Borromeo, Federico, De cognitionibus

Nota introduttiva a Federico Borromeo, De cognitionibus quas habent Dæmones liber unus, Milano – Roma, Biblioteca Ambrosiana – Bulzoni (Fonti e Studi 9), 2009, pp. 13-27.

 

Borromeo, De cognitionibus. Copertina

In copertina: Francesco Maria Guaccio, Compendium maleficarum, Mediolani, Ex Collegij Ambrosiani Typographia, 1626, pagina 38, «[…] de libro vitæ, […] in libro mortis», (pagina 39).

Testo della Nota introduttiva

Nel dare alle stampe la prima edizione del De cognitionibus quas habent Dæmones di Federico Borromeo, intendo solo indicare la genesi dello scritto federiciano e rilevare una caratteristica della sua stesura.

La questione che l’Autore si pose verteva, come esplicita il titolo dell’opera, sulle conoscenze che i demoni possiedono dall’inizio della loro creazione o a cui sono in grado di accedere nel tempo. La problematica era annosa e notoria, come evidenzia l’opera stessa nella sua articolata indagine e nel suo diffuso excursus storico che presenta varie posizioni di filosofi antichi, di Dottori della Chiesa medioevali e di teologi fino all’età moderna. Ma qui mi preme notare la circostanza nella quale l’interrogativo sorse in mente all’Autore. Ciò avvenne nel corso della stesura di un’opera, il De ecstaticis mulieribus et illusis, stampata nel 1616, chiaramente connessa con il suo ufficio pastorale ed episcopale che includeva l’onere di insegnare e di dare direttive utili a chi avesse cura d’anime o comunque si trovasse a trattare con persone “estatiche”[1]. La circostanza risulta da un appunto del cardinale, vergato in un quaderno manoscritto[2].

«Il pensare a scrivere questo libro ebbe origine da un dubio, che io mossi nel 3° libro dell’estatiche, parlando di alcune parole, che proferite furono dal Demonio, le quali dimostravano ignorantia, et poco conoscimento».

L’ufficio di pastore e di visitatore canonico, nelle sedi sia monastiche e conventuali, sia parrocchiali, lo misero in contatto, in effetti, con soggetti insidiati in modalità particolari dagli spiriti maligni. Furono questi riscontri di fenomeni straordinari, definiti genericamente “estatici” – cui egli attribuiva molta importanza e verso cui, se provenienti da Dio, nutriva sommo apprezzamento, al punto da concepire una “gratia gratis data” la semplice conoscenza di un soggetto estatico[3] – a sollecitargli interrogativi pratici sul rapporto tra fenomeni “estatici” e demonologia e, in particolare per quanto attiene al presente libro, investigazioni concettuali e teoriche intorno ai poteri cognitivi di cui dispongono gli spiriti maligni.

Opinione comune e semplificata era che il demonio, nella sua macchinazione per indurre al male, fa assegnamento su quanto riesce a sapere dell’uomo, a conoscerne le propensioni, gli impulsi, le immaginazioni, gli atti e i fatti, insomma il suo mondo interiore ed esteriore. Ma esattamente che cosa, quanto e come il demonio può conoscere? Il quesito rientrava in un ambito concettuale meno semplice e scontato.

Altrettanto intuibile e assodato era il presupposto che per il confessore e per il direttore spirituale è importante sapere che cosa passa nell’animo del penitente e del discepolo, perché egli possa capire l’origine e la natura dei loro vissuti straordinari. Al riguardo, Federico Borromeo aveva svolto riflessioni e narrato molti casi, nel De ecstaticis; ed il fattore cognitivo gli apparve così fondamentale nel discernimento degli “estatici”, che egli non rinunciò a leggere il Proxeneta di Gerolamo Cardano – un autore di cui dichiarava al contempo di non avere stima e di non seguire la dottrina[4] -, che insegnava a “scrutare” a livello di “scienza dell’animo” i segreti più intimi dell’individuo.

D’altronde, Federico Borromeo espose a volte, con racconti anche molto circostanziati, il processo e le modalità secondo cui aveva scoperto vari inganni dei demoni che avevano “illuso” alcune donne[5]. Ma se una mente umana può arrivare a tanta perspicacia, a quanto può il demonio che, come sanciva la sacra teologia, è un angelo a tutti gli effetti “naturali”?[6] In effetti l’angelo conosce intuendo, entrando dentro l’oggetto conosciuto, in modo perciò immediato, a differenza dell’uomo che deve passare per la via mediata del ragionamento e quindi con un processo che non solo richiede più tempo ma anche che, passando da un concetto all’altro, è passibile di erranza[7].

Però, interrogando alcune donne “illuse” in fatto di esperienze estatiche, Federico Borromeo ebbe il sospetto che il demonio fosse ben poco accorto e astuto, in pratica poco intelligente, se poté essere smascherato tanto facilmente con un po’ di acume umano; e ne aveva tratto, al momento, la seguente conclusione, esposta in questi termini nel capitolo XIX del libro terzo del De ecstaticis[8]:

«Constat item ex nostra illa narratione, Dæmonum sermoni stoliditatem, et ineptias inesse, veluti sit genus illud ignorantiæ plenum».

In sostanza, il sospetto era che il demonio non conoscesse tante cose e ne conoscesse male alcune, sia circa l’uomo, sia circa il mondo, se lui stesso si dimostrava inconcludente in molte sue operazioni e se non era in grado di contrastare efficacemente le tattiche di uomini illuminati intese a smascherare i suoi tranelli. Ne nacque, di seguito all’enunciazione sopra riferita, un capitolo specifico, il XX, sulla “ignoranza” dei demoni: «De inscitia Dæmonum».

«Quod omne antiquæ scientiæ lumen amiserint, haud equidem puto concedendum esse, cum Sacræ Theologiæ decreto constet, Naturalia dona, sicut initio fuerant, mansisse lapsis, atque damnatis. Rursus tamen, et loquuntur, et faciunt ea, quæ humanus animus meras ineptias putet; saneque admiror ego, quidnam sit causæ, quamobrem, in tanta rerum omnium notitia, quantam credimus in Dæmonum esse natura, non potuerint homines scelerate curiosi pleraque ab ipsis naturalia secreta cognoscere, præsertim ambigo, cur Astrologi, siderum motus, rem tanta cura quæsitam non sint e sermonibus eorum explicati. Verum, ea fortasse est causa, quod vetet Deus eos largiri scientiam suam ulli mortali eadem prouidentia, qua vetat, ne pecunias cuiquam effuse largiantur. Inscitiæ autem illius, qua sermo Dæmonum interdum abundat, et actionum ineptissimarum, quas intueri licet, arbitror duas afferri causas posse; vel quia Deus ipse tenebras offundat eorum lumini nostræ salutis causa, ne scilicet insidiosis non capere artibus possint. Nam sicuti, qui noctu iter facit, eo tantum temporis momento semitam videt, quo fulgur internitet, tenebrasque distinguit, ita Dæmonum ex diuerso nimia perspicacitas est ad videndum, et intelligendum exempto modico illo spatio, quo Deus eos obcæcat, ne nostros animos in fraudem, atque inde in exitium inducant. Vel etiam ea est ineptiarum causa, quod simulent imperitiam, ut ipsi facilius irretiamur; et arbitror ego, Spiritus illos, qui Fauni dicti cum iocis, atque nequitijs, mortalium nonnullos, et adulescentulas maxime circumsistunt, id agere modis illis inusitatis, et absurdis, ut miseras animas ad peccatum illiciant».

In questo capitolo del De ecstaticis erano già delineati i punti essenziali della questione: i demoni continuano a possedere tutte le dotazioni naturali secondo la loro natura angelica; tuttavia, siccome risulta che fanno e dicono cose così stupide ed insulse da rivelare scarso acume intellettivo, è ragionevole presumere che Dio abbia loro imposto un certo qual offuscamento cognitivo, allo scopo di impedire che essi, di per sé assolutamente più intelligenti e quindi più sagaci e astuti dei mortali, godano di condizioni troppo favorevoli nella loro implacabile guerra contro l’uomo. Come seconda ipotesi si potrebbe anche supporre che essi simulino imperizia e un poco di stoltezza, per ingannare meglio i poveri mortali e trarli fraudolentemente nelle loro reti.

In ogni caso, la questione appariva, subito, gravida di dubbi. Ad esempio, come è possibile che una natura che sia intelligenza pura, quale quella angelica, dotata di intellezione intuitiva, che conosce tota simul, “tutto contemporaneamente”[9] l’oggetto posto innanzi al lume intellettivo, possa perdere questa modalità di cui è costituita la sua essenza stessa? D’altronde, se Dio può intervenire sulla sostanza degli enti da lui creati e presupposto tuttavia che egli non abbia inteso mutare la natura degli angeli decaduti – così come stabilisce la dottrina consolidata dei Padri della Chiesa e dei teologi -, quali sono i modi con cui Dio interviene in questa dinamica del conoscere dei demoni?

La questione andava perciò affrontata in modo differente dai consueti metodi induttivi, fondati sull’esperienza pratica: andava affrontata ad un livello teorico, mediante l’esposizione degli insegnamenti dottrinali e attraverso un vaglio critico. Federico Borromeo si propose, appunto, di svolgere questa operazione. Lo troviamo dichiarato nel medesimo appunto del quaderno manoscritto, sopra citato, nel quale era indicata la circostanza in cui egli ebbe a pensare di scrivere il libro stesso[10].

«In questo libro [De ecstaticis mulieribus et illusis] lasciato habbiamo quelle cose, che giudicato habbiamo trattarsi generalmente dalli Scolastici, et ne i libri di Teologia, et habbiamo atteso à spiegare alcuni passi men communi degli altri, et meno ordinarij».

L’indagine sulla “ignoranza” dei demoni prevedeva dunque uno studio che sembrava allontanarsi dall’immediato fine pastorale, al punto che, in un altro quaderno di appunti in cui egli tornò ad accennare alla genesi dell’opera, sentì il bisogno di escludere ogni movente di “inutile e strana curiosità” dell’indagine, affermandone l’utilità spirituale, cioè il bene delle anime:

«Aliquid solatij accipient animarum / occasio libri ex libro de extaticis. / Non propter curiosam vanitatem.»[11].

In effetti, la dissertazione sul sapere dei demoni e le successive ipotesi su come i demoni possano essere coartati divinitus[12] nella loro attività intellettiva, sia quanto all’oggetto, sia quanto alle modalità del comprendere, si addentrano in sentieri fitti di presunzioni sorprendenti, quando si stabilisce minutamente, e a volte con estrema precisione, che cosa i demoni possano e che cosa non possano sapere; e in che modo siano potuti giungere a certe verità, sia nell’ambito degli oggetti naturali, sia a livello delle realtà soprannaturali. Uno degli argomenti più delicati è, ad esempio, se, ed eventualmente come, i demoni conoscano verità simpliciter soprannaturali o quanto meno quoad modum soprannaturali. Il ragguaglio delle supposizioni avanzate solleva in effetti il dubbio che la materia trattata inclini davvero ad una qualche “inutile e strana curiosità”. Nell’ambito degli oggetti naturali della conoscenza, poi, uno degli argomenti più complicati è, ad esempio, se, ed eventualmente come, i demoni conoscano l’intimo dell’uomo, e se, e come, ne conoscano i gesti e gli atti esterni. In questo vasto campo la dottrina scolastica, che sta a fondamento dell’investigare, sfocia in opinioni fattuali ed in ipotesi così particolareggiate, che inducono al sospetto che, ancora, si vada incontro a “inutile e strana curiosità”.

In realtà, non è per vana curiosità che l’Autore ha affrontato un così complesso e delicato tema che spazia dalla teologia alla psicologia, dalla dogmatica alla fenomenologia dell’arte magica. Infatti, sarebbe stato certamente di consolazione per le anime timorose e pie sapere, ad esempio, che il demonio non potrà mai penetrare nell’intimo dell’uomo, sia sul versante cognitivo, sia su quello volitivo dell’animo umano; e che – risultato ancor più consolante – il demonio non potrebbe entrare neppure nelle immagini della nostra fantasia, se non sia l’uomo stesso a facilitargli questo itinerario.

La tematica dovette apparire all’Autore, dunque, tutt’altro che curiosa e vana; e si comprende, per ciò, anche l’assillo circa l’intitolazione dell’opera, su cui egli spese più di una riflessione.

Di primo acchito, proprio in base al motivo per cui l’Autore si era proposto di approfondire questo aspetto demonologico, il titolo doveva risultare intorno alla “ignoranza” dei demoni. In effetti, il dubbio sorto nel libro terzo del De ecstaticis, al capitolo XIX sopra citato, era che i demoni fossero, in realtà, ignoranti e il successivo capitolo XX era intitolato, per l’appunto, con il chiaro e delineato concetto «De inscitia». Tra gli appunti, tra cui un quaderno monografico, il titolo focalizzava ancora l’“ignoranza” [13]. In questo quaderno, un’annotazione permette di intuire il rovello sulla dicitura. Vi si legge che il titolo aveva qualcosa di “buffonesco” e che poteva essere frainteso; e a margine del foglio troviamo aggiunto che l’“iscrizione” era stata cambiata.

«< Dicam in animo habuisse hanc inscriptionem sed hac obiectione mutasse > Noto titulum habere scurilitatis aliquid: et possit retorqueri […].»[14].

Attribuire, proprio nel titolo – che costituisce l’etichetta di una trattazione -, l’“ignoranza” ai demoni avrebbe offerto una visione della loro natura che implicava, quanto meno, qualcosa di strano («scurilitatis aliquid»), cioè che fossero definiti, tout cour, ignoranti coloro che, per la loro essenza, sono “intelligenze pure”, cioè esseri costituiti di sola sostanza intellettiva. Tale designazione, posta proprio in capo al libro, avrebbe potuto ingenerare non solo stupore ed incredulità, ma anche fondati attacchi logici e teologici («et possit retorqueri»). Forse, dunque, il titolo potrebbe essere stato cambiato sotto la pressione di rilievi di tal genere («hac obiectione»). Sta di fatto che poi il libro fu intitolato intorno non già alla “ignoranza” ma alla “conoscenza”.

La meticolosità a livello lessicale è stata ancora più sottile. Infatti, il sintagma “le conoscenze dei demoni” avrebbe potuto dare ansa ad un equivoco. Potendo il complemento di specificazione essere inteso sia in senso soggettivo, sia in senso oggettivo o, con termini usati da Federico Borromeo, sia in senso attivo, sia in senso passivo, non si sarebbe colto immediatamente se la conoscenza in causa fosse quella che i demoni hanno di altre cose, ad esempio del mondo fisico e del mondo umano, o quella che hanno gli altri, ad esempio gli uomini, circa i demoni. Per cui apparve più idoneo un titolo inequivocabile, “le conoscenze che hanno i demoni”:

«Ergo melius De cognitionibus varijs[15] quas habent Demones. Neque dicendum De Demonum cognitionibus quia est equiuocum uel actiue, uel passiue.»[16].

Nonostante la sottolineatura dell’aggettivo circa le conoscenze – le “varie” conoscenze – e nonostante che lo stesso aggettivo sia stato ripreso, nel medesimo quaderno di appunti sull’“ignoranza” dei demoni, come uno dei titoli possibili[17], l’aggettivo – “varie” (conoscenze) – non è entrato nel titolo del libro, che consta essere “De cognitionibus quas habent Dæmones”. Prima della scelta definitiva e all’interno del medesimo quaderno, successivamente all’appunto sopra riportato, sono state tuttavia avanzate soluzioni similari. In questa ulteriore congettura sembra risolto l’equivoco circa il soggetto del conoscere, poiché uno dei titoli che sarebbe potuto risultare equivoco appare superato dalla successiva ipotesi indicata:

«De uaria cognitione quam habent Demones. Titulus. Vel de scientia Demonum. Vel de scientia, quam habent Demones.»[18].

Il termine “scientia”, applicato ai demoni, consta come sinonimo di “cognitio” anche nel libro, benché vi prevalga decisamente quest’ultimo vocabolo[19]. Ma va notato che il termine “scientia”, ipotizzato qui per il titolo del libro, si ritrova in appunti concernenti l’opinione di Gerolamo Cardano su questa materia: «Cardani sententia de scientia Dæmonum mihi videtur his eius rebus satis expressa» ecc.[20], il cui blocco di appunti, analitici e dissertativi, è stato intitolato proprio De scientia Dæmonum, sententia Cardani.

Ciò che va infine messo in luce è che, se gli appunti redatti prima della stesura del libro riportano il titolo incentrato sulla “ignoranza” – l’idea immediata e iniziale circa la questione che si era posta l’Autore -, gli appunti successivi alla sua stesura, che costituiscono aggiunte alle opere già composte[21], si riferiscono al libro ormai dal titolo “De cognitionibus quas habent Dæmones”[22].

L’alternativa tra “ignoranza” e “conoscenza/e”, della quale qui si tratta a proposito del titolo, non era una questione soltanto di opportunità: era un problema soprattutto di contenuti e di metodologia. Per mostrare l’ignoranza dei demoni bastava dare conto delle loro inaccortezze palesate nei rapporti con un direttore spirituale illuminato: rendiconto che in parte Federico Borromeo già offriva – pur in modo occasionale e non organico – nell’opera che stava redigendo, appunto il De ecstaticis. Ma l’ignoranza è un concetto negativo e ha senso solo se consegue ad una analisi della conoscenza; e il problema della conoscenza delle pure forme intelligenti è complesso e complicato.

Il tema, pertanto, si ampliò notevolmente; ma soprattutto si complicò per la necessità di argomentazioni dottrinali, a volte assai sottili. Le annotazioni preparatorie per la stesura del libro lo rivelano[23]. Alcune annotazioni criteriologiche indicano che l’indagine doveva svolgersi, in effetti, a tutto campo, cioè doveva essere estesa, come evidenziato da termini significanti totalità e molteplicità («omnia», «multas»),

«Examina omnia genera cognitionum: et statue omnia genera ignorantiæ quæ cadere possunt in illis generibus; et reperis multas.»[24]:

un’indicazione rigorosamente osservata nella stesura dell’opera. Ma l’esame doveva essere anche meticoloso, minuzioso, doveva scandagliare le “singole” opinioni:

«Examina singulas sententias Patrum, de scientia incarnationis. Vide locum Sancti Hilarij in Breu. fol. 583 col. secunda in fine.»[25];

«In hoc opere perquire minuta queque legendo et facias questiones ut fecit Cardanus et ut ego scio in arte tractandi eandem questionem.»[26];

«Scolasticorum sententiæ explicandæ singulæ, per dicta; per locorum collationes; per supposita fondamenta in illa Doctrina.»[27].

Già quest’ultima disposizione sull’ esposizione puntigliosa della dottrina scolastica e in generale le esigenze redazionali citate implicavano un’impostazione critica da imprimere al lavoro, come esplicitato da voci verbali significanti disamina disquisitiva, quali «perquire» (di cui sopra) ed «excutiantur»:

«Excutiantur sententiæ Patrum de mysterijs Incarnationis. Idem exequendum de sententijs aliorum; nam hoc modo erit diuersa methodus a ceteris meis libris […]»[28].

In quest’ultima annotazione – che si trova applicata nel cap. XV – sembra che venga ammessa una peculiarità metodologica che si distanziava da quella seguita negli altri libri («diuersa methodus a ceteris meis libris»).

Da questa precisazione non dobbiamo derivare che tra i libri di Federico Borromeo non ci siano di quelli dal taglio dottrinale, magari improntati all’istruzione del clero e all’educazione di tutti i fedeli; dobbiano invece desumere che il “metodo” cui si fa riferimento nella citata annotazione si configura comunque diverso, perché è concepito per un prodotto dottrinale in senso stretto, cioè teorico, a livello discettativo. Il De cognitionibus è l’unico trattato demonologico di Federico Borromeo che contenga, per lo meno, alcuni capitoli di tal genere.

Esso comprende processi argomentativi con esame e discussione della dottrina degli autori, sia dei Padri, sia dei Dottori (secondo la norma, sopra citata: «Scolasticorum sententiæ explicandæ»)[29], con un procedimento dialettico che ricalca quello della trattatistica scolastica – sequenza delle posizioni dottrinali e “risposta” a ciascuna di esse -, come nella questione sulla conoscenza da parte dei demoni dell’animo umano[30] o sulla conoscenza da parte dei demoni della specificità divina della resurrezione di Gesù[31], fino a spingersi allo studio variantistico di un autore[32].

Una trattazione così complessa e intricata ha comportato alcune lacune formali e qualche disorganicità, meno marcate in altri libri demonologici del medesimo Autore. Vediamo, prima, le sfasature circa l’organizzazione del materiale.

All’inizio del capitolo XXXI si avverte che, in seguito, si procederà con considerazioni più specifiche, cioè attinenti al tema del libro; in pratica, si riprenderà il discoro sulla conoscenza dei demoni, sulle sue modalità e i suoi limiti: discorso che, interrotto dopo il capitolo XX, ha seguito una via collaterale.

«Hactenus nos ab vigesimo Capite orsi, processimus quadam inductionis via. Nunc argumenta singulatim ea proponemus, quæ propria sunt rationis eius, quam concludere propositum est; scientiam nempe Dæmonum impediri diuinitus, et inhiberi ipsos, quominus arbitratu suo partem animi intelligentem exerceant»[33].

La problematica esposta dal capitolo XXI al capitolo XXX verteva infatti sull’azione dei demoni: vi si notava, in base a rilevamenti fenomenici, che anche al “fare” dei demoni, cioè alla loro attività pratica, era imposto un freno da Dio, così come era imposto un oscuramento alla loro attività cognitiva, al “sapere”. In effetti, in quei capitoli intermedi il testo ha messo in luce il potere dei demoni nei conflitti armati, il loro atteggiamento di fronte alle minacce fisiche, la facoltà degli esseri incorporei nello spostamento dei corpi e rispetto alle leggi naturali della sostanza aerea – con le attinenze relative ai banchetti e ai balli stregoneschi -, infine rispetto agli interessi erotici dei demoni e alla loro capacità procreativa.

Lo spostamento tematico era comunque ben giustificato, sia sul piano logico, sia in senso consequenziale. In effetti il capitolo XX si concludeva con una considerazione, circa gli angeli decaduti, sui loro “doni naturali” a livello generale, cioè che gli angeli decaduti si rivelano depauperati di alcune potenzialità delle loro dotazioni primigenie. Il seguito del discorso, perciò, poteva ben riguardare un aspetto diverso da quello cognitivo, e cioè l’aspetto operativo delle facoltà degli angeli decaduti.

Poi, dal capitolo XXXI ci si ricollega al tema specifico del libro: il “conoscere” da parte dei demoni. E in effetti, all’inizio del capitolo XXXI è tenuto presente, in modo esplicito, che dal capitolo XX si era proceduto su un terreno, per così dire, di “esperimenza” (cioè sul piano constatabile delle debolezze e delle limitazioni fattuali dei demoni ricavabili dal loro concreto operare) e si dichiara che si riprenderà, ormai e di nuovo, lo specifico filone tematico del “conoscere”.

Tuttavia, malgrado l’impostazione esplicitata, anche dopo questo capitolo il problema del conoscere si conclude tre capitoli prima del termine dell’opera. Quindi, tre capitoli prima della fine dell’opera la tematica specifica, quella del “sapere”, è abbandonata e lascia di nuovo spazio ad aspetti operativi dei demoni: il potere demoniaco sulle ricchezze materiali della terra con annessi e connessi, vale a dire l’accrescimento e la perdita di tali beni in linea generale, in riferimento sia ai demoni, sia ai semplici mortali.

La mancanza di unitarietà risulta dal fatto che la sfera operativa dell’attività demoniaca, pur collegabile al problema dell’attività cognitiva, risulta affrontata con una frapposizione non giustificata: poteva e doveva essere trattata senza frattura e successivamente alla trattazione sulla conoscenza. La ragionevolezza di tale ipotesi trova fondamento nel testo stesso, poiché il capitolo XXXXII – in cui si abbandona, di nuovo, per l’appunto, l’argomento “cognitivo” – inizia proprio con il parallelo sull’argomento “operativo”, cioè che i demoni sono inibiti non solo nella sfera del conoscere, ma anche in quella dell’agire, cioè “perché non facciano o dicano quelle cose che proclamano e vogliono, ma solo quelle che hanno potuto fare o dire”.

«Neque cognitione tantum sæpe priuantur ipsa, sed ad agendum etiam constricti sæpe sunt, et impediti, ut non ea, quæ profitentur, ac volunt, faciant, aut dicant, sed ea tantum, quæ vel facere, vel dicere potuerunt.»[34].

Se nel capitolo XXXXII, quindi, dopo la trattazione del problema cognitivo dei demoni, è stato posto il parallelo con quello operativo, era logico che tutta la tematica parallela della sfera operativa – intercalata dal capitolo XXI al capitolo XXX – fosse collocata da questo punto in poi, cioè dal capitolo XXXXII in avanti, e fosse letta unitariamente, per organica distribuzione dei contenuti e per coerenza della trattazione.

Una disorganicità più settoriale – all’interno del primo blocco della trattazione del “fare” demoniaco – risulta essere la seguente, anche con una discrepanza tra il titolo di un capitolo ed il suo contenuto.

Il capitolo XXVIII ha svolto un discorso sull’inefficienza dei demoni nel produrre cose materiali e ha concluso con l’esempio delle vivande imbandite nei conviti stregoneschi: belle a vedersi ma di cattiva qualità[35]. Il capitolo successivo, il XXIX, dal titolo «De Humana Procreatione», con consequenzialità inizia applicando la fenomenologia in questione – la consistenza delle cose materiali prodotte dai demoni – ai corpi assunti dai demoni stessi, inclusa la sostanza seminale. Ma il proseguo del capitolo con il preciso titolo indicato, mentre dovrebbe trattare della “procreazione umana” dei demoni, narra, mediante episodi di apparizioni demoniache a varie persone, quale sia la qualità del corpo assunto dai demoni e non fa cenno alla “procreazione umana” dei demoni. L’esposizione sulla generazione di esseri umani da parte dei demoni è svolta, quindi, nel capitolo ulteriore, il XXX, intitolato «An Dæmones procreare aliquid possint», il quale ha inizio con una programmazione che fa pensare ad un ampio sviluppo. Infatti il capitolo sul problema “se i demoni possano procreare” si annuncia in questi termini: «Ac minutius etiam tractando totum hunc de procreatione humana locum, quæstionem ipsam in dicta, siue Capita nonnulla, et pronuntiata ordine hoc diuidemus»[36]. Ma alla fine del capitolo l’Autore taglia corto, giustificandosi col dire che ci vorrebbe troppo spazio per affrontare la questione e rimanda ad autori – da lui accennati – che ne hanno parlato a lungo: «De qua re longum esset hoc loco disputare; tantum ego referre volui id, quod ijdem illi pluribus affirmauere»[37].

Il capitolo seguente, il XXXI, abbandona in effetti tutta la parentesi sul “fare” demoniaco e ritorna al tema specifico, come s’è detto: «[…] scientiam nempe Dæmonum impediri diuinitus, et inhiberi ipsos, quominus arbitratu suo partem animi intelligentem exerceant»[38].

Un cenno globale, ora, ad alcune lacune nella scrittura. A questo livello formale, una particolarità è costituita dal fatto che il testo è a volte difficile da capire, a differenza degli altri scritti demonologici del medesimo Autore. Non mi riferisco allo stile e al registro linguistico. È ovvio che la presente opera, essendo, almeno in parte, saggistica e richiedendo una costruzione sintattica argomentativa, presenta un periodare più complesso e articolato degli altri libri demonologici e una scelta lessicale orientata verso voci astratte. Mi riferisco invece a costruzioni sintattiche errate o strane[39], a sviste nelle operazioni di modifica, peraltro aggrovigliate, con conseguenti confusioni grammaticali e sintattiche, soprattutto quando sono state apportate variazioni nel testo[40].

Anche siffatte disattenzioni evidenziano quanto quest’opera, già puntigliosamente e rigorosamente progettata, abbia poi affaticato gli estensori – in particolare, il traduttore latino – per predisporre un testo più complicato e analitico degli altri del medesimo tema.

Infine, mi corre l’obbligo di dare ragione dell’uso che viene qui fatto dei quaderni di appunti – o “quaderni di studio” – federiciani, citati nelle note al testo latino.

Il mio progetto finale – sempre limitatamente alla demonologia federiciana – è quello di documentare i raccordi tra i libri stampati e gli appunti manoscritti, rapportando tutto il contenuto degli stampati alla mole degli scritti preparatori, per modo che emerga che cosa degli appunti consti trasferito, e per contro non trasferito, nei libri stessi. Dalla correlazione si dovrebbe evincere, sempre per la sola materia demonologica, quanto ha ben studiato e dimostrato, a livello generale, Marzia Giuliani circa gli appunti preparatori: essi raccolgono materiale che non necessariamente, e non in toto, è stato utilizzato per un libro – e ciò vale anche per i quaderni monograficamente intitolati -; per contro, alcune informazioni si ripetono in più di un “quaderno di studio” oppure vengono usate per più di un libro, considerato anche il fatto che i diversi libri ripropongono alcuni medesimi contenuti[41].

Un tal programma esige un’edizione a se stante – da cui, in seguito, dovrebbe conseguire una piccola “enciclopedia” di tutto l’universo demonologico negli scritti federiciani, nella connessione tra libri stampati e manoscritti -, così concepita: trascrizione dei “quaderni di studio” monografici e specifici e trascrizione di tutti gli altri “quaderni di studio” nelle parti connesse in qualunque modo ai libri demonologici; riferimento al contenuto che, nei vari libri, è entrato a far parte della stesura definitiva.

Per il momento ho inteso compiere l’operazione inversa, benché solo parzialmente: connettere lo stampato ai “quaderni di studio”. Essa vuole offrire, semplicemente, l’idea di un rapporto tra il libro e i “quaderni di studio”, dei quali cito solo quelli specificatamente demonologici.

ADDIZIONI, ms: Quattro libri di addizioni da farsi à diversi trattati composti dal Cardinale Federico Borromeo, manoscritto, «Codex Primus Additamentorum», foll. 187-188, 237-238, 239-245, 272-273, 274-275, 322; «Codex Secundus Additamentorum», foll. 360-362, 367, 391-392; «Codex Tertius Additamentorum», foll. 612-613, Biblioteca Ambrosiana, Milano, F 11 inf.

DE COGNITIONIBUS: De cognitionibus quas habent Dæmones, stampato, Milano, 1624, Biblioteca Ambrosiana, Milano, Borromeo 75 e Borromeo 76.

DE ECSTATICIS: De ecstaticis mulieribus, et illusis libri quatuor stampato, Milano, 1616, Biblioteca Ambrosiana, Milano, Borromeo 38 e Borromeo 39.

DE IGNORANTIA, ms: De ignorantia Demonum, manoscritto, in Miscellanea uaria, foll. 19-32, Biblioteca Ambrosiana, Milano, I 52 suss.

DE IGNORANTIA, OPUSCULA, ms: De ignorantia Dæmonum, manoscritto, in Opuscula, foll. 139-140, Biblioteca Ambrosiana, Milano, Z 110 sup.

GIULIANI: Marzia Giuliani, Il vescovo filosofo. Federico Borromeo e I sacri ragionamenti, «Biblioteca della Rivista di storia e letteratura religiosa», Studi XVIII, Firenze, Leo S. Olschki, 2007.

ZARDIN: Danilo Zardin, Nell’officina del poligrafo: la biblioteca ‘ideale’ di Cardano e le fonti dell’enciclopedismo librario, in Edoardo Barbieri e Danilo Zardin (a cura di), Libri, biblioteche e cultura nell’Italia del Cinque e Seicento, in «Vita e Pensiero», maggio 2002, pp. 317-372 (pagine 13-27). [Francesco di Ciaccia]


[1] «Ego statui remedium adhibere huic nonnullorum inscitiæ (fauente Deo) viamque tradere, qua possit aliquis ab omni periculo procul abesse» (De ecstaticis, I, cap. IV, p. 10).

[2]De ignorantia, Opuscula, ms, foll. 139-140.

[3] «Animaduerti ego, graues aliquando viros, excultosque moribus optimis, et maximarum rerum scientia, illud optasse vehementer, ut inciderent in aliquem eorum, qui Visionibus Ecstaticis illustrarentur […]. Sed quamuis nonnullam in eo negotio diligentiam adhibuissent, mouerenturque non inani cura, sed laudabili studio, numquam tamen id […] assequi potuerunt; atque, ut erant pij homines, et religiosi, suis accidere peccatis aiebant, ne tantarum rerum ullo modo participes fierent. […]; fallebantur tamen. Nam sicuti dona, quæ Naturæ ordinem excedunt, et appellantur gratiæ gratis datæ, possunt contingere diuinitus […], ita licebit existimare, notitiam eorum, qui sint præditi muneribus eiusmodi, cœleste munus esse […]» (De ecstaticis, I, cap. I, pp. 1-2). D’altronde, proprio il grande apprezzamento per le esperienze “estatiche” – che Federico Borromeo riteneva elargite in abbondanza ai fedeli della Chiesa cattolica dell’epoca, in tal modo da Dio resa preclara (cfr. De ecstaticis, II, cap. XIII, p. 85) – lo indusse a dedicare a tali esperienze, con le relative e strette connessioni demoniache, varie opere a stampa e a redigere diversi quaderni di appunti.

[4] «Non ego Cardani sum admirator, eiusque opinionum assecla. Sed […] caput inueni quoddam de Scientia animi, quo scilicet capite conabatur ille perscrutari humani pectoris arcana, quæ multis occultata simulationum inuolucris, Deus ipse tantum videt» (De ecstaticis, III, cap. XI, p. 117). Per l’edizione italiana, Girolamo Cardano, Il prosseneta, ovvero Della prudenza politica, Milano, Berlusconi, 2001. Nella Biblioteca Ambrosiana consta un estratto (Della prudenza politica, D 481 inf., foll. 16-17), manoscritto, del Proxeneta incentrato sull’uomo “prudente”: che fu, in effetti, un assillo constante di Federico Borromeo. Ma è anche opportuno di segnalare, qui, sempre per accenni, come al “laboratorio della scrittura” (ZARDIN, p. 334) di Cardano, accuratamente studiato da Danilo Zardin, corrisponda il processo scrittorio di Federico Borromeo (cfr. GIULIANI, pp. 89-110).

[5] Cfr. De ecstaticis, III, cap. XIII, p. 128; III, cap. XIV, p. 134; III, cap. XVI, p. 138.

[6] «[…] cum Sacræ Theologiæ decreto constet, Naturalia dona, sicut initio fuerant, mansisse lapsis, atque damnatis» (De ecstaticis, III, cap. XX, p. 147); ma si veda l’intero cap. XX del De ecstaticis, pp. 148 s., riportato più sotto.

[7] Cfr. De cognitionibus, cap. II, p. 4.

[8] De ecstaticis, III, cap. XIX, p. 147.

[9] De cognitionibus, cap. XIV, p. 64.

[10] De ignorantia, Opuscula, ms, foll. 139-140.

[11] De ignorantia, ms, 1, fol. 19.

[12] Cfr. De cognitionibus, cap. XIII, pp. 60-61; cap. XXIX, p. 115; cap. XXXIV, p. 129; cap. XXXV, p. 131.

[13] De ignorantia Demonum (scritto così, senza dittongo), che costituisce il quaderrno manoscritto che qui cito con la sigla De ignorantia, ms. (Si veda l’«Indice degli scritti federiciani citati o menzionati»).

[14] De ignorantia, ms, 30, fol. 22. Per il vero, le frasi di questa annotazione non sono integre, dato che non tutte le parole sono leggibili; e non è espressamente precisato che si trattava del titolo riferito all’“ignoranza”, benché sia ragionevole ritenere che lo fosse, dato che tale è il titolo del blocco di annotazioni.

[15] Sottolinatura nel manoscritto.

[16] De ignorantia, ms, 30, fol. 22.

[17] Cfr. De ignorantia, ms, 79, fol. 28, citato sotto.

[18] De ignorantia, ms, 79, fol. 28.

[19] Quello di “scientia” vi compare, applicato nel modo sopra detto, cinque volte soltanto.

[20] Sententia Cardani, fol. 5v.

[21] Essi sono inclusi nei Quattro libri di addizioni da farsi à diversi trattati composti dal Cardinale Federico Borromeo (si veda Addizioni nell’«Indice degli scritti federiciani citati o menzionati»).

[22] E tuttavia in due casi su dieci lo indicano ancora con quello di “De ignorantia Dæmonum” (cfr. Addizioni, «Codex primus Additamentorum», fol. 272 e fol. 275). Sembra che l’“ignoranza” in cui i demoni sono stati visti da Federico Borromeo lo abbia profondamente colpito, se egli li tacciò perentoriamente, in un appunto, «vere ignorantes» (De ignorantia, ms, 64, fol. 26, con rimando a Lorenzo Anania: «Demones uere ignorantes. Laurentius Anania lib. 3 fol. 132.»), e dovette forse compiacersi dell’opinione secondo cui a volte i demoni sono «ignorantissimi» (De cognitionibus, cap. XXXX, p. 137).

[23] Si tratta del De ignorantia Demonum all’interno del codice Miscellanea uaria, un blocco di 111 appunti raggruppati in 23 fogli, che costituisce il quaderrno manoscritto che qui cito, come riferito più sopra, con la sigla De ignorantia, ms.

[24] De ignorantia, ms, 71, fol. 27.

[25] De ignorantia, ms, 12, fol. 20.

[26] De ignorantia, ms, 11, fol. 20.

[27] De ignorantia, ms, 4, fol. 19.

[28] De ignorantia, ms, 23, fol. 21.

[29] Cfr., ad esempio, i capitoli VI, XII, XV, XXX, XXXV, XXXVII, XXXXII, per i Dottori di teologia; il cap. XXXXX, per i Padri della Chiesa, sempre del De cognitionibus, di cui trattasi.

[30] De cognitionibus, cap. VIII.

[31] De cognitionibus, cap. XV.

[32] De cognitionibus, cap. XII.

[33] De cognitionibus, cap. XXXI, p. 121.

[34] De cognitionibus, cap. XXXXII, p. 147.

[35] De cognitionibus, cap. XXVIII: «Sed quam arcta sit potentia Spirituum malignorum, ostendunt etiam ipsi conatibus suis, præstigijsque inanibus circa res eas, quæ materia constant, sensibu<s>que percipiuntur» (p. 111); «Species autem epularum amœnissima, et elegantissima ibi sit, proptereaquod Dæmones, cum vera dapis habere nihil possint, nisi vile quidpiam, et vulgatum, subsidio assumunt fictam imaginem elegantis, et opipari conuiuij, atque ita suis illudunt» (pp. 112-113).

[36] De cognitionibus, cap. XXX, p. 117.

[37] De cognitionibus, cap. XXX, p. 120.

[38] De cognitionibus, cap. XXXI, p. 121.

[39] Ad esempio: «Vnde Augustinus in Libro tertio de Trinitate, Capite nono ex ineffabili potentatu Dei fit, ut quod possent mali Angeli, si permitterentur, ideo non possint, quia non permittuntur» (De cognitionibus, cap. XXXV, p. 130). «Postquam vero talis extiterat equus, leue negotium fuit sistere eum Philippo Regi, quem < cuiusque > eius inusitatæ rei curiosum fore apparebat» (De cognitionibus, cap. IV, p. 12), in cui la costruzione del verbo “apparere” con proposizione infinitiva non è supportata dalla struttura dell’intero periodo. «Ob eam nimirum quoque causam, minus expositum esse Dæmonum insultibus, qui comitatus incedat, quam qui solitarius» (De cognitionibus, cap. XXII, p. 92), in cui il ricorso alla forma impersonale («expositum esse»), del resto non necessario, è comunque strano.

[40] Ad esempio, «Quod autem < interdum > in peccati pœnam < priuetur Angelus varijs naturalibus donis > perierint Angelo pleraque naturalia dona, quibus < nisi peccatum admisisset, libere usus fuisset > ante peccatum clarus, excelsusque fuerat, eaquæ deinceps proponemus argumenta declarabunt» (De cognitionibus, cap. XX, pp. 88-89), in cui quest’ultima proposizione: «eaquæ proponemus argumenta declarabunt», è formalmente insostenibile. «Nouissime etiam < simili quiddam accidit casui illi, quem > sicuti Tertullianus idem refert, mulier fuit una ecc.» (De cognitionibus, cap. XXXI, p.122): cambiata la struttura sintattica con l’aggiunta di una proposizione relativa e l’eliminazione di una proposizione incidentale, non è stata tuttavia modificata l’interpunzione in relazione alla nuova struttura, per cui è rimasta la virgola dopo quella che era, in precedenza, una proposizione incidentale («sicuti Tertullianus refert,»).

[41] «In sede di inventio il cardinale ama attingere contemporaneamente a tutti i materiali a sua disposizione, effettuando prelievi dai suoi vari codici di studio.» (GIULIANI, p. 91); per cui i quaderni di appunti «offrono materiali per più opere; singoli brani vengono innestati nel corpo di testi diversi […]» (GIULIANI, p. 90).

Lascia una risposta