2016, IF, Le nuove Costituzioni cappuccine

Le nuove Costituzioni cappuccine. A proposito del commento di Francesco Polliani, in «italia francescana», anno XCI, n. 2 (2016) 351-364.

Testo dell’articolo

Commentare un testo di tale spessore, sia sotto il profilo storico e istituzionale, sia sotto il profilo religioso e spirituale, quale è quello delle Costituzioni cappuccine, è un impegno che se lo poteva concedere un soggetto che ha alle spalle una lunga esperienza come liturgista e come scrittore: scrittore limpido e chiaro, incisivo e fluente.

Accostare un commento quale quello di Francesco Polliani, così impegnativo per la complessità e ricchezza di contenuto esposto in modo attentissimo ed esaustivo, non era qualcosa che io potessi permettermi. Se non per un motivo: per obbligo di cortesia. Peraltro l’argomento non m’interessa. Ma l’occhio mi cade su un episodio di qualche anno fa: «“Io me ricordo che vennero due frati della Marca al nostro luogo di Foligno e ci portarono le dette costituzioni. E fu tanta l’allegrezza che tutti ci ragunammo insieme, quantunque fusse notte, a leggere le dette costituzioni, che ci parve a tutti una luce per darci il modo come ci dovessimo governare”. E aggiunge: “Tutti quei poveri fratini corsero e incominciandole a leggere fra Francesco da Cesena, chierico, incominciarono tutti i frati a lacrimare per devozione”»[1].

Mi è tornato subito in mente ciò che un giorno mi dice – lo ricordo come adesso – Giovanni Grado Merlo: «Fa’ uno studio sulla prosa delle Costituzioni cappuccine [del Cinquecento]». E mi si mise davanti, conquiso, devoto, appassionato, a leggere, a lungo a lungo a lungo, le Costituzioni… Non ne feci nulla, non ne sono in grado, ma ho capito perché i frati incominciarono a lacrimare.

Le Costituzioni attuali hanno altro stile di scrittura, di certo, e alcune differenti proposte e ulteriori precisazioni per le mutate condizioni storiche e per le indicazioni del magistero ecclesiastico degli ultimi tempi. Il commentatore inquadra ogni capitolo – ne sono dodici, correlati alla Regola come è sempre stato – indicandone i contenuti, la suddivisione con la sequenza dei temi nella successione degli articoli, dei numeri ed eventuali paragrafi per ogni capitolo e segnalando le variazioni dovute alle revisioni delle Costituzioni del 1968-2002 e gli spostamenti tematici tra i capitoli per motivi di riorganizzazione degli argomenti.

L’approccio è oggettivo, il commentatore lascia parlare solo le “fonti”, libero da “svolazzi spiritualistici e digressioni personali”[2], facilitando la conoscenza per chiunque vi si accosti. Il libro è confacente anche per chi ancora non appartiene all’Ordine e ha bisogno di capire da quali premesse si parte – che porrò alla fine.

A una prima impressione il libro di Francesco Polliani si presenta una miniera per gli studiosi, per la ricostruzione di tutti i passaggi compositivi tra le ultime redazioni costituzionali, per la fondazione oggettiva dei singoli concetti e delle normative rispetto al pensiero o alle indicazioni di san Francesco quali constano dai testi fondativi o da altri scritti e dalle biografie antiche, con documentazione degli interventi dei cappuccini ai livelli più qualificati, tra cui quelli dei Consigli Plenari dell’Ordine. Un esempio, fra i tanti, di come l’autore non trascuri le problematiche sollevate da alcuni punti delle Costituzioni nel corso del tempo, in questo caso in rapporto al pensiero del Fondatore e alla ricostruzione del biografo da Celano, è quello del «numero dei frati», per così sintetizzare l’interrogativo se auspicare la quantità o “moltitudine” o se puntare sulla qualità o “perfezione”; e risolve il discorso con puntualità documentale e con tale scioltezza, da giungere alla conclusione[3] in modo che chiunque possa comprendere[4].

Il commento è fruibile anche dai giovani, novizi e studenti, perché vi si trovano esposte con chiarezza tutte e singole le indicazioni per una vita consacrata secondo la spiritualità francescana nell’interpretazione cappuccina. È paradigmatico un passo circa il “processo di iniziazione religiosa durante il noviziato”[5]: “Possiamo considerare contenuti formativi specifici del noviziato: le intuizioni evangeliche di san Francesco e le genuine tradizioni dell’Ordine. L’obiettivo rimane quello di acquisire una più profonda esperienza della vita francescano-cappuccina e giungere ad una decisione libera e matura”[6]. Più chiari, limpidi e precisi di così non si può. In effetti è importante che un particolare, specifico istituto di perfezione religiosa, nella fattispecie quello cappuccino, si scelga non perché ci si trova ad esserci per quale motivo che sia: si scelga perché è quel preciso istituto, per quello che esso è e si distingue da ogni altro. Questo è un concetto che non solo non va trascurato: è un concetto che va approfondito.

Addentrandosi nei punti di peculiare caratterizzazione dell’Ordine e seguendo il filo conduttore dei capitoli delle Costituzioni, si trova la preghiera. La preghiera ha diverse espressioni e diversi livelli. Tutti sono indicati e puntualizzati dalle Costituzioni e dal commentatore, tutti sono analizzati e tutti sono essenziali. La preghiera fatta in comune non è solo caldeggiata: è imposta. Sarebbe contraddittorio un Istituto di vita comunitaria, senza che sia fatta in comune proprio la preghiera. La preghiera in comune è stimolo di devozione, è il momento principe in cui ci si sente fraternità, perché è il momento in cui si rapportano tutti, e tutti in contemporanea e nel medesimo ambiente, con il Padre comune e in compagnia del medesimo fratello Gesù. Lì si cementa la comunità dei frati minori. Ciò vale anche per la meditazione[7], anche se si tratta solo di un tempo di essa, perché quella del frate minore si estende nel tempo e nello spazio, soprattutto nella cella o nel coro, e su ciò è bene soffermarsi. La preghiera è “restare costantemente in contatto affettivo con Dio”[8]. Ora, ciò è o una frase, o è una risultanza della contemplazione mistica, come bene precisa Francesco Polliani rifacendosi a san Francesco[9]. In effetti contemplazione mistica è quella in cui l’anima entra in contatto con Dio – e in Lui con tutto, compreso il mondo che fu e il mondo che verrà, oltre il mondo che è[10] – così intimamente, nel profondo di sé[11], che non va mai via Colui con il quale l’anima è unita, anche se è solo in alcuni momenti che il soggetto lo esperisce in maniera particolare: nel silenzio[12]. Soprattutto notturno. Ognuno ha i suoi percorsi e le sue attitudini, come è saggiamente ricordato[13]; e nessun livello di orazione può dirsi minimo e nessuno può dirsi massimo, perché sono tutti massimi, se vissuti con purità di cuore, e tutti minimi, in rapporto al fratello Gesù. Comunque è in questo “attendere più intensamente alla preghiera e alla vita con Dio”[14] il senso della congiunzione di vita contemplativa e di vita attiva, poiché ogni Istituto di perfezione di vita attiva prevede momenti, perlomeno, di preghiera liturgica e di preghiera verbale, mentre per un Istituto di vita contemplativa e attiva la contemplazione è “fine e perfezione della vita religiosa”, come riferisce il commentatore citando dalle Cronache cappuccine e rimandando a Vincenzo Criscuolo[15]. È così che si porta la contemplazione nell’apostolato e si ha l’apostolato spirituale che marca la differenza tra l’apostolato fondato sull’«attività» da quello fondato sulla «contemplazione»[16].

La peculiarità della concezione francescana, la povertà, è adeguatamente definita come “espropriazione”, cioè “vivere senza nulla di proprio”[17], e l’espropriazione in tal senso ha radici in quell’“ideale evangelico” di povertà che indusse il Fondatore “alla umiltà del cuore e alla radicale espropriazione di sé”, cioè alla “povertà interiore”, “alla compassione verso i poveri e i deboli e alla condivisione della loro vita”[18]. La radice della povertà francescana è la “povertà di spirito” o “umiltà di cuore”[19], senza la quale la povertà materiale è attitudine cinica, per andare con la memoria divertita a quel Diogene che viveva in una botte e beveva senza tazza. Al contempo le Costituzioni ricordano che, se la povertà è “compito speciale” dei Cappuccini[20], è ineludibile, entro la radicale austerità di cose, di pensiero e di fantasia, un tenore di vita sobrio e semplice che riduca “al minimo le nostre esigenze materiali per vivere solo del necessario”[21], nella “precarietà e vulnerabilità della nostra condizione di frati minori”[22]. È un’affermazione che va apprezzata per “lucidità e rigore logico”[23], quale è anche l’affermazione delle Costituzioni che sa di aforisma: “senza la minorità, la povertà non ha senso”, come “senza la povertà, la minorità è falsa”[24]. Sull’argomento si potrebbe parlare molto, ma è sufficiente tacere perché la povertà è una di quelle cose su cui non si bara: o è un dato reale o è un contenuto mentale. Perciò le Costituzioni cappuccine hanno sempre ricordato il detto del “divoto Bernardo”, secondo cui “sonno alcuni poveri, li quali talmente voleno esser poveri che non li manchi cosa alcuna” – e i quali si sentono poveri perché hanno «il cuore distaccato». Il detto mi fa sempre venire in mente ciò che mi confidò un amico, editore, in un momento di sincerità totale: di avere più donne, ma di essere nel cuore “distaccato da tutte”. Si sentiva casto.

La povertà effettiva richiede di lavorare. L’insegnamento di san Francesco, orale e scritto, è chiaro, limpido, stringente[25]. Ciò che stupisce tutti è che egli tiene a precisare che non si pratichi il lavoro “per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro”. Ora, chi lavorasse solo per ricevere la ricompensa del lavoro non sarebbe un suo seguace e neppure un lavoratore trasportato da passione per ciò che fa – ce ne sono tanti, più di quanto si creda -; sarebbe un cupido venale. Ed anche il fine di evitare l’ozio suppone che, se un frate non lavora, si gira i pollici tutta la giornata. Ciò sta a rivelare che san Francesco, uomo spirituale ma non disattento a tutte le umane tendenze, parte da regole di base, opportunamente riproposte ed esposte dalle Costituzioni e dal commentatore[26]. La dialettica che invece si pone è quella di combinare il lavoro con lo “spirito della santa orazione”[27]. E questo è il punto. Infatti per lavoro si intende un’attività, anche se non lucrosa, comunque dura, pesante, come ricorda Francesco Polliani[28], il quale continua: “Segno di reale vicinanza al popolo” – cosa che è già indicata e precisata e che va a costituire lo stato di povertà dei frati minori – “è trovarsi nella stessa condizione di coloro che hanno necessità di lavorare per guadagnare la vita per sé e per i propri familiari”[29], e con la consueta chiarezza e completezza indica e analizza le forme di attività lavorative intese dalle Costituzioni[30] e sottende il concetto che bisogna fare sul serio: faticare. Ecco come si comprende anche qui che senso abbia la preghiera: la durezza del lavoro è in direzione della pratica di povertà e la preghiera come unione con Dio è in direzione del lavoro, perché il lavoro non solo sia immune da “cupidigia” e dal pensiero del “compenso del lavoro”, ma sia carico di spirito di orazione che fa trascendere il lavoro stesso e dà pace nella durezza del proprio compito. (E qui si ricordano, tra parentesi, i tanti “fratelli laici” dai mestieri duri, monotoni, con un volto così luminoso per l’intimità con il Signore e la pace coi frati, che sembrava fossero già in paradiso; anzi, lo erano).

E in paradiso ci si sta in effetti per davvero, con la contemplazione e con la vita di fraternità. Francesco Polliani rileva che, all’origine del francescanesimo, la “fraternità” dei seguaci del figlio di Pietro di Bernardone non aveva in comune con gli Ordini esistenti il consistere in una “casa”, il costituirsi in una “comunità”, appunto. Il rilievo del commentatore è sottile e profondo, ed è essenziale: la “comunità” non è originaria. Originaria per i seguaci di san Francesco è la “fratellanza”: la “comunità” può esserci e può sciogliersi, costituirsi ed essere abolita (come nella Praga comunista, dove io vidi “fratelli”). Quindi: “Se si è fratelli, non si è figli unici, ma si è una comunità […]”[31]. La priorità della costitutività “fraterna” significa eideticamente che il rapporto tra i frati francescani è di natura interiore, è l’essere fratelli in senso esperienziale, prima che legale, e si prova nel voler compiere o nell’aver già compiuto la medesima scelta – ed ecco che ciò si lega al problema iniziale sulla scelta dell’Ordine, perché non si entri in una comunità francescana come se fosse la stessa cosa che entrare in una qualunque altra. Superbamente per concisione e perfezione concettuale Francesco Polliani scrive a conclusione delle parole di Fr. John Corriveau: “Non si viene in convento per ricevere i benefici di un clima familiare e fraterno. Ma si viene in convento come ‘fratelli’ donati dal Signore […]”, in cui è incarnato il pensiero che la scelta non appartiene all’ordine delle opzioni lavorative, ma all’ordine della grazia che si riceve, sempre nel lume del discernimento e della libertà[32]. Poi la comunità si pone come realizzazione fattiva, ed è la «vita comune» – le Costituzioni e il commentatore ne espongono forme e modalità con limpidità e completezza -: benché derivata, essa è essenziale, per una società di vita comune. Essa vuol dire fare le cose insieme; soprattutto le cose faticose, ciò che fa soffrire, perché è nel patire insieme che si attiva l’empatia, ci si sente vicini – e questa non è un’invenzione mia, questo è ciò che vive ogni umano che è sulla terra -, come un tempo quando ci si alzava di notte per il Mattutino, magari assonnati: vedendo gli altri li si pensava aggravati da quel medesimo risveglio penoso. Sentirsi partecipi di sé-agli-altri e sentire gli altri partecipi di sé-a-noi: è la fratellanza. Alzarsi la notte non è necessario; ma lo è non rinchiudersi nel proprio isolamento. Un ulteriore pensiero sulla fraternità è offerto da un aspetto della vita dei frati: quello del cammino nel mondo[33]. In tutto il mondo le persone sono figli dello stesso Padre: fratelli. Eventualmente, Corpo mistico di Cristo: che “siano una sola cosa”. L’essenza della fraternità: essere una cosa sola. Con ciò si risolve il problema della “internazionalizzazione” dell’Ordine. Non c’è problema, se ognuno e chiunque dove che sia in qualsiasi parte della terra ha in cuore il medesimo e identico sentimento per le medesime identiche cose[34]. E poi quando siamo andati “nel mondo”, si ritorna in convento con desiderio, oppure no? Si ritorna con desiderio, se il convento ha donato spazi interiori di fraternità. Si ritorna volentieri, perché lì ci hanno voluto bene, perché sentiamo di essere amati. Di amore spirituale. L’amore di fraternità non è un concetto; è amore sentito, è amore di “madre”[35]: come quello di frate Francesco che prende il frate e lo porta nell’orto a piluccare l’uva. Senza banalità. È questa l’esperienza che tra l’altro fa sentire il frate in pace con le persone che incontra nel mondo, secondo la richiesta della Regola bollata, 10, 7 e come affermano le Costituzioni ed espone il commentatore[36], poiché la pace non è quella che si dice: la pace è quella che si . Il vero frate minore è colui che, ovunque si trovi, nel mondo, se uno lo guarda ed è esasperato, si rasserena; se spinto dal rancore, si placa; se odia, si apre alla comprensione.

Senza parole.

Sulla penitenza Francesco Polliani limpidamente puntualizza: “L’esperienza penitenziale di Francesco diventa anche il tratto distintivo della vita dei suoi frati”, riportando poi Costituzioni, 109, 6, circa la “vita austera” come caratteristica peculiare dell’Ordine e confortando il concetto con le splendide parole di Optatus van Asseldonk sulla penitenza come “rinnovamento spirituale (dello spirito, del cuore)”, e del Capitolo generale straordinario dei Cappuccini del 1974[37]. Bisogna leggerle e rileggerle. Ora, pensando sempre che la penitenza “deve corrispondere [a] una vera trasformazione interiore”[38] e premesso che quella che è solo un esito della penitenza interiore, cioè la penitenza corporale, è lontana da tendenze autolesionistiche, che sono sintomi di disagio e non è virtù – e “i penitenti francescani devono distinguersi sempre […] per la letizia […]”[39] -, essa, se è vera, fa male. Altrimenti è come i bambini che «giocano a fare il medico»: con il pensiero. Francesco incominciò a “fare penitenza” “con i lebbrosi” e gli “emarginati” (chiaramente ce ne fanno avvertiti le Costituzioni e il commentatore[40]), cioè portando il cuore nella carne, vale a dire l’«intenzione» di convertirsi – il che è presupposto, altrimenti è praticare un mestiere – nella fisicità dell’azione. Ciò che è infatti spirituale nasce nello spirito e si manifesta nella carne. Lo stesso si dica per il cibo e le bevande[41]. Ma sopra ogni cosa c’è la carità[42]. Collocata qui la tematica, fa venire in mente quel digiunatore qual era san Francesco il quale, sapendo di un frate straziato dai crampi allo stomaco, si mette alla mensa a mangiare la carne anche lui, lui con lui, perché costui non si senta a disagio. Il digiuno che nuoce alla salute non va bene; ma il digiuno che non fa male non vale. La vera penitenza corporale non è l’autoflagellazione; non è l’alzata di notte; non il cilicio, non è la “disciplina”. È ovvio. È il vivere quotidiano, è il lavoro, sono i pesi di ogni giorno. Viene da pensare al vivere quotidiano di chi, dopo otto-dieci-dodici ore di fatiche e spostamenti per il lavoro, torna a casa, prepara da mangiare, non mangia o mangia male perché lo importunano, lava i piatti, pulisce casa, si rilassa magari davanti a uno schermo, dopo un po’ non vede più niente, crolla per il sonno e per la stanchezza ma la notte si deve svegliare.

La “disciplina” è una carezza.

Circa il “governo” dell’Ordine, credo che risulti l’accento posto dal commentatore Francesco Polliani sull’uguaglianza di tutti i frati[43]. È una linea che va nella direzione di tutti gli studi dei medievisti, sia secolari che religiosi (se non erro). Altra novità è la rivalutazione non centralinistica, ma di responsabilità del ministro Generale[44]. In ogni caso, sia per il ministro Generale, sia per ogni altro superiore è bello riandare a quelle meravigliose e pressanti esortazioni del padre e fratello san Francesco: “E dopo che avrà visto i tuoi occhi […]. E se mille volte […], amalo più di me, al fine di trarlo al Signore”, come si trova nel commento al capitolo VII[45]. Non c’è nessuno che deve amare un fratello, più del suo superiore, e non c’è nessuno che deve sentirsi amato da un altro, più che dal suo superiore: allora è sicuro che un frate torna volentieri in convento; perché, se san Francesco ha mandato i suoi frati a portare cibo e buon vino ai ladroni che rubavano ai frati e alla gente, quanto più un frate farà del bene a ognuno dei suoi sudditi? Non bisogna tuttavia prendere in giro alcuno, per cui si è inserito nei dispositivi normativi ciò che attiene all’obbligo di riparare anche civilmente al male compiuto verso chiunque[46].

E allora si va volentieri anche fuori, per portare il medesimo amore alle persone ovunque e comunque siano sulla terra. Invero la “nostra vita apostolica” è senza limiti, è senza confini, soprattutto mentali. Lo espongono sempre con chiarezza e precisione le Costituzioni e il loro commentatore[47], ponendo l’attenzione sempre sul medesimo tasto: il carisma francescano della minorità[48]. E allora il frate minore “apostolo” non s’impone contro alcuno, ma a tutti si avvicina con letizia e umiltà[49], perché chi non ha da diventare superiore tra gli uomini è libero nel cuore e lieto nella soggezione.

Con ciò si arriva a quella convergenza di attitudine interiore che è il “vivere senza nulla di proprio”[50] fino alla “espropriazione” della propria persona e il vivere in povertà e minorità – sotto questo aspetto intesa come vera povertà di spirito – e giunge a un esito che è la specificità di san Francesco, creatore di una fraternità di seguaci e uomo della fraternità universale[51]. Questa è certamente povertà assoluta: “essere suddito e sottomesso a tutti gli uomini che sono nel mondo, e non soltanto ai soli uomini, ma anche a tutte le bestie e alle fiere, così che possano fare di lui quello che vogliono per quanto sarà loro concesso dall’alto del Signore”[52]. Mi sono sempre chiesto se è possibile adempiere una tale indicazione; ma deve essere di certo possibile, se l’ha pensata san Francesco. In questa prospettiva, comunque, viene tutto da sé ciò che le Costituzioni caldeggiano circa l’obbedienza caritativa fra tutti, come il commentatore, con l’ausilio degli scritti di san Francesco, limpidamente espone e spiega[53], ponendo la giusta considerazione su un punto che nelle attuali Costituzioni costituisce un’aggiunta o uno sviluppo rispetto ai testi precedenti: il caso di conflitto tra un ordine impartito e la contrarietà ragionevole, fondata su una oggettività presumibile, di chi lo riceve. Il dilemma non sussiste: si obbedisce[54]. Viene sempre da fare un confronto con le condizioni esistenti nella società detta civile: vorrei vedere se un dipendente non obbedisce al suo “capo”! Ora, se nel mondo si fa qualcosa che richiede, per mera necessità, sacrificio e rinuncia di sé, come non lo si farà in un mondo in cui il sacrificio pone il soggetto in una situazione non di bruta e affliggente necessità, ma di carità perfetta con sua “sorella” l’obbedienza? E lo pone nella condizione di essere simile a Gesù sulla croce?[55] Lo commenta egregiamente Francesco Polliani[56]. E quando il frate abbia ricevuto un ordine in contrasto con il proprio intendimento e che lo contrista (sempre che non sia, come in Amminizioni, III, 7, contrario alla morale e alle verità cristiane[57]), guardi il suo superiore come proprio fratello e “signore” – parola di san Francesco – a immagine del “Signore” Gesù.

Obbedienza, e castità: caratteristiche essenziali. Lucidamente Francesco Polliani richiama tutto il panorama al riguardo – poiché il tema ha imposto aggiunte dovute all’allargamento del discorso ai fondamenti teologici – fino all’itinerario che conduce all’“amore oblativo” arrivando all’“amore universale” con un rapporto particolare con Chiara d’Assisi[58]. Ma Chiara è “sorella”, una monaca. Altra figura è invece il “fratello”: una donna. E che sia donna e “fratello”, dice tutto. Il rapporto di Francesco d’Assisi per Jacopa dei Settesoli (meglio, dei Settesogli) è emotivo, è affetto vero, ed è qui che va capita la castità dei frati minori. La scelta di castità non cancella la natura: quell’affetto è realissimo. Però non sensuale – si può pensare a quello per la Beatrice della Vita Nuova. È “fraterno”. Vigilino i cuori, vigilino i superiori, vigilino i confratelli e si resti sempre, e tutti, nella reciproca apertura fraterna e nella aperta lealtà d’intenti e di comunicazione, senza rinserrarsi ciascuno nel suo guscio, perché si comprenda se l’affetto tenda verso connotazioni incompatibili con la castità consacrata. Allora la presenza femminile nella vita mentale del frate minore sarà arricchimento psicologico, maturazione della persona, se favorirà la comunicazione – la “fraternità” – con i propri confratelli, la gioia di vivere nella famiglia cappuccina, come splendidamente rammenta Francesco Polliani, la preghiera continua, la meditazione frequente, la contemplazione di Dio[59].

“Fratello Jacopa”: dice tutto.

Termina l’argomento generale la missionarietà. La prospettiva allunga il discorso, molto più che negli altri temi, per il concetto stesso di «terre da evangelizzare», ma il frate cappuccino si porta nelle terre, quali che siano, comprese quelle in cui “il vivere sovente [è] in condizioni assai precarie”[60], sempre con lo stesso spirito: minorità, obbedienza, fraternità. E allora si capisce che cosa significhi che i frati, se non litigano tra loro, non litighino neppure con le persone da cui si portano per annunciare o riannunciare il Vangelo: significa che, altrimenti, finisce tutto in una bolla di chiacchiere. Se per i frati cappuccini l’importante non è distribuire parole e organizzare cerimonie riposanti ma, “infiammati dall’amore di Cristo”[61], mostrare che cosa voglia dire di fatto, senza parole, “nudus nudum Christum sequi[62], essi non solo vedranno le genti convertirsi, ma le vedranno associarsi alla loro missione nel mondo, e vedranno seguaci che si porteranno presso i nudi (chi sa perché li penso così?) eremi dove si forma e dove cresce la “fiamma dell’amore di Cristo nudo”, come è bene esposto nel commento di Francesco Polliani[63].

Ho detto all’inizio che le Costituzioni indicano, al principio di ogni tematica, i requisiti essenziali della vita religiosa e consacrata, anzi della vita cristiana in generale. Ciò è logico ed è nei testi di san Francesco. Colloco qui quelle indicazioni, perché nel loro insieme rappresentano un corpus unitario di ciò che prima di tutto bisogna far sapere a chi, ancora nel «secolo», voglia conoscere l’Ordine francescano-cappuccino.

Il primo requisito, vivere “secondo il Vangelo”, assomma un po’ tutti i successivi principi della vita cristiana e della vita consacrata e suggerisce una riflessione di fondo – che quindi dico qui e non ripeterò.

La puntualizzazione sui principi di base validi per tutti i cristiani e per tutti i consacrati senza distinzione permette di evitare quel certo «integralismo» che un tempo aleggiava negli Ordini antichi e che oggi serpeggia entro certe aggregazioni dei tempi recenti, in cui sembra di sentire il sussurro: «fuori di qui è meno facile essere santi». Le rivalità «campanilistiche» e una concezione più essenziale della consacrazione a Dio hanno condotto a sfumare le differenze tra gli istituti di perfezione e ciò ha agevolato la tendenza per cui si scelga un istituto a prescindere dalla sua peculiarità, con esiti a volte incredibili. Perciò le Costituzioni rammentano che Dio “chiama tutti i cristiani nella Chiesa alla perfezione della carità”, pur “nei diversi stati di vita”[64], toccando poi le caratteristiche dello stato di vita francescano-cappuccina[65] ed esortando di curare “la conoscenza delle fonti francescane e della tradizione dei cappuccini”, in particolare di coloro “che si sono distinti per santità di vita”, ecc.[66]. L’esposizione del commentatore sulla testimonianza della “vita nuova ed eterna”[67], secondo cui “lo stato religioso che rende più liberi i suoi seguaci dalle cure terrene, rende visibile per tutti i credenti la presenza, già in questo mondo, dei beni celesti”, lascia intendere, grazie alle puntualizzazioni delle Costituzioni citate in modo accurato da Francesco Polliani, che la visibilità va intesa in senso reale, come visibilmente vista, e non in senso legale, come giuridicamente posta. In pratica, la alienità non va pensata. Va agita.

Ora vediamo che cosa l’aspirante preliminarmente debba sapere. Pregare. Pregare in senso sostanziale, che non è tanto dire preghiere, quanto porsi “in ascolto della voce di Dio che parla al cuore”[68]; e con ciò le Costituzioni e il commentatore fanno intendere all’aspirante che egli non ha a che fare con una società di «fabbricieri», affastellatori di formule – sempre fatta salva la preghiera liturgica, che non va mai mai trascurata -, ma con un popolo di figli di Dio nello Spirito. E se figli alla stregua del Figlio che “da ricco si è fatto povero per noi diventando simile agli uomini”[69], è questa la povertà per cui ha valore cristiano la reale “penuria di cose”. Perciò: “Noi crediamo che la povertà, come virtù evangelica e francescana, è la partecipazione alle condizioni di spogliamento del Cristo e riguarda più le persone che le cose”[70]. Connesso alla povertà è il lavoro del frate per provvedere al proprio sostentamento e per concorrere “al miglioramento della società” e dei fratelli alla “luce della Rivelazione” e nell’operazione dello Spirito[71]. Il punto di vista fraterno, soprattutto in chi si qualifica come “fraternità”, è dato dalla partecipazione alla fratellanza di Cristo “primogenito tra molti fratelli”, in tensione profetica “dell’unità definitiva del popolo di Dio”[72], cercando tutti di “compiere insieme la volontà del Padre e [contribuire] con vari impegni e servizi ad edificare la Chiesa nella carità”[73], anche con propulsione missionaria per l’annuncio del Vangelo nel mondo pagano o scristianizzato[74]. Tale compito diversificato e vasto, concettualmente definito “apostolato”, fa dei frati una “fraternità apostolica”[75] che perpetua la missione di Cristo nella Chiesa “con la forza dello Spirito Santo”[76]. L’unità di intenti e la diversificazione di compiti vanno realizzate con una regolata conduzione di “governo”, cui si obbedisce alla luce di Gesù che “si è fatto obbediente fino alla morte” nei riguardi del Padre[77], per amore del quale il frate si subordina al superiore gerarchico. Tutto ciò si congiunge con la vita di castità, la quale “trae la sua ragione dall’amore preferenziale per Dio, ed, in Lui, per ogni persona”[78]. Parole semplici; realtà sublime.

Alla fine del libro sulle Costituzioni cappuccine viene in mente ciò sta all’inizio: l’immagine in copertina. Mi ero chiesto che cosa ci facesse una donna su un libro per i frati – a parte che ci sta sempre bene, se frate Francesco d’Assisi volle accanto a sé, morituro, «fratello Jacopa», la sua «amica», come la denominò il superiore frate Elia -, quando mi si dice che è la Madonna. Allora il ricordo va a Palazzo Abatellis di Palermo, visitato anni addietro. Ma mi chiedo che cosa c’entri la Madonna con le Costituzioni dei frati minori cappuccini. Non c’entra, in effetti. Se non per un motivo: che non si può fare alcuna cosa, se non con lei.

Lei è ricordata ben poco da coloro che hanno tramandato, alle origini, i fatti e i detti di Gesù: lei era presente ben poco, nella vita di Gesù con i discepoli. Ma era sempre presente. Era la presenza silenziosa. Io nutro perplessità – così io penso, ma per fortuna ciò che io penso non conta – rispetto all’enfatizzazione «mariana» dal tenore folklorico e propagandistico.

Lei è colei che sta zitta. E parla tacendo. Come in quest’immagine posta all’inizio del libro. Lei è come la madre di Francesco d’Assisi. Francesco d’Assisi non ne parla; eppure, se egli ne era uscito senza troppi danni, uscito dalla casa paterna, era stato per lei, per sua madre. E la sentiva presente. Silenziosamente. Nessuno può fantasticare che egli abbia pensato e detto quelle impareggiabili, toccanti parole sull’amore di “madre” che un frate deve avere – così egli dice – per il proprio fratello, senza che abbia pensato a lei, a sua madre, alla mamma che lo aveva difeso persino contro papà Bernardone. E a Maria, silenziosamente, pensava, mentre viveva quella povertà così dura, così forte, felice e pugnace che gli faceva ricordare – lo dice lui, non lo dico io – la Madre di Gesù, come sappiamo.

Allora, come lui, “salutiamo” Maria: “Ti saluto”.

Quando dobbiamo decidere, prendiamo consiglio da lei; quando dire qualcosa, chiediamolo a lei; se scriviamo qualcosa, lasciamo che ci detti Maria; e guardiamo questa immagine che è all’inizio del libro.

La sinistra regge il velo perché resti accostato: comunissimo gesto di riserbo, diciamo di pudore della donna di fronte all’estraneo – qui si tratta dell’annuncio da parte di un angelo, un «sopraggiunto». Ma a me ha richiamato un altro atteggiamento: san Francesco che, se non può ritirarsi in solitudine, nasconde il capo dentro il cappuccio per meditare in cuor suo.

Il rapporto è di pura suggestione personale, inaffidabile; ma quando vogliamo entrare in meditazione profonda, facciamolo con lei. E vediamo la destra. Se si pensa all’“annunciazione”, che è il tema concepito dall’autore, il gesto può essere inteso come atto di relazione con il sopraggiunto, come a dire: un momento, spieghiamoci meglio, io questa cosa non la capisco! Ma non va obliterata un’altra circostanza: sul leggio c’è un libro. È immaginabile quale. La mano vi si sofferma al di sopra, un poco discosta. La mano è quasi carezza: come la mamma sul capo del bimbo.

Il libro le è caro. La mano protegge il bambino.

Ed è qui che s’insinua l’intuizione di chi ha scelto l’immagine: leggete questo libro, meditatelo dentro di voi.

La destra non è solo di contenimento del velo: la destra è nella direzione del centro del petto. È interiorità. Raccoglimento.

E allora leggere, leggere e meditare: meditare leggendo.

Anche le Costituzioni cappuccine sono «lettera» – non «morta», ma lettera -, se non sono capite fino in fondo, e sono capite fino in fondo se sono vissute nel cuore.

Io non le ho lette e non le conosco. Ma credo d’aver letto le prime, quelle dette di Sant’Eufemia, dopo le Ordinazioni dell’Acquarella in quel d’Albacina. Le Ordinazioni, “sotto il nome di fra Lodovico da Fossombruno”, dicono subito una cosa: una cosa che è bastante per chiudere tutto il discorso. Dicono: “prego ed essorto […] regere l’armonia e ordine del Signore”, poiché, “se tutte le cose, etiam irrazionali, vivono e servano l’ordine che il Signore gli ha dato, molto più […]”, eccetera eccetera.

“Osservare l’ordine” in cui consiste la natura del proprio stato e del gruppo di appartenenza, nella fattispecie dei frati minori cappuccini, è osservare le Costituzioni che provengono dal Signore attraverso i previsti procedimenti operativi.

Ed è anche questo che ci dice Maria.

Ed è anche per questo che il suo esempio è posto innanzi al nostro sguardo.

Senza parole. [Francesco di Ciaccia]

* F. Polliani, Le nuove costituzioni dei frati minori cappuccini. Analisi e commento, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano, 2015 [d’ora in poi citato con il solo cognome dell’autore: Polliani].

[1] C. Cargnoni, Presentazione, in Polliani, 12.

[2] C. Cargnoni, Presentazione, 5.

[3] Polliani, 59 con citazione di Costituzioni, II, 18, 1.

[4] Polliani, 58ss., con note essenziali annesse.

[5] Polliani, 77 con citazione di Costituzioni, II, 31, 3.

[6] Polliani, 79.

[7] Polliani, 117.

[8] Polliani, 103.

[9] Polliani, 103 e nota 15, con riferimento a 2Cel 61, 94.

[10] Polliani, 103, nota 16, e passim.

[11] Polliani, 129.

[12] Polliani, 127 e 128 e nota 69.

[13] Polliani, 132, e note 77, 78 e 79.

[14] con citazione di Costituzioni, 131 e Costituzioni, III, 57, 1.

[15] Polliani, 114, nota 40.

[16] Polliani, 116.

[17] Polliani, 141.

[18] Polliani, 139s. e Costituzioni, IV, 60, 5s.

[19] Polliani, 142.

[20] Polliani, 142.

[21] Polliani, 145 con citazione di Costituzioni, IV, 62, 2.

[22] Polliani, 146 con citazione di Costituzioni, IV, 62, 4.

[23] Polliani, 147.

[24] Polliani, 147 con citazione di Costituzioni, IV, 62, 5.

[25] Polliani, 179 e nota 12, in relazione a Testamento, 20.

[26] Polliani, 179.

[27] Polliani, 180 con citazione della Regola bollata, 5, 1-2.

[28] Polliani, 180.

[29] Polliani, 181.

[30] Polliani, 193 e 197s.

[31] Polliani, 209.

[32] Polliani, 220.

[33] Polliani, 225ss.

[34] Polliani, 222ss.

[35] Polliani, p. 216 con citazione della Regola bollata, 6, 7-9.

[36] Polliani, 228-230.

[37] Polliani, pp. 237s e note 7s.

[38] Polliani, 239ss. con citazione di Costituzioni, 110, 1.

[39] Polliani, p. 240 con citazione di Costituzioni, 110, 2.

[40] Polliani, 235, 241 e passim.

[41] Polliani, 243.

[42] Polliani, 244-232.

[43] Polliani, 261ss.

[44] Polliani, 264.

[45] Polliani, 251.

[46] Polliani, 249s.

[47] Polliani, 272ss., 278s.

[48] Polliani, 275.

[49] Polliani, 276 con citazione di Costituzioni, 147, 2.

[50] Polliani, 309 e nota 12, con citazione della Lettera a tutto l’Ordine, II, 29.

[51] Polliani, 310.

[52] Polliani, 310 e nota 16, con citazione del Saluto alle virtù, 14-18.

[53] Polliani, 311-327.

[54] Polliani, 322 con citazione di Ammonizioni, 5.

[55] Polliani, 324 con citazione di Costituzioni, X, 165, 5.

[56] Polliani, 323s., 326 e nota 48 con citazione di Saluto alle Virtù, 3, ma anche nota 49.

[57] Polliani, 324 e nota 45.

[58] Polliani, 330-347 con citazione di Costituzioni, XI, 4.

[59] Polliani, 352 e Costituzioni, XI, 94, 4 e 174, 1 e passim.

[60] Polliani, 364.

[61] Polliani, 364s. e passim, con citazione di Costituzioni, XII, 177, 2 e passim.

[62] Polliani, 366 con citazione del VI Consiglio Plenario dell’Ordine, 11.

[63] Polliani, 370-373.

[64] Polliani, 55 con citazione di Costituzioni, II, 16, 1.

[65] Polliani, 35ss.

[66] Polliani, 39 con citazione di Costituzioni, I, 6, 1 e 2.

[67] Polliani, 57, che richiama la Lumen Gentium, 44, con testo in nota 9.

[68] Polliani, 99 con citazione di Costituzioni, III, 45, 1.

[69] Polliani, 137 con citazione di Costituzioni, IV, 60, 2.

[70] Polliani, 137s. con citazione del I Consiglio Plenario dell’Ordine, 46.

[71] Polliani, 175ss. con citazione di Costituzioni, V, 78, 1 e 2s.

[72] Polliani, 205 e 207 con citazione di Costituzioni, VI, 88, 1s. e 88, 4.

[73] Polliani, 137 con citazione di Costituzioni, VIII, 117, 1.

[74] Polliani, 358ss. con citazione di Costituzioni, XII, 175, 3s.

[75] Polliani, 273 s.

[76] Polliani, 272 con citazione di Costituzioni, IX, 146, 1.

[77] Polliani, 305 con citazione di Costituzioni, X, 158 ss.

[78] Polliani, 333 con citazione di Costituzioni, XI, 169, 5.

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