1991, IF, L’anticipazione escatologica di Gioachino da Fiore

L’anticipazione escatologica di Gioachino da Fiore, «L’Italia Francescana», n. 3, maggio-giugno 1991

Testo dell’Articolo

Le linee di sviluppo del pensiero gioachimita

La posterità culturale di Gioachino da Fiore (1130-ca. 1202) seguì un duplice tracciato. Il primo è quello esegetico che ha interpretato «storicamente» le profezie della Scrittura e in particolare dell’Apocalisse. Esplosa sul finire del Medioevo, perdurò per ben sei secoli consecutivi, diramandosi nel protestantesimo e nel cattolicesimo moderno. Questa esegesi consiste nel leggere nei testi sacri l’evolversi della Chiesa fino alla sua consumazione. «Storiografia apocalittica», è stata denominata da Yves Congar o lettura «tipologico-storica», da Herbert Grundmann.

Gioachino non l’inventò di sana pianta, ma la privilegiò e la sistematizzò al servizio della sua tendenza esegetica simbolistica. Chi seguì questo filone, e fino ai nostri giorni, ha dovuto tener conto delle applicazioni tentate dai predecessori e, in considerazione dei fatti storici compiuti o in via di compimento, ha dovuto di volta in volta spostare i termini reali dell’interpretazione escatologica, ossia delle varie tappe fenomeniche della storia salvifica.

Le profezie «storiche» o apocalittiche scaturite da Gioachino da Fiore, o a lui attribuite, mescolate talora a fonti più antiche oppure a fantasie più recenti, riguardano ad esempio le raffigurazioni concrete dell’Anticristo (per alcuni sarà Federico II, per altri Bonifacio VIII e così via, fino a individuarlo in Marx, in Stalin, ecc.); oppure riguardano la conversione dei Giudei, l’imperatore universale (Dante sembra esserne debitore), il papa angelico, ecc. L’influsso di Gioachino non manca di un qualche fondamento: egli dissertò a lungo sulla riunione dei Greci scismatici alla Chiesa romana e sulla conversione di Israele, quando si sarebbe compiuta l’età dello Spirito; ha annunciato un «santo pontefice universale della nuova Gerusalemme», simboleggiato dall’Angelo dell’Apocalisse che sale dall’Oriente per inaugurare la nuova èra (Liber concordiae novi ac veteri testamenti, Venezia, 1519, l. 5, cap. 84, f. 112v; l. 4, cap. 31, f. 56r): alcuni Spirituali lo identificarono in Celestino V, e lo stesso Ruggero Bacone avrebbe invocato un siffatto pontefice «perché sia rinnovato il mondo ed entri nella Chiesa la totalità dei Gentili» (Cfr. Morton W. Bloomfield, Joachim of Flora, a critical survey of his canon, theachings, sources, biographv and injluence, in «Traditio», vol. 13, New York 1957, p. 304).

Il filone più interessante, che prende le mosse da Gioachino, è invece quello che definirei «teologico-spirituale». Esso punta sull’idea di una «terza età», o meglio di un «terzo stato», o «tempo», della storia salvifica. Comunque lo si voglia configurare – le interpretazioni critiche si sono accavallate, nel nostro secolo -, è certo che questa «terzietà» precede la vita ultra terrena, la cosiddetta «vita eterna». Il messaggio dell’abate da Fiore, quale che sia la fondatezza ermeneutica, ha avuto ad ogni buon conto il merito di «costituire veramente la chiave di volta del passaggio dal Medioevo al Rinascimento, dall’attesa della fine dei tempi all’attesa della nuova èra» (R. Morghen, L’attesa dell’età nuova nella spiritualità nella fine del Medioevo, Todi 1962, p. 452).

Questa linea apocalittica, o meglio palingenetica, ha registrato l’adesione di uomini eccellenti, teologi e filosofi, come si è rivestita spesso di forme popolari, tanto che nel 1970 Pierre Chanu poté asserire che la «fanteria dell’Apocalisse», ossia «i fanatici dell’Apocalisse, gli uomini della luce interiore, dell’attestazione dello Spirito Santo, confuso o no con l’evidenza razionale, appartengono a tutte le epoche del cristianesimo». Questa stessa visione è cresciuta non solo dentro la Chiesa o ai suoi margini, ma anche fuori di essa, investendo il pensiero laicizzato dall’epoca moderna ed ha agito da fermento nel processo di secolarizzazione.

Elementi essenziali del pensiero di Gioachino da Fiore

Sostanzialmente, Gioachino da Fiore fu un conservatore, addirittura rivolto al passato, sia nel perseguire l’ideale di un monachesimo primitivo e anacoretico, in contrasto con l’Ordine cistercense – egli fu abate di Corazzo nel 1177 -, sia nel praticare come metodo teologico un’esegesi allegorica secondo i procedimenti scolastici, addirittura denunciando la «superstiziosa produzione dei moderni». D’altra parte, riteneva che la scolastica irrigidisse il pensiero rivelato entro schemi immobilizzanti. Da qui il suo metodo delle «concordanze» bibliche.

Uno dei capisaldi della teologia scolastica era lo schema ternario della storia salvifica, così suddivisa: creazione-redenzione-parusia. Riassumiamo la concezione tradizionale con la formula di Charles Journet: «All’età del Padre, che è l’età della creazione nell’innocenza, succederà l’età del Figlio, quella della Redenzione, e l’età dello Spirito, quella della Santificazione» (Si noti che l’età della Redenzione è a sua volta scandita dalla «attesa» della redenzione e dal «compimento» di essa, con Cristo).

Uno spostamento di cesura nella fase di santificazione, operato da Gioachino da Fiore, comportò una rivoluzione che non ha pari in nessun altro innovatore medioevale. Egli estendeva l’età del Padre fino all’Incarnazione redentrice; l’età del Figlio coinciderebbe con quella della Chiesa presente; ma ad essa sarebbe ben presto succeduta, su questa stessa terra, l’ultima età della «santificazione », la «terza età della Chiesa»: della Chiesa in terra, s’intende. La caratterizzazione di questa condizione epocale sarebbe stata la «spiritualis intelligentia» della verità di Dio, al di là del «gramma», cioè della «lettera» della rivelazione. Per «attributio personarum», questa «intelligentia» è prerogativa dello Spirito Santo, tanto che egli chiama il Signore con il nome di Spirito. In altri termini, lo Spirito è il «contenuto vivente» (II Cor., 3, 6-18) della lettera rivelata, ne è il senso intimo ed è colui che, appunto, lo fa comprendere (Expositio in Apocalypsim, Venezia 1527, cap. V, f. 5).

Gli studi recenti rendono giustizia all’intenzione di Gioachino di voler essere fedele alla dottrina della Chiesa; ma è indubbio che l’elemento innovativo era di per sé un «fermento corruttore», come recentemente definito da Marie-Dorninique Chenu, o comunque «profondamente sovversivo» (Ernesto Buonaiuti).

Per Gioachino, se il Nuovo Testamento è uno solo, tuttavia è «diviso in due e quasi duplice» (Expositio in Apocalypsim, cap. 6, 6). In effetti, «non soltanto il Figlio è apparso nella carne, ma lo Spirito si è degnato di rivelarsi nella colomba e nel fuoco; questo tempo che viene chiamato della grazia si divide dunque in due porzioni di tempo, distinzione assolutamente necessaria […] E quando verrà quel tempo, l’acqua dell’evangelica lezione si convertirà in vino» (Tractatus super quatuor evangelia, a cura di E. Buonaiuti, Roma 1930, p. 191). Siffatto tempo è quello di una «prodigiosa palingenesi», dalla quale emergerà veramente un’altra Chiesa, portatrice del Vangelo spirituale di Cristo, o meglio del «Vangelo in ispirito procedente dal Vangelo di Cristo […] È quello che san Giovanni nell’Apocalisse chiamava il ‘Vangelo eterno’» (Psalterium decem cordarum, p. 260: collegato con Expositio in Apocalypsim).

Una trasformazione così radicale non si compirà senza traumi. In un primo tempo la Chiesa della circoncisione fu perseguitata da Vespasiano e da Tito, e da ciò nacque 1’«ordine clericale nel mondo». Poi di nuovo «bisogna che la madre passi attraverso i dolori, perché il figlio arrivi a vedere la luce: quando Dio onnipotente vuol distruggere le cose vecchie per stabilirne delle nuove, permette che una persecuzione si abbatta sulla Chiesa. Egli abbandona alla sorte ciò che deve finire e protegge ciò che deve restare, perché il nuovo bene, che fino allora era nascosto, per così dire, nelle tenebre, venga mediante questa occasione alla luce» (Tractatus super quatuor evangelia, cit., pp. 42-43). Le doglie del parto sembrano essere di fronte agli occhi di Gioachino: i figli di Levi si ingrassano con i beni del Crocifisso, i monaci conducono una vita mondana, ecc. Ma non tanto sulla corruzione morale insiste Gioachino, a differenza di altri «profeti» del tempo: egli soprattutto addita un nuovo ordine di vita, esemplare della nuova età, «l’ordine di uomini eremiti, emuli della vita degli angeli» (Expositio in Apocalypsim, cit., ff. 175-176). Come la vita apostolica è simboleggiata dal figlio dell’uomo dell’Apocalisse, così la vita eremitica è simboleggiata dall’angelo dell’Apocalisse «che uscì dal tempio che è nel cielo» (Ap., 14, 14-15).

Posto sotto il segno del Vangelo eterno, l’ordinamento della terra, nella terza età, sarà pace, verità, giustizia e soprattutto libertà: non solo libertà dalla legge veterotestamentaria, ma da ogni dipendenza che non sia quella dello Spirito. Anche le «figure» saranno inutili: poiché la verità si imporrà di per sé, lo Spirito insegnerà direttamente agli uomini. Le «figure» sono simboli, non sono la verità: figure sono ad esempio il battesimo dell’acqua, e gli altri sacramenti. La Chiesa dei sacerdoti lascerà luogo alla Chiesa dei contemplanti. La stessa Scrittura dovrà essere «spiritualmente rimaneggiata»: è come se Cristo nascesse di nuovo, risuscitasse di nuovo, di nuovo inviasse gli apostoli a predicare il vangelo. Ma tutto questo nello «Spirito», non nella «lettera». Cristo è infatti «figura», egli stesso, dello Spirito, come il Battista lo fu di Cristo. Pietro, ossia la vita attiva di Cristo, lascerà il posto a Giovanni, simbolo dello Spirito (Expositio in Apocalypsim, cit., ff. 12-23).

Certamente, anche nella seconda età, cioè a partire dalla Resurrezione storica di Cristo, lo Spirito ha insegnato la verità e ha effuso la grazia: ma non già tutta la verità né la pienezza della grazia. Infatti la seconda età è caratterizzata dalla «lettera» dell’annuncio divino, mentre nella terza età lo Spirito rivelerà se stesso in pienezza di verità.

Potrebbe sembrare che Gioachino rifiuti l’autorità pontificia e l’ordine clericale. Sta a dimostrare il contrario l’asserzione: «La Chiesa di Pietro, che è il trono di Cristo, non verrà meno, e che ciò non possa mai succedere» (Concordia, l. 5, capp. 62 e 92, ff. 95r e 122v). Solo, che «il successore di Pietro sarà elevato in sublimità». Noi non crediamo che questa asserzione debba intendersi nel senso del supremo trionfo del Papato. Riteniamo che essa vada intesa nel senso che la gerarchia ecclesiastica si ritroverebbe a vivere anch’essa nella pienezza della verità «spirituale» rivelata dallo Spirito.

Allo stesso modo è indubbio che Gioachino credette ad una trascendenza ultimativa, «in patriam post finem mundi». Tuttavia, egli duplica questo oggetto, ponendone l’anticipazione in un tempo più vicino. Se la seconda età è avallata dall’esegesi letterale di I Cor., 13, 12 «(Noi ora vediamo per mezzo di uno specchio, in immagine; allora vedremo faccia a faccia»). 1’«allora» è definito in base a Giovanni, 16, 13: «Ma quando verrà lo Spirito di verità, vi guiderà verso tutta la verità». La venuta dello Spirito è rimandata in un tempo futuro rispetto a quello del tempo degli Apostoli.

Perciò la terza età si colloca tra la vita eterna, che sarà «post saeculum», e il tempo dell’illuminazione dovuta alle parole del Cristo (il tempo del Figlio, cioè: il tempo dell’«oggi»). Ne consegue che, quando perverrà alla piena manifestazione dello Spirito – in un processo scandito a tappe -, la rivelazione di Cristo sarà superata dalla rivelazione dello Spirito. Il vangelo di Gesù, dunque, «typum gerit», è «figura» del «Vangelo eterno», come l’Antico Testamento lo è del Nuovo Testamento. Così sintetizza il concetto Henry Mottu: «Il Vangelo di Gesù non è che il Protovangelo del Vangelo dello Spirito». Gesù assume dunque il ruolo di simbolo, è la sigla dell’azione di un altro soggetto, lo Spirito. Gesù è nuovo, rispetto al passato di Israele; è vecchio, rispetto a ciò che deve venire e a cui esso prepara.

Il punto debole dell’escatologia gioachimita non è dunque tanto trinitario, quanto cristologico. Certo è che, ponendo la pienezza del tempo salvifico al di qua della «vita eterna post saeculum», egli influenzò il pensiero escatologico di molte dottrine: da quelle teologiche a quelle teologico-filosofiche e teologico-sociali. Solo per ricordare qualche nome più comune: Swedemborg, Fichte, Hegel, Fourier, Saint-Sirnon, Michelet, Mickiewicz, fino a Marx, Berdiaev, Unamuno, ecc.

Certo è che Gioachino da Fiore, «con la sua trasposizione dall’eterno al tempo, [rappresenta] una figura unica nella storia della spiritualità del Medioevo» (Cyprien Baraut, Joackim de Flore, in Dictionnaire de spiritualité, t. 8, 1974, pp. 1190 e 1193).

La sua utopia restava comunque legata alle categorie medioevali: il modello della sua terza età era la Vergine Maria. «Ella significa la Chiesa che non conosce marito e che riposa nel silenzio dell’eremo, dove non ci sono studi letterari, né i dottori dell’istituzione ecclesiastica, ma semplicità di vita, sobrietà, carità di cuore e di fede non finta (Expositio in Apocalypsim, cit., parte l, f. 83r). E chi sono i salvati, di cui parla l’Apocalisse? Sono coloro che, uniti in una società di uomini spirituali, vivono amabilmente e pacificamente, «poiché non hanno nessun desiderio delle cose mondane e riposeranno sopra una candida nube come fossero stabiliti nel cielo» (Expositio in Apocalypsim, cit., parte 4, f. 175v). L’inizio di questa età nuova si ritrova nel perfetto ordine eremitico di San Giovanni in Fiore (approvato da Celestino III nel 1196). [Francesco Di Ciaccia]

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