Recensioni, Jost von Meggen

Testo delle recensioni, in ordine cronologico di pubblicazione

 Siglario

 

Luca Orsenigo, La ristampa del diario cinquecentesco di Jost von Meggen ripropone storicamente una “pratica” che non è invenzione dell’ultimo Giubileo. Pellegrini da sempre, anche per avventura. L’aspetto spirituale si legava alla curiosità scientifica, «Il Gazzettino», “Cultura e Società”, p. 1.

Sembrerà strano, ma in pellegrinaggio si andava anche molti anni addietro. Non è un’invenzione di quest’ultimo Giubileo, né una notizia gonfiata dai media. Il pellegrinaggio è una pratica di devozione assai antica, e se adesso c’è chi si reca a Roma, magari a piedi, magari partendo da piazza del Duomo a Milano, e in venti giorni giunge a Roma, in San Pietro (ed è notizia vera, facilmente verificabile), in altri tempi si andava a Santiago de Compostela, e ancora prima a Gerusalemme, addirittura fin dal 300 d.C. Da allora il pellegrino è diventato un personaggio consueto, il pellegrinaggio – a Lourdes, a Medijugore o chissà dove – una pratica pubblicizzata e organizzata da appositi tour operator, di onestà santissima naturalmente. Per altro la peregrinatio altro non indica che un viaggio in terra straniera al quale solo in seguito si sono aggiunti tutti i significati antropologico-religiosi che ora gli attribuiamo, compreso il concetto di ritorno (all’origine, alla casa del padre, alla conoscenza di sé e via discorrendo) che è sotteso all’idea di viaggio fin da Omero. Una volta però il pellegrino doveva sopportare ben altri disagi che non ora, doveva sobbarcarsi ben altre spese, e doveva correre rischi davvero mortali nell’intento di portare a termine il suo viaggio. Spesso poi non riusciva neppure a visitare tutti i luoghi sacri per i quali era partito, e per un impedimento o l’altro era magari costretto a rientrare prima del tempo con le pive nel sacco. A nulla valevano certo i contratti stipulati con i capitani delle navi, a nulla valevano gli accordi presi con le guide in terra straniera, che si rivelavano all’occorrenza del tutto simili a predoni, a nulla la volontà e l’ardimento. Nondimeno si partiva e per un intimo convincimento religioso e per sete d’avventura, per il desiderio di conoscere il nuovo. Lo stesso Ulisse come ben sanno gli studenti, nella Divina Commedia, incita i compagni a riprendere il viaggio oltre le colonne d’Ercole ricordando loro come non fossero al mondo “per viver come bruti ma per seguire virtude e canoscenza”. Un miscuglio inestricabile di tutte queste istanze è alla base del Pellegrinaggio a Gerusalemme di Jost von Meggen (ASEFI Terziaria, Milano), che non per nulla riporta come sottotitolo Avventure di viaggio per mare e a cavallo di un gentiluomo svizzero del cinquecento. Si tratta infatti di un diario, tradotto da Francesco di Ciaccia per la prima volta in italiano dall’originale del 1580, che non solo è testimonianza viva di quanto si andava dicendo, non solo riveste interesse per dotti e studiosi, ma è ricco altresì di fascino anche per il lettore comune, se è solito viaggiare per motivi che non si limitino ad un semplice diversivo dalla monotonia quotidiana. In questo caso poi, va detto, le note dotte e precise che accompagnano il diario non solo sono spesso state controllate sul campo, ma a volte costituiscono un commento salace e divertito, tanto da diventare quasi un testo nel testo. Se l’interesse degli studiosi, come spiega giustamente in sede di prefazione Attilio Agnoletto, può essere attratto ad esempio dal “sentore non troppo lontano delle prime crociate, delle quali oggi i musulmani (i Turchi) e i cristiani rivelano le efferatezze reciproche (si vedano i recenti studi di Franco Cardini), e dei massacri anti-giudaici, ad esempio, della prima crociata (1099), studiati con scrupolo o obiettività dallo storico Giosuè Musca”, il diario riveste una maggiore attrattiva per l’uomo colto che viaggia. Uno dei pregi dell’opera è infatti certamente la testimonianza diretta di un pellegrinaggio, ma ciò che più conta è la narrazione delle condizioni materiali e organizzative secondo le quali questo si è poi effettivamente svolto, come pure la descrizione di luoghi e persone, inospitali a volte i primi, ma anche suggestivi fino alla meraviglia; diversissime tal altra le seconde, ma pure umanissime e devote.

Ma chi era questo viaggiatore di cinquecento anni fa? Von Meggen nasce a Baden, figlio di “una delle famiglie più importanti del nascente patriziato”, come spiega Annalisa Mascheretti Cavadini nella documentata introduzione. E questo status ha giocoforza influito notevolmente sulla scelta del pellegrinaggio, se, come è vero, è stato prima cavaliere del Santo Sepolcro, poi, una volta tornato, ambasciatore dei Cinque Cantoni presso Paolo III, infine capitano delle guardie svizzere del Papa, abbracciando in certo qual modo il cursus honorum tipico della sua classe, dedita all’attività militare e politica, qui rivisitata in chiave cattolica. Possiamo insomma pensarlo come uno degli ultimi cavalieri, come un uomo ancora animato, a metà del Cinquecento, da ideali e sogni propri di età di molto precedenti. Chi se non un idealista, mosso dalla fede, certo, da un’incontrollabile fiducia in se stesso anche, avrebbe potuto intraprendere un viaggio così periglioso? Non era il solo, s’intende. Né questo particolare pellegrinaggio si svolge in solitudine, che non sarebbe stato possibile probabilmente, ma von Meggen è l’unico che in quel frangente ha sentito il bisogno di redigere un diario, a gloria sua e della sua famiglia, è un fatto, ma anche nell’intento di istruire chi, come lui, avesse avuto l’intenzione di recarsi in Terra Santa. Non solo. Nel dipanarsi del racconto, nel succedersi delle descrizioni, nel riportare i diversi incontri, come persino le curiosità teologiche, nelle quali pur non si addentra più di tanto, von Meggen mostra oltre all’ovvia sensibilità religiosa, anche l’interesse e la perspicacia dell’umanista, dell’uomo colto, curioso del mondo che lo circonda, desideroso d’apprendere e di verificare con i suoi propri occhi quanto sente dire in giro a proposito di una data questione o di una meraviglia naturale e storica. Il diario infatti sa talvolta tramutarsi nel resoconto di un attento osservatore dei costumi e delle usanze delle altre popolazioni. Gli occhi sono chiaramente quelli di un uomo ancora legato a schemi e miti lontanissimi dalla civiltà odierna (ma solo dio sa quanto ancora in voga, come certe credenze sui mussulmani venate da un senso di superiorità difficile a morire anche oggi, o il silenzio sulla presenza ebraica in Palestina, frutto di un antisemitismo di ferro), ma si tratta di occhi a loro modo attentissimi e pronti ad indagare tutto ciò che potrebbe essere utile in campo scientifico, come in quello per così dire meramente turistico, compitando alla fine non solo un diario personale, ma un vero e proprio baedeker utile al viaggiatore inesperto. L’aspetto spirituale si mostra comunque anche qui, perché se da una parte il diario “è una guida per il pellegrino futuro” si dimostra utile anche per coloro che pur non potendo intraprendere un simile costoso viaggio, hanno però l’intenzione di avvicinarsi alla vita del Cristo “secondo una meditazione devozionale che interiorizza l’esperienza “reale” del pellegrinaggio gerosolimitano”. Infine, se un poco di curiosità Meggen l’ha suscitata, è necessario ricordare almeno per grandi linee l’itinerario del viaggio che da Lucerna l’ha portato a Gerusalemme. Dalla città svizzera infatti, a cavallo, l’8 maggio del 1542 giunge a Venezia dieci giorni dopo. Da lì salpa alla volta di Giaffa, facendo scalo a Creta e Cipro e infine giunge a Gerusalemme a dorso d’asino il 27 di agosto. Poi un lungo viaggio attraverso il deserto, prima ancora con un asino, poi a cavallo e in groppa ad un cammello. Infine, ripartito il 16 gennaio dell’anno dopo, fa ritorno a casa intorno alla metà di maggio. Un breve, facile, viaggetto non c’è che dire. Infestato dai predoni anche. Meglio non parlarne, avrebbe detto un altro al suo posto. Altro che diario. Luca Orsenigo.

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