1986, IXSeminario, L’educare come carisma religioso

L’educare come carisma religioso. Suor Maria Anna Sala (1829-1891), 1 febbraio 1986, IX Seminario di Studi e Fonti di Storia Lombarda: “Santità e filantropia in Lombardia tra Otto e Novecento” (Milano 1 e 15 febbraio 1986), a cura di Attilio Agnoletto, coordinatore Giorgio Rumi, partecipazione dell’Università degli studi di Milano e della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, in Literary.it, 4 (2011).

Testo della Conferenza

Notizia biografica

Suor Maria Anna Sala, al secolo Maria Anna Elisabetta Sala, nacque il 21 aprile 1829 a Brivio. Fu educata nel collegio delle Marcelline a Vimercate dal 1841 al 1846, il 13 febbraio 1848 entrò come postulante dalle Marcelline e il 13 settembre 1852 fece la professione religiosa. Svolse assiduamente l’attività di insegnante. Morì il 24 novembre 1891. Il 28 gennaio 1959 fu introdotta la sua Causa di Beatificazione ed è stata proclamata Beata il 26 ottobre 1980 da Giovanni Paolo II.

Premessa

La storiografia agiografica ha posto l’accento, per quanto riguarda i campi di attività legati intimamente alla santificazione, su alcuni particolari generi di impegno, indicati come “santificati” in se stessi, quali quelli cosiddetti sacri e quelli che rientrano nelle opere di misericordia.

In realtà, qualunque impegno può ritenersi collegato alla santificazione, poiché il merito, cioè la referenza dell’azione alla virtù teologale, è proporzionalmente diretto al suo contenuto di carità. Infatti, poiché la santità consiste in un fattore “soggettivo”, non sussiste differenziazione tra servizi sacri e servizi profani. Sotto questo profilo, ad accorciare le distanze tra l’una e l’altra sfera di azioni – quelle dette sacre e quelle dette profane – è stata l’Enciclica Provida Mater Ecclesia (1947), raccolta poi dalla Perfectae caritatis (1965) del Concilio Vaticano II.

Ma qui ci chiediamo se il compito di istruire-educare possa ritenersi, di per sé in quanto tale, produttivo di atteggiamenti morali virtuosi. La risposta può trovarsi sul piano della storicità concreto-individuale di ciascun soggetto, cioè dei fattori propulsivi dell’ispirazione e dell’azione del soggetto. Ciò vuol dire riandare al concetto di carisma.

C’è chi ha sostenuto che nell’elencazione esemplificativa e non esaustiva dei carismi di 1 Cor., 12, 8 ss. e di Rom., 12, 6-8 ss. si debba includere a pieno titolo la professione di “artista” (Barruffo, p. 122); indubbiamente, vi si può aggiungere il lavoro dell’insegnante-educatore. Ma che cos’è “carisma”?

Carisma è, etimologicamente, “grazia”, intesa come “dono di servizio”: una abilità particolare o capacità operativa data da Dio ad un soggetto per il bene della comunità. Il carisma non è formaliter santificante, cioè non rende buono di per sé il soggetto, perché consiste appunto in una dotazione ricevuta per il bene altrui.

Dal punto di vista della fenomenologia delle dinamiche interiori, il carisma è una tensione prospettica verso una realizzazione. Questa tensione possiamo chiamarla “ideale” spirituale, per il quale il soggetto si trova ad essere particolarmente dotato. In questo senso, il carisma è quel “servizio” specifico al quale concorrono le virtù morali; quel servizio, in grazie del quale l’esperienza virtuosa acquista un senso particolare; quel servizio, al quale è rivolto l’agire etico di un soggetto e che illumina questo stesso agire. Il carisma è la manifestazione totale e onnicomprensiva delle attitudini e delle manifestazioni etiche e religiose di un soggetto.

Altro problema sarà quello del riscontro del carisma. Il problema deriva dal fatto che l’azione carismatica può essere, di per sé, del tutto comune, identica ad ogni altra azione di ogni altra persona. L’eccezionalità della manifestazione non è connotativo intrinseco del carisma. Ma se il carisma non è visibile nell’azione in quanto genere di attività, risulta chiarissimo nell’azione medesima in quanto efficienza “edificante” – nel senso della “edificazione” della comunità.

La scelta del carisma

La creazione di un Istituto consacrato alla formazione della gioventù non appartiene a Maria Anna Sala. Il suo ufficio di educatrice è conseguenza della scelta religiosa di suora marcellina. In questo senso, ella non scelse primariamente di essere “educatrice”; ma è anche vero che la scelta di essere religiosa marcellina presuppone il carisma di educare. Tale scelta e tale consapevolezza implicavano la convergenza di tutta la pratica morale verso un “servizio” principe: «Suor Maria Anna Sala volle acquisire virtù di capacità in massimo grado, convinta che in tanto si può dare in quanto si possiede: e si appassionò del suo incarico di insegnante, santificandosi nell’adempimento del proprio lavoro quotidiano» (Giovanni Paolo II, p. 11).

Sul piano estrinseco, un indizio del carisma specifico di Maria Anna Sala è dato dal fatto che furono le sue alunne a «dar voce alla sua fama di santità» e furono le ex-alunne «ad aprire il suo ‘Processo’» (Redaelli, p. 21). Sul piano intrinseco, pur dal punto di vista del percorso biografico, i prodromi mostrano in Maria Anna Sala un’attitudine spiccata a guidare moralmente coetanee e familiari. Tornata a Brivio, il paese nativo, dopo l’educandato a Vimercate, ella attirava le compagne organizzando anche festicciole, accudendo loro nelle necessità materiali, confortando le afflitte. Molte ragazze si recavano da lei, perché ella sapeva sollevarne l’animo in ogni genere di afflizione (Ferragatta, pp. 31-32). È una nota caratteristica la sua influenza in famiglia, tanto che suo padre stesso era solito confidarsi con lei e «la mamma ammalata le aveva affidato la guida di tutto» (Fasola, p. 48).

Qui si nota una prima traccia della traiettoria carismatica. Il carisma infatti è ciò intorno a cui fa perno tutto il corredo umano di un individuo, concentrando su di sé la totalità dialettica dell’esistenza; così, esso traduce in potenzialità operative ogni anteriorità vissuta e trasforma le conflittualità biografiche in consapevolezza razionale ed affettiva: questa consapevolezza, in Maria Anna Sala, divenne fittissima sensibilità intellettiva ed emotiva nei riguardi dei problemi delle educande.

La conflittualità affettiva, orientata alla missione carismatica, diventa capacità di far capire alle ragazze l’amore verso i cari e di far sentir loro l’amore da parte dei cari. Su questo affetto tra i congiunti l’epistolario di Maria Anna Sala è molto insistente e ricco. Ad esempio, si legge tra le sue lettere alle ragazze: «Quanto mi consolo al saperti in buona salute, allegra e nel godimento delle paterne carezze»; «Goditi ora allegramente quest’altro mese di vacanza, gusta a tutto agio le squisite gioie domestiche».

C’è anche il momento in cui l’educatrice svela la bellezza della vita in famiglia individuando l’aspetto più autobiografico, quello della necessità dolorosa del distacco. Questa rivelazione è fatta, ovviamente, ad una ragazza aspirante alla vita religiosa. Allora Maria Anna Sala si trova ad essere istintivamente annunciatrice del valore del sacrificio, quello stesso che aveva reso lei idonea a comprendere la dolcezza della casa e insieme la grandezza della rinuncia. Così la prepara: «[…] sentirà il distacco dalla famiglia, sentirà la lotta della natura», e di nuovo: «[…] il distacco de’ suoi cari le tornerà doloroso, non v’ha dubbio […]; ma quali e quante consolazioni le verranno date in compenso!».

L’esperienza del dolore di chi si sacrifica, dunque, si espande in gioia di amare e in potenza di far amare. Il pensiero che le alunne fossero sempre affettuose con i genitori è molto frequente nell’epistolario: «Sì, stà allegra, ma ad un tempo sappi essere l’angelo della consolazione al tuo buon papa».

Il supremo riscontro di tale sensibilità per la bellezza della vita domestica si ha nella partecipazione di Maria Anna Sala al dolore delle ex allieve, quando qualche lutto colpisce la famiglia. In questi casi si nota un più reale, immediato sentimento: lo dimostra la stessa scrittura che diventa più personalizzata, lo dimostra lo stile più genuino, del tutto privo degli stereotipi di cui soffrono le lettere d’occasione e di cortesia. All’ex alunna Maria Sirombra è morto il marito; così le scrive la suora il 20 febbraio 1891:

«Non mi pare già di scriverti, ma d’esserti vicina, e parlarti a viva voce. […] Tu piangi, e pur troppo a ragione […]. Ma poi: «Fa’ cuore, aspettati ancora dei giorni lieti e benedetti, e intanto pensa che sei in gran dovere, assai più che nel passato, di tenerti di conto specialmente in vista dei tuoi cari figlioletti». (Lettere inedite, pp. 205-206). Un appello contro la disperazione.

L’educatrice di giovani destinate al matrimonio sentiva vivamente, dunque, i valori delle realtà umane. L’indirizzo specifico della formazione morale e culturale era, per la stessa istituzione delle Marcelline, la preparazione delle giovani alla vita nel mondo. Le preghiere augurali e le esortazioni di Maria Anna Sala si concentravano su questa idea costante: la virtù caratterizzante deve essere, per le allieve, quella che «sa accordare le esigenze di famiglia e le esigenze di società». Questo tipo di attitudine fondamentale deve informare le singole qualità interiori e i vari habitus morali. Possiamo focalizzare le attitudini morali, in questo ambito di vita, nelle seguenti note: “pietà soda” e “virtù maschia; “vita laboriosa”, “mitezza di carattere”, “docilità” e “sacrificio anche de’ più innocenti desideri per far piacere altrui”. L’insegnamento più completo suona così:

«[…] sappi essere l’angelo della consolazione […], l’angelo dell’edificazione in casa e fuori, e lo sarai mostrandoti docile, gentile, soda, sempre disposta a fare sacrificio delle tue anche innocenti voglie ove il desiderio [degli altri] lo richieda, e ciò sempre con buon umore e lieto volto» (Lettere inedite, p. 155).

L’educare come “incarnazione”

II concetto e la terminologia, applicati espressamente a Maria Anna Sala, sono di Carlo Maria Martini (Carlo Maria Martini, p. 50).

Da Carlo Maria Martini è stato già focalizzato il “segreto”, come egli lo chiama, dell’opera educativa di Maria Anna Sala: «[…] stare vicino, farsi presente, essere accanto, partecipare alla vita delle giovani che essa doveva educare, non dall’alto, non passando sopra le loro teste, non con precetti generici, non con richiami a modelli lontani, ma ponendo se stessa, giorno per giorno, giorno e notte, vicino a queste allieve, a queste alunne che essa tanto amava, con discrezione, con riserbo, senza mai entrare nella loro libertà interiore ma stimolandole attraverso la sua presenza, l’esempio, il sorriso, l’incoraggiamento. Ecco il metodo […] dell’incarnazione, il metodo educativo che non si basa tanto su programmi o schemi preordinati, ma mette in primo piano la presenza dell’educatore […] come persona che dà fiducia e che infonde fiducia».

Della innovativa metodologia educativa delle Marcelline, consistente nello “stare accanto” alle educande – come si esprime Carlo Maria Martini riferendo la normativa della Istituzione -, qui vogliamo segnalare come la corrispondenza epistolare di Maria Anna Sala rappresenti un prolungamento di tale vicinanza e come essa equivalga a un atteggiamento di quell’umiltà che consiste nel porsi sullo stesso piano degli altri.

Il sentimento fondamentale dell’educatore è quello della parità. La parità non è mancanza di autorevolezza. Al contrario, l’educatrice sapeva farsi obbedire ed era anche esigente nell’altrui osservanza delle normative; ma era obbedita perché comandava con amore (Summarium Documentorum, p. 29). Da che cosa discende il sentimento di uguaglianza? Esso discende dalla consapevolezza della trascendenza della perfezione. Di fronte a tale fine, non c’è chi sia più vicino e chi sia più lontano.

Innanzitutto, il rispondere alle lettere delle alunne è dichiarazione oggettiva, fattuale di un debito, quale Maria Anna Sala asserisce esplicitamente ad Annetta Ballerini Tizzoni, il 3 aprile 1873: «Io piuttosto devo essere grata […]» (Lettere inedite, p. 99). L’epistolario della Sala appare un autentico andare dalle sue alunne ed ex alunne. E con sacrificio di tempo.

Qui annotiamo l’altra nota dello scrivere: il sacrificio. Per la Sala, il tempo era tiranno. Ella lo confessa in quasi tutte le lettere: la “ristrettezza di tempo” è chiamata “malattia incurabile”, “male cronico” (Lettere inedite, pp. 157-158, 181, e passim). Dunque, né trincerandosi dietro la sacra veste, né difendendosi con le mille occupazioni, la suora dimostra nell’umile attenzione quello che è il suo reale interesse di educatrice: «Tutto che riguarda la mia Rina mi interessa come cosa mia propria»; così scrive, ad esempio, all’alunna Rina Spingardi, il 20 settembre 1881 (Lettere inedite, p. 155); e il rapporto epistolare si coniuga, prolungandolo o anticipandolo, con l’incontro personale in collegio: «[…] voglio sperare anch’io che si compirà la bella promessa del Babbo di condurti a Milano e in tale occasione anche al Collegio in Quadronno; quanto ti rivedrò volentieri!».

Per concludere questo approccio ad alcuni elementi dell’educazione di Maria Anna Sala, sintetizzo l’idea di fondo del lavoro educativo. Può sembrare strana la deduzione di come occorra poco per educare bene: bastano consigli utili, bastano esempi buoni. Ma, per educare efficacemente, occorre di più: occorre tacere, occorre “far niente”. Si tratta di un silenzio e di una inutilità che è cosa difficile. È – per servirci di Maria Anna Sala – il “sacrificarsi”, è il “sopportare”, e ciò senza dirlo, senza che il fatto appaia. Giustamente è stata dunque posta la intrinseca relazione tra il distacco da sé e dalle cose e la missione di educare:

«Era distaccata da tutto, perché comprendeva bene il suo compito di Educatrice […]» (Ferragatta, p. 143).

Virtù e carisma dell’educare

Tra le note salienti di un educatore c’è la pazienza, che è l’habitus della dolce fortezza. Maria Anna Sala fu favorita, in seno alla Congregazione, a svilupparne i germi grazie alla durezza con cui le sue superiori trattarono con lei, soprattutto la Fondatrice la quale, un po’ per carattere, un po’ per “l’intenzione più o meno manifesta di mettere alla prova, anche dinanzi agli altri, la virtù della Serva di Dio” (Relatio et vota, p. 12), si comportò con lei in maniera rude (Ferragatta, pp. 223-226).

Le fonti mostrano una Maria Anna Sala che è esigente con le alunne, ma con dolcezza; tende alla longanimità e addirittura è pronta a discolpare le ragazze. «[…] sapeva essere del pari ferma e se era ‘no’, per quanto dolce ‘no’, restava ‘no’ e lo sapevamo sì bene, che non ci veniva neppure la tentazione di ritornarvi»; ella «esigeva il compimento esatto di tutti i doveri e l’osservanza fedele di tutti i regolamenti. Ma l’amore di madre aveva sempre il primo posto, per cui ella sapeva ottenere assai più con la bontà affettuosa e materna che con la severità del comando»; «non imponeva la sua autorità» e quando «qualcosa non andava bene in iscuola o fuori, ‘si chiamava Suor Sala, la quale rimetteva ovunque la calma e la serenità’» (Ferragatta, pp. 146-147).

Il modo con cui imponeva l’adempimento dei doveri era tipicamente opposto all’aggressività: bastava la presenza. Gli interventi punitivi, poi, erano caratterizzati da un sottile umorismo, che rende leggera la riprensione e che è l’astuzia intelligente di chi sa comprendere le debolezze altrui. L’educatrice non escludeva il tono magari “piccante”, ma lo accompagnava sempre con un fare “gioviale” (Summarium Documentorum, p. 28). E questo è essenziale: perché i giovani sentono non tanto le parole, quanto i sentimenti; percepiscono non le prediche, ma l’intenzione. La “giovialità” è la lealtà di chi non cerca se stesso, scaricando le proprie frustrazioni recondite nelle necessarie correzioni pedagogiche.

Un segno della sua equità, che è sintomo del superamento delle tensioni reattive e dei bisogni di compensazione, era il trattamento omogeneo con tutte le allieve: «Se c’è una maestra che non ha simpatie od antipatie è proprio suor Sala», depose Giulia Bertoloni al Processo (Summarium Documentorum, p. 41).

L’identità di giustizia nell’educazione non esclude, anzi fonda sapientemente e rende veritiera ed efficace l’individuazione pedagogica dei bisogni diversificati dei soggetti. Maria Anna Sala mostrò una predilezione per le ragazze più problematiche, più difficili, sia intellettivamente, sia caratterialmente. Tale tendenza, che potremmo definire istintiva in ogni educatore di media generosità, assume caratteristiche particolari a partire dalla capacità dell’operatore di comprendere psicologicamente le necessità delle singole persone e di adeguarsi a loro. In sintesi, possiamo dire che l’efficacia dell’educatrice è proporzionata alla finezza nel cogliere l’aspetto di dolore nelle persone devianti, cioè nel capire le cause che sono, esse stesse prima di tutto, una sofferenza per il giovane che non si comporta bene. Cito, per tutti, il caso di una ragazza che, orfana, era tenuta controvoglia in collegio per tutto l’anno. La giovane tagliuzzò il proprio grembiule, mentre era in classe, e si attirò considerazioni diffidenti da parte delle compagne. L’insegnante la corresse con la semplicità di un tono deciso ma pacato; quel che è più interessante, la corresse non su un piano formale, non per la trasgressione materiale che la ragazza apparentemente compiva, ma su un piano diverso: «Tu sciupi i doni di Dio» (Ferragatta, p. 167). Ciò rivela al contempo l’intelligenza delle reali cause del comportamento dell’alunna e la sapienza dell’intervento che, senza umiliare, così come senza scoraggiare, evita un bersaglio falso e propone un ideale superiore. Infatti, l’avvertimento sulla povertà trascende il fenomeno della reazione alla vita di collegio – la quale reazione ispirava il tagliuzzamento in questione – e prospetta, pur nella fattuale incongruenza tra le intenzioni dell’allieva e la proposta della povertà, un principio che vale indipendentemente dal nervosismo dell’allieva. La conseguenza è che l’alunna trasgredente, richiamata ad un dovere assoluto e superiore, pur sapendo che la sua intenzione non si attiene a quel dovere – ella non intende conculcare la povertà -, si trova più disposta ad accettare la correzione, che punta su un principio di per sé valido e che, d’altronde, ella non si sente di offendere: tutto ciò, con l’aggiunta specifica di sapersi compresa e compatita amorosamente e intelligentemente. Da ciò si comprende come la funzione educativa sia estremamente delicata, e si può ben dedurre come possa diventare deleteria se viene a mancare una operante e viva attenzione, che sia intelligente ed affettuosa insieme, verso la gioventù, la quale per altro attraversa una fase critica dell’evoluzione psicologica. [Francesco di Ciaccia]

Siglario dei testi citati

Barruffo Antonio, in Nuovo Dizionario di spiritualità, a cura di Stefano De Fiores e Tullo Goffi, Paoline, Roma, 1979.

Fasola: Umberto M. Fasola, Conforto agli educatori nell’adempimento della missione, in Numero speciale.

Ferragatta: Mary Ferragatta, Un’educatrice modello. La serva di Dio Suor Maria Anna Sala, s.e., [Milano, Ind. graf. L. Reali], 1962.

Giovanni Paolo II: Giovanni Paolo II, Gaudeamus omnes, in Numero speciale.

Lettere inedite: Lettere della Serva di Dio Suor Maria Anna Sala, manoscritto e dattiloscritto in Archivio Generale della Congregazione delle Suore Marceline, Milano. Cito dal dattiloscritto.

Martini: Carlo Maria Martini, Il metodo dell’incarnazione, in Numero speciale.

Numero speciale: “Conoscerci”, numero speciale, 1980-1981.

Redaelli: Luciana Redaelli, Suor Maria Anna Sala delle Marcelline, s.e., s.d. (in realtà 1977).

Relatio et vota: Sacra Congregatio pro Causis Sanctorum, Mediolanen. Beatificationis et Canonizationis Servae Dei Mariae Annae Sala, ecc. Relatio et Vota Congressus Peculiaris super virtutibus die 25 Maii An. 1976 habiti, Romae, 1976.

Summarium Documentorum: Sacra Congregatio Pro Causis Sanctorum. Officium Historicum, Mediolanen. Beatificationis et Canonizationis Servae Dei Mariae Annae Sala Sororis Professae e Congregatione Sororum v. “Marcelline” (+1891). Summarium Documentorum ex Officio concinnatum, Romae, 1975.

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