Zaniboni, Reginaldo, La ricostruzione

Fatti e detti di Padre Reginaldo, Introduzione a Padre Reginaldo Zaniboni, La ricostruzione di San Pietro a Sezze Romano, Milano, Grafiche Alma, s.d. [ma post 1994].

 

Zaniboni. Copertina
Facciata della chiesa di S. Pietro (XIV sec.) eretta dai Gesuiti

Testo della Introduzione

Per amore della “sposa”

Così il Padre Reginaldo Zaniboni definisce la “sua” chiesa di San Pietro a Sezze Romano. E lo sottolinea con profonda passione: «Io ho tanto amato la mia sposa».

La “sposa” di ogni sacerdote è la chiesa: la chiesa come comunità, la chiesa come luogo in cui la comunità si raccoglie.

In concreto, poi, ognuno stabilisce un personale rapporto con una determinata comunità, con un particolare luogo di culto. Padre Reginaldo non ha dubbi: la “sua” sposa è la comunità di Sezze Romano, con il suo sacro tempio intitolato a San Pietro.

Queste pagine servono a ricordare quanto e come egli abbia lavorato per la sua “sposa”. Qui ricostruisco i fatti principali, ma riferisco anche i suoi detti, perché la sua opera materiale acquista senso nel contesto dei suoi ideali di fede, che egli ha espressamente annunciato.

Per un cristiano – ricorda Padre Reginaldo –, la chiesa è il “luogo spirituale” in cui si riceve la grazia divina e la si vive ogni giorno. Perciò, la chiesa deve essere la propria preoccupazione principale di ognuno. Mediante la chiesa, anche come luogo fisico e concreto – egli sottolinea –, ci si mette in comunione con il Signore, perché il Signore è presente dove c’è la sua chiesa.

Molti purtroppo se ne dimenticano: diventando scettici nei confronti della vita di grazia, trascurano il luogo in cui la grazia si riceve e si attualizza. Egli tiene così a ribadire lo stretto rapporto tra luogo spirituale e luogo materiale. Molti invece – come egli stesso ha sentito dire dalla gente – arrivano a pensare che il problema degli edifici sacri sia “compito del Vaticano”: «Fatevi dare i soldi dal Vaticano». In pratica, ciò significa che per costoro il luogo di culto non è affare loro. Magari, essi si ritengono cristiani: ma non pensano di doversi impegnare per migliorare la loro chiesa materiale.

Padre Reginaldo ha sentito questo impulso dirompente, che è accostabile in qualche modo a ciò che provò san Francesco d’Assisi.

Il primo richiamo che san Francesco, dopo che abbandonò la casa paterna, sentì dal Signore come vocazione personale, fu: «Va’, e ripara la mia chiesa». In un primo momento il giovane d’Assisi ritenne che si trattasse di una chiesa materiale, e perciò si mise a restaurare, con le proprie mani, la chiesetta di San Damiano. In seguito capì che l’invito concerneva la chiesa spirituale. Padre Reginaldo, convinto che tra l’una e l’altra c’è una correlazione reale, attuò la propria ispirazione anche sul piano della sistemazione concreta della chiesa di Sezze Romano. Lo spazio fisico infatti permette le attività di religione, come il catechismo, il canto di lode e soprattutto la celebrazione eucaristica. Nei locali della chiesa si svolgono inoltre le opere di carità, che rientrano nel messaggio cristiano e ne costituiscono una naturale espansione.

Il “primo pianto”

Un frate cappuccino scese dalla corriera a Sezze Romano. Era il febbraio del 1956. Ve lo aveva portato l’urgenza di “riparare” la chiesa di Cristo. Egli si era assunto un compito preparatorio: cercare una sistemazione logistica per sé e per i suoi confratelli: i Padri Fedele, Bartolomeo e fra Ignazio. Essi sarebbero arrivati il mese dopo. Aveva un mese di tempo: il suo mese di vacanze.

Un frate cappuccino scese dalla corriera con questo spirito: rinunciare a tutto, per fare tutto, a vantaggio degli altri. Domandò a qualcuno dove si trovasse il vescovado. Lo guardarono come se fosse un alieno: «E che è?». «È la casa del vescovo!». Una smorfia di stupore su quei volti: non ne avevano mai sentito parlare! Interpellò altri. «Ma chi è costui?», sembrava che si chiedessero.

Forse, qualche prete la gente doveva pur averlo incontrato, di tanto in tanto; ma quello chi era, con un saio addosso e la barba incolta? Sembrava loro un “cane rognoso” – così si esprime il Padre Reginaldo, considerando il fatto dal punto di vista del suo animo sconvolto. Fu certamente un approccio “doloroso, drammatico”, finché qualcuno lo indirizzò in seminario.

E la sera, rimasto solo, per la prima volta, nella sua vita, il frate pianse.

Qualcuno tuttavia ci fu, che lo prese in buona considerazione: in particolare Ruggero Mele. Costui, un uomo di “buona loquela”, si interessò subito circa le intenzioni del frate e si prodigò per aiutarlo in quei primi momenti di smarrimento in terra quasi “straniera”. Gli offrì le informazioni necessarie e lo prese sotto la sua “tutela”; e gli illustrò anche la situazione socio-politica della zona. Ciò convinse ancor più il frate della necessità di “costruire la chiesa di Cristo”: creare una struttura che permettesse tutte quelle attività pastorali che possono espandere la conoscenza del cristianesimo nel mondo, non escluse determinate regioni quasi “ripaganizzate”.

Una delle osservazioni specifiche di Padre Reginaldo su questa prima esperienza deludente e negativa, in quel di Sezze, è sullo spirito di accoglienza. Bisogna riconoscere che, in una società civile e tollerante come quella di Sezze Romano, la cultura dell’ospitalità e della cordialità è ben radicata; tuttavia il frate resta convinto che lo sviluppo dei principi evangelici dell’amore cristiano e gli ideali francescani della “fraternità” rappresentano una forte molla per una società sempre più disponibile nei confronti di ogni prossimo.

Creazioni dal “nulla”

L’attività di Padre Reginaldo e dei confratelli cappuccini si inseriva nell’opera più vasta che faceva capo alla Pontificia Opera di Assistenza, così denominata il 15 giugno 1953 con atto della Santa Sede. Si trattava di una stabile organizzazione pontificia, che esiste tuttora. Essa prendeva il posto della Pontificia Commissione di Assistenza, che aveva varie ramificazioni ed era stata creata da Pio XII fin dal 1944.

Padre Reginaldo e i frati cappuccini della Lombardia non erano nuovi a questo genere di creazioni apostoliche e sociali. Per tal motivo i superiori affidarono loro la creazione di strutture religiose a Sezze Romano.

Padre Reginaldo operò anche a Crema, in Lombardia, dal 1964. Lì sviluppò una serie di strutture di ordine sociale e ricreativo. Fece costruire aule per il catechismo, il locale per il cinema, il campo per il calcio e per il pattinaggio a rotelle. Insomma, intervenire su “tutto l’uomo”, senza dividerlo tra anima e materia, senza pretendere che l’uomo sia solo angelo o solo corpo. Questo era in effetti il principio di base, continuamente dichiarato, di mons. Baldelli, presidente della Pontificia Opera di Assistenza (POA).

Poco prima di arrivare a Sezze, era stato missionario, con altri confratelli, in Calabria, nella Sila. Il 21 marzo 1953, dietro richiesta della Pontificia Commissione di Assistenza (PCA) e dei Superiori Maggiori cappuccini, furono destinati a Spezzano di Cosenza per attività missionarie i Padri Bartolomeo da Chiesa, Doroteo da Origgio, Isaia da Gerenzano e Fedele da Verano. Il 29 settembre 1953 vi si aggiunse il Padre Enrico da Mesero. Il 4 febbraio 1953 il Ministro Generale dei cappuccini chiedeva alla Provincia religiosa della Lombardia di mettere alcuni frati a disposizione della PCA per le missioni ambulanti in Calabria. Il 5 agosto dello stesso anno il Padre Giocondo sostituiva Padre Isaia. La residenza dei missionari fu fissata a Spezzano. Giunsero poi altri frati il 30 settembre 1954: i Padri Giampietro da Albino e Silvano da Cogno.

Fu un periodo di grande fervore missionario: il Provinciale dei cappuccini lombardi, Padre Guido da Curnasco, in visita pastorale il 14 dicembre 1954, si compiaceva del lavoro svolto dai frati. Intanto le relazioni ufficiali tra la POA e la Provincia cappuccina lombarda furono regolate con una convenzione il 10 dicembre 1954 a firma di mons. Baldelli e del Provinciale Padre Guido. Lo sviluppo missionario non si fece attendere: nei 1955 fu aperto un nuovo Centro POA ad Amantea. Vi furono assegnati i Padri Fedele da Verano, delegato del Provinciale, Averardo da Arezzo, Reginaldo da Genivolta e fra Gianmaria da Ossimo; al Centro POA di Spezzano andò il Padre Armando da Nembro. Dopo un anno di apostolato intenso e fattivo, il 15 febbraio 1956 il Centro POA di Amantea fu trasferito nella diocesi di Sezze-Priverno-Terracina. I due Centri, quello di Spezzano e di Sezze Romano, il 25 settembre 1956 furono costituiti dal Definitorio Generale dei cappuccini in ospizi secondo l’ordinamento dell’Ordine cappuccino, una configurazione specifica di residenza.

A Spezzano risiedettero i Padri Bartolomeo, Doroteo, Emilio, Pierfranco, e Armando; nell’agosto 1958 ci fu un avvicendamento: vi furono assegnati i Padri Doroteo, Obizio, Emilio, Ottaviano e fra Vittorino. A Sezze, all’inizio c’erano i Padri Fedele, Averardo, Reginaldo e fra Gianmaria, sostituito poi da fra Paolo; nell’agosto 1958, i Padri Bartolomeo, Averardo, Reginaldo e fra Paolo; nel novembre 1959, Padre Innocente e fra Ignazio. Questi dati, sia pure parziali, offrono l’idea di quanti frati diedero il proprio contributo alle opere missionarie in questa zona della nostra Penisola. Padre Reginaldo lavorò a Sezze dal 1956 al 1964.

Furono anni difficili, ma pieni di entusiasmo. Si dovette creare dal nulla. L’evangelizzazione incomincia dall’istruzione religiosa dei fanciulli. Senza una educazione cristiana dei giovani, non è possibile che una comunità cristiana perduri nel tempo. Questo convincimento indusse il Padre Reginaldo e i suoi confratelli a indirizzare le loro cure innanzitutto verso le scuole del paese. Si era nella zona di Croce Moschitto, in campagna.

Si incominciò con il catechismo tra i ragazzi, in una specie di doposcuola improvvisato. Non avendo disponibilità di aule, l’attività si svolgeva all’aperto, “sotto gli alberi”. Un padre cappuccino, anch’egli per un certo periodo a Sezze Romano, ricorda che l’Ave Maria e le preghiere fondamentali cristiane venivano insegnate un po’ dappertutto, anche nelle stalle. Una bambina le imparò andando su e giù a prendere l’acqua: il frate cappuccino la accompagnava, e la bambina ripeteva le frasi, fino a ricordarle a memoria.

La messa, per i ragazzi, all’inizio veniva celebrata al di fuori della povera scuola. Col tempo si ottenne il permesso di celebrarla nel corridoio.

Occorreva tuttavia realizzare una qualche istituzione in proprio, per operare con maggiore libertà. I cappuccini costruirono allora, non senza immani difficoltà, un asilo in una zona selvatica, a Croce Moschitto. Acquistati 4.000 mq. di terreno, occorreva poi mettere su i muri! Alcuni amici dell’alta Italia permisero la costruzione dell’edificio. Poi c’era il problema di tutto il materiale per l’arredamento ed il rivestimento.

Grazie alla generosità di Pietro Marazzi, che li offrì gratuitamente, da Sassuolo pervennero i materiali di rivestimento. Il lavoro registrò tempi lunghi, poiché per mancanza di fondi il trasporto dei materiali fu problematico. Aiuti concreti vennero anche da persone del posto, in particolare dalla ditta Giorgi. Non mancarono neppure sostegni sul piano umano, in particolare da parte di Vittorio Evangelisti e di Carlo Vinditti.

Nel febbraio 1960 fu inaugurato ai Colli di Sezze l’asilo San Vittorio, realizzato da Padre Averardo e affidato alle cure di tre suore della Carità; in seguito fu rilevato dalla parrocchia. Esso era costato venti milioni: i soldi furono “racimolati” da vari benefattori del luogo di Quasso al Monte e dai contributi del Prefetto di Latina e dei ministeri del Lavoro e dei Lavori Pubblici. L’inaugurazione avvenne alla presenza di mons. Pizzoni, vescovo diocesano, di Padre Bonaventura, Definitore Generale dei cappuccini, dell’on. Cervone in rappresentanza di Giulio Andreotti e di molte autorità.

Il 10 marzo 1961 veniva chiuso il Centro POA di Spezzano, dove intanto si erano succeduti diversi Padri cappuccini, tutti uniti nello stesso intento missionario. La consegna del Centro alla diocesi di Cosenza venne fatta da Padre Reginaldo. Il 10 settembre 1969 fu chiuso definitivamente anche il Centro POA di Sezze. I due Padri cappuccini che vi risiedavano, Giuseppe e Innocente, tornarono in Lombardia.

L’opera principale di Padre Reginaldo fu la ricostruzione della chiesa di San Pietro. Nel giugno del 1983 egli era in Svizzera, come parroco degli emigranti italiani dell’alto Vallese. Vi sostituiva il gesuita Padre Pasi. Fu allora che ricevette l’invito da parte di mons. Domenico Pelice, vescovo di Latina, di occuparsi della chiesa di San Pietro a Sezze Romano. Il 10 novembre 1986 Padre Reginaldo era di nuovo a Sezze Romano. Il giorno dopo fu presentato alla cittadinanza dal vescovo durante la celebrazione della messa. A Sezze egli rimase fino al 1994.

Padre Reginaldo ha ripercorso, come in un “memoriale”, la storia del suo instancabile impegno – a volte, molto minuzioso – per questa opera: che resterà nel tempo. Dal suo appassionato scritto, che sembra un testamento spirituale per la sua “sposa”, io ho stralciato i passi più salienti e li ho esposti con la semplicità del cappuccino: fedele alle sue parole ai momenti più importanti della vicenda, ho tuttavia operato una sintesi. Per lasciar spazio alla meditazione e – perché no? – alle belle immagini (pagine 5-12). [Francesco di Ciaccia]

 

 

 

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