2014, IF, Vittoria Colonna

A proposito di Vittoria Colonna. Note a margine del volume di Raffaella Martini: Vittoria Colonna. L’opera poetica e la spiritualità, in «Italia Francescana», 89 (2014) 315-326; poi Literay.it [2014].

Copertina, art. V.Colonna

Titolo e Testo dell’articolo

A proposito di Vittoria Colonna. Note a margine del volume di Raffaella Martini: Vittoria Colonna. L’opera poetica e la spiritualità

Se si chiede a qualcuno – tra le persone che ne abbiano avuto notizia – chi sia Vittoria Colonna, la risposta prevalente è che fu colei che ispirò la poesia di Michelangelo Buonarroti. Il che è esatto.

Vittoria Colonna fu cantata da Michelangelo, secondo i canoni poetici dell’epoca, qual “alta e diva / donna” (Porgo la carta bianca), “divina / donna” (Occhi mie, siate certi), con richiamo alla poesia cortese e stilnovista rivisitata dal Petrarca e persino con riproduzione di alcuni sintagmi qual è quello delle “belle membra” (“oneste e care”) di lei, che è il culmine di quanto “natura e ‘l ciel” possa realizzare tra gli umani e dinanzi ai cui “dolci sguardi” “l’amor mi prende e la pietà mi lega” (Spirto ben nato, in cui si specchia e vede), al punto che nei confronti di lei “ogni altra beltate” è paragonabile alla “morte” (Un uomo in una donna, anzi un dio). Ma si individua anche una eco della visione dell’Alighieri, sia della Vita Nuova, sia, più spirituale, della terza cantica: la sua donna – dice Michelangelo – parla come ispirata da Dio – poeticamente, “un dio / per la sua bocca parla” (Un uomo in una donna, anzi un dio), da lei “piove” “grazia divina” (Per esser manco, alta signoria, indegno), così che dopo la sua dipartita, quand’ella andrà in cielo, nulla ci sarà più da vedere, che sia sublime e bello (“se lassù torna e partesi da noi, / che cosa arete qui da veder poi?”) (Occhi mie, siate certi).

Il denso e articolato saggio di Raffaella Martini dedica al petrarchismo rinascimentale, riformato dal Bembo – in cui si collocano anche le rimatrici e quindi Vittoria Colonna -, uno specifico capitolo, il II (pp. 55-94), offrendone un panorama ragionato e chiaro, che serve a contestualizzare l’opera della nostra Colonna. Qui voglio mettere in luce quanto ella fosse stimata già dai contemporanei: una stima che la studiosa espone con intelligenza prospettica, nel capitolo sulla sua vita, per spiegare la considerazione che ne ebbe anche il Buonarroti.

Ammirata da tanti scrittori che la celebrarono nelle loro opere – come l’Ariosto, nel canto XXXVII dell’Orlando furioso – o che le dedicarono poesie o addirittura che le sottoponevano i propri testi, fu dichiarata dal contemporaneo storico dell’arte e pittore portoghese Francisco de Hollanda “una delle donne più eccellenti e più celebri d’Europa” (in Raffaella Martini, p. 40). Fu personalità di rilievo anche sul piano morale, apprezzata e persino agevolata da quei papi che, nel conflitto di potere tra le famiglie egemoni, pur combattevano i Colonna. Basti per tutti un episodio: Paolo III Farnese – duro oppositore dei Colonna – arrivò a consultarsi con lei sul nome del proprio successore – ricorda più volte Raffaella Martini. Uno dei motivi di tale apprezzamento – persino leggermente eccessivo (Giuseppe Toffanin, in Raffaella Martini, p. 44) – si spiega anche per la sua coerenza tra platonismo in poesia e amicizia nella vita, dato che il platonismo in arte spesso serviva a coprire tresche amorose – tiene ad avvertire Raffaella Martini (pp. 44-45).

Non stupisce dunque il fascino esercitato da Vittoria su Michelangelo, che condivideva con lei passione artistica e istanze spirituali. Ella fu per lui guida sicura nell’approfondimento della fiducia in Dio e al contempo colei cui egli era legato da amicizia vitale. Per lei egli realizzò alcuni disegni, oltre che, forse, un dipinto rappresentante il Crocifisso; e la ritrasse in un disegno delineandola qual “dolce guerriera” (in Raffaella Martini, Fig. 1). E lei stessa chiese a Michelangelo una scultura raffigurante Cristo deposto dalla croce. I doni furono reciproci: Vittoria preparò con le sue mani, per lui personalmente, una copia manoscritta delle Rime.

Oltre ai doni materiali, ci fu un’influenza scambievole in arte, come Raffaella Martini illustra con prove testuali e con il conforto di studiosi – che è una delle pregevoli caratteristiche del saggio in oggetto. A me qui piace ricordare una convergenza incentrata sulla visione della Madre di Gesù che stringe il suo figlio morto, cioè il tema della Pietà. Michelangelo, dopo il 1545, concentrò il suo interesse artistico su questo soggetto, realizzando stupende sculture (in Raffaella Martini, p. 258); e così vergava Vittoria Colonna, su questo tema, in modo meravigliosamente estatico e densissimo: “Mentre la madre il suo Figlio diletto / morto abbracciava […] / […] / L’aspre Sue piaghe […] / l’accresceva il tormento acerbo e fero” (Mentre la madre il suo Figlio diletto). La certezza della vittoria finale di Gesù, con la resurrezione, consolava Maria (“portava a l’alma novo alto diletto”), conferendole quella serenità superiore, pur nel dolore, che caratterizza anche i volti scultorei della Madonna michelangiolesca.

La loro fu una “stabile amicitia et ligata in christiano nodo sicurissima affezione”, affermò Vittoria stessa (in Raffaella Martini, p. 33). Michelangelo la “amò grandemente”, “innamorato” del suo “divino spirito”, e a sua volta fu da lei “amato svisceratamente” – attestò Ascanio Condivi, allievo di Michelangelo e suo biografo. Ella più volte si portò a Roma, “non mossa da altra cagione, se non per veder Michelagnolo”; ed egli, ancora tre anni dopo la morte di lei, confidò in una lettera, il 1° agosto 1550: “Morte mi tolse un grande amico” (in Raffaella Martini, p. 43).

Tutti gli elementi della vita della Colonna sono esposti con chiarezza e linearità da Raffaella Martini. Ma ora a me piace evidenziare una convergenza che mi ha fortemente colpito. Folgorato.

Accostiamoci alla fine terrena di questa nobilissima intesa.

Michelangelo, il 25 febbraio, due giorni prima della morte di lei, partì da Palazzo Cesarini, dove dimorava, per andare a trovare lei, quand’ella era appunto “nel passar di questa vita”.

Si erano scambiati doni preziosi, anzi cari – abbiamo visto. Anzi, una volta Michelangelo si sentì come “in paradiso” – le scrisse a proposito di alcune cose, da tenere in casa, donategli da lei -, “non per averle in casa, ma per essere io in casa loro” (in Raffaella Martini, p. 43), cioè in quanto, grazie a quei doni, per lui era come stare nella casa di colei che glieli aveva mandati.

Una volta Francesco d’Assisi, ripartendo dalla casa di Jacopa dei Settesoli – forse, meglio de’ Settesogli – le affidò un agnello cui egli si era affezionato: voleva che fosse proprio lei, a tenerlo con sé. E alla casa di lei egli dimorò più volte, quando si trovava a Roma, e lei gli preparava dolcini – i mostaccioli romani -, o dimorando egli presso di lei, al Settizonio, o stando, ammalato, in uno stanzone all’interno del complesso ospedaliero di San Biagio, a Trastevere – dove poi, trasformato, i frati minori costruirono tra il 1229 e il 1230 la chiesa di San Francesco a Ripa – in cui tuttora è visitabile l’angusto spazio che Francesco si era delimitato.

Poi, stando per morire, Francesco volle lei, presso di sé: perché gli portasse quei mostaccioli preparati con le sue mani. Dettò la lettera. È ben nota. Ricordo: “Ti prego ancora di portarmi di quei dolci, che eri solita darmi quando mi trovavo ammalato a Roma”.

Perciò il vicario frate Elia diede atto al moribondo – al quale pur contestava la gioia canora proprio sul limitar della tomba (Specchio di perfezione, 121) – della profonda sua amicizia con Jacopa, e poi depose il corpo esanime di lui fra le braccia di lei. “Tutta madida di lacrime”, trasse costei in disparte, “di nascosto”, l’accompagnò presso la salma e, “ponendole tra le braccia il corpo dell’amico”, esclamò: «Stringi da morto colui che hai amato vivo!»” (Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli, 39).

Michelangelo “tanto amor le [a Vittoria Colonna] portava, […] che d’altro non si doleva, se non che, quando l’andò a veder nel passar di questa vita, non così le baciò la fronte e la faccia come baciò la mano. Per la costei morte più volte se ne stette sbigottito […]” (in Raffaella Martini, p. 43).

Jacopa fu più fortunata. Ma pianse a dirotto: aveva perso il “fratello”. Francesco aveva detto, a suo riguardo – appena ella era arrivata da Roma a Santa Maria degli Angeli e i frati gli avevano chiesto cosa fare -: “Aprite le porte […] e fatela entrare, perché per fratello Giacoma non c’è da osservare il decreto relativo alle donne!” (Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli, 38).

Spiegare il motivo per cui, per Michelangelo, Vittoria fosse “amico” e, per Francesco, Jacopa fosse “fratello”, richiederebbe un’indagine che esorbita da questa sede. Qui basti aver toccato un punto che, se le coincidenze nella vita non sono senza senso, pare che avvicinino – mi sembra – l’universo di san Francesco e quello di Vittoria Colonna, che di Michelangelo fu la “rasserenatrice” – per esprimermi con Raffaella Martini – e la “maestra” in spiritualità. E qui è da riandare ad un altro aspetto della configurazione tra la poetessa rinascimentale e l’artista coevo – configurazione relazionale su cui ha ben ragionato la saggista -: l’inversione dei ruoli rispetto al contesto storico medioevale – come lo è a riguardo della relazione di discepolanza tra l’Assisiate e Jacopa.

Al di là di queste mie suggestioni, certo è che molti degli scritti di Vittoria Colonna “sia in versi sia in prosa, riflettono la natura francescana della sua vocazione religiosa” (Raffaella Martini p. 208). A tal proposito voglio ricordare l’impostazione cristocentrica della sua spiritualità, che la pone chiaramente nella sequela di tutta la teologia francescana, e altrettanto il concetto di “culto interiore” o “orazione interna” – su cui san Bonaventura nell’Itinerarium mentis in Deum aveva lasciato mirabili pagine -, caro tanto ai francescani, quanto agli “spirituali”; e all’interno di tale sensibilità la Colonna “insiste sulla possibilità di accedere a Dio per ‘inusitate scale’, una delle quali può essere la poesia” (Antonina Lo Sauro, in Raffaella Martini, p. 166).

Su san Francesco la Colonna ha scritto due sonetti. Li illustra attentamente Raffaella Martini, evidenziandone “il lirismo della contemplazione della Croce, che diviene ‘segno’ individuale attorno al quale si coagula o attraverso il quale fluisce l’intera esperienza esistenziale e poetica della Colonna” (Mila Mazzetti, in Raffaella Martini, p. 209). Un esempio bellissimo a tal riguardo è nel sonetto Doi modi abbiam da veder l’alte e care, in cui la poetessa indica il guardare “al libro della croce” come uno dei due mezzi per vivere nella grazia. Da notare il semantema “libro della croce”, di tradizione luminosamente francescana – come nella Leggenda maggiore bonaventuriana. Ed è proprio sul Francesco “piagato” e sulle “piaghe” di Gesù che si stabilisce una convergenza eidetica e figurativa tra le più significative della visione spirituale di Vittoria. Nei sonetti francescani, l’ultima terzina di Dietro al divin tuo gran Capitano rappresenta una forte, vivida icona di san Francesco stigmatizzato: “poi Seco t’abbracciò tanto e distrinse / che scolpio dentro, sì ch’apparver fore / le piaghe […]”. È forse per il desiderio di emulazione francescana che la Colonna così prega: “vengano a mille in me calde quadrella / De l’aspre piaghe, ond’io con vero effetto / Prenda vita immortal dal Suo morire” (Pende l’alto Signor sul duro legno). Il semantema “piaga” torna più volte negli scritti della Colonna, come in Chiari raggi d’amor, scintille accese (“Porge l’aperta piaga alta e sicura / letizia”) e in Mentre la madre il suo Figlio diletto, uno dei componimenti mariani, in cui – si noti – l’espressione “L’aspre Sue piaghe” coincide, identica, con quella del sonetto francescano Francesco, in cui sì come in umil cera: “Sì vive impresse / Gesù l’aspre Sue piaghe”). In essi inoltre risalta un semantema, insistentemente: l’umiltà. Ce ne fa giustamente edotti Raffaella Martini, e a me piace aggiungere un dato. In due sole composizioni, il concetto ritorna ben cinque volte – “con l’arme sol de l’umiltade in mano”; “come umil cera”, con valore di comparazione; “umil vita”, a racchiudere, con la “povertade”, il carisma francescano; “basso e vile”, in riferimento alla autoconsiderazione dell’Assisiate; “la bell’orma umile”, con cui la poetessa sintetizza la vita e la figura del medesimo.

Alle dotte considerazioni di Raffaella Martini intorno ai due sonetti francescani, a me piace aggiungere due osservazioni: una sull’incipit di Francesco, in cui sì come in umil cera, l’altra sulla dinamica in cui viene inscritto il fenomeno delle stigmate.

L’incipit colpisce profondamente: “Francesco”. Posto in posizione enfatica, sembra costituire la sintesi, primigenia e capitale, di tutto il seguito. Ma soprattutto, usato senza aggettivazione, ha il sapore del nome di un familiare: Francesco. Anche Jacopone aveva iniziato una lauda francescana con il nome dell’Assisiate, rafforzato però dalla particella vocativa: “O Francesco”. Mi sovviene poi l’incipit di un altro sonetto, questa volta non rapportabile storicamente alla Colonna, Santa Maria degli Angeli, la poesia sull’Assisiate di Carducci – se si eccettuano quelle di Dante e di Jacopone, a mio avviso la più bella, viva, profonda, nel panorama della letteratura italiana -: “Frate Francesco”, che mette, però, più in evidenza la sacralità religiosa – e umile – del personaggio. Per concludere, l’afflato dell’incipit della Colonna risalta con prepotenza, se si tiene conto dell’impianto scrittorio sostanzialmente d’arte, quale è quello dei rimatori d’imitazione.

L’altro rilievo è sulla dinamica delle stigmate di san Francesco: normale estrinsecazione di convivenze – o simbiosi? – interiori. Chi già le aveva cantate in questi termini era stato Jacopone da Todi. La nostra Vittoria gli tien dietro: ciò che è scolpito dentro, poi appare fuori. La straordinarietà non sta pertanto fuori. Sta dentro. Aveva scritto Jacopone: in Francesco l’amore mostrò “de fore” “quella norma / de Cristo c’avìa en core”, e “L’Amor devino altissimo / Con Cristo l’abracciao (Francesco povero). Si noti la ripresa lessicale di Jacopone in Colonna: “fore”, e l’identità semantica: “abbracciao”; in Colonna, “abbracciò”.

Non stupisce che Vittoria Colonna si sia tanto prodigata per difendere l’Ordine dei frati cappuccini, approvato il 3 luglio 1528 da Clemente VII – grazie all’interessamento della duchessa di Camerino Caterina Cybo ma sempre avversato e poi a rischio di sopravvivenza, dopo la fuga di Ochino in Svizzera – il quale, ricordo per inciso, fu aiutato a fuggire proprio da Caterina Cybo, quando egli passò da lei, nella sua casa di Firenze, nel 1542. I motivi dell’impegno della Colonna a favore dei Cappuccini sono due: ammirazione per la loro forma di vita, e convinzione che la loro spiritualità costituisse un modello di quella riforma cattolica che ella auspicava e propugnava.

Vittoria Colonna ebbe per un periodo, come confessore, il cappuccino padre Girolamo da Montepulciano – il quale morì il 23 gennaio 1546 (L’Etruria santa cioè le vite de’ santi e beati toscani, opera dell’avvocato Lorenzo Cantini, Fiorentino, tomo secondo, Firenze 1823, nella Stamperia Fantosini, p. 130), per la cronaca un anno e un mese prima della morte di lei -, per cui ella ebbe modo di capire in prima persona, e da vicino, il tenore di vita e la spiritualità di tali frati. E quando un Breve pontificio di Clemente VII rinfacciava ai frati cappuccini il fatto di “voler costoro osservare perfettamente e letteralmente la Regola del B. Francesco […] conducendo una vita così austera e rigida da apparir non umana”, ella poté obiettare con autorevolezza – rifacendosi anche ad un cardinale suo antenato, Giovanni Colonna, il quale aveva difeso, ai tempi di Innocenzo III, l’istanza di san Francesco di praticare la propria “forma di vita” – che appunto ci voleva proprio quello: osservare perfettamente e letteralmente la Regola di san Francesco, poiché essa coincide con “lo Evangelio di Cristo ov’è fondata” (in Raffaella Martini, p. 197).

Inoltre, la conoscenza della riforma francescana dei cappuccini da parte di Vittoria Colonna si connette con la frequentazione da parte di costei di Maria Lorenza Longo, che in seguito fondò la famiglia delle monache clarisse cappuccine. La studiosa Raffaella Martini ne delinea i rapporti di collaborazione nella trattazione delle Rime spirituali, laddove, seguendo il filone delle poesie aventi per soggetto i santi e le sante, parla di santa Maria di Magdala, particolarmente venerata dalla Colonna. Il nesso tra la Maddalena, la Colonna e la Longo è infatti d’obbligo, in quanto Vittoria Colonna fondò una Casa dedicata alla conversione delle cortigiane e la Longo ebbe, come prime consorelle del suo monastero, alcune prostitute convertite.

Ora vediamo l’altro motivo per cui la Colonna si impegnò a difesa dei Cappuccini: li vedeva come esempio concreto che indicava la direzione per la riforma della Chiesa, la “riforma secondo il Vangelo”. In effetti ella era molto preoccupata per le sorti della cristianità, ed è in questa profonda preoccupazione che si inserisce il suo impegno a difesa del nascente Ordine cappuccino. Notare la sua chiaroveggenza, quando, lamentando la “grande corruzione dei costumi” interna alla Chiesa, come afferma Igino da Alatri (in Raffaella Martini, p. 226), scrisse – con forte analogia rispetto a Caterina da Siena (rilevata da Alfred von Reumont, in Raffaella Martini, p. 226) e con forti echi danteschi di Purgatorio, XXXII, vv. 130 ss.-: “Veggio d’alga e di fango omai sì carca, / Pietro, la rete tua, che […] / […] potria spezzarsi […]” (Veggio d’alga e di fango omai sì carca). Come di fatto accadde – ci viene oggi da dire a fatti ormai compiuti. Si noti il lessema dello spezzamento!

Vittoria Colonna si inscrive tra coloro che, pur mantenendosi fedeli alla Chiesa cattolica sul piano dottrinale e istituzionale, ne sostenevano una riforma nella direzione delle indicazioni evangeliche e che pertanto furono detti “spirituali” o “evangelici”, oppure, in forma denotativa, riformatori cattolici. Raffaella Martini ne ricorda i circoli che nacquero intorno a tale progetto sotto l’influenza di Jean de Valdés – a Napoli, a Ferrara, a Lucca, a Viterbo – e, osservando le attinenze con la Colonna, ne illustra le personalità.

A me piace soffermarmi, data la sede di pubblicazione del libro in oggetto, su Bernardino Ochino. La Colonna ebbe assidui contatti con lui – da quando egli nel 1534 entrò nella famiglia cappuccina, di cui fu poi Vicario generale nel 1538 con riconferma nel 1541 – e con lui condivise il concetto secondo cui – per citare proprio Ochino, però ormai luterano – “Christo è quello che ha satisfatto per li suoi eletti et meritatogli il paradiso, et che lui solo è la giustizia nostra” (Responsio ad Mutium Justopolitanum, 7 aprile 1543). Però, mentre ella restò nella Chiesa cattolica, l’Ochino si inserì nella corrente luterana e riparò in Svizzera – il 31 agosto 1542. La Colonna a quel punto si dissociò da lui – come da altri “suoi dotti ma sconsigliati amici” (in Raffaella Martini, p. 47).

Altra personalità molto legata a Vittoria Colonna è quella del cardinale Reginald Pole, che ne fu la guida dottrinale – per cui Raffaella Martini lo prende in considerazione più volte – e che “soleva parlare con lei ‘di quel stupendissimo sacrificio della eterna destinazione, dell’essere preamati’” (in Raffaella Martini, p. 210); ma anche lui, pur cattolico, fu accusato di eresia da Gian Pietro Carafa – sia da cardinale, sia da papa Paolo IV -, che lo detestava profondamente. Il Pole alla fine si salvò grazie alla morte, la quale lo colse appena dodici ore dopo il decesso di Maria Tudor, la tetragona sua protettrice contro le pretese inquisitoriali. E sarebbe stata sottoposta a processo Vittoria Colonna stessa – avvertono gli storici, tra cui Raffaella Martini, p. 43 -, se la morte non l’avesse portata via con sé. Non si poteva mai essere sicuri: e lo sapeva bene anche il cardinal Contarini, che fu, proprio lui, a Bologna, a consigliare l’Ochino ad espatriare, quando costui stava recandosi a Roma per rispondere alla convocazione della Inquisizione – per cui l’Ochino scrisse poi a Vittoria Colona che, sì, egli era anche pronto a dare la vita per il Signore; ma che non aveva poi tanta fretta! – “Andar io voluntariamente alla morte, non ho questo spirito hora”.

Vittoria Colonna e tutto il “circolo degli spirituali” ritenevano conciliabili la concezione cattolica e quella luterana almeno su un punto: quello sulla giustificazione; e oggi, a distanza di secoli, ciò risulta chiaro, come consta dalla Dichiarazione congiunta della giustificazione tra la Chiesa Cattolica e la Federazione Luterana Mondiale, cui si è pervenuti sotto l’egida del Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani – commentata con chiarezza dalla studiosa Raffaella Martini (p. 221-223). Corifeo, a livello istituzionale, della posizione dei riformisti cattolici era il cardinale Gasparo Contarini – su cui la Colonna faceva grande assegnamento -, il quale in qualità di legato pontificio riuscì a raggiungere con i luterani nella conferenza di Ratisbona una formula di compromesso, “iustitia Christi donata”; ma se la vide bocciare a Roma dalla corrente maggioritaria dei cosiddetti “zelanti” – con profonda amarezza della Colonna, che tra l’altro aveva coinvolto il Contarini nella difesa dei Cappuccini (Mila Mazzetti, in Raffaella Martini, pp. 208-210).

La studiosa Raffaella Martini è attenta a comprovare l’ortodossia della Colonna, procedendo sia a livello biografico, sia sul piano letterario attraverso i contenuti poetici.

In tanti sonetti, puntualmente individuati da Raffaella Martini che ha presentato le poesie commentandole una per una, la poetessa esprime la necessità delle opere; ma ha anche avvertito che è “dono” di Dio se “l’opra mortale” acquista infinito valore (Che giunga all’infinito opra mortale) e che “nostro sperar per sé non sale” (Lume del Ciel, che ne’ superni giri); e così tante altre affermazioni che ribadiscono l’inadeguatezza della natura umana rispetto alla vita soprannaturale e in qualche misura anche alla vita morale in senso naturale, poiché, da sé sola, ella – riferendosi a se stessa – ha sempre e solo “tenebrosi pensier, superbe voglie” (Con vomer d’umiltà larghe e profonde). Gli studiosi, tra cui Raffaella Martini, hanno largamente affermato come la spiritualità della Colonna sia sempre debitrice della lezione di Valdés, poiché, come ha sostenuto Claudio Scarpati (in Raffaella Martini, pp. 181-182), lo spiritualismo di Juan de Valdés è così ricco e aperto, cioè connesso con una tradizione imponente di esperienze e indicazioni ascetiche, che è difficile stabilire quale sia la fonte di ispirazione dei contenuti poetici della Colonna.

A questo punto mi permetto una provocazione. Sulla problematica della giustificazione, l’assunto di base del pensiero riformato è che la virtù soprannaturale – quindi la grazia e quindi la salvezza – si ha per la “sola fede” (sola fide). Ed è ciò che dice Vittoria Colonna in Padre del ciel, se, Tua mercede: “[…] e Seco intera / vuol la nostra virtù solo per fede”. Altra provocazione. Il pensiero luterano è che, grazie ai meriti di Cristo, Dio “non imputa” il peccato, quasi che l’anima sia riparata da un manto, “come il pulcino dalle ali della chioccia”, secondo il paragone di Lutero (in Raffaella Martini, p. 183). Ed è ciò che dice Vittoria Colonna. Certo, ella crede sicuramente, a differenza dei luterani, che la grazia “giustifica” ab intrinseco, poiché lo afferma in moltissimi passi; tuttavia la sua “piena fiducia di essere redenta per i meriti di Cristo” – per esprimermi con Raffaella Martini (p. 228) – è tale, che sembra evocare la totale sicurezza dei Riformati. Dice:

“Non si scusa il mio cor quand’ei T’offende,

né per sempre, Signor, vuoi ch’io il condanni;

tuo figlio in croce l’un di questi affanni

mi tolse, e l’altro in Ciel continuo prende.

 

Ei qui Ti satisfece, ivi Ti rende

conto dei tanti miei sì mal spesi anni,

mostrando i lacci antichi e i novi inganni

che ‘l mondo e l’adversario tende;

 

Ei degno e giusto agli occhi Tuoi ricopre

me ingiusta e indegna con quel largo manto

col quale me nasconde e Se stesso opre.

 

Con Lui mostro il mio duol, con Lui fo il pianto

delle mie colpe, non armata d’opre

ma d’un scudo di fede invitto e santo”.

Premettevo che la mia era una provocazione, perché si comprende meglio il vero, se si vede il mondo soprannaturale della grazia con profondità di esperienza, come nei mistici, e, come nel caso della nostra Colonna, con intuitività affettiva. La Colonna, in quanto poetessa, era mentalmente attrezzata a sentire le verità nella loro sostanza, con atteggiamenti “sentimentali” di unitarietà, “tali da renderla sì più vicina alla Riforma, ma lontana da qualunque rigida istituzionalizzazione dogmatica” (Mila Mazzetti, che rimanda a Eva-Maria Jung, in Raffaella Martini, p. 184). E io mi permetto a questo punto un’altra intrusione: si legga la risposta di san Francesco, moribondo, al superiore frate Elia. Secondo me, il suo pensiero di fondo coincide con quello espresso nel sonetto sopra citato – e senza il “duol” e senza il “pianto”, ma con il canto!

Nell’esempio sopra addotto, si può ben vedere che “solo per fede” è la “virtù intera”, cioè quella che è virtù perfetta. Giustamente, dunque, Padre Igino da Alatri avverte che la dottrina e la della vita della Colonna era “coscientemente conforme ai principi cattolici” (in Raffaella Martini, p. 168) e Raffaella Martini puntualmente lo mostra in numerosissime composizioni dell’opera poetica. In effetti non lo si può mettere in dubbio, neppure in espressioni quali le seguenti: “le riempisti [le menti umane] d’un ardente zelo / ch’aperse poi le Sacre Tue scritture” (Le braccia aprendo in croce, e l’alme e pure). Si nota “l’influenza valdesiana”: l’“assoluta importanza della Sacra Scrittura nella spiritualità di Vittoria Colonna, come sorgente di pace, luce e amore” – termini con i quali il sonetto si chiude – (Raffaella Martini, p. 182) si rinviene nel sonetto Doi modi abbiam da veder l’alte e care: “[…] l’uno è guardando spesso / le sacre carte […]”. D’altronde, se la Colonna aveva tanta dimestichezza con la Scrittura, da assurgere a una tale autorevolezza – osserva Adriana Valerio (in Raffaella Martini, p. 185) -, che molti esponenti dell’epoca ambivano conferire con lei delle cose dello spirito e delle Scritture, ciò risulta essere sulla scia di un Erasmo, di un Valdés e di tutto il movimento riformista, ma anche di tutta la tradizione cristiana – avendo Gregorio Magno già stabilito che “la Scrittura cresce in chi la legge” (in Raffaella Martini, p. 185) -, in seguito riproposta dalla Chiesa docente.

Diciamo dunque che la pratica spirituale della Colonna e del movimento cui ella aderiva anticipò di quattro secoli le posizioni formulate nel Concilio Vaticano II. Raffaella Martini, nelle Note finali, ne esamina i vari contenuti, concludendo che il cammino percorso da lei e dai suoi amici del “cenacolo degli spirituali” fu “solitamente un’anticipazione di intuizioni filosofiche e teologiche dei tempi futuri, di una lungimiranza che troverà riscontro solo molto più avanti nella dottrina della Chiesa” (p. 311).

Per quanto riguarda strettamente l’opera poetica della Colonna, è d’obbligo segnalare la sua importanza nell’ambito della letteratura italiana. Raffaella Martini lo espone anche nelle Note finali con la consueta chiarezza e con apporti di studiosi in materia, ma soprattutto ella ci offre, all’inizio dei paragrafi intitolati “Le Rime”, “Le Rime amorose”, “Le Rime spirituali”, “Le Rime epistolari”, un quadro comparatistico delle edizioni critiche delle Rime, oltre che il confronto, con ampio e fine ragguaglio ragionato, sia con il Bembismo, sia con le coeve rimatrici quali Veronica Franco, Gaspara Stampa, Veronica Gambara – nel capitolo II, dedicato specificamente a Il Petrarchismo (pp. 55-94). Lo studio comparatistico delle edizioni delle Rime ha il pregio del rigore accademico, ma è preciso e attento anche lo studio delle relazioni sia di dipendenza, sia di divergenza della Colonna nei confronti del Bembo e del Petrarca. Mi piace sottolineare il debito della Colonna – rimarcato più volte dalla studiosa, nelle occasioni relative a tale rapporto – nei confronti di Dante. Questa dipendenza – di immagini e persino di lessico – è importante, perché svela una mente non solo libera da conformismi diffusi, ma anche aperta alle problematiche, più teologiche e spirituali, dell’Alighieri.

Sul piano dei contenuti, giustamente la studiosa si sofferma sulle Rime spirituali o sacre – che Alfred von Reumont ritenne un genere creato proprio dalla Colonna, o comunque un genere nel quale ella primeggiò (in Raffaella Martini, p. 304). Si tratta di componimenti che corrispondono non tanto ad “una semplice esercitazione poetica”, quanto alla “pratica d’una vita” religiosamente vissuta (Padre Igino da Alatri, in Raffaella Martini, p. 227). La caratteristica di questo filone dell’opera poetica della Colonna è la “scarnificazione del mondo esterno” e un “trasecolare in una visione interamente luminosa” – sostiene Antonina Lo Savio (in Raffaella Martini, p. 165). Ma già nelle Rime amorose è individuata un’anticipazione di spiritualità, per una peculiarità prospettica: l’amato defunto – il marito – è cantato non già nella rimembranza, perciò nel passato, come aveva fatto il Petrarca, con tutto il peso emozionale del rimpianto e con la ripresentazione emotiva dell’affettività vissuta; è invece cantato al presente, cioè in quanto ella è una “vedova lacrimosa”, quindi sulla strada verso la vita eterna, una “viatrix” – come si esprime Chiara Pisacane (in Raffaella Martini, p. 116).

Circa la modalità ispirativa, è la Colonna stessa che ci tiene a dichiararla – come già l’Alighieri, che aveva attestato: “[…] i mi son un che quando / Amor mi spira, noto, ed a quel modo / ch’e’ ditta dentro, vo significando” (Purgatorio, XXIV, 52-54). Ella afferma: “tal io, qualor il caldo raggio e vivo / del divin Sole onde nudrisco il core / più de l’usato lucido lampeggi, / movo la penna, mossa da l’amore / interno, e senza ch’io stessa m’aveggia / di quel ch’io dico le Sue lodi scrivo” (Qual digiuno augellin, che vede ed ode), e in ciò è registrata la sorgente ispirativa, come annota la studiosa Raffaella Martini (p. 163). Senza nulla togliere alla dichiarazione della poetessa, devo confessare che trovo caratterizzati da particolare afflato, emotivamente più carichi e densi, quei passi in cui gli studiosi rilevano una diretta influenza valdesiana, come anche quelli che toccano temi francescani. Ma qui bisogna che io mi arresti, per non travalicare in indagini testuali che esorbitano dal presente impegno.  [Francesco Di Ciaccia]

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