Pini, Maurizio, Cercare oro

Maurizio Pini, Cercare oro, Milano, Prometheus (Eos 7), 1991.

 

Maurizio Pini, Cercare oro, Copertina

Introduzione

La vita di Maurizio Pini è segnata da tappe di un percorso che corre intorno al mondo; e il suo vissuto spazia soltanto in questi larghi scenari terrestri, imprevedibili come sogni. Quando invece la vita è rinchiusa nello spazio di una stanza, l’anima, asserragliata “tra i denti” (Amici), sembra mordere il freno: alla “disperazione vitale” fanno compagnia lame di coltelli inquietanti, inquiete notti affogate nell’alcool, stordimenti della mente e del corpo che gridano disperatamente libertà. Qui, nella città dalle folle solitarie, la vita si dimena tra la confusione ubriaca e l’incoscienza irridente; qui, l’uomo non è più un parto della Terra per la vita del Cielo: piuttosto, sembra scampato dalla disperazione, per vivere la morte. Camera. Autunno raffigura la condizione dell’uomo che, carcerato, “incarcera” la natura: l’autunno è “nero”, in una camera annoiata tra l’amore e l’amico!

La condizione dell’esistenza, dannata tra le massive muraglie dell’economia, è una svendita della libertà: ma io “non vendo / le mie conchiglie / che soffiano / il mare del sogno” (Orizzonti). L’autenticità dell’esistere è infatti in una polarità dinamica e convergente tra la terrestrità originaria e l’immensità (quasi) cosmica: nato dalla Terra, l’uomo vive tuttavia la forma del Cielo. Nel mezzo, la Storia (Le acque dei mari). La mente si proietta, allora, oltre l’effimero della certezza economicistica della Storia, oltre il confine della civiltà codificata, ed il corpo lo segue. Il corpo segue la mente che, libertaria, va alla ricerca di armonie terrestri sempre nuove, di nuove visioni: la poesia è questa tensione tra il vagare – in un fisico “errare” al di là della siepe leopardiana – e il dimorare tra le cose scoperte che hanno il sapore del prodigio del “falco alto levato” di montaliana memoria. E, oltre il prodigio del mondo, sembra che null’altro di “bene” sia pensabile: la Storia è opaca!

Pioniere nella geografia della terra, pioniere nella filosofia dell’esistenza. Il dato reale – in cui il poeta fissa i momenti del viaggio documentato – e la proiezione esistenziale sono le componenti di questi versi a volte duri. Il duplice atteggiamento, quello realistico e quello simbolico, si compenetrano in una sintesi in cui l’intreccio semantico, una volta disvelato, immette nell’universo della Terra come “radice” del viaggio umano, e nell’universo del Cielo come forma coscienziale di quest’avventura. Che è la “ricerca di oro”. “Oro di vita”, “bellezza elementare” della struttura primigenia: prima, e sempre, al di là dei valori pragmatici, della “speculazione che uccide” e che “devasta le strade a motore” inquinando la terra e imprigionando la libertà (Al futuro presente di piccola terra).

L’“homo oeconomicus” ridiventa “homo sensualis”! “I salmoni / giocano l’argento / dell’acqua”: nel Gran Mare del Nord (Cercatori d’oro). È un fatto. Ed è un messaggio: è il segno della “solare avventura” di chi sa dialogare con la Terra – anche l’“Alaska ha sorriso”! – e camminare “liberi campi”. Muovendo “i tasti bianchi del volo”! (Camera. Autunno).

La brachilogia, il ritmo spezzato, la frase mozzata propongono istantanee di vita vissuta. È con questo registro stilistico che il poeta crea icone incisive e insieme sospese, senza cedere al descrittivismo morboso. Si legga La mia Arabia. Dai flashes azzardati (“Camminare…, vestito di bianco…, incontro alla notte…, Cercare…, Fumare…, Voci ancestrali…, sassate…, Rottami di macchine”) sobbalza la monotona distesa sabbiosa tra la terra ed il cielo, la solitudine deserta che va in cerca di Venere: bisogno d’essere “assieme”. E ancora una volta trascendere il “lavoro di merda” che sta dentro alla Storia, filar liscio tra i colori del cielo e il suo Sole (pagine 5-7). [Francesco di Ciaccia]

 

 

 

 

 

 

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