2016, 24 settembre, Mani sacerdotali

Presentazione di Francesco Di Ciaccia, Mani sacerdotali, 24 settembre 2016, Libreria Bustolibri, Busto Arsizio.

Testo (scritto) della Presentazione

Le mani non parlano (per “mani” intendiamo anche braccia o singole dita): non parlano nel senso che non producono parole.

Tuttavia comunicano. La comunicatività delle mani si può distinguere in due categorie. Una è quella della convenzionalità, che si fonda sulla norma consuetudinaria, cioè sull’uso, come per i simboli verbali. Tale è, nelle aule scolastiche, l’elevazione di un braccio con due dita in evidenza, con cui si chiede di uscire.

L’altra categoria è quella della corrispondenza naturale, che si fonda sulla connessione fisica tra postura della mano e il suo significato. (Per i simboli verbali essa corrisponde alle parole onomatopeiche). La significanza è immediata. Tale è l’alzata del braccio all’appello dei presenti: la mano è essa stessa “presenza” del soggetto nominato. Corrisponenza naturale è nell’elevazione e in altri movimenti delle mani del direttore d’orchestra, nella postura delle braccia del vigile urbano. Naturale è l’alzata di tutte e due le braccia, con mani allargate: la posizione originariamente mostrava le mani prive di oggetti offensivi – poi è diventata convenzionale per indicare la resa.

Eppure, anche nei gesti convenzionali e in quelli naturali si riscontrano tante e tali sfumature, che si può dire che le mani sono pagine aperte come quelle di un romanzo. Io ho svelato un po’ di questi romanzi accennando alle mani sacerdotali (grazie a un felice suggerimento del professore Gianvittorio Pisapia), in cui ho incluso la sfera religiosa in ambito cattolico.

Tutto quanto ho premesso si applica alle “mani sacerdotali”; anzi, tutto è rilevato in modo molto più sottile e articolato, dato che la sfera sacra e religiosa comporta vissuti molto profondi.

Ma prima c’è da fare un’altra considerazione, tutta contraria a quanto s’è detto. Le mani comunicano anche quando non fanno alcun movimento: neppure un minimo movimento d’una falange. È questo ciò che si può definire il “silenzio della mano”. Ma la peculiarità della mano è che persino il suo “silenzio” “parla”. La mano parla anche tacendo.

Prendiamo la mano nella sua oggettività nuda e cruda: si parla di mano da musicista, da muratore, da pittore, da calzolaio, da scrittore, eccetera. Ma non è la conformazione materiale che interessa qui. Prendiamo la mano nella sua semplice oggettività, che però tocca un’altra mano, così come si fa nel saluto che si usa comunemente. Già questo tocco fa percepire molto dell’attitudine del soggetto con cui si entra in contatto con la mano.

Se è vero, come si suol dire, che gli occhi sono lo specchio dell’animo, le mani ne sono la vibrazione.

Non senza motivo presso alcuni Ordini religiosi, ed oggi ancora tra i monaci certosini, in certi momenti si tengono le mani nascoste tra le maniche: è il “nascondimento di sé”. La posizione accompagna il tempo del raccoglimento interiore, dichiara l’estraneità all’attività esteriore (a parte l’uso per un motivo pratico, tenere le mani al caldo). Il nascondimento monastico delle mani fa venire in mente un frammento di Anassagora, un filosofo presocratico: “l’uomo è intelligente perché ha le mani” (e qui tralascio l’alternativa opposta, sostenuta da Aristotele e dal Galeno, secondo i quali “l’uomo ha le mani perché è intelligente” – E in ciò io sono antiaristotelico, per una motivazione che qui non espongo).

Si consideri ora la sottigliezza del valore delle mani nel mondo religioso. Se i monaci certosini procedono con le mani tra le maniche essendo costantemente in attitudine meditativa, incrociando un confratello l’uno e l’altro sfilano le mani dalle maniche in segno di comunicazione interpersonale (e le portano ai lati del cappuccio con un inchino). L’importanza attribuita a questa esposizione è tale che, se un distratto novizio non la compie, il confratello recepisce quella mancata comunicazione come avversione nei suoi confronti.

Esasperata sensibilità monastica a parte, nella vita sociale, quando si dà la mano a qualcuno, ci si toglie il guanto.

Rifacendoci ora alle categorie indicate all’inizio, riguardo alle “mani sacerdotali” la categoria della convenzionalità è quella i cui gesti sono fissati dalle norme liturgiche, tali per cui il loro senso è chiaro a tutti: le mani, in questo caso, “dicono”, cioè dichiarano un significato in modo codificato. Ne faccio cenno solo per rimarcare che anche la gestualità stabilita dalle norme liturgiche non sfugge ad un margine di soggettività, cioè di “narrazione” dell’atteggiamento interiore da parte del sacerdote.

Prendiamo il gesto delle braccia elevate che accompagnano l’invito a portare “in alto i cuori”. Il senso dell’elevazione del cuore è espresso, gestualmente, con l’innalzamento delle mani un po’ oltre le spalle o al massimo un po’ oltre la testa. Ed ecco che un sacerdote, invece, racconta se stesso allungando le braccia verso l’alto in maniera spasmodica.

Una postura liturgica è il gesto per l’offerta-preghiera del “Signore (sia) con voi”. La specifica apertura delle braccia e la posizione delle mani rimandano a vari atteggiamenti previsti: preghiera a Dio – come per l’Oremus e per tutte le orazioni – perché si compia ciò che è invocato; offerta ai presenti di ciò che si è chiesto a Dio per loro; abbraccio ecclesiale, sia pure appena accennato. Il gesto liturgico è soggetto a tantissime varianti personali (braccia più o meno allargate, più o meno elevate, mani più o meno tese o ripiegate, eccetera), e con ciò i soggetti si raccontano. Qui non ne tratto, ma rammento solo una variazione constatata per la prima volta questa estate: l’allungamento delle braccia, tese in parallelo verso il popolo. Le parole corrispondenti al gesto recitavano: “Il Signore è con voi”. La postura indica qualcosa differente: né invocazione né offerta, ma constatazione.

La postura delle mani al di fuori delle celebrazioni liturgiche o nelle celebrazioni liturgiche però in gesti che non sono normati rientrano per loro natura nella categoria delle mani che “narrano”, come avviene nella predicazione, nelle benedizioni, nel modo di tenere il calice, il messale, del modo di tenere le mani quando si fa ingresso all’altare o se ne esce. La casistica e la fenomenologia al riguardo è inesaubile; qui ricordo la postura delle dita quando si benedice. Il modo con cui si benedice rivela come un libro stampato la personalità del benedicente. Io vi ho accennato a proposito degli ultimi papi a partire da Pio XII.

Anche a questo semplice gesto si può applicare quello che dice la poetessa Paola Marchesin (citata da Gianvittorio Pisapia ne Il silenzio delle mani, a pagina 27): «Guardo le mani e vedo la storia dell’uomo».

Ma qui voglio ricordare il modo di tenere in mano il teschio, o al suo posto il crocifisso – oggi il teschio si usa poco, tra le mani. Se vedete il religioso tenere in mano il teschio, sembra proprio che tenga tra le mani un tenero bambinello, piccolino: con tanta tenerezza. Ci si stupisce, se non si conosce il significato del teschio.

Infine in questo rapido cenno al tema delle mani nel mondo sacerdotale e religioso consideriamo la mano del frate riprodotto sulla copertina dell’opuscoletto. Siamo nel primo trentennio del sec. XVII. La destra esprime costernazione: per la morte di Gesù; ma dice anche: “Disgraziato che sono! È anche colpa mia”. Non si tratta di un clichè iconografico, non si tratta di opere preparate per il pubblico. Nello stesso secolo un altro frate, defunto sei anni prima, anch’egli cappuccino, dinanzi al crocifisso narra tutt’altro. Le mani intrecciate, per nulla nervose e tese, in atteggiamento di preghiera, sono d’una preghiera proprio di ringraziamento, e il viso e gli occhi ne traducono perfettamente il sentimento, che è come se dicesse al crocifisso: “Grazie, grazie tante, Gesù, che ti sei fatto ammazzare”, ovviamente “imperocché per la tua santa croce – per servirmi di una frase di san Francesco d’Assisi – hai riconquistato il mondo”. [Francesco di Ciaccia]

 

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