri, due civiltà: la mistica, del Duecento; e la romantica, dell’Ottocento, anche se provvisoriamente e per comodo collocata nel Seicento.

Nei Fioretti, l’Ordine è colto nella sua infanzia, nel suo momento eroico. I frati vivono giorni ingenui, alla libera, all’evangelica; senza regole, fuor che quella che ha dettato il Signore: ‘Non tenete oro né argento, non due vesti…’. Nessuna angustia per le cose da mangiare, da vestire, per le case da abitare. Tanto che a San Domenico, frate sodo e positivo, quel modo di vivere pareva un’indiscrezione, una provocazione al buon senso. Ma essi fanno capitale della Provvidenza; sanno che il dono di vivere è passato negli uccelli e nei fiori del campo: e gli uccelli e i fiori sono i loro maestri: ‘Guardate i gigli dei campi e gli uccelli dell’aria…’.

Di giorno aiutano la gente a lavorare negli oliveti, nei prati, e ne hanno in compenso un pezzo di pane; se no, vanno a mendicarlo alle porte, con intima gioia ‘parendogli d’accostarsi alla mensa del Signore’. Calmano la sete ai fonti, e la notte ricoverano in capanne, nei loro conventini – San Damiano, la Porziuncola, Rivotorto, le Viole, Monteluco – celluzze di frasche e di fango battuto di ciottoli, di sassi e di ombre; perché il giorno del giudizio le case dei ‘poverelli’ (dei ‘minori’), crollando, non devono far rumore.

A vederli così, in una visione corale, paion branchi di uccelli che partono e non si sa su che rami andranno a posare. Giullari, sentono la natura nella sua genuinità. Le piante, le acque, il sole, le rondini, portati su un piano umano, li chiamano fratelli, sorelle; preparano le tessere per il Cantico delle creature. Fra Bernardo parla con Dio come l’amico fa con l’amico: ‘ed era così assorto che per quindici giorni continui andò con la mente e con la faccia al Cielo, a modo di rondine che si ciba’. Fra Pacifico ha le visioni, ‘e vide l’anima di fra Umile andare in Cielo’. E se fra Masseo si diverte, anzi ci diverte facendo sulla piazza, il girotondo come i fanciulli, fra Ginepro ci offre la sua godibile inventività culinaria. Predicano agli uccelli, ai pesci, ricevono umiliazioni, beffe, botte; ma, strada facendo, espongono le cose ov’è perfetta letizia, sempre in armonia con questo mondo così ben fatto. Parlano con volto rapito, con gesti stupiti. Ricca di fronde e d’ombre, l’Umbria è tutto un paese innocente. Fra quei tuguri e le vigne e gli olivi si restaurano i giorni del Vangelo, rivivendo un’espe-rienza religiosa temeraria a forza d’essere semplice.

Nuovi cavalieri di Cristo, i frati partono per la conquista di donne oltremirabili: Madonna Umiltà, ‘per la quale uno va in su, quando va in giù’; Madonna Povertà, ‘che ha per servitore Iddio’, espansiva, allegra, e non ha avuto l’uguale nella storia. Talvolta la dama si chiama più concretamente Chiara, o Giacomina Settesoli. Il senso cavalleresco schiude orizzonti alla fantasia, risveglia il senso dell’avventura e l’amore di terra lontana, che li porta in Oriente dove Francesco da poco ha creata la ‘provincia d’Oltremare’; e presto sono avvolti d’aura leggendaria. È il momento eroico della loro storia; e storia leggenda poesia avventura fondendosi insieme, fanno dell’Umbria una terra votiva, la nostra Terrasanta. Francescano è parola entrata nel linguaggio a significare una condizione di vita, un’atmosfera, occasione di poesia.

Nei Promessi Sposi, l’Ordine arriva naturalmente adulto, con quattro secoli di vita, di esperienza, di lotte, di riforme, di trasformazioni. Ci arrivano con la barba e il cappuccio: i Cappuccini, che sono del ‘600 e sorti da un bisogno di richiamar l’Ordine da un vaneggiare pericoloso a una maggiore severità. Dunque, con altra forma e altra forza. Quando era fanciullo, parlava da fanciullo, viveva da fanciullo, operava da fanciullo. Ora è maturo, pieno di nuove disponibilità. Ha una coscienza operosa, una gerarchia, un codice, magari dei privilegi. È una grandiosa collaborazione: è il momento storico dell’Ordine. In fondo, la stessa evoluzione avvenuta nella Chiesa che in un primo tempo è solamente evangelica: quelle prime comunità cristiane, quei sodalizi casalinghi vivevano un Cristianesimo primordiale e commovente. Umile gente, umili opere e giorni. Poi viene San Paolo, e da quel rivolo nasce il grande fiume. Nasce la Chiesa, con la sua organizzazione, la sua forza, la sua disciplina che vale quanto la dottrina, dentro la quale le anime trovano sicurezza, aiuto. Senza organizzazione, quei nuclei evangelici si pensa che sarebbero stati percossi e bruciati come germinazioni esitanti, indifese.

Ma ritorniamo ai frati.

La loro presenza nel romanzo, si sa, è imponente; prima di tutto per il numero. Un pregiudizio che nel secolo passato trattenne molti dalla lettura del libro, era che vi si incontravano troppi sai, troppi cappucci e sandali. È l’accusa banale del Settembrini. Se poi li guardiamo all’opera, il romanzo è ‘l’epopea dei frati’. La loro missione è la carità in atto, il Vangelo in azione. Fare del bene, come comanda il loro motto ‘Pax et bonum’. Alla primitiva libertà evangelica, s’è sostituita l’organizzazione cattolica. Lo volevano i tempi, in cui era portata al massimo grado la tendenza degli individui a tenersi collegati in classi, a formarne di nuove, a procurare la maggiore potenza di quella a cui appartenevano. Restar soli e appartati, voleva dire essere nella condizione del solito vaso di terra costretto a viaggiare in compagnia di vasi di ferro, con le conseguenze che naturalmente si possono prevedere. Uniti, formavano una temibile potenza. Quando Lucia, dopo il matrimonio andato a monte, manda a chiamare padre Cristoforo, il Manzoni giustifica tanta confidenza: ‘Nessuno pensi che quel padre Cristoforo fosse un frate di dozzina, una cosa da strapazzo. Era anzi uomo di molta autorità presso i suoi e in tutto il contorno, ma tale era la condizione dei cappuccini che nulla pareva per loro troppo basso né troppo elevato. Servir gl’infimi ed essere servito dai potenti, entrar nei tuguri e nei palazzi; il cappuccino era spesso un personaggio senza il quale non si decideva nulla’.

A dire quant’è spiegata la loro disponibilità organizzativa, ricordate che gli stessi bravi, in momenti che fuori non era troppo buon’aria per loro, si rifugiavano nei conventi. E la monaca di Monza, la signora avvezza ad accordar protezione, un certo momento confessa: ‘in un caso, in un bisogno, saprei anch’io far capitale della protezione dei cappuccini’. Gli stemmi cedono al saio. I poteri e i privilegi dei frati erano tali che (dirà il guardiano del convento) urtare un cappuccino, sarebbe stato un attirarsi il biasimo di tutti i cappuccini dell’universo.

Ma il caso che ci dà in pieno la potenza dell’Ordine in funzione, è quello di padre Cristoforo che organizza la partenza degli ‘sposi’ rimasti ‘promessi’ dal paese nativo, per sottrarli dalla persecuzione di don Rodrigo. ‘Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione, torrente a pochi passi da Pescarenico. Lì vedrete un battello fermo. Direte: barca. Vi sarà domandato: Per chi? Rispondete: San Francesco. La barca vi riceverà, vi trasporterà all’altra riva, dove troverete un barroccio che vi condurrà fino a…’.

Commenta il Manzoni: ‘Chi domandasse come fra Cristoforo avesse così subito a sua disposizione quei mezzi di trasporto, per acqua e per terra, farebbe vedere di non conoscere qual fosse il potere di un cappuccino’.

Certo diverso e maggiore di quello dei minori che abitano i Fioretti, e ancora li videro gli occhi di Dante ‘andar per via’. È il potere dell’Ordine cattolico organizzato sull’Ordine evangelicamente libero. E anche questo va detto: che mentre nei Fioretti in ogni frate si esalta il Santo, il Fondatore, nei Promessi Sposi ogni frate celebra l’Ordine, l’organizzazione. Ma minori o maggiori, tutt’insieme ra-presentano i grandi valori umani; e il saio è sempre un colore cordiale». [Francesco di Ciaccia]

[1] Oltre allo specialista Giuseppe Santarelli, non pochi se ne potrebbero nominare, tra cui Francesco Mattesini, Silvio Pasquazi, Giuseppe Pozzi, Aldo Bergamaschi, Umberto Bosco, Giorgio Petrocchi, Mario Sansone, Giorgio Bàrberi Squarotti, Carlo Bo, Ettore Bonora, Giuseppe Belotti, Pompeo Giannantonio, Ines Scaramucci, Ric-cardo Scrivano, Mario Pomilio, solo per ricordarne alcuni. Di Ferruccio Ulivi, cfr. il nostro articolo Francescanità ne «I Promessi Sposi», in «L’Italia Francescana», 5 (1985) p. 608.

[2] A. Mazza, Giulio Salvadori e il «Natale 1833», in «Salvadoriana», 6 (1985) 12-14. Di Salvadori, ironicamente definito «manzoniano estatico» da F. Cordero (La fabbrica della peste, Bari 1983, p. 150, nota 9), cfr. Enrichetta Blondel e il Natale del 1833, Milano 1929.

[3] M. Talamona, presentazione a C. Angelini, Perpetua e don Abbondio, Mi-lano 1984, p. 7.

[4] Il dono del Manzoni, Firenze 1924; Manzoni, Torino 1942; Commento a I Pro-messi Sposi, Torino 1958; Invito al Manzoni, Brescia 1960; Variazioni manzoniane. Raccolte antologiche di scritti, magari meno noti, si susseguono ancora: ad esempio,  Con Renzo e Lucia (e con gli altri). Saggi sul Manzoni, a cura di P. Gibellini e A. Stella, Brescia 1986; Il Manzoni e le sue idee, testo di una conferenza del 1960, ora in «L’Araldo lomelliano», 1986, ecc.

[5] Citiamo dalla prefazione di M. Talamona, op. cit., p. 8.

[6] La Casa Editrice E.U. Bignami, tramite la stessa titolare, mi ha concesso di fare uso dei brani in oggetto; la sorella di Cesare Angelini, Rita Angelini, avente diritti successori, circa le sillogi del fratello edite dalla Bignami mi notificava con lettera del 4 marzo 1987: «Faccia pure le pubblicazioni che desidera fare: ha la mia autorizzazione». Colgo l’occasione per rammentare i preziosi libri di Cesare Angelini editi dalla medesima Bignami: Fatti e parabole; I doni del Signore; Il regno dei cieli; I discorsi di Assisi.

[7] I discorsi di Assisi, 1a ed. 1973, pp. 203-204.

[8] Ibid., pp. 55-57.

[9] Fatti e parabole, 1 ed. 1970, pp. 61-62.

[10] Ibid., pp. 53-57.

[11] Il regno dei cieli, la ed. 1971, pp. 232-233.

[12] I discorsi di Assisi, cit., pp. 171-172.

[13] Il regno dei cieli, cit., pp. 177-178.

[14] I doni del Signore, la ed. 1970, pp. 67-72. Questa opera è la riedizione di un raro «libretto del 1930» (dalla prefazione dell’Autore).

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