Benzi, Giovanni, Quasi quanto una favola

Francesco di Ciaccia, Mille volti per una maschera, Introduzione a Giovanni Benzi, Quasi quanto una favola,  Melegnano, Montedit, 1999.

Benzi, Quasi quanto una favola. Copertina

In copertina: illustrazione di Roberta Gerlo

Testo della Introduzione

Quando si tratta di Giovanni Benzi, non si può pretendere di capire quello che dice. Basta comprendere quello che sta “oltre” quello che dice. Vale per Beckett, vale per Ionesco, vale per il pensiero – e la scrittura – del surrealismo di tutti i tempi. L’autore però non vuole essere, e non è, né surrealista, né un epigono del non-sense: è un bieco – banale? – realista incallito. Solo che, scrivendo, inizia dalla fine. La fine è la malattia mortale: il sapere di non sapere perché si è così, e non diversamente da così. O meglio: perché si è diversamente da così. Cioè, diversamente da come si crede di essere o da come gli altri credono che tu sia.

Ma è proprio vero che ognuno e ogni cosa siano diversamente da come sono percepiti? In effetti, il problema non è entro l’orizzonte della percezione: è entro l’orizzonte dell’essere.

La malattia mortale è essere nel mondo.

Questo sapore di morte – e di esistere – è trasmesso attraverso una storia: una storia – o storiella? – amorosa. Inizia con una notte d’amore. O di sesso? O di amore e di sesso? Forse, né di amore, né di sesso: l’uno e l’altro sono “qualcosa” del mondo. Il problema di fondo, per quanto riguarda il senso del mondo, è invece che senso ha il mondo in se stesso. Per scoprirlo – o per tentare di farlo -, vale di più l’esperienza reale, l’intreccio delle cose che accadono, oppure l’esperienza del sogno? Da ciò lo svolgimento degli avvenimenti pazzeschi. In una storia pazzesca: resa tuttavia con un realismo limpido e innocente. Ecco: questa è la trama letteraria – e mentale – dell’autore: presentare le cose come fatti concreti, le assolutezze dell’essere in assoluto come faccenduole capitate per strada, o alla porta di una birreria. O, in una notte all’aperto, sotto la luna che piange i suoi raggi languenti e sfiniti.

Con questa sua lucidità, preoccupante quanto seriosa – oppure ludica? -, l’autore intesse una vicenda terribilmente realistica: ma che della realtà non ha l’apparenza. Della realtà ha la propria sostanza: quella di essere l’assurdo.

Il mondo vero, il mondo non dell’apparire ma dell’essere, è l’assurdo. Come quello straniero che portava una scritta sul braccio sinistro: “Andrò in Paradiso perché sto vivendo l’Inferno”.

Ma l’assurdo dove sta? Appunto: l’assurdo non c’è. Non c’è perché è vero.

L’assurdo non c’è, perché è invenzione mentale. Ma l’assurdo è vero, perché, al di qua dell’invenzione mentale, l’assurdo è un dato. Banale e vivido, sciatto e vigoroso: l’assurdo è l’esistente. Da qui inizia il viaggio: e qui si parte. O meglio: e qui si arriva. Se la fine infatti è all’inizio, la partenza è alla fine: ed io “ti cercherò, a costo di trovarti”.

Così, per arrivare da qualunque parte, anche se già uno si trova lì, basta – è necessario? – partire da un qualunque luogo: considerazione del tutto ovvia, grande insegnamento delle reti telematiche. Ma, a pane il punto di partenza e quello di arrivo – non se l‘abbiano a male i pragmatici –, ciò che resta di più interessante è proprio il viaggio. È, questa, una sensazione ben nota ai ciclisti e ai pedoni, meno nota ai turisti Agenzia di Viaggio.

Guardando i film di Wenders (tranne forse uno) in genere la prima impressione è che la Storia sembra mancare, ma poi, usciti dalla sala e cercando in tasca le chiavi dell’automobile, affiora ben altro convincimento: la Storia era dentro la sala, era proprio lì. Prima non riuscivi a vederla!

A questo punto del gioco l’autore, se gli è rimasto un po’ di pudore, tace e comincia ad occuparsi di altro, e i turisti Agenzia di Viaggio scoprono che non si tratta del tipo di vacanza che cercavano. O meglio: che era il tipo di vacanza che cercavano, ma l’avevano sempre cercata nel posto sbagliato. Il punto è che se ad esempio vado a Madrid, posso desiderare soprattutto la corrida o un buon ristorante: il buongustaio che passa le sue due ultime settimane nella capitale spagnola senza aver mai visto né la corrida né altro che non fossero tavoli imbanditi del meglio e del peggio di tutto quello che gli poteva essere offerto, in realtà non ha perso nulla – ha anzi vissuto pienamente, e intensamente, l’esperienza del viaggio. Tornato a casa non avrà diapositive da mostrare ai parenti e agli amici, ma la memoria delle sue papille gustative gli sarà profondamente grata per anni. Si tratta solo di decidere se vale di più la pena di essersi fatti amici il proprio stomaco e il proprio palato, oppure di mostrare diapositive di luoghi e di cose a chi magari le aveva già viste o a chi, se non li aveva mai visti, non vi era minimamente interessato. Anche un’esperienza di lettura in generale invita allo stesso gioco e pone simili problemi: a chi ha sarà dato, e a chi non ha sarà tolto anche quel poco che aveva. Il valore di una storia – o almeno di questa storia (perché la storia c’è, c’è sempre) – non può che essere di volta in volta deciso dal senso che sarà ad essa attribuito da parte di chi la segue e la incontra. Il suo vantaggio è che, oltre alla corrida, alla cucina spagnola e alle diapositive, è qui possibile trovare anche un buon calice di vino.

A ciascuno l’opportunità di scegliere e di gustare quel che più gli aggrada.

Lo stesso discorso si applica allo stile, alla parola, alla scrittura del testo: realistica come il parlare quotidiano, brutale come il dire pedestre, l’espressione verbale è mutevole come le immagini del sogno. Il sogno parla chiaro: così chiaro, che parla con le nostre stesse parole. A volte empie, a volte oscene, a volte alate e sacre. Anche in questo caleidoscopio linguistico c’è da scegliere secondo il proprio palato (pagine 3-5). [Francesco di Ciaccia]

 

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