1981, MessLor, Devozione mariana di Leopardi

La devozione mariana di Giacomo Leopardi, «Messaggio della Santa Casa», 3 (1981) pp.87-88.

Testo dell’Articolo

Si sa che Giacomo Leopardi annotò, da giovane, diversi appunti di carattere religioso, scrisse alcuni pensieri sulla Madonna con l’intenzione di svilupparli in poesie, ed anche alcuni versi nell’Appressamento della morte (1816), un componimento stilato in soli undici giorni. Le interpretazioni di questi scritti possono rispondere a criteri di diversa natura; a noi sembra plausibile che il pensiero di Maria corrispondesse, nel Leopardi, ad un profondo bisogno di affetto, e che questo richiamasse a sua volta l’esigenza della fede nel senso più liberante della parola.

Il Leopardi attribuisce alla Vergine l’appellativo di «Diva»: e ciò non solo per il suo neoclassicismo giovanile. Infatti lo stesso termine è usato tutte le volte che egli vuole indicare una idealità, un archetipo, nella sua concezione, superiore. Egli la chiama in soccorso («Deh, tu m’aita») del suo «spirito lasso», stanco e si richiama alla propria devozione per lei: «Se mai ti dissi Madre e se t’amai»; la invoca poi per il momento più terribile dell’esistenza terrena, la morte: «Quando de l’ore udrà l’ultimo sono». Sembra che il poeta quasi ricordi i suoi occhi rivolti all’immagine della Madonna, mentre, afflitto dai contrasti interiori, accennava con le labbra il nome di Maria, nello sconforto per la precaria salute che, con il vigore, gli rubava la speranza: umilmente, teneramente, disperatamente: lei era la «mater amabilis», la «stella maris», la «consolazione degli afflitti».

Nel Supplemento al progetto degl’Inni Cristiani dell’estate del 1818, il ventunenne Leopardi poi scrisse: «A Maria. È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici». Qui il Leopardi evidenzia la innaturalità della «malvagità», poiché essa, afferma, non dà la felicità, e, dopo aver osservato che, pur essendo «brevi e nulli» i «mali» della vita terrena, essi «riescono lunghissimi e insopportabili» a noi uomini che del resto «siamo piccoli» e deboli, si rivolge supplice a Colei che è «grande e sicura», invocando «pietà di tante miserie».

È stato osservato da critici che l’atteggiamento verso questa «Maria» è tutto leopardiano e poco cristiano. Certamente, esso «esprimeva concetti leopardiani» (R. Wis); tuttavia, non travalicava dai concetti cristiani. Infatti, quali che siano le dinamiche psicologiche che lo determinano, resta fermo che questo rapporto affettivo verso Maria è storico ed ha riscontri nel filone della tradizione mariana. Basti pensare ad un Bernardo da Chiaravalle, ad un Grignon di Montfort, ad un Bartolo Longo, l’autore della preghiera O Regina delle vittorie. Dopo un martellante «pensa a Maria, invoca Maria», San Bernardo ad esempio così si esprimeva: «in mezzo ai pericoli, alle angosce, alle incertezze, pensa a Maria… Se ella ti tiene per mano, non puoi cadere, sotto la sua protezione non hai nulla da temere; sotto la sua guida nessuna incertezza». (Homilia I De laudibus Virginis Matris). Similmente si esprimeva Luigi Maria Grignon, il cui stile e i cui accenti si potrebbero pensare usciti dalla penna di un Giacomo Leopardi.

Se manca nel discorso leopardiano la portata morale della devozione, le sue espressioni religiose non contrastano affatto con il Cristianesimo; anzi, se, in questo periodo giovanile, il Leopardi recepì indubbiamente e visse la dimensione religiosa non in forma esclusivamente esteriore, ciò fu possibile per la partecipazione ai significati archetipi della religione. Del resto, ogni persona umana ha un suo modo di partecipare alla fede. E fu proprio questa sinfonia psicologica con il contenuto essenziale della religione a persistere nella vita, pur dichiaratamente atea, del Leopardi maturo, il quale, come noi intendiamo dimostrare in una serie di saggi, se rifiutò la fede fu nella misura in cui credette che quella che conobbe «sociologicamente» era una fede falsa, e fu perché egli cercava una fede autentica. [Francesco Di Ciaccia]

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