Madella, Alessandro, Se fossi un uomo

Tra Animo e Anima, un uomo?, Introduzione a Alessandro Madella, Se fossi un uomo, Milano, Prometheus (Le Rune 15), 2001.

 

Se fossi un uomo. Copertina

Testo della Introduzione

Ho accettato di intervenire, con la mia lettura di uomo di mondo – del mondo delle lettere, antiche e meno antiche –, solo per amicizia. Lo conoscevo da tanto, Alessandro Madella. Era ragazzino.

E invece no. Non lo conoscevo.

Pensai di leggere un diario: il diario che tutti abbiamo scritto.

E invece no.

Una fantasmagoria: di immaginazione.

È vero: “Se state leggendo queste pagine, avete in mano i segreti di un uomo”. L’ha scritto l’Autore, nella Premessa. Ma di quale uomo?

Il “romanzo” si snoda in parte come un diario. È vero. Ma è il diario non di un uomo: è il diario di ogni uomo.

La vita spesso è bastarda. Leopardi, più benevolmente, diceva “matrigna”. E sei in un “tunnel” da cui credi di non uscire più. È il tunnel della delusione. Il tunnel della incomprensione.

Della disperazione.

Non è difficile che un essere appartenente all’umana specie cada in una caverna fagocitante ed atra come quella di Polifemo dell’Iliade, se gli togli la fiducia, se gli togli l’autostima, se gli togli il godimento di sentirsi “io”. Un io unico, assoluto, “diverso” da ogni altro: l’io che sei esclusivamente tu.

Ma l’Autore ha inventato – nel senso manzoniano, cioè scovato dal reale esistenziale – un caso atipico: quest’essere non è un uomo. È un uomo eccezionale. Più modestamente, speciale.

È un diverso.

Da qui, la precipua definizione del personaggio principale.

Il personaggio principale, che riveste il ruolo di io narrante, ha un carattere, visibile, da “uomo”. Tutto andrebbe liscio, come nei bei diari di ogni Casanova, se non avesse un animo sensibile.

E questa è la sua “diversità”.

Come Leopardi.

La sensibilità del personaggio principale ha di fatto una forte affinità con quella leopardiana. Il Leopardi era un “solitario” non perché misogino: ma perché “diverso”. Nel quadro dello schema concettuale e linguistico ottocentesco, egli si definiva “tenero e sensitivo”. Oggi diciamo: sensibile. In pratica, cercava la donna con tanta sensibilità femminile. E la donna non riconosceva in lui il “maschio”.

Il Madella, cresciuto in un contesto mentale novecentesco, fa emergere il significato profondo della questione: in ogni persona esistono due componenti esistenziali ed essenziali, quella “femminile” e quella “maschile” (nella tradizione cinese, yin e yang). Esemplare è la fiaba “Ciao donna, piccola grande donna”. Dice: “[…] il mio io non può fondersi col tuo, io sono Uomo e tu Donna. Non so se Dio abbia voluto così […]. La leggenda narra che a quel punto comparve l’Anima dell’uomo […], abbracciò la donna e disse: «Per me sei sempre la più bella». La donna tirò un sospiro di sollievo […], i lineamenti si fecero di nuovo femminili e la donna, come solo lei può fare, disse all’Anima dell’uomo: «Grazie di esistere». Da quel momento in poi uomo e donna tornarono a vivere felici e contenti”.

Il dramma della specie umana, al livello interpersonale tra l’individuo maschile e l’individuo femminile, si radica su questa dicotomia tra maschio e femmina. Che è diventata dicotomia tra Animo e Anima. La cultura occidentale ha separato i due fattori, scindendoli. Il personaggio del libro ne è consapevole. Lo illustra chiaramente quando accenna alla maniera con cui si sente di fare l’amore.

In un mondo in cui ci si aspetta dal maschio che sia soltanto e tutto quanto maschio, e la femmina soltanto e tutta quanta femmina, chi ha scoperto in sé le due componenti complementari, e vuole viverle, emozionalmente parlando, è un “solitario”.

Il “solitario” è di per sé un incompreso. E l’incompreso si sente un genio, o si sente un ripudiato. O l’uno e l’altro.

La sensazione del ripudio attanaglia il personaggio. Ma non c’è il titanismo degli eroi romantici: qui sa accettare la situazione, la vive come sofferenza, la considera una esperienza salvifica. Che fa crescere. Anche se a volte si può arrivare a volere farla finita!

Questa storia si configura come “romanzo di formazione”, in effetti, come Bildungsroman. Il personaggio principale parte da uno stato d’animo di disorientamento a tutto campo. Fallimenti esistenziali – che si individuano facilmente – e il conseguente abbandono da parte delle amicizie abituali lo gettano nella più fonda voragine di solitudine, materiale e ulteriore. Egli ha perso ormai ogni fiducia in se stesso: non è più un uomo.

Chi rida vitalità e speranza ad un uomo “sensibile” umiliato ed offeso è la creatura ancora “piccola”: in cui l’Anima e l’Animo vivono ancora uniti. Il “piccolo” percepisce infatti la dimensione “femminile” dell’uomo, ne è attratto e l’attira. Così l’uomo non si sente “respinto”: non è più un “diverso”, ma è se stesso. Come lo è il “piccolo”. E le pagine più belle di questa storia sono dedicate ai rapporti emotivi con figure d’infanzia. Lo stesso Leopardi ebbe il suo “risorgimento” con Teresa Lucignani, fanciulla, a Pisa, da cui scaturì la poesia omonima.

Nel momento in cui l’uomo non si sente più assediato e respinto, inizia l’evoluzione più matura dei sentimenti. Allora il “romanzo” allarga il suo respiro configurando tanti personaggi di contorno, tutti fondamentali: tante sfaccettature dell’animo. Sono Palatina, Cuore Selvaggio, Cuore Danzante, Piccola Stella senza Ciclo, Fior di Loto, Boz, Cinzia, Norma, e Principessa. Tasselli importanti del vivere umano, quando la vita non è proiettata verso strategie di possesso e di potere, dell’utile e del tornaconto. Ma verso la sua essenza: l’emozione.

Le emozioni si liberano e si espandono, allora, come una “caduta di stelle, come se fosse ogni notte la notte di san Lorenzo” (“Cara Raggio di Luna”). Le emozioni sono il fulcro del libro: è il valore più importante, fra tutte le realtà della terra, della vita, del ciclo e dell’essere umano.

E questo sentimento è proprio l’Anima!

Le emozioni sono addirittura il contenuto del “romanzo”.

Scrivo “romanzo” tra virgolette, perché ha una particolare struttura ed è un genere ben diverso da quelli comuni. È una storia narrata attraverso pensieri e riflessioni; poi attraverso fiabe, racconti metaforici; e anche attraverso versi sciolti.

Ciò rientra nella psicologia del personaggio principale. Il cupo isolamento, il buio disperato sono il filo conduttore che intesse le vicende interiori, le “narra” come in un monologo della mente, con qualche squarcio di prosa epistolare. La sua “vita” reale si dipana in una solitaria meditazione. Non chiedete allora, come di solito si chiede, che cosa sia successo, quale sia la trama: bisogna chiedersi come sia devastato il cuore, come sia disseccata l’anima, schiacciata la mente, spenta la voglia d’esistere. Pagine disperate: che fanno accapponare la pelle.

Man mano che la luce si profila in lontananza, alla fine del tunnel esistenziale, e il pensiero si rianima, la fantasia sprigiona immagini. Le fiabe – mi piace chiamarle così – diventano la cifra di interpretazione della vita, lo strumento narrativo delle umane vicende, degli ideali dell’uomo: soprattutto dell’uomo “sensibile”.

Ma non posso non rilevare anche una diversa e specifica caratterizzazione di certi racconti: l’impianto da Operette morali. Basti leggere “Stella dei cuori solitari” per rendersene conto. L’Autore si trova, in effetti, nella posizione a volte di chi ha di fronte la Natura con cui dialoga, a cui fa domande, da cui attende risposte. Lo stile, più asciutto e discorsivo, diventa esso stesso “materia” del racconto: rivela direttamente l’Animo e l’Anima, la personalità del personaggio.

Proprio in questo percorso immaginifico l’Autore esprime il meglio della sua arte: e qui si evince la sua sorprendente qualità ideativa e letteraria. Si tratta di racconti che si lasciano leggere con gran facilità e intrigano per la loro nascosta multivalenza, grazie al gioco delle simbologie. Pur pregne di significati importanti, ripeto, sono fiabe che piacerebbero molto anche ai bambini. E su questa linea l’Autore è stato già incoraggiato a proseguire il suo cammino: già è in cantiere un secondo volume. Di fiabe.

Una forma di scrittura a sé stante è data da pensieri concettuosi, penetranti. Li chiamiamo “pensieri in poesia”. Anche essi definiscono e scolpiscono i momenti di vita del personaggio principale; ma sono contraddistinti, appunto, da una tensione, potente e particolarmente efficace, di natura universale. È come se l’io narrante sorpassi la configurazione limitata e circoscritta di sé e si proietti nel mondo di tutti gli uomini. Solo un esempio:

“Bambini di tutto il mondo, unitevi
e fate sì che i vostri sogni non diventino mai
realtà”.

Il libro di Madella è quindi un romanzo sui generis. Lo si potrebbe più precisamente accostare allo Zibaldone del Leopardi, in cui i pensieri e le osservazioni rappresentano il nerbo della “anima” dello scrittore. In definitiva si può dire che proceda dal vissuto individuale e delimitato, per svilupparsi sui grandi temi e problemi dell’essere uomo. La parte che attiene alle meditazioni personali si colloca in un determinato contesto esistenziale del personaggio; ma il prosieguo non esplicherebbe tutta la sua funzione simbolica, concettuale e poetica, senza la prima parte, in cui il personaggio si disvela (pagine 5-11). [Francesco di Ciaccia]

 

 

 

Lascia una risposta