Moretti, Vito, Dal portico dell’angelo

Vito Moretti, Dal portico dell’angelo, Pescara, Tracce (I Cammei, Poesia, Collana diretta da Nicoletta De Gregorio), 2014, pagine 7-42.

 

Copertina, Moretti, Dal portico ecc., 2014

Ripeterò con te / gli anni miei…

Qualche pensiero che mi si è affacciato nella mente è l’unica cosa che io possa donare – nel senso dell’obolo, poiché davvero di minuzia si tratta – dopo la meditazione scavata, al limite del rapimento, dentro le parole di poesie di smisurata profondità e di vertiginoso sentire.

Tale è la misura dei tratti di penna che mi sono trovato a percorrere.

Ma io non dirò della scrittura di questa raccolta poetica, né dello stile, né procederò ad uno studio letterario dell’opera o ad una analisi testuale. Non è ciò che è richiesto in una semplice Premessa; tuttavia, e solo per parlare dell’Autore, accennerò ad una qualità della scrittura di Vito Moretti, una qualità che mi ha affascinato già quando ebbi a recensire il suo libro intitolato Luoghi. Si tratta della sua dipintura, nitida e chiara, direi trasparente, delle cose del mondo, della realtà esteriore, magari naturalistica – di “queste mie domestiche e umanissime / contrade” (N. 10) -, magari rurale – come quel: “Geme al leccio / e al ciliegio selvatico il meriggio / e batte i suoi zoccoli il mulo, si ostina sullo stretto sentiero / di pietra. Poi […] / […] sale in cima, / sul Colle, tra cardi e mele mature” (N. 55) -, magari domestica, come quel “sole curvo del meriggio” che “a larghe maglie si attarda sul crespo / delle tende e sull’arredo”, e “Sul comò con la sveglia / e lo specchio la Vergine e il lumino per i morti / e più in là, in cima al chiodo, / il volto di nonno” (N. 72). Il realismo ha punte veristiche, come nell’accenno alle “castagne raccolte a patti / col rude contadino” (N. 70) – circostanza che mi ha colpito personalmente, poiché proprio quest’anno mi è occorso l’identico caso, per le contrade alpestri del trentino.

Il realismo sembra fotografico, ma emana partecipazione vissuta. Riporto solo un brano:

“[…] Guardo
dalla strada vuota
le insegne spente, la torre
sull’arco a mezz’aria, il vetro doppio
delle edicole. Oltre la staccionata
il mite bue sosta sul suo letto
di paglia e lo stormo s’adagia sul ramo alto
della betulla. Nessuno ha messo ordine
al giardino degli incauti pensionati
e delle fauste badanti
e il fischio del treno corre a spegnersi
verso il mare, sulle reti tirate a secco
e sui legni curvi del trabocco. C’è ancora
la bandiera sull’asta del Comune
e la bici del messo prende ruggine
nel vicolo delle felci e delle api” (42).

Sono grato all’Autore, perché queste pause descrittive – pur pregnanti di sottesi esistenziali e metafisici – sono per me una gradevolissima distensione dell’animo.

Interessanti sotto questo aspetto narrativo sono in particolare i brani in cui alcuni episodi evangelici, tra i quali spicca l’annuncio angelico a Maria (N. 47), vengono riproposti nella dimensione della quotidianità. Oltre il pregio letterario di simile scrittura, la loro importanza, nella fattispecie, è concettuale: a mio avviso, è la demitizzazione del divino. Il mondo di Dio è interno alla umanità, poiché il Signore si è presentato al mondo con lineamenti che sono quelli dell’uomo, i suoi passi, qui in terra, sono gli stessi di quelli dell’uomo, la sua “lingua” è la nostra stessa lingua (“a te che parli la mia lingua”, N. 39), e anche la casa di Maria, al tempo del suo peregrinare sulla terra, “sembrava impaziente / del caldo che veniva a capriole / dal pozzo”, come del resto, nella casa di Maria, come in tutte le case dell’epoca, lì, in Palestina, nei “vasi di terracotta / c’era ancora l’acqua presa la sera innanzi / e sul legno della mensola i frutti / da seccare”. Lì, nella sua casa, “Maria / avrebbe anche acceso il fuoco / per le verdure e trovato un posto / dove riordinare i lunghi capelli”. Ma intanto qualcosa d’altro, lì, tra le pentole e il bucato da stendere, accadeva: era “come un tremore / intorno a sé, uno sfiorare di sguardi, / un leggero tocco di foglie nascoste / e le sembrava di scorgere un velo bianco / alla finestra e di udire come una voce / che parlasse da sola, lontana” (N. 47). Il prosieguo si conosce: “Poi disse di sì”. Lo disse all’angelo. E il Signore si fece suo figlio.

Il mistero è strettamente congiunto con la vita umana di tutti i giorni, in quel preciso momento e in quella precisa latitudine terrestre: come per tutti i figli degli uomini e dove vivono tutti i figli degli uomini. Mi ritorna in mente la concezione di frate Francesco: come si fa a non riandare al “presepio umano” inventato da Francesco d’Assisi? Anche il senso profondo di quella invenzione si incunea nella idea che la vita del Signore è inserita nella vita di questa terra, stretta e congiunta ad essa, nella vita di quelle creature che siamo noi.

In questi brani evangelici della silloge di Vito Moretti la dimensione religiosa è esplicita. In genere, invece, essa vi si annida rinchiusa in cifre di realtà che ne rappresentano il simbolo e nelle quali la dimensione spirituale è nascosta, direi criptica; ma si intuisce che dietro e oltre i lineamenti scolpiti e scanditi si aprono significati ulteriori, ulteriori mondi che, sfuggendo al primo fugace passaggio, fanno percepire qualcosa di vertiginoso.

A me la poesia di Vito Moretti mette i brividi. Penso ad esempio alla lirica N. 10, ma è tutto un turbinio non tanto di sensazioni, quanto di idee che toccano le più intime fibre esistenziali, che investono le sfere più profonde – con tutte le sue domande, con i suoi interrogativi, a volte pascaliani, a volte sartriani, ma pur sempre scritturistici -, della nostra esistenza. Mi viene in mente, tra le migliaia di immagini pregnanti di metafisica esistenziale, quell’“inverno” che, “qui”, “fa ghiaccio l’acqua che pure smacchia / e mi disseta” (N. 20). Si percepisce lo smarrimento di chi trova persino nel bene delle creature la morsa del gelo, la sofferenza che screpola le mani e fa sanguinare il cuore.

Ma torniamo all’idea del rapporto tra umano e divino.

Ci sono due modi di concepire e di vivere l’esistenza: quello della esteriorità, o meglio del momento, e quello della interiorità, ossia della eternità – o del “tempo”, come oggi ama definirlo papa Francesco, nel senso di ciò che ha una dimensione oltre la momentaneità.

La dimensione della esteriorità o del momento è il regno della “futilità” (N. 57), per cui si “vive di appigli, / di piccole danze, di stregate lucerne” (N. 17): un oceano “di mille invalicabili mari” – esteso, magari, quanto tutta una vita o quanto tutta una giornata in cui si inseguono fantasmi di soddisfacimenti immediati, di idoli affascinanti come sirene, quali un atto di orgoglio che offende il fratello, una pergamena che serve per far mostra di valere più di altri, un pensiero – o uno dopo l’altro – di rivalsa contro chi ci ha maltrattati. “Fatui lumi” che incatenano i secoli, che incatena la storia della umanità, così come incatena ogni uomo che guarda solo fuori di sé e che guarda se stesso come entità esteriore, inseguendo un “sogno randagio” (N. 8) dal cui desiderio l’Autore chiede di essere liberato – “Tu libera il mio cuore”, ecc.

In sostanza, “è il finito / che svanisce e va” (N. 39).

Giustamente, e precisamente, l’Autore contrappone questo “finito” alla “casa”, l’“altra casa” (N. 39), che gli fornisce il Signore – che è quella del colloquio con lui.

Il mondo della interiorità o eternità è l’“altrove” (N. 20). Vivere per la propria interiorità, vivere in vista dell’eterno – l’eterno che già è in noi – comporta un uscire dalla mondanità: farsi “esule” (N. 8). Esule sulla terra significa essere cittadino del cielo, abitante dell’Eden, significa vivere dentro i pensieri di Dio, in un “vero che ha riposte dimore / e una vita che è più larga e provvida / di ogni altra vita”, persino che ha “un tepore / che scalda e dà sereno” (N. 9), dice l’Autore investendo di un significato ulteriore il calore terrestre dell’accoglienza domestica.

Il problema è come farsi esuli.

Di fronte allo scenario di drammaticità umane, in cui la sofferenza degli uomini sulla terra, in una società che mostra soprattutto spietatezze e disumanità – in una umanità socialmente e moralmente ingiusta -, viene da chiedersi se ci si possa sottrarre a “questo labirinto di macerie”, all’“inferno” che si espande tra gli “inganni” di cui “si veste il sabato delle promesse” e il “festino / dei tristi faccendieri”. Allora ci si chiede – l’Autore se lo chiede – “se occorra cercare / altre equazioni, più modesti sentieri, / un perimetro in cui sfumare / e sbiadire” (N. 13). Del resto, anche il Signore si aggira in mezzo ai nostri problemi, si contamina scendendo tra noi, apre “le stanze / al contagio dei nostri tumulti” (N. 14).

In realtà, il cielo non è fuori dal mondo, non è fuori da noi. Il cielo è in noi stessi. L’Eden si trova dentro di noi.

E qui mi torna in mente un uomo santo, un giorno in cui andai a trovarlo, vecchio e ormai malato, in fin di vita, in un angolo di solitudine che fu Renacavata, in quel di Camerino: padre Eusebio da Cagli, frate minore cappuccino. L’ambiente era ancora quello cinquecentesco: mattoni polverosi e porte bucherellate dai tarli; e freddo intenso, poiché non c’era stufa, in quel convento lì, e non c’era acqua corrente, in quelle stanze lì; e l’acqua nel catino era gelata. Lì, l’uomo santo, sul suo pagliericcio di foglie di granturco, con indosso un’unica maglia, ridotta a pezze e rattoppi – tale fu rinvenuta dopo la sua morte -, proprio come voleva santo Francesco, quello d’Assisi, mi disse: «Figlio mio, sappi, figlio mio: il paradiso è qui, è qui, è qui, dentro di noi», e ciò dicendo, vecchio e morituro, dicendo ciò con semplicità infantile e con calore intenso, gli lucevano gli occhi, beati di gioia e di sorriso.

Era in paradiso.

Ed era in carne ed ossa, con qualche straccio intorno alla sua pelle.

Certo, lì c’era il regno della povertà assoluta; certo, lì dominava la austerità più martoriante; certo, lì si espandeva la carità del padre e del fratello; certo, lì c’era l’assenza del frastuono.

Ma il paradiso non era fuori, lì.

Il paradiso era nell’uomo.

La problematica comunque resta, perché non è facile soggiornare nella sfera della interiorità. L’uomo è debole. E non è agevole arrivare al punto, in cui si riesca a starci sempre. Il tempo infatti è lesto, e scorre “veloce” (N. 15): si vorrebbe fare presto, bruciare le tappe; ma come, se ci si è dimostrati inefficienti? Che cosa fare, se sulle dita si contano, l’una di seguito all’altra, soltanto sconfitte? Se nelle mani si sono raccolte soltanto rinunce? Se il rendiconto è tutto in passivo? Se

“Raccoglie favole sgualcite
il cuore venuto alla conta delle età
e si fa inganno l’offerta
di questo tempo che è storia
di fughe e rinunce” (N. 35)?

Eppure si è cercato di mettercela tutta, come si suol dire. Ma

“ma so che non c’è nulla
che io possa comprare
e non c’è cosa che io possa avere
se tu non vuoi” (N. 19).

Neppure tutte le azioni buone, che magari si sono compiute negli anni di questa conta tremenda e trepidata, posson bastare: azioni lodevoli che pure il Signore conosce (“Tu vedi”): “la moneta buona / che metto nel cesto dei monaci”, per fare un esempio molto spicciolo. Una cosa si può fare, tuttavia, ancora: liberarsi di tutto ciò di cui è possibile liberarsi, alleggerire il fardello terrestre, poiché è “quel che non ho” a far “più leggero” per scendere – scendere, non già salire – nella scala del paradiso.

E ancora mi torna in mente il morente in quel di Renacavata: il paradiso non era al di fuori, ma la vita di fuori – dalla maglia dilacerata (stando a letto neppure aveva indosso il suo saio francescano appesantito dagli anni e alleggerito dai fori), al materasso indurito dai trucioli e allo stomaco alleggerito dai diuturni digiuni – rendeva meno arduo e meno franto il cammino verso il Signore che è in noi:

“[…] per essere più leggero sulle tue scale,
[…] per giungere prima
alla tua porta, e senza gli aghi dell’affanno” (N. 19).

Tu sei con noi, Signore, finché riusciremo a vivere senza niente con noi: senza un letto o un giaciglio, senza tavolo in cui ristorarci, senza la favola di cui abbagliarci.

Ma ciò non basta.

Mi viene in mente un altro uomo santo, conosciuto molti decenni addietro; viveva in una stanzetta: vi teneva i suoi libri e un tavolino corroso dal tempo; e dormiva dentro un cassone. Non era una bara: era proprio un cassone. Ma quando lo vidi uscire fuori da lì, vestito dell’abito caracciolino, mi venne in mente la bara. (Forse mi fece impressione, di primo acchito, ma il frate aveva il dono di leggere nell’intimo e di vedere nel futuro spirituale delle persone con cui veniva a contatto).

Ma questo non basta.

Allora:

“Guardami benigno,
se non ho lo zelo dei predestinati
e se neppure so togliere l’esca
a questa folla di umide penombre” (N. 6).

Confessiamocelo: chi può dire di avere lo zelo dei predestinati? Ma se pure uno di noi potesse dire, con limpidità e umiltà, di avere lo zelo dei predestinati, ebbene: non basterebbe. Non basta avere lo zelo dei predestinati.

L’unica speranza è

“che tu varchi il mio uscio chiuso
e che per gioco fingi di restartene
nel tuo giardino di rose selvatiche e di bianchi
gelsomini […].
[…] Guardami benigno,
se non ho lo zelo dei predestinati” (N. 6).

In realtà, il Signore ci segue sempre, ci sta sempre appresso – ci tiene in “assedio” (N. 60) -, segue ogni nostro passo, per tutto il nostro cammino, anche nelle nostre debolezze, nella nostra miseria: “E mi guardi,

mi osservi mentre cerco
il superfluo che mi svigorisce,
il buono che non ho” (N. 11).

Egli è vigile – “Tu non dormi” – e conta paziente anche le nostre “disobbedienze” (N. 21), e segue di continuo – “la tua fatica è solo l’impegno” (N. 28) – “i nostri sbadati nutrimenti”, le nostre “giornaliere negligenze” (N. 28), la nostra ricerca di fatue cose mondane. “[…] e mi sorvegli ancora

come se temessi di perdermi, ti curvi
nel mio quadrato di ordinarie
resistenze” (N. 56).

E con fiducia e umiltà gli si può chiedere un aiuto, come a dire

“a che ora incamminarmi
per la tua strada, Signore,
e cosa mettere in tasca,
se basta la blusa
che mi vedi addosso
e se dovrò varcare i monti
prima di raggiungerti.
[…]. Chiamami adesso,
mentre gli orti tornano asciutti
e i sentieri non hanno scompiglio
[…]” (N. 7).

La fiducia nel Signore non può essere che indefettibile: anche il peccato è una “disarmonia” (N. 52), e la disarmonia è qualcosa che stride nell’animo, lo contorce, lo affligge. Allora o ci si affida al Signore, o si sceglie “di non attenderlo”, come Giuda, che non seppe “sostare” per dirgli il proprio tormento. È esplicito il racconto di Giuda: “Non seppe udire

i tuoi sandali sul pietrisco
né riconoscere i tuoi passi,
e ti voltò di nuovo le spalle,
Signore” (N. 9).

Perciò saggiamente l’Autore sollecita il Signore perché sia “chiamato” – “sei il punto che mi chiama / e mi rivela” (N. 3) -, cioè perché il Signore gli sveli pienamente e chiaramente che cosa si annida, dentro il cuore umano. Infatti c’è uno scarto tra le abitudini dell’uomo, che si autoinganna, e i pensieri di Dio – che vengono “da stanze lontane”. L’uomo si trincera dietro architetture che crede sicure, si costruisce un mondo in cui crede di vivere per sempre o perlomeno in cui crede di salvarsi dall’oblio del tempo e degli uomini, un contesto in cui crede di affastellare la propria felicità o di erigere il monumento al senso dell’esistenza che si è costruito, magari a fatica. Ma forse tutta questa scenografia è ingannevole, è frutto di “orgoglio / che si cinge soltanto di esche / e di parole” (N. 3). Allora, ecco: “Vorrei un segno

che mi dicesse dove l’inganno
divori i più giusti pensieri
e dove si faccia ladra l’attesa che ripete
i miei cedimenti” (N. 3).

Occorrerà un “vento” che spazzi via tutto, un vento “che sa essere di porto e di burrasca / a dispetto dei miei umani rifugi”. E non importa gli anni che si portano addosso: c’è un tempo, il tempo di Dio, “che non è mai tardi”,

“e questo tuo tempo
ha intorno e dentro
un’erba che non secca, un fiato
che dà forza e sana” (N. 3).

Del resto, è fin troppo palese la debolezza umana, anzi l’umana insipienza; e se l’Autore torna spesso a delinearla, è perché non ci facciamo illusioni: neppure noi sappiamo, ma “Solo tu sai

come il cuore possa farsi pietra
e la carne mentire alla ragione
e al vero” (N. 38).

Ma proprio per questo sappiamo di poterci affidare alla sua misericordia, perché siamo certi che, in ogni caso, nulla che si compia di buono, nell’umano soffrire e nella difficile avventura della vita, è gettato al vento.

Anzi, l’Autore non esita a chiedere, con la confidenza che gli deriva dal rapporto con lui, e con fiducia sicura: “Non mi nascondere

il vino promesso, il sussurro
propizio, la terra dove s’adunano
i canti e le aurore” (N. 33).

Il Signore è misericordioso e pazienze. E sa essere delicatissimo: “Entra

nella mia anima senza ferirla
e trova le radici che mancano di acqua,
cerca per i miei occhi il passaggio
più breve, un lampo
che guizzi sul crinale e mi faccia strada;
e intanto serba all’asciutto
i miei abiti, tieni pronte le mappe
e le scorte e lascia per altri appunti
la pagina del tuo diario, per altri incontri
la pazienza che fa buona l’attesa” (N. 40).

Si dirà che qui l’Autore mostra una fiducia assolutamente tranquilla, una certezza come di fronte ad un caro; e con pieno rispetto, perché c’è confidenza. E con consapevolezza dei propri limiti: “Ma io, Signore,

mi attardo alle partenze
e ho ancora vuota la valigia, non ho riserve
per viaggiare a lungo, e non so neppure
dove riprendere fiato e pernottare alla buona,
con i pochi spiccioli che mi restano”;

e tuttavia, a volte

“mi pare di udire, nelle sere come questa,
la tua mano che scava varchi
nella neve e che libera la strada
fino a casa, fino al negozio del pesce,
giù all’angolo, e altre sere,
con il rumore del mare, correre
dietro le ombre, come un angelo
che vegli e rassicuri” (N. 40).

La complementarietà – poiché non è opposizione – tra la pochezza dell’uomo, dell’Autore in primo piano, e la potenzialità del Signore, cioè la forza che viene da lui, è lapidariamente scolpita: “Eccomi” – un termine che rimanda alla disponibilità confidente di Maria! – “io sono l’epitaffio

che nessuno legge, l’anima

lasciata alle sigle […].
[…] ma per te, Signore,
ho le cento vittorie del fante,
una voce da ascoltare, un lievito

che desta il pane e lo fa crescere” (N. 16) – con un chiaro rimando semantico al “lievito” di cui nella metafora evangelica.

L’uomo quindi si confida. In tutto. Per tutto. E la sua speranza – che è anche certezza, perché il Signore è longanime e accogliente – e che egli ci venga incontro benignamente e, semplicemente, finga ritrosia, finga di restarsene dentro il suo giardino fiorito – come ho già citato prima.

Il “giardino” mi fa venire in mente il biblico Eden: la dimora originaria cui l’Autore a volte si richiama, come quella a cui tornare – si pensi ai “resti della mia remota innocenza” (N. 4). A tal riguardo mi viene da osservare che il “giardino” disegnato dall’Autore riflette il suo proprio animo, la sua natura personale: è quella di fiori delicatissimi e umili – le “rose selvatiche”, come la terra d’origine, quella abruzzese – e profumatissimi – i “bianchi gelsomini” (N. 6). Ognuno, in effetti, nell’Eden ci sta con la propria persona singolare, poiché il paradiso è nel proprio profondo.

Per quanto sia debole e scarso, l’uomo è investito di un compito singolarissimo.

“Io sono il tu che mi affidi.
[…]
[…]. Sono gli occhi
con cui tu mi vedi e la voce
che hai per farti suono
del mio dirti.
Ti porterò in tutti i mondi” ecc. (N. 23).

L’uomo è un compito di Dio. Ogni persona è un progetto di Dio, quello di continuare a compiere nel mondo la vita del Signore stesso: con la nostra voce, con i nostri occhi, che diventino quelli del Signore che vive in noi, i nostri passi quelli con cui il Signore possa continuare a camminare nel tempo e nello spazio. Lo diceva Paolo di Tarso: «Non sono io che vivo, ma Cristo che vive in me».

Allora

“Ti porterò in tutti i mondi
che conosco e ti chiamerò con i nomi
che hanno la mia vetta e il mio precipizio,
il mio frastuono e il mio più semplice
tacere” (N. 23).

Così, “la mia storia

è anche un po’ la tua
e il mio presente è pure
il tuo tempo che entra nella corsa
delle ore, accanto agli abiti
e nelle stanze, è la casa
che ti ospita, Signore,
e che ti fa essere scelta, voglia
di scommettere sul tuo ascolto
e sul tuo perdono” (N. 29).

In qualche modo il Signore si sente vincolato ad usarci misericordia, ad aiutarci ad andare avanti, a sostenerci nel compito di riproporlo per le strade del mondo e in noi stessi – un compito, per essere sinceri, per noi così arduo.

Di fronte a questa missione, ci si sente un po’ smarrire. Ci chiediamo: come siamo stati pensati che saremmo dovuti essere? Di certo, non come siamo stati, con le nostre bruttezze e le nostre brutture; non come ci siamo realizzati nelle nostre storture, non come siamo diventati con le nostre insipienze, nelle nostre stranezze. Ma nella nostra più oscura confusione sul nostro compimento esistenziale possiamo pur sempre chiedere che il Signore continui a pensarci come avrebbe voluto che noi ci pensassimo, e “come spesso / anch’io torno a pensarmi / quando parlo di te” (N. 27). Forse, un giorno si potrà realizzare il disegno che egli ha su di noi, l’affresco che egli ha ideato di compiere per se stesso attraverso di noi. Anche in questo il Signore è longanime, e perciò gli chiediamo, ancora: “Pensami […], e ti affido il mio tempo”.

Appunto: affidare al Signore quello che è stato, comunque sia stato – con tutte le debolezze, con tutte le confusioni -, quel poco che è rimasto di bene, siano pure “le bucce e gli avanzi”,

“e le voci che sarebbero state
la mia storia vera
e perfetta” (N. 49).

La vita è sempre un poco a metà:

“C’è una metà scaduta di ogni fatto
che non sopravvive neanche nell’impronta
di una poesia
e un’altra metà che tu conservi
a mie spese nella stretta del pugno,
fra i pigri verbi del futuro” (N. 29).

E se è vero che “tutto è come deve essere” (N. 46), se è vero che ogni dardo arriva al bersaglio; se è vero che un ordine sicuro guida l’universalità dell’esistere, e se è vero invece che un percorso sbagliato ha seguito il nostro pensiero e un cammino distorto hanno compiuto i nostri calcagni, “io so anche che in te

c’è sempre un altro inizio,
il racconto di quel che non so scrivere
o che ignoro, le sillabe lasciate al tempo delle cose.
[…]
[…]. Vieni
se ogni luogo è buono per le tue
e le mie domeniche e se più prezioso
è adunare il poco che avanza,
i rami spezzati dal vento” (N. 46).

“Vieni”. Ed egli viene.

Poiché egli sempre ritorna.

“Vieni”. Se si è in contatto così famigliare con il Signore, da parlargli, ciò vuol dire che egli già torna. Certo, il tempo è solo un brandello del passato e forse non resta neppure un attimo per arrestare il presente: si può lasciare questo mondo senza aver concluso il cammino. Ma se egli torna – ed egli già torna; anzi è tornato di già -, siamo sicuri anche noi che, comunque sia stato, il nostro passato – anche quando il futuro non sarà più – è già in buone mani.

Tutto sarà compiuto. Perché, in lui e con lui, anche ciò che non è stato compiuto è acquisito nel “tutto compiuto”. Il “tutto compiuto” non è altro che lui, il Signore: nel quale tutto è compiuto, anche ciò che non è stato compiuto per la nostra fragilità e debolezza. Per la nostra “disarmonia”.

D’altronde, esiste una unità del reale che è data e sussiste nella universalità della Parola di Dio. Questa è la dimensione metafisica che l’Autore mette sempre in risalto, in tutto il suo pensiero, traducendo il prologo del vangelo giovanneo: “In principio la Parola era […]. Tutto è stato fatto per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose create è stata fatta”.

Egli dice, ed è fatto: “tutto / è qualunque cosa tu scelga / e dica” (N. 21).

Dice, e la realtà è, poiché la sua parola “ha il vero del tutto” (N. 31). E “il tuo alito, Signore, / che soffia e abita l’universo” (N. 36).

Perciò:

“Sono tue le regole
che muovono le acque
e le comete, tua la piccola goccia
che di nascosto le nutre” (N. 71).
Quindi tutto ciò che ha esistenza è attribuito al Signore:
“La sera cammina incontro
al tuo cielo che ancora è chiaro
sui tetti […]” (N. 32), e

“Sei dunque
il vento che semina l’acqua, il modo
in cui l’onda si fa parte del mare
e dello scoglio […]” (N. 58),

poiché tutto, in effetti, come dice il Salmo 8, è «l’opera delle tue dita».

Il Signore sostenta anche ogni cosa ed ogni attimo della vita quotidiana:

“io so che dopo il sonno e il cibo
concedi il legno che serve alla stufa
e tutta un’estate per ammucchiarlo nel bosco
e tenerlo all’asciutto” (N. 53).

Egli è presente anche in ogni cosa e in ogni azione dell’uomo:

“Tu sei nel fagotto
che ora rendo a mia madre,
nell’inchiostro appena asciutto
dei dinieghi, nello spoglio serale
dei bengala” (N. 61),

così che l’uomo esprime il desiderio che il Signore continui sempre il rapporto con lui – “che tu mi raggiunga” (N. 61), come il sole del giorno si espande ovunque, poiché “attraversare le ore del crepuscolo” e “diradare le ombre” della sera non è una sorte che l’uomo può concedersi da solo: ha bisogno che gli sia vicino il Signore, poiché nella strada della vita ci si può “smarrire”, prendendo vie di menzogna, e si può cadere, “se taci” (N. 34).

Tutto dunque è visto in un ritmo cosmico, in una unità globale, così che “L’acqua che scorre non è mai per ponti

e l’uva che matura è anche per i passeri
venuti all’ombra dei colli.
C’è un ordine che manda il tuo settembre
al respiro nostro e delle rane,
ai grembi ripidi dei calanchi
e all’anima che già si attarda
nel brusio delle prime piogge.
Tutto accade forse nel ritmo
che fa essere le cose
e nel pensiero che le accoglie
e le continua” (N. 5).

E qui si vede il primo compito dell’uomo: sussumere dentro di sé il creato, farlo suo coscienzialmente e quindi continuarne la sussistenza su un altro piano rispetto a quello della naturalità. Esso è quello della coscienzialità, ma anche quello della spiritualità e quello della religiosità – in senso mistico, io intendo.

«Laudato sie, mi Signore, cun tutte le tue creature,
spezialmente messer lo frate Sole», ecc. ecc.,

cantava il poeta in quel d’Assisi. Così, attraverso l’uomo, la natura entra tutta nella lode del Signore, e tutto diventa una lode.

Anche la lode da parte delle creature attraverso l’uomo procede dallo stesso Signore: il poeta si esprime con le parole che egli gli sussurra. Si tratta a mio avviso di una concezione dell’arte, che vedo nei versi seguenti:

“Ogni parola è il nome
che tu mi sussurri” (N. 12).

Ma a parte la filosofia dell’arte, la visione della lode universale riserba un interrogativo inquietante: “come mettere nel conto” (N. 4) della lode e della gloria – e della sapienza e della tenerezza – “il male che ha il suo nero / di seppia”, “il dolore / che stanca”? Qual è il senso di questo immane patimento che coglie l’uomo e stritola l’umanità? Dov’è l’armonia dell’essere universale, per il quale così bene si canta l’inno della gioia e della lode, se si vive nella consapevolezza dolorosa del limite invalicabile dell’essere e nella constatazione della sofferenza oggettivabile, il patimento fisico, la menomazione corporale, l’handicap e la morte dei cari e la morte dei cari di coloro che neppure conosciamo?

Ed è a questo punto che sento il canto di frate Francesco: «Tanto è il bene che mi aspetto, ch’ogni pena m’è diletto». Ed è un bene che non è un bene di là: è un bene che è già di qua. Non è in un domani: è già nell’oggi. A ben vedere il processo che conduce dal raggelamento alla speranza, anzi alla certezza, è la discesa nel proprio profondo: la discesa là, dove si incontra il Signore – là, dove l’Autore continuamente va. Là, dove si incontra tutta la realtà, dove si incontra tutto l’essere, là dove con il Signore si incontrano tutti i vivi e tutti i morti e dove si incontra tutto il bene e tutto il male – dove non c’è distinzione.

La solitudine di Francesco d’Assisi – penso soprattutto a quella della Verna, la più intensa e la definitiva – non era soltanto allontanamento fisico: era ancor più allontanamento mentale. E lì, nella profondità interiore, lì, dove il Signore esistenzialmente sta e dove dimora – «e noi dimoreremo in lui», disse il Signore -, si comprende il senso delle cose, il senso del tutto, il senso anche del male.

Anzi: il male non c’è più. Se ne soffriamo per il dolore che patiscono i nostri fratelli, lo offriamo al Signore. E, offerto al Signore, con lui lo comprendiamo, lo prendiamo cioè insieme, lo prendiamo con le braccia, con quattro braccia, e con lui lo accogliamo. Sì ch’ogni pena m’è diletto.

Oltre il dolore, però c’è un assillo – per il vero, tremendo – che travaglia ogni essere umano, e l’Autore lo esprime stupendamente. Dato ed ammesso che “Non c’è cosa che non sia se stessa

e che non chiami all’indicibile
respiro dell’universo”, tuttavia

“[…] la morte
è solo un finto inganno?, come tu dici,
un gioco che continua nel grembo
della tua memoria?”. Per il vero, “Ci sorprende
e indugia come un’eco
il segno oscuro dei corpi”, ecc. (N. 32).

Gli interrogativi che si pongono circa la morte non sono di lieve entità. Tra gli altri, ad esempio, Vito Moretti si chiede, in Ad un passo dalle ombre della raccolta di racconti La polvere sul cucù, se, dopo la morte, si rimane, identici, quel che si è. “Avrebbe conservato il carattere, le attitudini, l’individualità che si sentiva addosso e che lo facevano essere quel che effettivamente era agli occhi di tutti, oppure, morendo, si sarebbe trasformato in un’altra cosa? in un’entità diversa? in una creatura senza più nome né identità? Avrebbe continuato ad essere, insomma, […] come era stato in vita, o tutto sarebbe cambiato perché tutto finiva e «diventava come un vento che non vedi e non tocchi»? E, allora, se questo era il lascito di ogni esistenza, perché vivere? E che cos’era la vita rispetto alla morte? E perché, dunque, vivere per poi morire?”.

Interrogativi del genere rientrano nell’esigenza di capire. E sono anche questi gli interrogativi di cui si fa partecipe il Signore nel nostro abituale colloquio con lui, quando, conversando con lui, scendiamo nel nostro profondo. E lì, nel nostro profondo in cui «abita la verità», li risolviamo.

Se si è giunti nel proprio profondo, là dove abita Dio, la morte non si sa che cosa sia. La morte non fa più alcuna differenza rispetto alla vita, la morte e la vita sono la stessa e medesima cosa. Stando frate Francesco oramai per morire, in Santa Maria degli Angeli, mandò scritto alla sua carissima Iacopa di raggiungerlo immediatamente da Roma in quel d’Assisi per portargli due generi di cose: i dolcetti – i mosticcioli – che ella era solita approntare per lui, di sua mano, quando era a Roma, e i ceri per la propria sepoltura. Non c’è differenza tra il dolcino ed il feretro: il feretro non è che il prolungamento dei dolcini, e i dolcini non sono che il prodromo del feretro. L’una cosa viene prima, l’altra viene dopo: è solo questione di una striscia temporale. In se stessi, alla luce del Tutto, alla luce dell’Eguale, alla luce di Dio, non differiscono in alcunché.

Tuttavia, ciò che tormenta, e non può non tormentare, è il male che vediamo intorno a noi – come ho accennato. È il male di chi soffre e a cui non possiamo travasare la discesa nell’intimo: poiché essa appartiene ad ognuno. Singolarmente. Autonoma nella maniera più insondabile. Ma è anche il male di chi soffre e vediamo o sappiamo che soffre per ingiustizia, o per malizia, o per nequizia, o per indifferenza, o per pigrizia e tiepidezza dell’anima (“la verità che non accende bufere”, N. 54). Non per fazione l’Autore quindi rammenta le tristizie esistenziali e le durezze sociali, configurato tutto ciò come un inferno qui in terra, di cui aver pena: delle “sgualcite

giovinezze, dei fuggiaschi,
dei rudi commensali che non hanno
altro breve riso, altro cielo
a sciogliere tramonti e caviglie:
l’immorale indigenza degli esclusi,
la povertà che disonora
e sgomenta” (13),

mentre egli, il Signore, che dava “anche i pesci / a raccontare il buono dei sorrisi, l’utile / declinato al futuro”, voleva che la sua “tavola” fosse tutto il “mondo” (N. 45).

Allora c’è da fare solo una cosa, è questo l’obbligo categorico, è questa la nostra missione ineludibile: portarsi verso gli altri, incamminarsi verso l’umanità. Aiutare gli uomini a portare i loro pesi, aiutare a sollevarli dai patimenti, e lenire le loro ferite.

“E tacito mi rimandi
alle creature”,

per compiere con loro e per loro, anche colmando le crepe del peccato, “i frutti umani

della carità, con la pazienza
che è più certa degli ardori” (N. 52).

Un quadretto particolare, all’interno di questa proiezione verso i propri simili che vivono nel mondo, è quello che, traducendo in personali versi il Salmo 109, l’Autore disegna intorno al problema del male di chi umilia, di chi calunnia, di chi ferisce. La vendetta è la preghiera al Signore: “Per te che ascolti e taci

ho raccolto la pena che brucia nel mio cielo
e ho percorso sentieri dall’una
all’altra china, ma so che tu verrai” (N. 18).

Quando tutto tace e la sera chiude le finestre dell’anima al mondo, sentiamo più vivo e lacerante l’assalto del male che ci ha provati e prostrati durante la giornata, e in quei momenti di solitudine e di silenzio, in cui ci coglie quasi un senso di depressione, ci rendiamo conto che il superbo ha potuto trionfare, il calunniatore non è stato zittito, l’invidioso – che magari ci ha strappato ciò di cui ci era stato riconosciuto il merito – ha operato il male contro di noi, impunemente. Ma è allora che lo scendere nel proprio profondo ci fa sentire la certezza “che tu verrai”, comprendiamo che “avrai tempo che spegne il mio tempo”, avrai

“un dono
di parole nuove
dal silenzio del tuo eterno orizzonte” (N. 18).

Questa raccolta di poesie ha per filo conduttore il colloquio dell’Autore – nel quale ognuno si può riconoscere – con il Signore e si snoda lungo questo percorso confidenziale. La caratteristica della presente raccolta sta in ciò.

Ed è da dire subito che il rapporto è così quotidiano (“quel che già ieri ti dissi”, N. 64) e spontaneo (“Tu sai quel che accomuna / il mio gesto al pensiero / che torna a chiamarti”, N. 48), che fa comprendere una familiarità naturalissima, tanto che l’Autore può dire al Signore come “le ore / scorrano” “alla maniera che sai” (N. 33).

Gli parla come ad amico con il quale si è stabilita una comunanza di vita, persino di informazioni personali. Non stupisca questo rapporto. Infatti,

“Tutto è già nel tuo essermi
uguale” (N. 56).

L’uomo e il Signore sono in un certo qual modo simili, come è scritto nel Salmo 8: «Che cos’è l’uomo, ché ti ricordi di lui,

o il figlio dell’uomo, che Tu ne debba aver cura?
Eppure Tu l’hai fatto per poco da meno d’Iddio»,

secondo la traduzione preferita dal biblista e attuale cardinale Gianfranco Ravasi, il quale l’ha dichiarata più giusta di quella della CEI, che, invece di “Dio”, traduce “angeli”, il cui vocabolo ebraico ammette ambedue le accezioni.

L’Autore traduce il concetto scritturistico con espressioni simboliche e ardite:

“Il mio corpo è la somma
delle tue ossa. Ha il tuo fiato
il mio sangue […]” (N. 59), con riferimento al «soffio» o spirito creatore del libro della Genesi.

Per questo l’Autore può dire che del Signore egli “sa il nome” e ne conosce “il volto”, e ne ammira il “libro” degli “sconfinati orizzonti” (N. 41), il libro delle creature.

Non fa dunque specie la conversazione che l’uomo intrattiene con lui.

Sempre in questa poesia N. 59, mi pare esposto il nucleo dell’esperienza dell’incontro con il Signore nella sfera del proprio profondo, in cui appunto dimora il Signore: “la tempesta del tuo sguardo” – egli dice – “mi porta lontano […].

[…] È la tana
che libera dalle colpe e ferma il tempo
e lo spazio. Un corpo di pensieri
e discorsi, di uno e di tutti,
qui e altrove […]” (N. 59).

Il colloquio è a tutto campo. Esso concerne persino il mondo esterno, lo svolgimento naturale delle cose: “Solo tu / puoi dirmi” “quale attitudine / si annidi in questo ritaglio di giorno / che cade fra gli alberi con una intatta premura” (N. 44). Ma benché anche le domande sulla realtà esterna implichino qualcosa della vita interiore, contengano indizi trascendenti e metafisici, il colloquio investe soprattutto il mondo interiore, fino alle più intime fibre dell’animo (“Cosa potrei nasconderti”, N. 1) e inoltre è ininterrotto, diuturno, si stende per anni, tanto che “la mia voce / […] ha il conto e gli anni / del tuo stesso udirmi” (N. 1): un colloquio, però, in cui spesso le risposte da una parte non vengono date, poiché l’uomo continua sempre a interrogarsi, a interrogare come un “un niente / che fruga e domanda” (N. 59). “Tu chiedi, Signore,

e trovi ogni volta le mie domande,
le labbra che le stringono
e le frantumano” (N. 1).

Il colloquio è così famigliare, che tocca anche l’andamento del vivere quotidiano:

“Preparami alla domenica,
se tu vuoi lasciarla libera
dalle mie faccende, e guardami
quando arrivo con i lavori
ultimati che somigliano a un quieto
arrivederci. La sosta per me
è una tregua che dimentica
ogni usura, l’innocuo mattino
che ha l’odore del caffè, la pigra veglia
della cucina che viene a rintanarsi
nel barattolo dei biscotti e nel frigo
del latte e delle mele. Tu lasciami
questo fumo di scodella e la camicia
sgualcita, la rosa ormai secca
sul tavolo. Ho conosciuto domeniche
peggiori e giorni come vecchie torri
sui monti” (N. 24).

La misura della familiarità nel contesto di una quotidiana comunicazione io la trovo in modo speciale nel seguente incipit della poesia N. 39:

“Anche stamani ti porto lettere e versi
e l’anima leggera dei saluti”.
E con tono amicale, ancora nella contestualità della quotidiana dimestichezza:
“Non ricordo se già ti ho detto dei ritardi
che hanno lasciato scadere
l’ultima rata del mutuo
e delle colombe che hanno messo casa
sull’albero vecchio del cortile.
Prendono storia i miei piccoli fatti
e intanto l’anno scorre
al mulino. Dicono che il fiume
esonda dopo le chiuse e che l’orto
resterà soffocato dall’acqua venuta
a farci male” (N. 39).

Ho voluto riferire per intero, o quasi, questi due brani, e soprattutto il secondo, perché mi hanno colpito. O meglio: è come se avessero fotografato un altro individuo e narrato di lui. Il lettore sia dunque indulgente. Una persona a me nota, a seguito di una delusione nei confronti di un amico al quale era solito confidare quotidianamente i propri problemi anche più semplici e dal quale attendeva consigli, prese l’abitudine di recarsi, solingo, fra le mura vetuste di una cappella romita. E lì, quotidianamente, confidava le preoccupazioni d’ogni giorno al Signore e a sua madre Maria. E lì, nel segreto e nel silenzio, capiva chiarissimamente, nell’intimo, ciò che era saggio dovesse fare. La prima volta che disse a se stesso di trovare addirittura proficua questa prassi meditativa, sentì chiaramente, dentro di sé: «Chi ti può essere più utile: il servo o il padrone?» – con evidente ripresa della frase che frate Francesco, in quel d’Assisi, sentì dirsi quando cercava la gloria nelle imprese delle armi.

L’abitudine e la dimestichezza è tale, che al di fuori di questo colloquio sembra non esserci più alcuna voce, alcun suono di parole sensate, quasi non ci sia alcuna cosa da dire e alcuna cosa da ascoltare che abbia senso e importanza: no, “Non ho voce né esiste parola

se tu non mi ascolti” (N. 58).

E non c’è bisogno di chiedere. Le proprie preoccupazioni basta dirle; e basta mettere tutto nelle sue mani. Spesso si sente persino che cosa è accaduto, lontano, nelle contrade di questo pianeta, ovunque si annidi il problema che ci assilla o il desiderio che ci preme. Può sembrare strano, ma non lo è: nel proprio profondo, in cui tutto è nel Tutto e il Tutto è in tutto; in cui ogni cosa si raccoglie nell’Unico Universale; in cui i vivi sono con i morti e i morti sono con i vivi, perché non c’è “qua” e non c’è “la”, come non c’è la vita e non c’è la morte come entità separate; in cui tutto è insieme e ognuno respira i pensieri di tutto e di tutti, siamo “stirpi terrestri

nel corpo dell’universale” (N. 50).

Può sempre capitare – perché certe ambasce ci tormentano a lungo – di dire ancora le stesse cose, e comunque cose che altri già hanno dette: “[…] cose

che tu ascolti da chissà quanto tempo
e magari non sopporti più
il chiasso di queste conversazioni
e neppure i minimi sistemi
di parole e soprassalti” (N. 50).

Ma non si può non parlargli, perché “Tu sei

la risposta ancora impercettibile,
il segno sul rovescio della domanda,
l’età che resta dopo la somma
delle mie lacune” (N. 50).

Il nucleo del colloquio e il suo scopo definitivo, compiuto e perfetto, non è quello di risolvere gli assilli quotidiani, anche se ciò ne consegue – poiché è proprio «più utile il padrone del servo». Il colloquio con il Signore è essenzialmente incontrarlo e farsi incontrare da lui. Per incontrarlo e farsi incontrare bisogna scendere nel proprio profondo – ed anche con una buona scorta di solitudine e di silenzio. E ciò avviene, singolarmente, dinanzi al corpo del Signore – “Chiuso nel vetro di una teca” (N. 52) -, poiché «dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo», che i sacerdoti amministrano agli altri. Questo dettò frate Francesco, per il suo Testamento.

Con lui si comprende la propria vita anche nel suo significato più arcano.

L’incontro con il Signore è dichiarato, proprio intorno all’inizio di questa vicenda poetica e di questo percorso esistenziale – in senso globale, poiché la successione delle poesie non credo che corrisponda in parallelo al procedimento della vita interiore -, come discontinuo e precario: “Ma in quelle storie”, nelle storie percorse dalla vita e narrate dalla voce dell’uomo, dalla voce dell’Autore,

“ti perdo e ti ritrovo,
ti passo accanto e non so sostare,
scruto nella tua tenda
e ne resto fuori, sulla duna
che si fa deserto e che ovunque
è sabbia e stelle” (N. 2).

È palese, e palesato, il tentennamento dell’uomo, dell’uomo che vorrebbe fermarsi con il Signore, ma che spesso non ci riesce; dell’uomo che “scruta” nella dimora di lui, ma che non vi entra sempre; dell’uomo che cerca di conoscere il volto del Signore, la sua volontà, ma che a volte si ritrova in una distesa di sabbia e di luci lontane; nell’uomo – come si esprime Paolo di Tarso – il quale vede ciò che è cosa migliore e sceglie ciò che è cosa peggiore. Il medesimo termine, “sostare”, si rinviene nell’episodio di Giuda: Giuda non seppe “sostare” per dire al Signore il proprio tormento. E si impiccò, attanagliato dallo stesso tormento.

Se l’uomo, invece, lo dice a lui, lo dice al Signore, che tutto accoglie e tutto comprende, il tormento non lo uccide. Lo salva.

Il tormento è la porta della salute.

E allora: “Porto intera al tuo giudizio
la mia vita, con bordi che hanno margini
di cantiere e recinti
sulla riga dei venti” (N. 2).

E il colloquio può continuare: “Hai il consumo della mia biro

e le cento rivalse che affido al grezzo dei fogli” (N. 68).

Anzi: deve continuare, a prescindere dal tempo impiegato a parlarsi, sia esso più o meno duraturo – poiché “l’obbligo degli appuntamenti” non “si misura / col numero delle parole” (N. 68) -; e sono “tratti

di una malmessa biografia
che tu sai ritrovare e che qui
mi restituisci senza biasimo” (N. 68). Il Signore non recrimina, e accoglie tutto con comprensione: in amicizia.

Allora

“Ti metterò fra le mani, Signore,
quanto di me tentenna
e si fa insipienza, […]
[…]
Le strade che avrei dovuto percorrere
Fino al dono mancato. Ritornerai
[…]” (N. 5).

Così il principio si lega al finale, e la fine torna al suo principio. Quindi, c’è solo una parola, con cui terminare, per ricominciare: “Poi grazie” (N. 72).

Poi, ancora,

“Ripeterò con te
gli anni miei, così come tornano
al superfluo delle parole”, ecc.

Ripeterò con te.

Ho dato questo titolo ai miei brevi pensieri che mi hanno ispirato questi testi di Vito Moretti, perché sono le parole che più mi hanno colpito. Mi hanno colpito, perché riecheggiano per me quelle di Giovanni Scarale, il cantore di Pio da Pietrelcina: – “Ripeteremo giorno per giorno” -, non perché costui tratti i medesimi argomenti, ma perché tratta della medesima profondità, e per giunta con la medesima scultoreità rupestre, dell’incontro con il Signore. Nel caso di Giovanni Scarale, dell’incontro mediato da una grande anima.

Così come tornano

al superfluo delle parole.

Perché le parole sono un di più. Sono inutili. È proprio il caso di dirlo, qui: basta il pensiero. E non è una frase fatta, qui: qui è la nuda verità. Ma se noi le diciamo, se noi apriamo la bocca della mente e pronunciamo col cuore le nostre parole, è perché c’è qualcosa di più del superfluo: c’è la confidenza. L’essere in famiglia. L’essere un po’ uguali: io e tu – come puntualmente scrive l’Autore.

Passiamo il tempo con lui. A volte in silenzio. Anche egli a volte non parla: stare insieme, in silenzio, ha qualcosa di maggiore intimità, soprattutto “adesso che anche il tuo silenzio / mi è chiaro e di comune c’è questa sera / in paese” (N. 58).

Poi mi ha colpito questa frase, perché c’è veramente ancora molto da dirsi: da dirsi tutto quello che non si è fatto, che non ho fatto; tutto quello che ho fatto di falso e di sbagliato: che è tutto quello che ho fatto! E proprio per questo ripassiamo insieme

“gli anni miei”.

E scopriamo che questo, anche tutto questo, ha un senso. Un senso compiuto e perfetto.

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