Arluno, Giovan Pietro, La peste

Notizia bio-bibliografica e contesto dell’opera, Introduzione a Giovan Pietro Arluno, La peste, Milano, Terziaria (Testi 6. Collana diretta da Francesco di Ciaccia), 1999.

 

Le peste. Copertina
In copertina: Frontespizio del manoscritto, Biblioteca Almbrosiana – Milano, collocazione S.P. II, 25 Cassaf. 3

Testo della Introduzione

Il casato e le tombe morte

Giovan[1] Pietro appartenne alla nobile famiglia degli Arluno[2] (all’origine, anche Aruleno; poi, anche Areluna) proveniente dall’omonima città[3].

Il capostipite fu Leonardo – con data 1333 -, secondo quanto consta da un manoscritto inedito[4]. Costui ebbe due figli: Giovannino e Francesco. Dal primo nacque Luigi, “Notaius Laudensis”, che sposò tal Margherita, da cui discesero Boniforte – il papà del nostro autore – e quattro fratelli: Francesco, Antonio, Maffeo e Melchiorre.

Melchiorre, protofisico e, nel 1445, decurione, ebbe due figli e morì il 23 aprile 1486[5]. Un manoscritto inedito così ne metteva in guardia, il 10 ottobre 1449: “Altro ribelle alla repubblica”. In effetti già Antonio era stato definito “turbatore della città di Milano”, in data 6 gennaio 1409; e alla stessa data era “testimone alla proclamazione della pace tra Facino e il duca di Milano”[6].

Mutano gli umori, in seno alla famiglia; o meglio, alla politica: Boniforte sarà esaltato “assai gradito ai duchi”.

Boniforte – registrato col nome di Guinifortus il 16 giugno 1453 nel Collegio dei Nobili a Milano – fu medico, protofisico ducale e a 72 anni morì “felicemente” – consta da una lapide. Intanto sposò Agnese Tancia (anticamente Agnesa, Tanci o Tanzi). Dalla quale si sa, e non si sa, quanti figli ebbe. La vita è un po’ un mistero.

Tra i figli di cui si sa qualcosa, Giovan Pietro sembra il quintogenito. Non consta coniugato né con prole. Ebbe tre fratelli medici iscritti nel collegio dei protofisici: Giovanni Battista, Gerolamo[7], Giovan Francesco[8]. Gli ultimi due hanno a che fare coi “Corpi Santi”[9] – il cruccio di dove siano andati a finire i cadaveri degli Arluno, compreso quello del nostro autore. Il quartogenito, Bernardino, membro del Collegio milanese dei Nobili Giureconsulti dal 1507, giurista e scrittore, è il più noto: si sa non solo che nacque e che morì – più o meno come tutti -, ma persino quando: 1478 e 1535.

Da un manoscritto inedito[10], datato il 18 novembre 1476, risulta che Boniforte fu sollecitato a far sì che un suo figliolo continuasse in un certo “officio”, non specificato:

“Havemo scripto a messer Boniforto Arluno chel facia che suo fiolo ne venga a servire perche essendo dela qualita del c. [?] volemo chel perseveri al officio principiato. Pero lo havereti da voi et li fareti fare el medesimo con operare chel venghi ad ognimodo vig[in]ti die”. Di chi si tratta? L’ardua sentenza ai posteri.

Gli Arluno furono molto stimati e ricoprirono cariche anche ufficiali. Ma dalle carte manoscritte e inedite emerge qualche difficoltà: almeno per Giovan Francesco. Costui aveva possedimenti “in Sidriano, plebe di Corvetta”, sicuramente nel 1558[11], ma in data 6 dicembre 1586 inviò due lettere alla “Regia e Ducal Camera” di Milano per reclamare diritti su crediti vantati: per gli anni 1576–1578, e per gli anni 1577-1578, ciascuna volta per somme e per motivi differenti. A firma di tal Stontius, l’istanza fu accolta, in tale guisa[12]: “Il magistrato ordin[ari]o provegga onninam[en]te che sia sodisfatto di ciò che giustam[en]te egli deve, non lasciandogli giusta causa di dolersi”. Più interessante per noi è la motivazione addotta dal richiedente – cito da una delle lettere -: “[…] povero gentilhuomo con il carico de moglie et figlioli et astretto da urgentissimi bisogni sendo inabile anissuna sorte de esercitio, per difetto della vista ne havendo altro da poterse valere et socorere ha deliberato recorrere ali piedi de vostra Ecel[llenz]a”.

Gli autori che fanno menzione della famiglia di Boniforte Arluno e Agnese Tanzi rammentano solo i figli sopra nominati: e in realtà ciò è conforme ad una lapide, che riferirò. Ma l’albero genealogico citato nomina un sesto figlio, Matteo, forse nato nel 1500. Anzi, da un’altra lapide risultano undici i figli: non nominati.

Oltre che sui figli, c’è nebbia sui sepolcri. La lapide, non datata, che riferisce i nomi dei cinque figli “non degeneri” (quelli che eran degni di tanto padre e di tanta madre?), fu inscritta dal Forcella, nel 1890, nell’area della basilica di Sant’Ambrogio. La riporto (rispettando gli a capo, ma in minuscolo e senza le abbreviazioni epigrafiche), con traduzione in nota[13]:

Bonifortus Arlunus splendidis
natalibus procreatus. Mediolani
ducibus acceptissimimus fuit.
Quippe qui et animi virtute
et celebri litteratura
floruit. Ceterum ex Agnete
Tancia insigni matrona liber
os suscepit haud degeneres [:] Iohannem
Baptistam. Hieronimum. Iohannem Franciscum.
Bernardinum et Iohannem Petrum. At conditi
sunt ipse Bonifortus cum coniuge
honestissima et Iohannis Baptista et
Bernardinus in divi Bernardini templo

Stando all’iscrizione, padre e madre e anche Giovanni Battista e Bernardino, furono sepolti in San Bernardino[14]. Il Dizionario Biografico degli Italiani, nel 1962, precisò però che tutta la famiglia fu sepolta lì. Un’altra lapide, dell’area di San Bernardino alle Monache Francescane, “vista e trascritta da Pompeo Casati cistercense ed inserita nel vol. 2 delle Lettere di Francesco Cicereio”[15], è datata 1540. Poiché costui, ovvero Francesco Ciceri, morì a Milano nel 1596, la lapide, a quel tempo, si trovava ancora in loco. Trascrivo l’epigrafe (rispettando gli a capo, ma in minuscolo e senza le abbreviazioni epigrafiche):

D[eo]. O[ptimo]. M[aximo].
Hic cristiane
conquiescunt Bonifortis
Arlunus primatum Mediolanioque
principum medicorum praeclarissimus astronomus
sapientissimus vir pius et integerrimus LXXII
etatis annum feliciter praetergressus
Agnes Tancia coniux pudentissima et probatissima
insignis quoque filiorum XI corona
ex quibus quinque eximiam magisterii
lauream consecuti et doctrina
et moribus candidissimis mundo
preluxerunt. Unde istorum
spiritus jam cum Deo
et angelis in celo beatos
perpetuo deliciari iure
credimus
MDXXXX

In altri termini, Boniforte e Agnese, “castigatissima ed onestissima” signora, furono insigniti della “corona” di undici figlioli. Innominati. Cinque di costoro si laurearono e rifulsero per dottrina e per candore di costumi, davanti “al mondo”. Degli altri, nulla. Comunque, con fondamento (“credimus […] iure”) si ipotizza che, per ciò (“unde”), le anime, beate (“spiritus beatos”), dei genitori godessero, alla data dell’iscrizione, “già con Dio e con gli angeli, per sempre, in cielo”. A parte la dignitosa ipotesi – che per correttezza facciamo senz’altro nostra -, non è da dubitare, date le testimonianze in marmo, che i genitori siano stati sepolti in San Bernardino, “tempio divino”. Ma quando? Il padre, probabilmente nel 1525, quando morì; la madre, è ragionevole ritenere non dopo la data dell’epigrafe, dato che è poco probabile che sia stata sepolta viva – cosa che accade raramente, come forse avvenne per Jean Duns Scoto l’8 novembre 130.

Alla fin fine, dunque, si sa di certo una cosa sola, incontraddittoria: che Boniforte morì a 72 anni. E fa sempre piacere, sapere quanto tempo uno è vissuto. E poi che è morto. E che è stato sepolto in un bel posto. Quale?

Nel 1718 il Corte, poi ripreso dal Mazzuchelli, dal Brambilla e dal Sangiorgio, parlò di una cappella gentilizia degli Arluno in Sant’Ambrogio. Lì, fino alla sussistenza della nobile famiglia[16], l’ornamento dell’ancona sembrava esprimere l’insegna del casato: era diviso in due ali che, al di sopra, abbracciavano una luna. “A nostri giorni – proseguiva – la Cappella gentilizia fu rimodernata, ed abbellita in vaga forma da’ PP. Cistercensi, e dedicata a San Bernardo”[17]. E lì giaceva – precisava – anche il cadavere di Giovan Pietro.

In effetti i benedettini cistercensi subentrarono nel sec. XV ai benedettini cluniacensi che dal sec. VIII avevano officiato Sant’Ambrogio e che costruirono un magnifico monastero. I cistercensi ebbero però solo la residenza nel monastero – poi fatto riscostruire da Ludovico il Moro per ordine del cardinale Ascanio Sforza -, mentre l’officiatura era affidata esclusivamente ai canonici. Data la situazione, gli spazi, nella stessa chiesa, erano un po’ divisi tra gli uni e gli altri: e una cappella fu in effetti dedicata dai cistercensi a San Bernardo. Il rimodernamento della cappella è forse riferibile ai restauri compiuti nel sec. XVII. Ma se lo specifico capitolo di Memorie e monumenti funerari in S. Ambrogio tra Medioevo e Rinascimento[18] neppure accenna alla cappella funebre degli Arluno, vuol dire che le tombe furono trasferite in Sant’Ambrogio successivamente all’età rinascimentale. Tuttavia prima del 1718, evidentemente. L’ulteriore ristrutturazione della basilica eliminò gran parte dei sepolcri e delle lapidi all’interno, trasferendo le lapidi – o alcune di esse – sulla parete esterna della chiesa. E lì io stesso ho visto la lapide a Bernardino Arluno, riportata dal Forcella. La riproduco (rispettando gli a capo, ma in minuscolo e senza le abbreviazioni epigrafiche), con traduzione in nota[19]:

Bernardinus Arlunus Iure Con
sultus Absolutissimus exquisitiss
imaque morum eloquentia conspic
uus multa de iure Cesareo luc
culenter scripsit sed periere omnia
ab ispanicis copiis discerpta et ple
raque alia per hunc ipsum graviter
excogitata non omnia tantum virtut
is monumenta interierunt
nam extant adhuc preclari hist
oriarum libri qui cum multis mo
do repertis per eundem insigniter
contextis Dei Optimi Maximi nu
tu brevi in lucem venient

Non si tratta di un’iscrizione funebre. Ma la sua collocazione nell’area di Sant’Ambrogio costituisce un elemento, in appoggio, che avalla la presenza, un tempo, dei sepolcri degli Arluno in questa chiesa.

Sic transit gloria mundi. E restano gli scritti.

Le opere…

Le opere di Arluno ebbero diverse edizioni. La prima raccolta in volume è del 1515, a Milano: Joannis Petri Arluni Medicarum elocubrationum, “per Zanotum de Castilioneo, Ad impensas D. Jo. Jacobi et Fratrum de Legnano. Anno D[omini]. MCCCCCXV die XVIII Aprilis”, in folio. Ne elenco i trattati ivi raccolti, indicando i titoli esattamente così come sono di fatto – e non come riportati da altri scrittori[20].

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis De Faciliori Alimento summula, pp. 19.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis de citae concoctionis nutrimento: Commentarius tripartitus, Jacobo Philippo Sacco Mediolanensis Senatus Praesidi, pp. 113[21].

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis de Balneis Commentarius ad Scipionem Vegium Ducalem Prothophysicum, pp. 11[22].

De lotii difficultate Commentariolus, Equiti Jacobo Trivultio inscriptus, pp. 6[23].

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis de Articulari morbo Commentarius. De Podagra, pp. 28[24]. Nel 1753 il manoscritto era segnalato nella Libreria dei cistercensi del monastero di Chiaravalle.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis De Asthmate Commentarius Philiberto S. Martini Comiti noncupatus, pp. 18[25].

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis de supprimenda genitura lotio confusa Commentariolus. De Gonorhea, pp. 5.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis ad expugnandam quartanam febrem ad Jurisconsultum Joannem Baptistam Panigarolam Commentarius, pp. 49[26].

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis Liber de complexione ad illustrissimum principem Joannem Jacobum Triultium, pp. 119, comprese 8 pagine della lettera al Trivulzio. Il trattato fu edito anche a parte, nel 1517, a Milano, ex off. Minutiana.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis articulari morbo addictis elaborata quaestio, pp. 52, più una di Errata Corrige, 2 con due epigrammi e due poesie, 4 con lettera all’“episcopus sabinensis” e cardinale di Santa Croce, Bernardino Convasalo.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis De Peste Tractatus, pp. 22, comprese 3 della lettera “Illustri et summo rerum Moderatori optimo Domino Andree Burgio Cesareo vicario meritissimo”[27].

Il De Peste fu anche pubblicato a parte, nel 1517, a Milano, “per Zanotum de Castilioneo”, in folio, e lo stesso anno, presso lo stesso editore, in 4°, pp. 23.

La seconda raccolta è del 1532, in folio (ma io ho consultato il volume in 8°, per i tipi del medesimo editore), V. Cavoti impendio, typis Gothardi Pontii, Milano.

Intanto, sempre a Milano, nel 1532 furono editi a parte, in folio, il De Febre quartana (citato); nel 1533 i seguenti: De Faciliore Alimento (citato); De Balneis (citato); De lotii difficultate (citato); De Morbo articulari (citato); De Asthmate (citato); De supprimenda genitura lotio confusa (citato); De seminis fluore, ut aiunt, involontario, qui a Grecis Gonorhea dicitur, Commentarius; De suffusione, quam cataractam appellitant, Commentarius.

Le sue opere furono stampate anche a Basilea nel 1533, in 8°, “apud Michaelem Ifingrinium”.

Nel 1551 fu ristampato a Milano un suo volume, comprendente anche i seguenti scritti: De seminis fluore involontario, qui a Grecis Gonorhea dicitur (citato); De suffusione, quam cataractam appellitant (citato); Vinum mixtum an meracum obnoxiis junctarum doloribus magis conveniat?

Quest’ultimo trattato – circa il problema se sia più nocivo il vino annacquato o quello puro per i dolori articolari – era già edito a Perugia nel 1533; fu ripubblicato in folio nel 1573, sempre a Perugia, e nel 1732 in 8°, ancora a Perugia.

Nel 1732 furono edite in volume, a Milano “apud Gothardum Pontium”, in folio, sei opere: De Lotii difficultate Commentariolus; De articulari morbo quem podagram vocitant, Commentarius; De Asmathe Commentarius; De seminis fluore; De febre quartana, De suffusione, quam cataractam appellitant.

Alcuni gli attribuirono un’opera di carattere non medico: Descriptio elegantissima Verbani Lacus[28].

Giovan Pietro scrisse anche “Panegirico a Francesco Sforza”: il manoscritto relativo “era nella vendita Morbio in Lipsia”[29].

Ancora nel 1781, il Brambilla asserì che Giovan Pietro era “celebratissimo”: “fu medico di gran nome. Si è distinto per le opere, che pubblicò colle stampe; ma molto più per le cure sorprendenti, che fece”.

Segnalo, in ordine cronologico, i testi che lo hanno menzionato (per quanto mi consti):

Conrad Gesner, Tesauro di Evonomo Pietro de’ rimedi secreti. Libro fisico et medicinale et in parte chimico et economico, circa il preparare i rimedji et sapori diversi, trad. M. Pietro Lauro, Appresso Gioan Battista et Marchion Sessa fratelli, in Venezia MDLVI [=1556].

André Tiraqueau [volgarizzato Tiraquello], Commentarius de nobilitate, et iure primigeniorum, apud Dominicum Nicolinum sumptibus Andreae Bucchini Veronensis, Venetiis MDLXXIIII [=1574], (sub voce).

Paolo Moriggi [raro, Morigia], La nobiltà di Milano, L. III, cap. XI, Appresso Gio. Battista Bidelli in Milano MDCXV [=1615].

Filippo Picinelli [Piccinelli; più raro, Puccinelli], Ateneo dei letterati milanesi, nella stampa di Francesco Vigone, Milano MDCLXX [=1670], (sub voce).

Martinus Lipenius, Bibliotheca Realis Medica, ex torchis Haered. B. Matthaei Birckneri, Francoforte-Lipsia MDCLXXIX [=1679], (sub voce).

Giorgio Abramo Mercklino [volg. Merclino], Lindenius renovatus, sive De Scriptis medicis, ex typis Johannis Georgii Endteri, Norimberga MDCLXXXVI [=1686], (sub voce).

Joannes de Sitonis de Scotia, Theatrum equestris nobilitatis secundae Romae seu Chronicum insigni Collegii, J. PP. Judaium, equitum et comitum inclitae civitatis mediolanensium, Par. II, Malatesta, Milano MDCCVI [=1706], in folio, (sub voce). Relativo manoscritto, autografo, in Biblioteca Braidense, codice AB XV 9, in folio.

Joannes de Sitonis de Scotia, manoscritto, autografo, “Observationes historico-genealogicae in Chronicon Collegii Judicum Mediolani”, Biblioteca Braidense, codice AD XV 22/4, n. 349, in folio.

Bartolomeo Corte, Notizie istoriche intorno a’ Medici Scrittori Milanesi, e dei principali fatti in Medicina degli Italiani, Malatesta, Milano MDCCXVIII [=1718], (sub voce).

Joannes Jacobus Mangetus [volg. Mangeti] [Jean Jacques Manget], Bibliotheca Scriptorum Medicorum veterum et recentium, t. I, Perachon et Cramer, Genevae MDCCXXXI [=1731], in folio, (sub voce). Erroneamente, egli segnala l’edizione a Milano “apud Gothelfium”, invece che “Gothardum Pontium”.

Johannes Albertus Fabricius [volg. Fabrizio], Bibliotheca graeca, sive notitia scriptorum veterum, t. XIII, Liebezeit, Hamburg 1718-1728, (sub voce).

Filippo Argelati [o Argellati], Bibliotheca Scriptorum Mediolanensium seu acta et elogia omnigena eruditione illustrium, t. I, 2, e t. II, 1, in Aedibus Palatinis, Milano MDCCXXXXV [=1745], in folio, (sub voce).

Bartolomeo Castelli, Lexicon medicum Graeco-Latinum, t. 1, Apud Fratres De Tournes, Genevae MDCCXXXXVI [=1746], (sub voce).

Jöcher Christian Gottlieb, Algemeines Gelehrten-Lexicon, t. 1, Johann Friedrich Gleditschens Buchhandlung, Leipzig MDCCL [=1750], (sub voce).

Giammaria Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, cioè notizie storiche, e critiche intorno alle vite ed agli scritti dei letterati Italiani, vol. 1, 2, Presso a Giambattista Bolsini, Brescia MDCCLIII [=1753], in folio, (sub voce).

Gian Alessandro Brambilla, Storia delle scoperte fisico-medico-anatomico-chirurgiche fatte dagli uomini illustri italiani, t. 2, 1, Monastero S. Ambrogio, Milano MDCCLXXXI [=1781], (sub voce).

Jöcher Christian Gottlieb – Johann Christoph Adelung, Allgemeines Gelehrten-Lexicon. Fortsetzung und Ergänzung zu Christian Gottlieb Jöchers allgemeinem Gelehrten-lexicon, ecc., t. 1, Johann Friedrich Gleditschens Buchhandlung, Leipzig MDCCLXXXIV [=1784], (sub voce).

Antoine Jacques Louis Jourdan, Dictionnaire des Sciences Médicales. Biographie Médicale, t. 1, C.L.F. Panckoucke, Paris MDCCCXX [=1820], (sub voce).

Dictionnaire historique, critique et bibliographique, ecc., t. 1, Ménard et Desenne, Paris MDCCCXXI [=1821], (sub voce).

Biografia universale antica e moderna, vol. III, presso Gio. Battista Missiaglia, Venezia MDCCCXXII [=1822], (sub voce).

Paolo Sangiorgio, Cenni storici sulle due Università di Pavia e di Milano e notizie intorno ai più celebri medici, chirurghi e speziali di Milano dal ritorno delle scienze fino all’anno 1816, vol. I, ed. postuma a cura di Francesco Longhena, Da Placido Maria Visaj, Milano 1831, (sub voce).

Dizionario biografico universale, t. 1, David Passigli Tipografo-editore, Firenze 1840, (sub voce).

Johann Christian Ferdinand Hoefer, Nouvelle Biographie Universelle depuis les temps les plus reculés jusqu’à nos jours, t. 1, Firmin Didot Frères, Paris 1852, (sub voce), rist. Rosenkilde et Bagger, Copenhague 1963-1969.

Francesco Predari, Bibliografia enciclopedica milanese, ossia repertorio sistematico ed alfabetico delle opere edite ed inedite, t. I, Tipografia Marsilio Carrara, Milano 1857, (sub voce). Menziona solo il De Peste del 1515 e la Descriptio Verbani Lacus.

Vincenzo Forcella, Descrizioni delle Chiese e altri edifici di Milano dal secolo VIII ai nostri giorni, vol. III, n. 331, per cura della Società Lombarda, Giuseppe Prato Editore, Milano 1890.

“Archivio Storico Lombardo”, s. II, vol. VIII, anno XVIII, Milano 1891, p. 255.

August Hirsch, Biographisches Lexicon der hervorragenden  Ärzte aller Zeiten und Völker uter Mitwirkung der Herren, ecc., vol. I, Urban & Schwarzenberg, Berlin-Wien 1929, (sub voce), che menziona anche il nome dei fratelli di Giovan Pietro.

Luigi Ferrari, Onomasticon. Repertorio bio-bibliografico degli scrittori italiani dal 1501 al 1850, Ulrico Hoepli, Milano 1947, (sub voce).

Jean-Pierre Lobies, Index bio-bibliographicus notorum hominum, vol. 7, Biblio Verlag, Osnabrück 1976, (sub voce), il quale ricorda che “fl[oruit] 1530”.

Paola Borghi, Antitodi contro la peste a Milano, cap. “I rimedi della medicina”, IPL, Milano 1990.

The British Library General Catalogue of Printed Books, vol. 11, Clive Bingley London, K. G. Saur London-München-New York-Paris 1979, (sub voce).

Circa le notizie sulle opere di Giovan Pietro è sorto qualche equivoco. Gli si è dato troppo, e gli si è tolto molto. Alcuni (Picinelli, Tiraqueau, Fabrizio) ne hanno elencato le opere due volte. Però, si è poi confuso tra due Arluno: Giovan Pietro, fratello di Bernardino, e un altro Pietro, anche lui medico, che non ha a che vedere. Nella confusione, “viene attribuito al primo la Raccolta in fogl[io] di Milano, 1515, ed al secondo que’ differenti trattati, benché il catalogo de’ Trattati non sia, in alcuna guisa, che la tavola della Raccolta”, cioè l’indice[30].

Come non bisogna mai fidarsi, nella vita!

Peggio, dopo la morte.

Una verifica garantita e l’attestazione sicura e certa delle proprie opere poté forse essere stata la preoccupazione di Giovan Pietro stesso, se si tien conto di una istanza – che riferirò -, alla quale fu risposto positivamente per autorità di Carlo V, al tempo del governo milanese dell’imperatore stesso.

… e i giorni

Giovan Pietro si laureò a Pavia, come i fratelli, fu medico archiatra e ottenne fama per la sua abilità in campo clinico e per gli scritti. E quando nacque? Chi ha scritto su di lui, si è occupato delle opere. Non della vita. Né della morte.

E la sua tomba è quasi un mistero.

Riferiscono che fu medico e membro del Collegio dei Fisici a Milano. Con grammatica un po’ latinizzante, di lui così scrisse il Sangiorgio – che pur prese in esame proprio l’università di Pavia e i medici illustri – nel 1831: “Poche e nessune notizie abbiamo della vita di questo d’altronde celebre Medico, e sappiamo soltanto ch’ebbe per padre”, ecc., e “per madre”, ecc. Per fortuna!

E per fortuna, dal Forcella si sa che, “in Milano”, Giovan Pietro “morì”. Almeno una notizia sulla vita.

Ma ecco un documento manoscritto e inedito, datato il 17 ottobre 1538 a firma di Ja[cobus] Robius e vergato in bello stile a nome di Carlo V. Esso stabiliva i criteri per la riedizione delle opere di Giovan Pietro – indicato con la qualifica di Rettore del Collegio dei Fisici a Milano -: dovevano essere esaminate perché fossero riconosciute come sue; e si stabiliva inoltre che fossero vendute a prezzo equo[31]. Il 17 ottobre di quell’anno tuttavia Giovan Pietro era già morto. Sia pur da poco: il 5 ottobre 1538, nella parrocchia di San Vittore al Teatro[32]. Giovan Pietro si era premurato, con istanza cui faceva riferimento il documento, di voler fissata e garantita la paternità delle sue opere?

Altro dirvi non so. Però si sa che nel 1515 godeva di gran prestigio, come nel 1615 attestò il Moriggi: “fiorì nel 1515”; e nel 1781 il Brambilla scrisse che il “colmo della sua più grande reputazione era circa il 1530”, e “i Poeti de’ suoi tempi ne fecero grandi elogi”. Un evidente documento della sua celebrità presso i coevi si ha nel seguente epigramma del Patelano[33], riprodotto dal Corte:

Quaecumque expressit carthis Arlunus in istis
A nullis unquam scripta fuere viris.
Et si forte audax aliquis perstrinxit, et ausus
Est humeris tantis ferre laboris onus,
Imperfecta nimis, nec vero consona sensu
Edidit, in variis mancaque multa locis
Nec quis quam ipso uno felicius attigit arte
Seu medicam, seu tu verba latina petas.
Et quae jam dudum nostris erat exul ab oris,
Romane cepit nunc medicina loqui.
Conspice quam docto, et terso fluat ore, medendi
Dum docet infirmi corporis ille modum.
Sensa machaonio promat quaeque eruta penu,
Ne tristem in morbum languida membra cadant.
Quisque Apollineo gaudet medicamine, libros
hos legat, et cupidus verset utraque manu.

Traduco poeticamente, cercando di rispettare anche la versificazione e il ritmo:

Tutto ciò che in questi libri Arluno ha trattato,
da nessun altro dottore è stato mai scritto.
E se mai alcuno affrontò, con audacia, ed osò
accollarsi il peso di sì grande fatica,
offrì opere troppo imperfette, e non chiare,
costellate in vari punti di tanti difetti.
Nessun altro, quanto lui, toccò meglio con arte
vuoi la medicina, vuoi la lingua latina.
Da tempo estranea al nostro linguaggio, ora
la medicina ha preso a parlare latino.
Mira con che dotta e limpida lingua proceda,
mentre insegna a curare il corpo malato.
Nel macaonio tempio investiga tutto il possibile,
perché le deboli membra non cadano in malattia.
Chiunque goda dell’unzione d’Apollo, legga
questi libri, e voglioso li sfogli con ambo le mani.

Anche l’Arluno tuttavia non lesinava in encomi. All’amico Scipione Vegio, protofisico milanese e autore della Historia rerum Insubribus gestarum sub Gallorum dominatio, così scrisse nella dedica del De Balneis: “tu […] qui et diuturna medendi exercitatione, et sublimium Virorum documentis instructus, tempestate nostra clarus explendes […]”. Anche il Vegio risplendeva, luminoso, ai tempi suoi.

Se padre e madre furono poco fortunati nella memoria dei posteri circa i sepolcri, Giovan Pietro non lo fu di più.

Secondo il Corte, ripreso dal Mazzuchelli, dal Brambilla, dal Sangiorgio e dal Forcella, Giovan Pietro fu sepolto in Sant’Ambrogio nella cappella di famiglia, e l’epitaffio sulla sua tomba, che all’epoca si poteva vedere in loco – ma non al tempo del Forcella, tanto che egli avvertiva che l’avevan visto, proprio nella cappella di San Bernardo, “il Sitone, ed il Puccinelli” – era il seguente. Lo riproduco (rispettando gli a capo, ma in minuscolo e senza le abbreviazioni epigrafiche):

D[eo]. O[ptimo]. M[aximo].
Invidistis heu parce nobis
Jo. Petrum Arlunum
virum medicae artis peritissimum
celeberrimum, probatissimum, perinsignis item
doctrinae, probitatis, ac laureae
patris, atque fratrum quatuor majestate
praefulgentem
an candidas hujus literas
cum moribus sanctissimis adamantes
ad cumulum vestrae felicitatis
evexistis in caelum

Traduco: “Ci avete portato via, Parche invidiose, Giovan Pietro Arluno, espertissimo, illustrissimo, onestissimo medico, davvero insigne allo stesso tempo per dottrina e probità, rifulgente della gloria della laurea del padre e dei quattro fratelli, forse perché, innamorate dei suoi limpidi scritti insieme ai suoi così santi costumi di vita, al colmo della vostra felicità lo avete portato in cielo”.

Senza la data. Neppure l’età. Ma c’è la Morte: che, libidinosa fino all’invidia, si prende il meglio che c’è sulla terra. A occhi chiusi.

Il contesto del libro

La trattatistica sulla peste conobbe un enorme sviluppo all’indomani dell’epidemia trecentesca, per antonomasia denominata “peste nera”. Nel sec. XV, in cui si cominciò ad affrontare in modo specialistico il flagello sul piano teorico e sul piano socio-sanitario, i trattati si moltiplicarono. Dal 1348 al 1500 circa, ne sono stati contati oltre duecento. Il processo continuò nel sec. XVI.

Quando scrisse l’Arluno, alcuni fattori circa la profilassi, sulla base delle indicazioni di Galeno, erano acquisiti. Altri ne furono introdotti. Uno dei punti cardine di Galeno era che il processo iniziale della diffusione della peste è la condizione climatica: il caldo e l’umido la favoriscono, perché, riscaldando i corpi, ne agevolano l’impudridimento; di conseguenza l’inspirazione di siffatta aria è assai nociva. Le situazioni particolari di rischio erano poi individuate nelle esalazioni delle acque stagnanti, nelle caverne, nella moltitudine dei cadaveri mal sepolti. Galeno fece ricorso alla dottrina dei quattro elementi (secco, umido, freddo, caldo)[34], sulla cui base erano valutati i venti, la dislocazione abitativa, la vegetazione, i cibi e le bevande, con attenzione alla dieta. Questi dettami furono ripresi nel De Peste. E Galeno vi è menzionato sedici volte, soprattutto in riferimento alle indicazioni terapeutiche.

Ciò costituisce un dato importante, per definire il lavoro dell’Arluno: valorizzare l’esperienza. Già nel sec. XIV, e più ancora nel XV, si era iniziato ad affiancare al pensiero di Galeno, fossilizzato dagli scrittori ecclesiastici, l’apporto arabo. Gli autori greci furono letti con spirito più critico: Ippocrate, liberato dalla cristallizzazione speculativa, fu recuperato nelle sue analisi pragmatiche; Galeno, latino, fu rivalutato sotto l’aspetto empirico, per l’investigazione attenta delle manifestazioni patologiche. La novità fu il superamento del dogmatismo e la riscoperta della funzione dell’esperienza[35]. Arluno è da annoverare su questa linea. Nel De Peste – è pura indicazione – Avicenna è menzionato trenta volte (comprese le referenze pronominali); Avenzoar, nove; Rhazes, quattro; Averroè, tre.

Gli arabi introdussero il concetto dell’influsso astrale sugli avvenimenti sublunari. Si badi, tuttavia: si trattava non di un fattore metafisico, “transfisico”, né di una matrice superstiziosa; ma del tentativo di spiegare razionalmente ciò che sfuggiva alle risultanze nell’ambito terrestre. L’Arluno, facendone specifico riferimento, si premurò anche di interloquire con gli scettici[36].

Un altro rilievo. Sulla scia di eminenti classici, la scienza medica non contemplava altra causa della propagazione della peste se non l’aria. Qualche letterato, come il Boccaccio, aveva accennato al contagio attraverso panni e cose materiali; ma ancora nel sec. XV gli autori di medicina non vi davan peso, in genere[37]. L’Arluno si accostò alla nuova – e non consolidata – concezione secondo cui la peste può trasmettersi – sia pure per via aerea – anche attraverso oggetti contagiati[38]. Nel prosieguo storico la teoria, su nuove basi, si sarebbe decisamente imposta[39].

L’atteggiamento sperimentale e critico di Arluno si ritrova nel giudizio sulla complessità delle configurazioni patologiche: non si può stabilire con certezza che un dato sintomo sia legato necessariamente a un determinato morbo. Sintomi identici possono procedere da morbi differenti. Era la posizione più razionale dei medici di allora, come nel Fioravanti, qualche decennio successivo ad Arluno[40]. Ne conseguiva l’importanza di prestare attenzione alle particolarità individuali del paziente, sia perché le malattie si possono riconoscere meglio in base alla costituzione organica del soggetto, sia perché ognuno ha bisogno di indicazioni terapiche diverse. Arluno insistette molto sulla differenziazione individuale. Da lì a poco, altri si sarebbero pronunciati più sistematicamente[41].

Ed oggi, in cui la pratica medica è esasperatamente avulsa dal rapporto personale col paziente, ci si interroga se non sia il caso di ripristinare la funzione del vero medico di famiglia – che non è quello pubblico o politico, i cui “familiari” sono numerosi quanto un esercito.

Alla base dell’attitudine personalistica stava una idea naturalistica: la medicina è “scienza imitativa della natura”, da paragonarsi alla agricoltura; deve “aiutare la natura” a conservare e a recuperare il suo equilibrio organico nel singolo soggetto, come si esprimeva il Fioravanti.

Ciò non esimeva dal compito di classificare i morbi: anzi, lo imponeva a maggior ragione. E l’Arluno si dedicò con cura a questo scopo, consapevole d’altronde che non è un lavoro facile: quando una malattia investe l’organismo, tutto il corpo ne è invaso, e le disfunzioni osservabili costituiscono un aspetto parziale e circoscritto della devastazione generale. Per di più, non si possono escludere fattori patogeni che si muovono nell’aria e che sfuggono alla conoscenza. Arluno lo dice espressamente, anche se ciò non comportava, per lui, alcuna presupposizione metafisica.

Nonostante i tentativi di affrancarsi dal prestigio degli antichi, successivamente il dibattito registrò una impasse metodologica, anche a motivo della temperie culturale che poneva i classici come punto obbligato di riferimento. Poi, in piena Controriforma, cioè già durante la peste del 1575-1577, emersero segnali di riflusso metodologico, anche se per altro canto l’esigenza di sperimentazione creò centri di studio e di ricerca – come a Padova. Finché, infine, si poté arrivare, con gran filosofia, alla indiscutibile certezza, emblematizzata dal Don Ferrante manzoniano, che la peste non esiste.

E così sia.

E non fu soltanto un antiquato letterato, a sostenerlo.

Ma adesso torniamo al nostro Arluno.

Dagli elogi tributatigli, la fondamentale prospettiva del suo approccio medico è chiara: clinica e fenomenica. Il suo trattato si inserisce dunque, come ha osservato Paola Borghi, nel filone della medicina pratica nei suoi aspetti profilattici e curativi. “La caratteristica comune a questi trattati è che non introducono novità sostanziali per quanto riguarda l’interpretazione data alle cause della peste, per lo più ripresa dall’autorità dei classici, e l’ampio spazio dato alla questione dei rimedi da adottare”[42]. Il motivo di questo pragmatismo è da collegare forse alle tante ondate di epidemia che si abbatterono in Italia, nella fattispecie a Milano e in Lombardia, nel corso del sec. XV: nella sola città di Milano, diciassette. Che non son poche.

A Milano, uno dei trattati più importanti su questo filone fu il Consilium pro peste evitanda di Pietro da Tossignano (o Tussignano): scritto in latino nella seconda metà del sec. XIV, fu inserito nel 1491 nel Fasciculo medicine di Johannes de Kethan e poi tradotto in volgare nel 1493, ripubblicato nel 1494, 1508, 1509, 1510, 1522, 1668. Non ci si meraviglierà dunque delle varie edizioni dell’Arluno, anche se costui non fu tradotto.

E allora si comprende anche il grande credito di cui godette Arluno in tutto il sec. XVI, considerate le epidemie di peste che colpirono Milano in quel periodo: dall’inizio del Cinquecento al 1528, in media una ogni due anni, e poi ogni quattro anni, in media, fino al 1550, anche se restano famose quelle del 1522-1529 (tra i prodromi e gli strascici) e del 1575-1577. E in effetti le sue opere, riedite più volte nel secolo medesimo, a volte furono pubblicate nello stesso anno sia in folio, sia in ottavo o in quarto. Ciò fa presumere la duplice pista di “mercato” e di interesse: quella degli studiosi e delle biblioteche, e quella degli operatori sanitari, per la pratica quotidiana della medicina.

Al contempo, l’indirizzo sostanzialmente clinico del suo impegno costituì la causa del limite temporale della sua fama. Ci si stupisce che il tempo, e le alterne vicende delle umane cose, abbiano spazzato via e tombe, e sepolture, e lapidi, e infine la memoria di un uomo peraltro benemerito e lodato; non ci si può stupire invece che il nome di Giovan Pietro Arluno, oggi, sia quasi sconosciuto.

Nella nostra epoca tuttavia, in cui la medicina “alternativa” si propaga con ritmo talora caloroso, appare superfluo ricordare – ma ciò non vale solo per l’Arluno – l’utilità di alcune risorse naturali: le quali, se non contro la peste o la malaria, possono giovare, magari, contro lo stress della vita quotidiana. Oltre il carciofo, si capisce.

Tuttavia, l’opera di Arluno non si circoscrive esclusivamente entro l’ambito della medicina clinica. Egli prestò attenzione anche alle teorie circa le cause della malattia, discutendo sulle dottrine e vagliando le indicazioni terapeutiche della tradizione: e più di una volta anticipava le obiezioni di chi avrebbe opposto l’indiscussa autorità di predecessori illustri. Già questo elemento dà la misura dello spirito razionale dell’autore.

In particolare, egli seppe, e volle, tener distinti gli ambiti di riflessione. Avallando l’incidenza delle forze astrali sulla realtà infralunare, distinse con rigore l’indagine astrologica da quella medica: la medicina non può pronunciarsi sulla natura e sulle potenzialità degli astri, anche se, qualora risulti un rapporto certo, deve tenerne conto. In qualche modo, anticipò l’idea della distinzione dell’oggetto delle scienze, che da lì a poco sarebbe stata sostenuta da Andrea Vesalio[43].

Non si può escludere l’interesse dell’Arluno per la dottrina, complessa e affascinante, sulla interrelazione anima-corpo, che aveva un esponente nel Ficino[44]. Da costui d’altronde anche l’Arluno recepì alcuni medicamenti di teriaca, e soprattutto il principio che “il simile attira il simile”. Tuttavia si tenne estraneo da esiti che rischiavano di invischiare l’obiettività in connessioni con forze occulte, come nel libro di Antonio Benivieni, di poco precedente[45].

Comunque nell’Arluno restò assente la magia. Non si trattava di mettere in discussione il valore teoretico e pratico della magia umanistica; il punto era sempre quello di veder distinte una disciplina e l’altra, ciascuna radicata sulla propria legalità logica e metodologica[46].

L’atteggiamento scientifico lo ha immunizzato da interpretazioni superstiziose o anche preternaturali, che pure hanno abbagliato il pensiero di studiosi, sia prima di lui, sia molto tempo dopo la sua età. Quando si individuano le cause di un fenomeno nell’azione – né verificabile, né falsificabile – di esseri “spirituali” (i demoni, nel caso di calamità), tutto è possibile: è possibile trovare gli emissari o servitori di tali “spiriti” in chi si vuole. Come fa comodo.

In questo senso, allora, è vero che la “paura” uccide più della peste – come si espresse qualche testimone coevo alle pestilenze. La paura genera fantasmi.

E il potere li individua.

È lo “sconosciuto”. Meglio: sono i “diversi”. Nel caso della peste, si sa chi furono[47]. Ma nel Seicento, nonostante tutto, governato da leggi certe, si trattò di una esile quisquilia. Nel Trecento, nel caso della lebbra furono i lebbrosi. La cronaca del monastero di Santa Caterina de monte Rotomagi, in Francia, redatta nel 1345, tramanda che “in tutta la Francia i lebbrosi furono imprigionati e condannati dal papa; molti furono mandati al rogo”. Perché? Perché volevano ammazzare tutti – lo ebbero a confessare, sottoposti alla Santa Inquisizione, alcuni di loro stessi -: per conseguire il dominio sulla terra. In sede giudiziaria, l’inquisitore Bernard Gui, domenicano, pervenne a precisazioni più raffinate: i lebbrosi avevano già concordato la spartizione dei territori e delle cariche.

Vero quanto Dio. E il santo inquisitore si premurava con tutto il cuore, nella cronaca da lui redatta dopo i fatti, di ringraziare il buon Signore che, pietoso, aveva fatto scoprire la macchinazione. E fatto mandare a morte tanti lebbrosi: i quali, secondo un’altra cronaca della prima metà del sec. XIV, furono sterminati quasi in massa. Sulla scia dei processi inquisitoriali la popolazione in effetti si era data da fare anch’essa: dopo avere sbarrato le case dei lebbrosi, le aveva date alle fiamme con tutti gli abitanti.

L’editto, datato 21 giugno 1321, portava la firma di Filippo V re di Francia. In realtà, forse si volevano colpire gli ebrei, accusati di intesa coi lebbrosi e coi musulmani, il cui re era a Granada. In altri termini, la paura si incanala verso la strada più sicura: eliminare gli avversari. Sempre.

I quali, per la “fede”, sono avversari proprio di Dio. Non si discute. Nel 1633, i Padri Pellegrini arrivarono nella baia di Massachussetts; una infezione decimò gli indigeni – una delle cause dell’annientamento degli autoctoni, fino al 90% dei residenti, in qualche caso. Ed ecco a qual fine Dio è fatto esistere: “Dio pose fine alla disputa [tra indigeni e colonizzatori] punendo [gli indigeni] col vaiolo […]. Fu proprio in questo modo che Dio placò l’animo loro litigioso e fece spazio per quell’esercito di Dio che sarebbe giunto in seguito”. Così William Wood, nel 1634. E così i credenti nell’una e l’altra America: gli indigeni, “popolo del demonio”, dovevano essere puniti. E li punirono.

L’Arluno tenne fuori il soprannaturale – intendo qui in senso stretto – dal naturale: i cui fondamenti sono totalmente differenti. Il soprannaturale è esistenziale. Assolutamente vero: è dominio della “fede”. Non ha, né deve avere, prova documentale: neppure razionale. Se ne avesse, non sarebbe fede. Sarebbe scienza: magari “razionale”. Oppur “morale”.

Già ed ancora nel 1576, Gian Filippo Ingrassia[48] sosteneva che, se a volte risulta impossibile la diagnosi corretta della peste, è perché noi sappiamo soltanto ciò che “l’onnipotente Dio vuole che sappiamo”, tanto più che la peste è “una guerra di Dio contro l’uomo peccatore”: proviene “dalla mano di Dio, o del demonio”.

Che ciò sia vero per fede, non si può mettere in forse. Che ciò rientri nella scienza, è un altro conto. Il fatto è che noi non abbiamo una certificazione, neppure razionale, che Dio vuole, o che non vuole, che oggi, e non in altro tempo, e qui, e non altrove, l’uomo scopra la corretta diagnosi di una malattia. Si può, per fede, ben ritenere che Dio avrebbe voluto, sì, che la causa della peste fosse scoperta prima, ma che, per la infingardaggine dell’uomo, che è pur libero – nel caso di Adamo si usa questa logica -, il divin disegno fu violato. E si può credere, per fede, che Dio avrebbe voluto, sì, che fosse scoperta, non nell’Ottocento, ma dopo – onde venisse castigata tanta malvagità dell’umana schiatta -: però l’uomo, insano nel suo orgoglio, smanioso di potere, avido di ricchezze, tutto intento alla ricerca sfrenata del prestigio, e tuttavia autonomo – come nel caso della torre di Babele! -, ha prevaricato sul divin disegno.

La fede non è, non può e non ha da essere né verificata né falsificata.

La dipendenza della peste dalla volontà di Dio, a punizione dei peccati, è una certezza del “credente”. E la paura diventa persin divina. A Milano e sulla peste, Carlo Borromeo affermò: “Questa peste non è ella una voce grande, potente, e gagliardissima? voce orrenda e spaventevole? voce tremenda e lagrimosissima? E pur si vede così poca mutazione, così poca emendazione”: Milano non aveva raccolto “l’invito di salvarsi”.

Non ci son dubbi. Infatti se uno crede, per fede, che è così, è così. Tanto è vero che, se uno crede, per fede, che è l’opposto, è l’opposto. Inconfutabilmente: se per fede lo si crede, un male è mandato da Dio per premio, non per castigo! È la convinzione di chi, con la fede, consola ad oltranza i morituri; ed è la certezza di tanti santi: Dio “fa soffrire”, perché vuol far somigliare maggiormente a Cristo “sofferente”. Una sorta di “riconoscenza”: tanto che, al sopravvenire di disgrazie e di malanni, magari atroci, magari anche mortali, essi saltavano di gioia! Allora è vero che è così, se uno crede, per fede, questo: che Milano fu afflitta dalla peste, non perché cattiva, ma perché buona! E Dio le faceva un regalino. O quanto meno “giusta”, nel suo insieme – a parte i cattivelli qua e là. Esatto: come Giobbe!

Federico Borromeo, poi però, mischiò il divino e il naturale, voluttuosamente: “Che la peste sia anche un’arma dell’ira divina non solo è noto in base a prove naturali”, ecc. Ecco le prove: “Morì per tale contagio un mercante straricco, lo stesso che due giorni prima di spegnersi disse di non aver nessuna paura, eccetto che da parte del proprio barbiere: licenzia perciò il barbiere e ne prende a servizio un altro e lo mantiene in casa tra tutti gli altri servi: costui era malato di peste; così mercante e barbiere morirono insieme”.

Perché l’episodio provi, su base “naturale” – nel senso, s’intende, morale e razionale -, l’intervento armato della malasorte giustiziera, occorre che la ragione imponga, per logica necessità, che i cattivi siano colpiti da infortuni, e i buoni no. Ma non lo dimostra neppure l’esperienza!

La fede invece si autofonda. Tant’è che, in casi uguali tipologicamente – e sempre nel presupposto che il giudizio sulla moralità del soggetto crepato sia negativo: mi riferisco a Fausto Coppi – si è parlato non di grazia “punitiva”, ma di “grazia misericordiosa”: Dio, permettendo la morte, “fa la grazia” di sottrarre l’uomo a una vita che sarebbe continuata ad essere di peccato. Tutto è vero, se si ha “fede”.

La verità “naturale”, invece, è relativa alla prova certa.

Il codice

Il codice, da cui è stata tratta la presente versione confrontata con l’edito, si trova alla Biblioteca Ambrosiana, coll. S.P. II, 25 Cassaf. 3. Si tratta di un codice miniato, di cm. 19 x 27,5, con copertina lignea bordata di pelle rossiccia. Consta di tre fogli iniziali in bianco, di 48 pagine originariamente non numerate – la numerazione attuale, a matita, è successiva – e di tre fogli terminali in bianco. La prima miniatura è su banda rossa con la scritta “Joannis Petris Arluni Mediolanensis De Peste Tractatus”. Sono miniate le prime lettere di ogni capitolo, su sfondo blu e con lettere in colore aureo.

La presenza del codice all’Ambrosiana era già segnalata da alcuni (Corte, Mazzuchelli, Brambilla e altri), ma non se ne conosce la provenienza. Carlo Marcora, dottore dell’Ambrosiana, che con amicizia mise a mia disposizione il manoscritto, mi ebbe a dichiarare che non si sapeva né come né quando il codice fosse pervenuto alla Biblioteca.

Non tutto è dato sapere.

E a volte la storia piace di più, perché sa un po’ di mistero (pagine XV-XLIII). [Francesco di Ciaccia]


[1]“Giovan” è la forma più antica, rispetto a “Gian”. Così la riporta correttamente la Storia della civiltà letteraria italiana, diretta da Giorgio Bàrberi Squarotti, UTET, Torino 1993, vol. 2, t. 2, p. 1638. Quanto a “Giampietro”, o “Gianpietro”, l’uso è stato più raro, da parte degli autori. Ritengo corretta anche la forma completa, “Giovanni”, come in Paola Borghi (cfr. “Bigliografia”).

[2]In un foglio manoscritto (Archivio Storico Civico, Milano, in “Bibliografia”), accanto al toponomastico “Arenula” è aggiunto un punto interrogativo tra parentesi. Ma in alcune carte manoscritte e inedite presso lo stesso Archivio si può notare, in data d’epoca: 1599, 1611, ecc. – la variante cuoriosa ed emblematica di “Arluna” nei casi in cui la persona in questione era una donna.

[3]L’etimo è collegato da Sangiorgio, ripreso da Argelati, ad “Ara Lunae”, o, secondo i più esperti, ad Are lounom o Are loudnom. Riferendo l’etimo di “Ara Lune”, un manoscritto presso l’Archivio Storico Civico, Milano (cfr. “Bibliografia”) riporta un punto interrogativo, tra parentesi.

[4]Albero genealogico stilato da Johannes (altre volte, Joannes) de Sitonis de Scotia (volgarizzato in Sitone, o Sitoni): cfr. “Bibliografia”. Trascriverò i nomi in italiano.

[5]“Archivio Storico Lombardo”, p. 253 (cfr. “Bibliografia”). Quella di decurione era una magistratura amministrativa; fu abolita dopo la Rivoluzione francese.

[6]Archivio Storico Civico, Milano, “Registro Lettere Ducali, 1408-1409”, p. 132, tergo. Facino Cane, tutore di Giovanni Maria Visconti e condottiero, in pratica esercitò il governo su Pavia e territori circonstanti.

[7]Gerolamo, che scrisse il Prognosticum per l’anno 1502, morì “centenario” il 20 aprile 1538 (cfr. “Archivio Storico Lombardo”, p. 252, in “Bibliografia”); da suo figlio Boniforte Maria nacque Gerolamo, che sposò Margherita Landriana, forse nel 1581: la figlia “Camilla Arluna”, sotto la tutela della madre, nel 1599 possedeva beni “nelli corpi santi di Porta Romana” (Archivio Storico Civico, Milano: cfr. “Bibliografia”).

[8]Giovan Francesco lavorò nella segreteria ducale, prima di laurearsi; poi divenne praticamente cieco: lo dichiarò egli stesso in una lettera, inedita e autografa, il 6 dicembre 1586 (Archivio di Stato, Milano: cfr. “Bibliografia”). Una sua figlia, Agnese, sposò Giovanni Paolo Piatti. E siamo sempre alle prese coi “Corpi Santi”: il 2 giugno 1609, con atto a firma di Nicolaus Coquius, vicario episcopale, e con tanto di riferimento alla autorità di papa Paolo V, furono registrati i beni dovuti agli eredi di Vittore Arluno nella chiesa di San Lorenzo maggiore, “che gli sono stati conferiti in testa di Gio. Paolo Piatti” (Archivio Storico Diocesano, Milano: cfr. “Bibliografia”).

[9]Fino al sec. XVII, a Milano, erano così chiamate le zone cimiteriali, in milanese dette “tumbòn” o “foppòn”, ovunque fossero: dentro le chiese, vicino alle chiese, o in territorio laico. Ubicate all’esterno delle mura urbane e denominate in riferimento alle Porte di Milano, sul piano giuridico costituirono territorio autonomo, poi inglobato nel Comune. Furono eliminate in seguito all’editto napoleonico di Saint Claud (1804).

[10]Archivio di Stato, Milano (cfr. “Bibliografia”).

[11]Archivio Storico Civico, Milano (cfr. “Bibliografia”).

[12]Archivio di Stato, Milano (cfr. “Bibliografia”).

[13]“Boniforte Arluno nacque da nobile famiglia. A Milano fu assai gradito ai duchi, proprio in quanto si distinse sia per virtù interiore, sia per scritti celebri. Da Agnese Tanci, matrona insigne, ebbe bravi e degni figli: Giovanni Battista, Gerolamo, Giovan Francesco, Bernardino e Giovan Pietro. Però nella chiesa di San Bernardino furono sepolti lo stesso Boniforte, con l’onoratissima consorte, Giovanni Battista e Bernardino”.

[14]Si tratta della chiesa di San Bernardino alle Monache, sulla via oggi detta Lanzone.

[15]Cfr. V. Forcella, in “Bibliografia”. Francesco Ciceri (Lugano, 1521 – Milano 1596) si trasferì a Milano definitivamente nel 1548. Il suo epistolario, cui si riferisce il Forcella, fu pubblicato solo nel 1782.

[16]Nel sec. XVIII nessuno dei discendenti ottenne la conferma dello status nobiliare; esso però risulta ancora nel 1611: con atto pubblico in data 4 giugno, “Cecilia Arluna” era dichiarata esente, per la condizione nobiliare, dalle tasse sui possedimenti in località “Ozeno, plebe di Rosate”. Almeno fino alla generazione di Boniforte, padre del nostro autore, risulta in atti pubblici o privati il nobiliare “di” o “da” (Archivio Storico Civico, Milano: cfr. “Bibliografia”, e “Archivio Storico Lombardo”, sub voce Arluno (da) Antoniolo).

[17]In realtà ai santi Benedetto e Bernardo, ma denominata comunemente di San Bernardo. Essa corrisponde, oggi, a quella del Sacro Cuore.

[18]A firma di A. Rovetta (cfr. “Bibliografia”).

[19]“Bernardino Arluno, giureconsulto veramente superlativo, e cospicuo per la raffinatissima eloquenza morale, ha scritto in modo splendente molte opere di diritto civile, ma tutte furono perdute, distrutte dagli eserciti spagnoli. Egli ha rigorosamente prodotto diverse altre opere. Non tutto è scomparso delle testimonianze di sì grande ingegno: ancora sussistono infatti validissimi libri di storia – si riferisce alla Historia Mediolanensis -, i quali, con molti scritti da lui brillantemente composti, e ora ritrovati, per volontà di Dio Ottimo e Massimo, tornerano alla luce in breve tempo”.

[20]“Index Operis Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis”, Biblioteca Ambrosiana, S.R. 209.

[21]Dedicato a Giacomo Filippo Sacco, presidente del Senato di Milano sotto Francesco II Sforza, per incarico del quale cooperò alle Constitutiones dominii Mediolanensis, promulgate nel 1541 e andate in vigore il primo gennaio 1542.

[22]Indirizzato a Scipione Vegio, protofisico ducale, che sull’argomento aveva appena scritto per provvedere alla salute di Francesco II Sforza.

[23]Dedicato a Jacopo Trivulzio che soffriva di questo male. Giacomo Trivulzio, dopo l’esilio comminato al padre, Erasmo, da parte di Massimiliano Sforza, acquistò una posizione preminente all’indomani della battaglia di Marignano; tornati al potere gli Sforza, nel 1521, i suoi feudi vennero attribuiti ad Antonio de Leyva; poi i Trivulzio si riaccostarono politicamente agli Sforza.

[24]Indirizzato a Padre Pacifico, abate di Sant’Ambrogio, che soffriva di podagra.

[25]A Filiberto, conte di San Martino. Non ho avuto il piacere di conoscerlo; ma presumo che soffrisse di asma.

[26]Indirizzato a Giambattista Panigarola. Forse parente del francescano Francesco Panigarola, nato a Milano nel 1548.

[27]Andrea Burgo fu ambasciatore dell’imperatore Massimiliano presso Massimiliano Sforza. Nel 1514 il card. Schiner cercò di allontanarlo da Milano.

[28]Tra cui l’Argelati e il Predari.

[29]“Archivio Storico Lombardo” (cfr. “Bibliografia”).

[30]Così osservava la Biografia universale antica e moderna, vol. III, p. 233 (cfr. “Bibliografia”), nel 1822.

[31]Archivio Storico Civico, Milano, “Registro Lettere Ducali 1537-1545”, f. 14. Consta di tre facciate, manoscritte a inchiostro.

[32]“Archivio Storico Lombardo”: cfr. “Bibliografia”.

[33]Benedetto Patelano (o Patellano) fu segretario ducale a Milano dal 1527 al 1564, l’anno in cui morì. La moglie Laura Rhobia gli dedicò una bella iscrizione sepolcrale, attestata dall’Argelati. Egli appartenne a una famiglia di poeti, tra cui i compilatori menzionano in particolare Camillo e Carlo. Nessuno di loro compare nelle attuali enciclopedie della letteratura. Per contro, la famiglia Patelano – rilevava l’Argelati nel 1745 – “claruit anno MCCCCLXX usque ad nostra tempora”: risplendette dal 1470 fino ad oggi.

[34]Tale teoria influenzò, poi, anche la psicologia e – nella sua attinenza – la “mistica naturale” (oggi, paramistica), ossia il complesso multiforme delle manifestazioni paranormali “estatiche”. Cfr. Francesco di Ciaccia, Da Dio a Satana. L’opera di Federico Borromeo sul “Misticismo vero e falso delle donne”, XENIA, Milano 1988, pp. 74-78, con annessa traduzione del De exstaticis mulieribus et illusis. Libri quatuor, del 1616.

[35] Su questa scia, non molto tempo prima dell’Arluno, si distinse Alessandro Benedetti (ca. 1450 – 1512) nel De observatione in pestilentia (1493), che propugnava l’osservazione empirica dei fatti.

[36]La teoria era già stata sostenuta da Pietro d’Abano (ca. 1252 – 1315) – citato, per altri motivi, nel De Peste.

[37]Tra costoro, ad esempio, Michele Savonarola (ca. 1385 – 1464) nel De preservatione a peste et eius cura (scritto tra il 1444 e il 1449).

[38]Un nome in tal senso, di poco anteriore all’Arluno, è Alessandro Benedetti, De observatione in pestilentia, del 1493.

[39]Un nome illustre su questa linea fu Girolamo Fracastoro (Verona, 1478, o 1476 – 1553) nel De contagione et contagiosis morbis et eorum curatione, edito a Venezia nel 1546.

[40]Il Dello specchio di scienza universale di Leonardo Fioravanti fu edito a Venezia nel 1564.

[41]Ad esempio Gerolamo Mercuriale, De arte gymnastica, nel 1577.

[42]P. Borghi, p. 102 (cfr. “Bibliografia”). Ella ha studiato e pubblicato il trattatello, in volgare, di Bernardino Bocha (o Bocca), Divini fioreti preservativi e medicativi contra la peste, del 1523, e quindi il più prossimo, in successione, a quello dell’Arluno.

[43]Andrea Vesalio (italianizzazione di André van Wesele) (Bruxelles 1514 – Zante 1564) diede impulso al superamento del dogmatismo in medicina. Fu sottoposto alla Santa Inquisizione, ma Filippo II, re di Spagna, al cui servizio egli si era dedicato ormai, ottenne la commutazione della pena con un bel pellegrinaggio in Terra Santa: che Vesalio compì devotamente. Ma durante il viaggio si ammalò. E morì. Per ciò, da allora, si suol dire che anche i pellegrinaggi servono alla Santa Inquisizione.

[44]Marsilio Ficino (Figline Valdarno 1433 – Careggi 1499) scrisse il Consilio contra la pestilentia, edito nel 1481 e riedito più volte.

[45] Libellus de abditis ac mirandis morborum et sanatorum causis, edito a Firenze “apud Juntas” (1507). Beninveni intuì quella fenomenologia che oggi va sotto il nome di psicosomatizzazione. La base concettuale tuttavia era ancora – e non poteva essere diversamente – avulsa da prove pratiche.

[46]Nell’Arluno non compaiono commistioni quali in Gerolamo Cardano del De subtilitate libri XXI (Norimberga, 1550), o l’equipollenza instaurata tra mondo non umano e corpo umano, come in Andrea Cisalpino del De Plantis libri XIV (1538), o, ormai nel Seicento, in Ulisse Aldrobrandi del Monstrorum Historia cum Paralipomenis Historia (1642).

[47]Furono gli “untori”, resi famosi da La colonna infame di Manzoni e i cui verbali giudiziari oggi si leggono ne Il processo agli untori, edito a cura di Giuseppe Farinelli ed Ermanno Paccagnini.

[48]Informatione del pestifero e contagioso morbo, libro edito a Palermo.

 

 

 

 

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