1988 – Da Dio a Satana

Da Dio a Satana. L’opera di Federico Borromeo sul “Misticismo vero e falso delle donne”, Milano, XENIA, 1988, pp. 222.

 

Da Dio a Satana

 

Presentazione

Federico Borromeo era preoccupato delle contraffazioni che gettavano tanta cattiva luce sulle esperienze mistiche: molti – anzi, molte, poiché spesso erano donne – simulavano esperienze straordinarie, per tirare a campare; altri credevano, per davvero, ai “miracoli” che sperimentavano in se stessi, che, però, in realtà erano solo fenomeni di origine naturale. La conclusione: nessuno credeva più ai “doni celesti”. Il cardinale volle dunque offrire criteri certi di valutazione, narrando anche casi da lui personalmente riscontrati. Siccome egli tratta fondamentalmente delle esperienze straordinarie d’origine naturale, il libro è importante per conoscere da vicino uno spaccato del Seicento nei suoi pruriti misticheggianti, nei giochi di magia e anche nel fantasmagorico diabolico.

 

Recensioni e segnalazioni

Angelo Lattuada, Viaggio nel mondo del paranormale, «la tribuna Nord-Ovest», Anno II, n. 23, Sabato 11 giugno 1988, p. 5.

Il saggio di Francesco di Ciaccia, Da Dio a Satana, (Xenia 1988, pp. 222) accosta un argomento che è oggi ancor vivo, come frequentemente nella storia della cultura: il paranormale mistico, l’“occulto della mente, le potenzialità “sconosciute” dell’uomo. Fondamentalmente l’autore offre al pubblico un’opera latina, in traduzione originale, di Federico Borromeo, il quale, presentando il misticismo dell’epoca in tutta la sua fenomenologia stravagante e complessa, avverte dei pericoli insiti in questo genere di esperienze: trucchi consapevoli e inconsce ambizioni, suggestioni e riscaldate fantasie, affettività morbose e temperamenti melanconici, debolezze fisiche e cervelli scriteriati infangano la mistica soprannaturale. C’è buono spazio anche per i diabolici inganni, ovviamente; ma, tutto sommato e tenuto conto dei tempi, il Borromeo è molto prudente nel chiamare in causa le forze dell’“altro mondo”: le stranezze delle “visioni”, le anomalie delle percezioni, le eccezionalità delle preveggenze e dei “miracoli” vanno interpretate innanzitutto con i normali strumenti della fisiologia e della psicologia, cioè come fenomeni paranormali – diremo noi – della natura umana. Le vie dell’immaginazione sono infinite, o quasi, i suoi prodotti sono strabilianti: eccedono i confini fissati dalla scienza in un determinato periodo storico. Il cardinale, però, non nega affatto la possibilità dell’estasi “vera”, d’origine divina – come egli si esprime. Anzi, è per salvarne il buon nome che egli si premura di sceverare, nel magma del miracolante misticismo, il grano buono da quello cattivo, proponendo criteri di discriminazione e raccontando tanti fattarelli di mistificazione. Per di più, un controriformista convinto quale fu Federico, affascinato inoltre, personalmente e secentescamente, delle segrete comunicazioni attonite con il “divino”, era mosso dalla persuasione che il “fastigio” del Seicento dovesse a pieno titolo produrre l’atto più sublime che si dia per un mortale: l’ineffabile estasi, appunto. Per spiegare tutti questi presupposti mentali e per illustrare i concetti e le cognizioni entro cui ragiona il Borromeo, il di Ciaccia introduce l’opera con essenziali puntualizzazioni circa il substrato umanistico della cultura federiciana e circa la radicale enfatizzazione del misticismo secentesco. La versione in italiano è compiuta con uno stile non soltanto appropriato alla natura divulgativa del libro, quale è nell’introduzione esplicativa e didattica, ma anche adattato ad un’opera narrativa: perché possa leggersi come un romanzo. [Angelo Lattuada]

 

Armando Torno (inserto a cura di), «Il Sole 24 Ore», Domenica 19 Giugno 1988 – N. 151, p. 21.

Presso la Xenia Edizioni (via della Spiga 20, Milano) è uscito in questi giorni, a cura di Francesco di Ciaccia, «Da Dio a Satana» (pagg. 224, L. 20.000): un titolo sotto il quale si cela la prima traduzione italiana del «De ecstaticis Mulieribus, et illusis», cioè del trattato che studia il misticismo vero e falso delle donne. L’autore è Federico Borromeo. Diamo un estratto dei due capitoletti riguardanti il problema dell’odore emesso dai peccatori.

di Federico Borromeo

Avverto che tipico del demonio è portarsi dietro un fetore nauseabondo, che invade i locali in cui egli si manifesta. Oltre che con l’esperienza consolidata in tanti esempi, lo si dimostra con l’autorità di Ippocrate. Costui asserisce che nelle persone malate di illusioni mistiche viene sempre fuori un po’ di puzzo.

Circa il motivo per cui negli ossessi si sente la stessa puzza, ci sono due considerazioni da analizzare. La prima: il corpo degli indemoniati soffre di un’alterazione che lo priva dei naturali processi fisiologici e lo prostra a un livello di grave, dura infermità: ne deriva dunque che l’alito sia cattivo. La seconda: è la natura stessa dei diavoli quella di puzzare. Certo: gli Spiriti incorporei non danno alcun odore, né buono né cattivo. Lo si sa. Però, essi insinuano l’odore cattivo negli ossessi o nell’aria, laddove si fan visibili. È un segno di tristezza, voluto o da loro o da Dio, ed è un’afflizione imposta per pena.

Dio ha voluto distinguere, in queste manifestazioni sensibili, la presenza degli angeli dalla presenza dei diavoli, profumando le prime e appestando le seconde, perché noi non potessimo confonderci. Così, i demoni prendono figure schifose, fanno un chiasso indiavolato, amano gli atteggiamenti scomposti, mentre, al contrario, gli angeli evitano qualunque configurazione, qualunque atteggiamento, qualunque qualità che offendano e disgustino l’animo umano. Per tal motivo, quelle attitudini che più s’avvicinano alla natura diabolica, dobbiamo fuggirle come la cosa più brutta e animalesca. Questa è la ragione per cui i demoni, pur se nolenti, appaiono così malmessi e maleodoranti, perché apprendiamo da tali negatività la loro malizia e ce ne teniamo il più possibile distanti. Tale il diavolo, tali i suoi seguaci. Puzzano tremendamente: vuoi per le condizioni del corpo, vuoi per una punizione celeste.

Chi, per loro natura, sono fetenti? Ovvio: i crapuloni, gli ubriaconi, i libidinosi e i «porconi». La causa è chiarissima: d’altronde, è un fatto che i sensualoni sono malvisti dalle api, così laboriose nel produrre il purissimo miele. […]. Qualcuno, forse per questo, ha creato la massima secondo cui le api sono amanti della castità. Comunque, non credo sia il caso di filosofare oltre.

Odori cattivi nei peccatori sono stati avvertiti, al di là di ogni processo umano, da santi uomini. Vi presento il caso di Filippo Neri. Costui riconosceva i peccatori, quando ascoltava le confessioni, prima ancora che essi dicessero alcunché: lo capiva dall’odore che emanavano. Era un mostro, in questa sua acutezza: e li sollecitava a essere più accurati nell’esposizione delle colpe, se per caso fossero stati un po’ reticenti. Trovandosi una volta a pregare, genuflesso, nella chiesa della Casa Generalizia a Roma [della Vallicella, o Chiesa Nuova: n.d.r.], accadde che, non lontano da lui, a distanza di circa sette cubiti, una donna si fermò pure lei in atteggiamento di preghiera. Dopo un po’, il Neri s’alzò: «Andiamocene via da qui», disse ai compagni, «l’odore di quella donna è insopportabile». I compagni rimasero di stucco, lì per lì, ma poi, svolte diligenti ricerche, seppero che quella non era una donna troppo per bene: era, come si dice comunemente, una prostituta. Il Neri non conosceva affatto la donna, ma il suo cattivo odore l’aveva colpito sensibilmente.

Un altro bravo sacerdote aveva la medesima esperienza durante le confessioni. Una volta, di fronte a uno, che aveva commesso un gravissimo peccato, sentì un puzzo tale, che al confronto – egli poi dichiarò – la feccia più schifosa era un niente. (Da «Ecstaticis mulieribus et illusis», tr. it. pagg. 181-183). [Armando Torno]

 

Mario Masini O.S.M., L’interesse pastorale di Federico Borromeo per le esperienze mistiche, «Palestra del clero», Anno 67, n. 13, 1 luglio 1988, pp. 807-810.

Lo scritto di Federico Borromeo, De ecstaticis mulieribus et illusis. Libri quatuor, che Francesco di Ciaccia offre in agile traduzione italiana, la prima finora, fu pubblicato nel 1616 e indirizzato al clero, specialmente ai confessori delle monache, ai direttori spirituali, ai parroci e, più in generale, a chi avesse una responsabilità verso il popolo cristiano.

Più volte dichiarato, l’intento del cardinale era quello di stabilire una metodologia chiara e garantita, intesa a distinguere i fenomeni mistici «veri», cioè di origine divina, da quelli «falsi», cioè d’origine diabolica o anche solo naturale. La preoccupazione era infatti che la congerie sconfinata delle estasi e dei fatti «straordinari» facesse perdere di vista la natura veramente spirituale dei doni mistici divinamente («divinitus») infusi ed elargiti.

Per capire quanto fosse diffusa la mania dello strabiliante e dell’inconsueto, il Borromeo dice, a proposito del rapimento estatico del corpo, che i casi del genere erano così numerosi, che non valeva la pena di addurre neppure esempi particolari. Possiamo estendere la medesima situazione a tanti altri tipi di stranezze fisiche, sensoriali, immaginative e cognitive. Si pensi che, a proposito del «parlar lingue sconosciute», Federico definiva peculiarmente questa pratica come «fanatismo»; e circa le «voci», interiori o esteriori, le predizioni, le apparizioni, le «visioni» ed altre cosucce del genere dichiarava che se ne contavano a migliaia in Italia nel giro degli ultimi decenni.

Orbene: l’arcivescovo notava come l’inganno di uno solo gettasse il discredito su tante manifestazioni davvero «celesti». Perciò egli si accinse ad operare, con bisturi tagliente, in modo da tener separate le varie ipotesi, lavorando sulla fenomenologia delle varie forme estatiche. Le differenziazioni vanno dall’imbroglio patente e volontario alla più sottile ambizione, la quale, magari inconsciamente, poteva condurre uomini e donne – più le donne, però! – a sperimentare in sé episodi eccezionali dandovi credito come se fossero miracolosi. Era molto facile, ad esempio, che ciò accadesse nelle inedie prolungate, oppure nei sogni premonitori, o nelle sensazioni olfattive, e così via.

Borromeo distingue anche tra fenomeni naturali e operazioni diaboliche. Nel libro si parla, dunque, anche dell’intervento demoniaco. L’autore credeva bene ad un lavorio materializzato del diavolo, e così ne illustra i giochi e gli inganni sensibili ed immaginativi, erudisce sulle sue apparizioni e fa sapere le sue abitudini sulla terra. Tuttavia, molto sapientemente il cardinale stabilisce il principio che, salva evidenza contraria, la causa dei fatti debba attribuirsi alla natura umana.

È per questo che lo scritto federiciano costituisce una ricca messe di analisi psicologiche, di individuazioni cliniche, di segnalazioni cronachistiche, di studi antropologici. Ne deriva che il libro – come ha sottolineato, con marcata avvertenza, il di Ciaccia nel saggio introduttivo – rappresenta una panoramica eccellente sul paranormale «naturale», più che su quello preternaturale o anche soprannaturale.

Per tal motivo il saggista sostiene che l’opera in oggetto non serve ai mistici, ma è interessante per tutti coloro che amano conoscere uno spaccato, sfaccettato e insieme lucido, di un momento culturale della storia sia civile che religiosa, su un piano tanto antropologico quanto filosofico e teologico.

Da parte sua, di Ciaccia premette un lavoro di chiarificazione propedeutica. Per introdurre in un universo per molti un po’ ignorato, e comunque per tanti aspetti abbastanza strano, almeno per la gente di oggi, egli precisa ed illustra i concetti fondamentali del misticismo, del paranormale e della situazione mistificatoria del Seicento. In particolare spiega, con chiarezza e con molta semplicità, il substrato culturale del Borromeo.

La preparazione intellettuale del cardinale era infatti strettamente umanistica e fondamentalmente le sue basi dottrinali affondavano nella filosofia e nella scienza classiche. Opportunamente, perciò, il saggista inquadra ciascun campo, da quello fisiologico a quello antropologico, in un riferimento culturale che è puntuale, rigoroso e insieme didattico. Per fare qualche rapido esempio, ricordo il discorso sulla credenza delle Sibille, di cui parla il Borromeo; sulle forme «bestiali» del demonio, su cui si sofferma il cardinale; sul linguaggio mistico dal Medioevo al Seicento, e così via.

In effetti, Federico studiò bene i classici greci e latini e conosceva notevolmente anche la Patristica e la letteratura cristiana antica, ma fu molto influenzato anche dallo spirito del Seicento, tra la cosiddetta Controriforma e la convinzione «barocca» secondo cui quell’epoca segnava il culmine della grandezza della Chiesa cattolica. Quest’ultima idea, connessa con l’effettiva superfetazione mistica, produsse la coscienza che l’«estasi» fosse il segno manifesto della divinità della Chiesa stessa e della sua verità.

Ecco dunque come l’estasi venisse assunta dal cardinale in direzione apologetica: con le relative storture, a dire il vero. La prima deduzione fu che le manifestazioni «straordinarie» delle altre confessioni religiose non potevano essere «vere»; la seconda fu che, nonostante la prudenza criteriologica e nonostante il dubbio pratico, Federico si sentì lui stesso ammaliato emotivamente dalle brave mistiche. Cosa che successe ad uno che non era un buon mistico, appunto, mentre non accadde, ad esempio, all’amico, «padre» e contemporaneo Filippo Neri.

È da osservare infine che, in effetti, la mistica secentesca – buona o meno buona che fosse – conobbe una modalità barocca, fatta spesso d’angioletti dal ben visetto e di suonerie armoniche. Perciò, il di Ciaccia indaga su questo terreno enfatizzato, concludendo come l’esperienza secentesca fosse lontana dalla nudità della contemplazione poggiante esclusivamente sulle virtù cardinali, senza il bianco, il rosso e il verde del paradiso calato tra pupille e cervelletto.

Con perspicacia, ma insieme con animo prudente, il saggista non manca di segnalare, perciò, i limiti della reale applicazione da parte del Borromeo dei suoi medesimi criteri di fondo, bene espressi all’inizio dello scritto ma poi, sembra, fiaccamente rigorizzati ed equivocamente sfruttati. Alla fin fine, il Borromeo – sostiene il saggista – mostra d’aver conosciuto un po’ poco la grande mistica cattolica delle scuole francescane, carmelitana e domenicana, mentre rivela d’aver indagato tanto, e con tanto buon volere, sulle sue contemporanee donnette dagli occhi stralunati e dalla pancia vuota, piene di sogni e comunque destinate ai colloqui eterei, o con il cielo, o con l’inferno, o con la terra.

D’altronde, proprio da qui discende il valore storico del libro federiciano, ed è questa la fortuna per noi, incuriositi lettori del mondo, come lo è per l’editore.

Uno specifico pregio della pubblicazione è lo stile scelto dal traduttore: la sua scrittura, sostanzialmente descrittivo-narrativa, semplifica ed essenzializza la prosa federiciana, allontanandosene coscientemente. La prassi scrittoria di Federico è infatti – come di Ciaccia esplicita in una nota apposita – sintatticamente ecclesiastico-umanistica ed è lessicologicamente circonlocutoria, con frequenti ripetizioni: tutto sommato, arida e stucchevole. Il saggista-traduttore ci ha offerto pagine moderne. [Mario Masini]

 

Redazionale, «Cammino», n. 7, luglio 1988, p. 56.

Federico Borromeo, reso celebre dal Manzoni, non fu soltanto un vescovo sollecito nella peste del 1630 con la sua sollecitudine caritativa, ma fu anche uno scrittore fecondo a servizio della Chiesa con la sua premura pastorale. Il presente scritto, che Francesco [Di Ciaccia] ha tradotto dal latino con stile spigliato e facile, riguarda il misticismo del Seicento, che il cardinale ebbe modo di conoscere e di descrivere. Il Borromeo era preoccupato delle contraffazioni che gettavano tanta cattiva luce sui doni soprannaturali del Signore: molta gente simulava “fatti straordinari” per tirare a campare; altri credevano, davvero, ai “miracoli” che sperimentavano in se stessi, ma si illudevano che fossero divini, mentre in realtà avevano un’origine soltanto naturale. Molti preti si lasciavano imbambolare. La conclusione tragica: nessuno ci credeva più, ai “doni celesti”!

Ecco, dunque, che il cardinale volle offrire criteri certi per una corretta valutazione dei vari casi, narrando anche un po’ di fattarelli reali. Siccome egli tratta fondamentalmente delle esperienze straordinarie d’origine “umana”, il libro diventa adatto esclusivamente ai laici che amano conoscere da vicino, proprio di prima mano, uno spaccato del Seicento nei suoi pruriti misticheggianti, nei giochi di magia, e anche nel fantasmagorico diabolico. Un libro serio, dunque: anche pieno di curiosità, moderatamente colto, denso pure di piacevolezze estatiche. Tutto da gustare.

 

Redazionale, «L’Italia francescana», anno 43, n. 3-4, maggio-agosto 1988, p. 310.

L’intervento di Federico Borromeo sulla preoccupante escalation mistica tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600 non desta, di per sé, stupore, dato che la storia della spiritualità tra il ‘400 e il ‘700 è gravida di simili prese di posizione.

Il pensiero borromaico, tuttavia, fa cronaca al riguardo per due motivi: per l’autorevolezza dello scrittore e per la sua valutazione della mistica in sede storica. Quanto al primo motivo, il documento del prelato si inscrive in quella convinta e serrata preoccupazione pastorale che illumina l’attenzione del cardinale nei confronti delle monache. Quanto al secondo motivo, il volume dimostra, con luccicante evidenza, la coscienza del cattolicesimo controriformistico secondo cui la mistica era il crisma d’un’epoca giunta all’apice del fastigio.

I due motivi convergono verso un prodotto di grande interesse storico e culturale.

Ne deriva un panorama di storie e storielle pazzesche, di sforzi estatici in buona e cattiva fede, insomma di curiosità d’ordine paranormale: mistificazioni a pieno campo.

Oltre a ciò abbiamo un notevole affresco della cultura d’epoca, sia in ambito medico, sia in quello psicologico e filosofico.

 

G. B. [Giuseppe Bertagna], «Nuova Secondaria», 15 ottobre (1988) p. 110.

Francesco Di C[i]accia, dopo La parola e il silenzio. Peste carestia ed eros nel romanzo manzoniano, Giardini Editori, Pisa 1987, pagg. 284, s.i.p. (dove critica certe disinvolte letture manzoniane di Moravia, Arbasino, Cordero, Astaldi) e Umiltà e francescanità nei Promessi sposi, idem (dove rivaluta, contro certe esecrazioni protestantiche, il ruolo del modello francescano e mostra come il Manzoni si sia ad esso ispirato)[,] conclude la sua originale rivisitazione della cultura del ‘600 e manzoniana con Da Dio a Satana. L’opera di Federico Borromeo sul «misticismo vero e falso delle donne», edizioni Xenia, Roma 1988, pagg. 222. L’A. traduce e introduce con un opportuno saggio l’opera borromaica «De Ecxtaticis mulieribus et illusis», Libri Quatuor MDCXVI, dove esprime le proprie preoccupazioni sull’autentica excalation mistica che si verifica tra il ‘500 e l’inizio del ‘600.

In effetti, l’opera è dedicata ad una specie di fenomenologia di manifestazioni mistiche catalogate a volte tra stranezza e follia. Ma anche alla coscienza del cattolicesimo controriformistico secondo il quale la mistica era il crisma di un’opera giunta all’apice del proprio fastigio. L’opera di Di C[i]accia è senz’altro meritoria. [G.B.]

 

Pompeo Giannantonio, Tradotta un’opera “minore” di Federico Borromeo. Misticismo vero misticismo falso, «L’Osservatore Romano», 30 settembre 1988, p. 3.

Nel romanzo del Manzoni si dice del Cardinale Federigo Borromeo che «circa cento son l’opere che rimangon di lui, tra grandi e piccole, tra latine e italiane, tra stampate e manoscritte, che si serbano nella biblioteca da lui fondata: trattati di morale, orazioni, dissertazioni di storia, d’antichità sacra e profana, di letteratura, d’arti e d’altro». La biblioteca fondata dal Borromeo e aperta al pubblico nel dicembre del 1609, è la famosa Ambrosiana, che per numero di libri, copia e rarità di codici, tradizione di dottrina dei suoi «dottori» è una delle più insigni d’Italia e di Europa. Il Manzoni, continuando a parlare del Cardinale, finge di farsi chiedere da uno dei lettori «Come mai tante opere sono dimenticate, o almeno così poco conosciute?». Nella prima redazione del romanzo lo scrittore dava la colpa di tale disinteresse alla vacuità e allo smarrimento della coscienza e della cultura italiana contemporanea, che avevano impacciato e fuorviato l’acume dell’autore. In verità, e lo stesso Manzoni lo sottolinea, il Borromeo tenne alcune opinioni strane» e «mal fondate», ma molto diffuse a quel tempo, come la credenza della stregoneria o dei venefici usati per diffondere la peste. Queste opinioni ci sono attestate non solo dai biografi contemporanei, ma anche negli scritti del Cardinale, parte dei quali viene attribuita al suo segretario, Giuseppe Ripamonti.

Di tali opere ci viene ora data la traduzione di una a cura di Francesco di Ciaccia (Da Satana a Dio. L’opera di Federigo Borromeo sul « misticismo vero e falso delle donne», Milano, Xenia, 1988). Il volume in latino (De ecstaticis mulieribus et illusis. Libri quatuor) apparve nel 1616 e rappresenta la sintesi del fenomeno mistico non solo nel pensiero del Cardinale, ma anche nelle sue espressioni tra il Cinquecento e il Seicento. Della produzione mistica del Borromeo venimmo a conoscenza per caso quando ci si interessò di alcune monache canonizzate che avevano scambiato lettere con il porporato, mentre il suo libro sulla peste, che si ricollega ai Promessi Sposi, fu pubblicato solo nel 1903. A parte il valore intrinseco tali opere sono una testimonianza della cultura del tempo tanto sul piano medico quanto su quello psicologico e filosofico. La mistica è un capitolo assai rilevante nella spiritualità del tempo e del secolo precedente e seguente per cui l’intervento del Borromeo assume grande importanza sia per l’autorevolezza dell’autore sia per la sua valutazione in ambito storico. L’opera viene suggerita da preoccupazioni pastorali, ma nel contempo s’inserisce nel contesto culturale della riforma tridentina in cui la mistica si affermò con sovrana rilevanza.

Il libro per il suo intento didattico intende offrire un panorama di nozioni a quanti, frastornati dalle opinioni correnti, accreditavano acriticamente il misticismo o lo rifiutavano aprioristicamente. L’autore si propone di descrivere i fatti reali, le manifestazioni incontrovertibili della mistica rivelando le radici concrete e le diverse espressioni dei fenomeni straordinari. Non si tratta di un libro religioso bensì di un’analisi dell’evento preter-naturale, non perché il fenomeno sia fuori dell’ordine teologale, ma semplicemente perché sotto quest’ultimo aspetto il fenomeno non viene affrontato. Quindi è uno studio del meccanismo naturale nel suo ordine fisico e psichico secondo le prospettive del pensiero mistico cristiano-rinascimentale. L’interesse del testo poggia, perciò, più su una curiosità interpretativa e conoscitiva di una dottrina, coltivata con impegno dall’antichità al Rinascimento da molti studiosi, che su un’esigenza spirituale di ordine religioso. I casi di allucinazione o di fantasticherie, di ossessione o di isterismo sono, infatti, presenti nelle esegesi Bi-bliche di area patristica o ebraica, nelle interpretazioni cristiano-umanistiche o medievali degli oracoli greci e della teosofia egizia, nella scienza medica della classicità o nella fenomenologia delle visioni estatiche.

Il misticismo è un fenomeno catalogato nella storia dell’umanità e si ritrova allo stesso modo delle espressioni poetiche o artistiche, delle teorie filosofiche o scientifiche, delle organizzazioni economiche o sociali. Il termine ha origine da un verbo greco (myein) che significa «chiudere la bocca» o «chiudere gli occhi» e che deriva da una radice (my) che va inteso come «mettere il dito sulla bocca per fare silenzio». La semantica del termine va integrata dalla radice sanscrita (musch) che vuol dire «rapire», quindi la valenza estatica coinvolge il divino interessando l’anima e unificandosi. La mistica, perciò, abbraccia tutte le esperienze che travalicano gli schemi razionali dell’uomo e il contesto delle sue espressioni fisiche e psichiche, per giungere ad un rapporto immediato, personale e diretto con una sfera trascendente ossia con il divino.

La mistica si adegua alla cultura del proprio ambiente e del proprio tempo in rapporto alla concezione del mondo, dell’anima e di Dio. Nelle società primitive, ad esempio, le forze della natura erano incomprensibili e indomabili per cui si chiedeva l’ausilio di qualcuno, come lo stregone o l’indovino, per mediare, in virtù di particolari attitudini ritenute soprannaturali, con le potenze divine allo scopo di propiziarle. Ma, secondo il Borromeo, la sacralità pagana riferendosi a un divino «falso e bugiardo» rientrava nell’ambito del diabolico ugualmente alle altre espressioni religiose dei culti cattolici. Il concetto di mistica per il Borromeo rientrava nella sfera delle conoscenze e intendeva l’unione con la divinità come un aspetto della visione mentale e intuitiva atta a far capire con immediatezza la presenza del divino. Tale concetto cadeva nell’area del neoplatonismo umanistico cristiano del Quattro e Cinquecento ricollegandosi attraverso Agostino a Platone e si richiamava alla visione salvifica dell’ebraismo che vedeva nella mistica il mezzo privilegiato con cui Dio si rivelava all’uomo eletto (il profeta), attraverso il quale faceva sentire la sua volontà alla collettività. Alcune visioni dell’Antico Testamento sono interpretate dal Borromeo come conferma del proprio concetto di mistica, che è manifestazione del divino e comunicazione della volontà di Dio.

I fenomeni paramistici, presenti in ogni cultura, vanno intesi come segni del trascendente solo se si accordano con il Vangelo, ecco perché la Chiesa prima di pronunziarsi è molto cauta e prudente. Nella vita spirituale il problema non consiste nelle manifestazioni eccezionali e fuori dalla norma, ma nella valutazione che se ne fa secondo le regole evangeliche. Infatti se il miracolo fosse falsamente cristiano esso nuocerebbe ai credenti, mentre se il fenomeno straordinario resta nell’area morale ed evangelica esso giova ai fedeli perché è una comunicazione del volere divino. Le vie della Provvidenza sono infinite e nessuna di esse può abolirsi senza menomare l’onnipotenza di Dio, ma nel contempo non si può inventare una via falsa senza mettere in discussione la trascendenza. Uno degli indizi del divino influsso è che l’evento estatico si manifesti improvvisamente e imprevedibilmente senza quindi attesa o preparazione da parte della persona che esprime l’esperienza mistica.

Queste disquisizioni del Borromeo miravano a ricondurre il fenomeno miracoloso nell’alveo dell’ortodossia e a combattere la mania di mistificazioni mistiche molto diffuse nel suo tempo, ecco perché il discorso è condotto più su un piano scientifico che su quello teorico o devozionale; l’opera, perciò, è una lucida testimonianza della realtà del secolo. [Pompeo Giannantonio]

 

Redazionale, Il paranormale in un grande libro del Seicento, «Turinscuola», n. 1, Anno 1, del 13.10. 1989, p. 4.

II libro di Francesco Di Ciaccia, Da Dio a Satana. L’opera di Federico Borromeo sul «Misticismo vero e falso delle donne», XENIA, Milano 1988, pp. 222, sostanzialmente traduce uno scritto latino del cardinale. In esso il Borromeo aveva considerato, nelle più svariate fenomenologie e in tanti episodi accaduti, la mistificazione dei visionari, dei preveggenti, dei sedicenti profeti, dei digiunatori folli. Insomma, ce n’era per tutti i gusti, per tutte le età e per tutte le immaginazioni più sbrigliate! Intendendo stabilire i criteri per vagliare il buono dal cattivo o dal falso, egli si occupò delle esperienze straordinarie di origine naturale, insomma di quelle che oggi chiameremmo paranormali.

Ma non c’è solo di che divertirsi e di che stupirsi, su un fenomeno del resto che riscuote tuttora un vivacissimo interesse anche a livello dei mass media. Nel libro si trova pure una panoramica stupenda di fine Rinascimento e d’inizio del Seicento. Perciò Di Ciaccia premette un ampio scritto esplicativo, sia sui concetti (mistica, paranormale, ecc.), sia sulle concezioni scientifiche e letterarie (la medicina di Galeno, le convinzioni sulle Sibille, ecc.), sia sulla situazione culturale dell’epoca: pur in un settore specifico, bene vi si svela la generale ambiziosità del secolo, lo «spirito del tempo»!

In sintesi, un libro di divertimento e insieme di curiosità culturali, redatto con prosa agile e con stile a volte narrativo.

 

Res [Rosario Esposito], «Vita pastorale», N. 11, novembre 1988, p. 148.

Il Di Ciaccia ha dedicato ampi ed acuti studi all’opera manzoniana: qui prende in esame una delle figure manzoniane più elaborate e ammirabili, quella del “cardinal Federigo”. Non si ferma più sul piano letterario, ma va in quello storico e filologico. Traduce, infatti, l’opera del Borromeo, De ecstatibus [sic] mulieribus et illusis, stampato a Milano nel 1616, corredando il testo di una breve introduzione e di note anch’esse concise e, nei casi in cui il testo lo richiede, più estese e documentate (pp. 199-217).

È noto che nei secoli XVI-XVII il fenomeno mistico ebbe un vero e proprio boom, forse in risposta alla vita sociopolitica che si fondava sul sopruso, l’ingiustizia, il clamoroso abbandono – anche in personaggi di primo piano, dello Stato e della Chiesa – del messaggio evangelico. Naturalmente non tutto era oro puro, cosicché numerosi teologi e gerarchi s’impegnarono a sceverare il grano dalla zizzania, soprattutto quando la mistica veniva impersonata dalle donne, le quali, in molti casi, erano vittime di illusioni e di pericolosa mistura del sacro e del profano. Il card. Federigo dedicò questo trattato appunto al discernimento del «misticismo vero e falso delle donne». Non possiamo dire che egli abbia la mano molto leggera ma gli abusi erano tali da spiegare abbondantemente questo suo rigore. L’opera va perciò salutata con gratitudine. (Res).

 

Danilo Zardin, «Terra Ambrosiana», Anno XXIX, novembre-dicembre 1988, N. 6, p. 78.

La figura e i tempi di Federico Borromeo, godendo della fama che è loro garantita dall’associazione col grande capolavoro manzoniano, sembrano essere al centro di un risveglio di interessi di cui non è facile fornire una spiegazione precisa. Si può parlare della rinascita di una simpatia per le oscurità, i tremori e le arditezze di un Barocco in cui l’uomo di oggi ritrova un po’ di se stesso e delle sue inquietudini? Comunque sia, prima il volume sul processo alla monaca di Monza, poi la traduzione dello scritto sulla peste curata da Armando Torno hanno avuto il merito di riaprire una curiosità su cui ora si innesta, fresco di stampa, il volume di Francesco di Ciaccia. Secondo una scelta che ricorda da vicino quella di Torno, si tratta della riproposta, questa volta in una versione che mira ad alleggerire e ad “attualizzare” una scrittura ripetitiva e non sempre letterariamente felice, di un’operetta del cardinale milanese pubblicata nel 1616: i quattro libri del De ecstaticis mulieribus, et illusis. Come chiarisce con abbondanza di riferimenti l’arguta introduzione del curatore-autore, il tema su cui qui si concentra l’attenzione di un poligrafo instancabile e di un intellettuale onnivoro quale fu il Borromeo è quello del discernimento da applicare ai fenomeni mistici. Le ebbrezze della vita contemplativa e i trasporti della mistica vanno tenuti senz’altro in grande onore.

Il cardinale, particolarmente attratto dal prodigioso e dalle forme emotivamente più esuberanti dell’esperienza religiosa, vede anzi in essi il vertice supremo del cammino ascetico dell’individuo, in una cristianità giunta ormai al culmine della sua fioritura: in questo il Borromeo è pienamente un uomo del suo tempo, e non a caso egli collaborò attivamente, con le sue pubblicazioni, i rapporti personali e la corrispondenza epistolare intrecciata con monache e visionarie di mezza Italia, alla fortuna di un tipo di sensibilità religiosa destinato a toccare proprio nella prima metà del ‘600 le punte forse più alte di prestigio.

Ma di fronte alla tumultuosa ondata espansiva della religiosità estatica, aperta alla comunicazione diretta col divino, occorre rafforzare le barriere della cautela e del vaglio pastorale. Le visioni autentiche sono rare – insiste a più riprese il cardinal Federico -, molto spesso oscure e pregiudizialmente, nel loro esame, occorre dubitare: “procedere con i piedi di piombo; nulla affermare con certezza”. Interrogare con scrupolo poliziesco, prestare attenzione ai minimi particolari, rimettere costantemente tutto in discussione: solo in questo modo è possibile passare al setaccio ciò che si colloca oltre i confini della comune esperienza umana, riconoscere le grazie di autentica provenienza divina, isolare gli inganni e le simulazioni diaboliche, circoscrivere i fenomeni straordinari spiegabili – come deve essere il caso più frequente – in termini puramente “naturali”, facendo appello alle risorse più nascoste della psiche e della corporeità, ai condizionamenti climatici, ai dati culturali, alle proiezioni deformanti delle patologie nervose e allucinatone.

Per offrire qualche criterio di orientamento in questa delicata navigazione, il cardinale attinge a piene mani dal ricchissimo bagaglio di “cose portentose” e “storie fantastiche” accumulato attraverso una lunga consuetudine di relazioni umane a vasto raggio, la diretta vigilanza pastorale ed il suo infaticabile collezionismo erudito. Dotte citazioni, fatti di cronaca spicciola, vicende di grandi santi, di donne alle prese con le difficoltà dell’esistenza e di semplici fedeli anonimi, si affastellano con generosa e colorita dovizia nel tentativo di far luce sul mondo insidioso delle visioni e delle presunte rivelazioni, sui sogni premonitori, le profezie e le divinazioni, sull’estasi “vera” e quella puramente “naturale”, sul loro abituale contorno di rapimenti di spirito, levitazioni, digiuni incredibili, effluvi straordinari, apparizioni, voci interiori e voci esterne, macerazioni del corpo e prodigi entusiasmanti dell’anima. Da questa errabonda incursione nei territori sconfinati dell’immaginario barocco si ricava la sicura conferma che non è mai venuto meno, pur nel clima della trionfante Controriforma, prima del Muratori e della svolta illuminista, un atteggiamento prudente, tendenzialmente critico e a modo suo razionalizzatore – nei limiti dello spirito “scientifico” dell’epoca – con cui l’autorità ecclesiastica culturalmente meno sprovveduta si è sforzata di incanalare l’emergere più spontaneo e vitalistico di un bisogno religioso insopprimibile e sempre avido di nuove conquiste. [Danilo Zardin]

 

Mariella Malaspina, «Letture», anno 43, quaderno 451, novembre 1988, p. 883.

Presenta in versione italiana lo scritto di Federico Borromeo De ecstaticis mulieribus et illusis. Libri quatuor, del 1616. Finora mai tradotto, il libro era indirizzato dal cardinale ai parroci e ai direttori spirituali, perché fossero autorevolmente eruditi su una materia così scivolosa, in un campo così misterioso, come osserva il Borromeo medesimo. Egli era infatti molto preoccupato a causa della marea d’esperienze estatiche e di «miracoli» a tutto spiano: ad esempio, il cardinale assicura che il «rapimento estatico del corpo» era così frequente che non gli era neppur necessario addurne episodi particolari; e, a proposito del «parlar lingue sconosciute» definiva questa pratica come diffuso «fanatismo». Il pericolo era che la falsità di un solo caso screditasse tutti gli altri, che magari erano di origine soprannaturale. Perciò egli volle offrire i criteri idonei perché si sapesse distinguere tra i vari fenomeni «occulti» secondo la loro origine e natura: cioè tra quelli umani, quelli diabolici, quelli divini. La moda dello spettacolare misticheggiante aveva una gamma amplissima: andava dall’imbroglio patente e consapevole, alle sottili «espansioni» delle facoltà latenti della psiche; a loro volta queste capacità occulte potevano dare adito a credenze miracolistiche di ordine soprannaturale, sì che molte persone ne venivano ammaliate: sia gli stessi estatici (più comunemente le estatiche), sia gli ecclesiastici meno istruiti; molti, a voler credere all’arcivescovo. Il Borromeo opera dunque serrate distinzioni tra le varie forme di misticismo; soprattutto si addentra tra i fenomeni naturali straordinari e le suggestioni diaboliche. Si sa che egli credeva alle operazioni materializzate del demonio sulla terra, ma molto sapientemente stabiliva il principio generale secondo cui, pregiudizialmente, la causa dei fatti era da assegnare, salva evidenza contraria, alle naturali condizioni del soggetto estatico: alla sua indole, alla sua psicologia, alla sua salute fisica e mentale, alla sua educazione e alle particolari abitudini acquisite. Per illustrare ogni aspetto della questione, sia teorica che pratica, il Borromeo si diffonde in analisi psicologiche e comportamentali, riporta episodi antichi e moderni, studia le potenzialità dell’immaginazione: la grande corifea dell’occultismo, secondo Federico, la potenza dell’incredibile e del paranormale!

Con la traduzione il di Ciaccia presenta un lavoro esplicativo, semplice e didattico, nel quale espone i parametri culturali del Borromeo, che erano cristiano-umanistici. Alla preparazione classica e patristica il cardinale aggiungeva la sensibilità secentesca, il gusto delle forme mirabolanti, l’amore per le colorazioni dell’esperienza estatica. La consapevolezza «barocca» si esprime anche nella convinzione che ormai era giunta l’epoca della massima espansione cristiana, l’apice della consapevolezza religiosa. La mistica ne era un segno manifesto. Ed era una mistica clamorosa: il silenzio della contemplazione, al modo d’un Giovanni della Croce, non rientra nell’enfatizzazione di Federico Borromeo. Grazie alla presentazione del saggista, il lettore è aiutato a comprendere il pensiero del Borromeo, a darsi ragione delle sue enunciazioni e prese di posizione. Per il resto, il libro è un grande affresco della cultura rinascimentale e secentesca, nei suoi aspetti antropologici osservati attraverso l’angolazione mistica. [mariella malaspina]

 

Mario Masini O.S.M., «L’Italia francescana», anno 63, n. 6, novembre-dicembre 1988, p. 632.

Con quest’ultima sua opera il di Ciaccia, già noto per la critica manzoniana, continua idealmente il percorso sui personaggi dei Promessi Sposi, questa volta, però, con due differenze prospettiche: la prima è che l’indagine è sulla «mistica», invece che sul francescanesimo, ed inoltre è rivolta all’uomo storico e non al personaggio poetico; la seconda è che il lavoro è divulgativo-popolare, e non già critico e disquisitivo.

Sostanzialmente, il libro offre in versione uno scritto di Federico Borromeo, arcivescovo di Milano e conosciuto, finora, soprattutto per I Promessi Sposi. Lo scritto è del 1616 ed è ora tradotto per la prima volta in assoluto, in una prosa scorrevole, agile, moderna, che si distanzia volutamente – come l’autore avverte – dallo stile secentesco a carattere umanistico-ecclesiastico.

Il contenuto dell’opera federiciana, che è rivolta programmaticamente al clero e ai direttori spirituali, concerne in realtà le manifestazioni più varie e problematiche, sempre straordinarie e a volte stravaganti, non solo dell’estasi vera e propria, ma anche di tutti quei fenomeni che vanno sotto il nome di «fatti inusitati», «occulti»: levitazioni, voci interiori, voci esteriori, profumi divini, premonizioni «notturne», profezie, dono delle lingue, ecc. Il cardinale distingue tra i fatti di origine umana, diabolica e soprannaturale, e in questo trittico predilige, per la sua osservazione, la prima delle tre possibili cause: poiché sostiene che, salva contraria certezza, i fenomeni inconsueti devono essere interpretati come «naturali».

Il Borromeo non manca tuttavia di accennare, anche nel presente libro, ad episodi di natura soprannaturale, ricordandone ad esempio alcuni di san Filippo Neri e di altri mistici del tempo; inoltre, non manca neppure di riferire fenomenologie e credenze relative al diavolo e alle sue apparizioni.

Di Ciaccia fa precedere alla traduzione una lunga introduzione di circa ottanta pagine, che ha lo scopo, esplicito, di esporre i vari concetti e di illustrare, per di più, la cultura di base – che è umanistica – del Borromeo, puntualizzando idee e convinzioni. Inoltre traccia un panorama della cultura secentesca sul misticismo, ad esempio ragguagliando sul tipo di linguaggio della mistica dell’epoca.

Oltre che utile, il libro appare anche piacevole: una curiosità culturale per tutti mistici e no, chierici e laici. Per conoscere il passato, e per capire l’oggi. [Mario Masini O.S.M.]

 

Redazionale, «Tuttolibri», inserto redazionale de LA STAMPA, 10 dicembre 1988, p. 7.

L’intervento di Federico Borromeo sull’«escalation» mistica tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600; l’opera del cardinale sul misticismo vero e falso delle donne. Ne risulta un notevole affresco della cultura dell’epoca in campo medico, psicologico e filosofico.

 

D. Z. [Danilo Zardin], «Rivista di storia della Chiesa in Italia», 42 (1988), n. 2, p. 614.

Traduzione (non completa e con intenti di modernizzazione linguistica) del De ecstaticis mulieribus et illusis (Milano 1616), preceduta da un commento, condotto con esplicite aperture in senso divulgativo, e mirante a reinserire l’opera nella tradizione culturale da cui trae alimento. [D.Z.]

 

Redazionale, «Rosetum», 7-8 (1988) p. 28.

Federico Borromeo, reso celebre dal Manzoni, non fu soltanto un vescovo sollecito nella peste del 1630 con la sua sollecitudine caritativa, ma fu anche uno scrittore fecondo a servizio della Chiesa con la sua premura pastorale. Il presente scritto, che Francesco Di Ciaccia ha tradotto dal latino con stile spigliato e facile, riguarda il misticismo del Seicento, che il cardinale ebbe modo di conoscere e di descrivere. Il Borromeo era preoccupato delle contraffazioni che gettavano tanta cattiva luce sui doni soprannaturali del Signore: molta gente simulava “fatti straordinari” per tirare a campare; altri credevano, davvero, ai “miracoli” che sperimentavano in se stessi, ma si illudevano che fossero divini, mentre in realtà avevano un’origine soltanto naturale. Molti preti si lasciavano imbambolare. La conclusione tragica: nessuno ci credeva più, ai “doni celesti”! Ecco, dunque, che il cardinale volle offrire criteri certi per una corretta valutazione dei vari casi, narrando anche un po’ di fattarelli reali. Siccome egli tratta fondamentalmente delle esperienze straordinarie d’origine “umana”, il libro diventa adatto esclusivamente ai laici che amano conoscere da vicino, proprio di prima mano, uno spaccato del Seicento nei suoi pruriti misticheggianti, nei giochi di magia, e anche nel fantasmagorico diabolico.

Un libro serio, dunque: anche pieno di curiosità, moderatamente colto, denso pure di piacevolezze estatiche. Tutto da gustare.

 

Redazionale, «Premio Letterario Nazareno», aprile (1989) pp. 11-12.

Si tratta di una riedizione, in traduzione italiana, dell’opera di Federico Borromeo sul «Misticismo vero e falso delle donne».

Secondo W.H. Walsh, chi riferisce fatti di storia ha davanti a sé due opzioni: «la prima è che egli si limiti a una esatta descrizione dell’accaduto costruendo quella che potrebbe essere chiamata una comune narrazione degli eventi passati. L’altra è che egli vada oltre tale semplice narrazione e miri non soltanto a dire quel che accadde, ma anche a spiegarlo». Il libro di Federico Borromeo, qui offerto in una traduzione integrale curata da Francesco di Ciaccia, si preoccupa soltanto di descrivere i «fatti oggettivi», le «manifestazioni» potenti della mistica, facendone una valutazione in sede storica. Ciò dipende dal carattere didattico e istruttivo dell’opera, che intende mostrare all’osservatore i «segni» concreti da cui desumere l’origine e la diversa tipologia dei fenomeni straordinari.

«L’esperienza mistica, nel senso più generale del termine, è un fattore imprescindibile della storia dell’umanità d’ogni tempo, al pari delle espressioni poetiche ed artistiche, delle teorie filosofiche e scientifiche, delle concezioni morali e giuridiche e delle sistemazioni economiche e sociali» (I. Colosio).

L’A. intende, inoltre, fornire spiegazioni su detti fenomeni straordinari nel loro meccanismo naturale, presupponendo che essi abbiano un’origine di ordine fisico e psichico. L’opera, dunque, non è solo un manuale del pensiero mistico cristiano del Rinascimento, è anche una lezione psico-fisiologica antica e di finezza psicologica. Forse per questo il testo più che interessare gli impegnati spiritualmente, piacerà ai curiosi culturalmente. La trattazione federiciana è ampia e ben articolata.

Il curatore ha salvato assai bene la sostanza del trattato, senza appesantirla con inutili ripetizioni o con obsoleti motivi lessicali.

 

Luigi Moraldi, «Jesus», Anno XI, giugno 1989, N. 6, p. 94.

Può essere oggetto di molto interesse la versione italiana di un trattato sul “Vero e falso misticismo delle donne” scritto dal cardinale Federico, cugino di san Carlo, fondatore della Biblioteca Ambrosiana, e immortalato dal Manzoni. L’autore non si ferma su disquisizioni e su teorie, ma va diritto al pratico, volendo offrire i mezzi per il discernimento e la cura dei veri dai falsi spiriti, e, per casi concreti legati all’idea rinascimentale di mistica colorata, anche da effervescenze barocche; e, com’era naturale aspettarsi, offre anche un ragguaglio sullo scibile del Cinque-Seicento. Il cardinale spiega i fenomeni nel loro meccanismo naturale presupponendo che, salvo prova contraria molto evidente, abbiano un’origine d’ordine fisico e psichico. Molto valida, sotto ogni aspetto, è l’ampia introduzione (pp. 83). [Luigi Moraldi]

 

Redazionale, «Studi e ricerche francescane», Anno XVIII, nn. 1-4, 1989, p. 264.

Il libro è una buona traduzione – integrale ma aggiornata – del «De ecstaticis mulieribus et illusis. Libri quatuor» di F. Borromeo, un’opera di 272 pagine, del 1616. Un’opera scritta allora per il clero, ma che oggi è utilissima anche ai laici.

Il dottissimo autore del testo latino, in maniera didattica e pratica, «descrive i fatti oggettivi, le manifestazioni patenti della mistica», e offre gli «inditia» o segni dei fenomeni mistici. Ai quali fenomeni il Borromeo cerca per lo più di dare una spiegazione «naturale» e una descrizione fenomenologica.

Benché le ultime parole del testo siano: «Si smetta, dunque, di parlare di miracoli», non si intende che il cardinale arcivescovo di Milano, cugino di san Carlo Borromeo, immortalato dal Manzoni, non credeva nei miracoli veri, ma non poteva accettare come tali le «illusioni » – esageratamente diffuse nella sua epoca – di persone di ogni età, sesso e ceto sociale. Siamo nell’età controriformistica, e la chiesa prendeva così posizione a favore dell’ortodossia e della verità.

Il traduttore prof. Francesco di Ciaccia, che ha arricchito il testo con 62 dotte note, è esperto in teologia e in filosofia, nonché in storia del cristianesimo, e pertanto era qualificato per la riedizione dell’opera borromaica.

 

E[ugenio] Sonzini, «La Civiltà cattolica», 7 ottobre 1989, anno 140, n. 3343, pp. 517-518.

«L’A. presenta, in traduzione dal latino, un’opera del card. Federico Borromeo sul “Misticismo vero e falso delle donne”. Un’opera che interessa una cultura curiosa circa il fenomeno mistico nelle sue manifestazioni tra il ‘500 e il ‘600. E il card. Federico ne dà soddisfazione, poiché il suo libro “si presenta come un caleidoscopio di tutte le forme di fatti eccezionali, nova et inusitata, dei quali desume l’origine e la diversa tipologia”. F. di Ciaccia fa precedere alla traduzione ben 80 pagine, divise in quattro capitoli, nei quali espone la polivalenza del significato di mistica e delle sue svariate forme, l’impegno del card. Federico a denunciare e svelare i fenomeni veri e buoni distinguendoli da quelli falsi o, almeno, equivoci nelle manifestazioni mistiche o ritenute tali, traboccanti nel sec. XVI e propagandati senza discrezione. Inoltre l’A. dà rilievo alle concezioni umanistiche, che influenzarono il Borromeo nelle testimonianze ricavate da scrittori classici, senza tuttavia escludere i Padri della Chiesa, e dai classici nel campo della medicina, soffermandosi su episodi anormali, raccolti qua e là dai vari testi letterari e collezionati anche da testimoni diretti o da sue conoscenze personali. L’interesse rivolto alla donna, il cui misticismo è oggetto di esame nell’opera del Borromeo, viene giustificato dall’incidenza del sesso nella propensione all’estasi, con giudizi taglienti sulle donne.

“Questo libro – scrive il di Ciaccia – è del tutto inutile alle anime devote e utile alle menti interessate alla storia della cultura (p. 55)». Se prevale la verità della seconda affermazione, è merito dell’A. l’averci introdotti nell’opera del Borromeo non soltanto con la traduzione, ma soprattutto con lo studio che la precede. Diciamo anche che, se «inutile alle anime devote», quest’opera può tuttavia dare un apporto positivo a chi ha cura delle anime devote, suggerendo molta prudenza e discernimento». [E. Sonzini]

 

Attilio Agnoletto, Federico Borromeo e il misticismo «vero e falso» delle donne, «Corriere del Ticino», Sabato 18 novembre 1989, p. 52.

Capitolo VI. L’estasi influisce sui nascituri. «Il tempo del parto e i momenti successivi favoriscono l’estasi. Così, può accadere che un bimbo nasca condizionato dall’estasi della madre. In un altro campo avviene qualcosa del genere. C’è chi ha futilmente paura di ragni, di topi o di altri animaletti; ebbene, se una gestante prova un simile turbamento, lo trasmette alla prole, anche se la madre, in seguito, non se ne ricorderà più. Hanno fatto questa ipotesi filosofi seri. Mi ricordo di una giovane che, da piccolina, aveva solitamente già le estasi; l’ho vista io stesso e penso che il fenomeno fosse davvero singolare. Crescendo, nella giovane aumentò, grazie alla consuetudine e alla pratica, quel naturale atteggiamento estatico».

Così si esprime in questo capitoletto il card. Federico Borromeo, esso fa parte dello scritto De ecstaticis mulieribus et illusis. Libri quatuor, 272 pagine stampate nel 1616, pochissimo note, tanto più che l’opera appare tradotta in italiano per la prima volta. Il Manzoni aveva osservato, sia pure rapidamente, nel cap. XXII dei Promessi Sposi: «Non dobbiamo però dissimulare che tenne con ferma persuasione, e sostenne in pratica, con lunga costanza, opinioni, che al giorno d’oggi parrebbero a ognuno piuttosto strane che mal fondate; dico anche a coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste. Chi lo volesse difendere in questo, ci sarebbe quella scusa così corrente e ricevuta, ch’erano errori del suo tempo, piuttosto che suoi: scusa che, per certe cose, e quando risulti dall’esame particolare de’ fatti, può avere qualche valore, o anche molto; ma che applicata così nuda e alla cieca, come si fa d’ordinario, non significa proprio nulla».

Una psicologia di tutte le classi

Ora con la fine sensibilità dello storico che il Manzoni possedeva, egli finiva con il denunciare i difetti di un personaggio, così importante per la storia della diocesi ambrosiana ma anche per la ricostruzione della mentalità e della psicologia collettiva di un’intera epoca: una psicologia che investiva la cosiddetta plebe come l’alta Autorità ecclesiastica. Ed è qui che il romanzo manzoniano rivela la gratuità della ricostruzione agiografia di una figura (il vescovo pio, il buon pastore) che nella realtà storica rivela gravi contraddizioni interiori. Così si oscilla tra l’azione culturale del fondatore di una biblioteca e di una pinacoteca di livello e fama mondiale, ancora oggi, e la nevrosi del demonologo, del morboso misticheggiante, tra il senso cattolico del vescovo post-tridentino e le asprezze, le durezze del fustigatore dei mali costumi. È un inquisitore da lui scelto che un sabato dell’autunno del 1608 e precisamente il 18 ottobre, notificava alla monaca Suor Virginia Maria de Leyva la condanna «alla pena e alla penitenza della carcerazione perpetua nel monastero di S. Valerla in Milano» perché rea confessa di «numerosi gravi enormi e atrocissimi delitti». L’edizione del processo completo della «monaca di Monza», avvenuta per i tipi di Garzanti nel 1985 come, del resto, quella recente del processo agli untori hanno rivelato tutte le défaillance, le storture, le deviazioni di una società laica e clericale su cui da un po’ di tempo più attente richerche d’archivio e rivisitazioni di manuali stanno gettando nuova luce. Fu proprio il Manzoni a denunciarlo in prima istanza in quel coraggioso saggio che è la Storia della colonna infame: lo aveva preceduto il Verri, ma il Verri più prudente e più timoroso non se l’era sentita di affrontare un ceto complice e vile, di cui aveva fatto parte.

L’edizione italiana di questo manuale borromeano è – a mio modesto avviso – un avvenimento che non va visto come una ristampa curiosa o antiquaria: essa dovrebbe aprire la rilettura di centinaia di scritti federiciani che stanno polverosi e negletti sugli scaffali delle nostre più antiche biblioteche. La finalità poi di questa rivisitazione non è certo né di tipo folclorico, né di spirito sensazionalistico, bensì quella di riconsiderare quegli aspetti dell’Occidente misterioso (è il titolo di un fortunato recente libro del politologo Giorgio Galli) che nelle sue latebre ha celato efferatezze e realtà politico-sociali che dalla caccia alle streghe (secoli XIV-XVIII) arrivano all’Olocausto programmato. E che dire poi del presente revival di pratiche occultistiche, di messe nere, di correnti pseudo-spiritualistiche, di tendenze più o meno autentiche orientaleggianti. Ieri come oggi la società occidentale rivela gravi insicurezze e ripropone esiti sconcertanti. Ovviamente al lettore curioso e amante di demonismi e occultismi lo scritto sul misticismo vero e falso delle donne del cardinale Federico offre ampio spazio di fantasie.

L’indice stesso delle tematiche è eloquente: si va dagli odori ai digiuni miracolosi, dai sogni visionari alle voci, dal «fanatismo», ossia l’inflazione del dono delle lingue» al pianto. Si arriva così a La fuoriuscita di latte nelle donne vergini, dove peraltro, come qua e là nella sua esposizione, il Borromeo (che pur era umanista, esteta, storico dell’arte, bibliofilo) esterna la propria incredulità e un maggiore equilibrio («Questo argomento – scrive –, l’ultimo del nostro libro, mi dà un senso di dispiacere […]. Una donna vergine affermava che le usciva dalle mammelle il latte. So che non aveva avuto figli, non metto in dubbio che le uscisse il latte, ma penso che non fosse per niente un miracolo. Gli esperti sostengono che le donne, prima ancora di partorire, se soffrono di disturbi fisici per malattie di umori, possono dare del latte […]. Si smetta dunque di parlare di miracoli»).

Ma il discorso sul miracolo e sulla mistica di un personaggio così di rilievo come il nostro Federico merita una comparazione non solo rispetto al tempo passato, ma anche alla nostra presente realtà.

Osservazioni non marginali

In questo senso è utile l’intervento del curatore del volume, che non solo ha tradotto dal latino con la sua usuale competenza, ma che lo ha anche accompagnato con 59 pagine dotte e informate, con qualche compiacente riferimento alla psicologia e al paranormale: un discorso certamente rischioso ma comunque stimolante per il lettore.

Se si affronta, ad esempio, il problema dell’apparizione (che sia di Lourdes o di Medjugorje non fa in sostanza differenza) non possono non venire a galla discorsi sulla levitazione. Non siamo più qui sul terreno della licantropia o della più banale credenza (sia pur tragica) nel volo sabbatico, ma ci rapportiamo a fenomeni oggi attentamente considerati. Basterebbe citare il caso di Padre Pio, a cui testimoni attribuiscono doni di bilocazione o levitazione. Nel corso del processo di beatificazione a Roma c’è una équipe che se ne occupa con garanzie indubbie di serietà.

Con un certo senso di humour il curatore di Ciaccia (che è anche teologo) riporta la testimonianza di santa Teresa d’Avila a proposito dei propri «rapimenti mistici», il più alto grado dell’estasi. Scriveva la santa nella Vita (cap. XX, passim): «Spesso, specialmente quando ero in pubblico e qualche volta anche in privato cercavo di resistere con tutte le mie forze. Talvolta un poco ci riuscivo, perché a volte mi era affatto impossibile, perché l’anima se n’andava, e con l’anima molte volte la testa senza potermela trattenere. Qualche volta s’innalzava anche il corpo, ma di rado».

Con estasi e miracoli ieri come oggi c’è poco da scherzare: a Medjugorje (in area comunista!) sono arrivati da tutto il mondo circa 12 milioni di pellegrini. E di Ciaccia osserva che il re del volo, per acclamazione unanime, è san Giuseppe da Copertino, dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali (1603-1663) che era famoso per volare da Osimo a Loreto, sede di un santuario mariano distante alcuni chilometri in linea d’aria. Ma a Loreto in spirituale e commovente pellegrinaggio si sono recati in questi ultimi decenni i Pontefici Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II: anche questo è un discorso che apre ampi spazi per una valutazione articolata e non pedissequamente positivistica dell’attuale spiritualità cattolica. Mi preme però, nel chiudere, di osservare come anche lo storico, il critico, lo studioso di storia ecclesiastica possano ricavare da una lettura più attenta di scritti, come questo federiciano, osservazioni non marginali.

Segnalo il capitolo XIX (Un caso di visione falsa). Il cardinal Federico, corrispondente di numerose monache estatiche, denuncia quello che, secondo lui, è un imbroglio demoniaco nei riguardi di una monaca di santa vita che aveva in monastero la visione del Cristo risorto che le appariva «come lo si suole dipingere mentre risorge dalla tomba, con un mantello ceruleo sulle spalle, il vessillo in mano e i segni di splendore sul volto. In questa forgia, la consolava e la rianimava benignamente. Al contempo però la donna, sia stando ferma, sia camminando, vedeva una piccola bestia accucciata ai suoi piedi, dall’aspetto di una scimmia o di un gatto, che le dava un piccolo senso di fastidio e di paura…».

Ebbene. Per il cardinale Federico la visione è – a causa delle bestie – frutto di interventi demoniaci ed egli impone, con la forza della sua autorità, alla monaca, di vincere la «superbia dei demoni», ricorrendo al riferimento del suo vescovo.

Si pone così qui, in maniera icastica, secondo me, tutto quanto il problema del culto dei santi con la relativa iconografia (superstiziosa idolatria per i protestanti) in un controversismo confessionale che dura da quasi mezzo millennio. Secondo un principio indicativo che è del Concilio di Trento è l’autorità vescovile che deve decidere del vero o del falso culto, del vero o del falso miracolo, pertanto Federico Borromeo, arcivescovo di Milano, decide anche qui della vera o falsa visione. Rimane pur tuttavia il fatto che la santa Veronica Giuliani, morta nel 1727, autrice di un affascinante diario mistico (Un tesoro nascosto) e protagonista di un’intera vita monacale che fu «un tormento di morte», circondata come fu per decenni da orripilanti visioni demoniache alternate alla visione del Cristo Crocefisso, è proposta oggi dal card. Palazzini come «Dottore della Chiesa». Anche il capitoletto XIX è qui a indicarci che nella storia della spiritualità c’è un discorso ancora aperto. [ATTILIO AGNOLETTO]

 

Elio D’Aurora, «Rivista lasalliana», anno LVI, N. 3, 1989, pp. 89-90.

Nella collana “I libri della clessidra”, Editrice Xenia, egregiamente diretta dall’illustre professor Attilio Agnoletto, esce codesto volume che illustra l’opera del cardinal Federico Borromeo, immortalato dal Manzoni, sul “Misticismo vero e falso delle donne”, fra il Cinquecento e il Seicento. Se la fortuna letteraria di Federico Borromeo è sempre stata limitata, nonostante gli interessanti scritti latini ed italiani, la causa è da attribuire a chi – potendolo – non ha posto mano all’opera completa studiandola e scoprendola, vera miniera dello spirito e sorgente di cultura enciclopedica.

Il di Ciaccia presenta una sua traduzione alquanto libera, ma sempre coerente col testo originale, del “De extaticis mulieribus et illusis. Libri quattuor MDCXVI”, galleria di casi allucinatori e, come ben spiega il traduttore, di fervide fantasticherie, di sintomi fobico-ossessivi e isterici, passando poi, come esempio probatorio, dalle esegesi bibliche di stampo patristico ed ebraico alle interpretazioni medioevali e cristiano-umanistiche degli oracoli greci e della teosofia egizia, dalla scienza medica della classicità alla tipologia delle razze, dalla fenomenologia delle visioni estatiche e delle apparizioni di spettri e demoni a quella delle premonizioni, delle profezie e delle “voci” che affliggono ed estasiano i privilegiati (pag. 8-9).

Il di Ciaccia spiega anche il perché ha scelto di tradurre lo scritto in versione integrale ma libera, alleggerendo il lettore da una prosa che si presenta con periodi lunghi e con molte proposizioni subordinate e con dovizia di sinonimi accostati. Bisogna poi far riscontro ai vocaboli non tutti di facile interpretazione.

L’opera del Borromeo vuol far luce sul vero misticismo, in quanto ai suoi tempi brillavano millantatori, vanificatori, eresiarchi, cantabubbole che spargevano il seme di una forma difficile da individuare seppure bene espressa da precise correnti ecclesiastiche. Il Borromeo mette quindi in luce la differenza che intercorre fra la mistica vera e quella falsa dalle molteplici sfaccettature.

Il lavoro è un’enciclopedia del pensiero mistico cristiano-rinascimentale, un florilegio di episodi estatici, una lezione di psico-fisiologia antica e di finezza psicologica, come bene fa rilevare il di Ciaccia. Il Seicento, specialmente in Francia e in Spagna, è il secolo di passione per la mistica. Francesco di Sales nel suo “Trattato dell’amore di Dio”, analisi approfondita della vita mistica, il cui centro è la conformità della volontà umana alla volontà divina, parla di “liquefazione dell’anima in Dio” e incline com’è al personalismo preferisce l’anéantissement di Canfield alla mistica di Teresa d’Avila. Quello che Jung dirà nella Patologia dei fenomeni occulti, lo aveva già detto a suo tempo il Borromeo.

E qui si innesta il fattore teologico. La teologia, infatti, non ignora che modalità straordinarie, singolari nel loro modo di accadere (pag. 27), possono pur presentarsi e di fatto sono esistite. Non pretende, però, di far diventare tutto divino ogni parte e ogni movimento della contemplazione stessa. Jansen ha definito il Seicento il secolo del paranormale. Un efficace esempio può essere rappresentato dal fenomeno della levitazione.

Teresa d’Avila, mistica per eccellenza, si staccava da terra di oltre mezzo metro; Giuseppe da Copertino volava addirittura da Osimo a Loreto, alcuni chilometri di distanza e talvolta volando lasciava cadere i sandali sulla testa di chi gli stava sotto suscitandone le improvvise ire. Ma, nota il di Ciaccia, nella vita spirituale, l’essenziale non è nelle manifestazioni strepitose e fuori del normale; ma se queste ci sono, occorre che siano vagliate in rapporto alla norma evangelica (pag. 34).

Vi è, inoltre, il fenomeno della bilocazione. Noto ormai il caso occorso a sant’Alfonso de’ Liguori, il più illustre teologo moralista. Nel 1774, mentre stava preparandosi per la messa, s’arrestò e rimase in estasi per due ore, e dopo dichiarò d’essersi recato a Roma presso Clemente XIV, che era moribondo. Presso il Papa, in effetti, in quelle due ore avevano visto il santo coloro che assistevano il pontefice, gli avevano parlato ed erano stati guidati da lui nelle preghiere.

Secondo il Borromeo il primo estatico del mondo fu Adamo, come risulta dal Genesi: “Dio fece assopire Adamo e, mentre costui dormiva, gli tolse una costola”. Sperimentarono l’estasi anche Abramo e Isacco. Ma sull’estasi il Borromeo ci mette in guardia. Egli scrive: “Di fronte all’estasi bisogna essere circospetti, per ovviare a pericolose conseguenze. Se infatti l’estasi procede dal demonio, allora la faccenda è davvero brutta; se dalla natura, non è scevra di rischi; se da Dio impone notevole trepidazione, poiché i divini misteri fanno tremare le vene. In ogni caso, in eventi del genere sarà salutare attenersi al consiglio che Cristo raccomanda alla gente che assisterà alla tremenda fine del mondo: “Se vi diranno: Ecco, è nel deserto, non uscite di casa; se vi diranno: Ecco, è nell’interno delle case, non ci credete”. In altri termini, l’infinita Sapienza avverte che la circospezione ed il timore rappresentano uno scudo validissimo contro i pericoli delle novità e delle curiosità”.

Il Borromeo asserisce poi che le visioni autentiche sono rare e che gli estatici non si trovano affatto ad ogni piè sospinto, come invece la gente inesperta è facilmente indotta a pensare. Le visioni sono poi di per sé oscure. Occorre – specifica il Borromeo (pag. 97) – procedere con i piedi di piombo; pregiudizialmente, bisogna dubitare. Nulla affermare con certezza. I doni celesti – poi egli aggiunge – vanno tenuti nascosti e porta codesto esempio: “Quando Gesù guarì i ciechi, disse loro: “Non fatelo sapere a nessuno”. Anche la Madonna si teneva tutto nel cuore, benché la fama del fanciullo crescesse di giorno in giorno”.

Il Borromeo tratta inoltre degli atteggiamenti che assomigliano all’estasi, dell’estasi naturale e degli argomenti a favore, chi più è adatto all’estasi, l’età migliore per l’estasi, i condizionamenti culturali, come avviene l’estasi, perché i sensi si assopiscono, perché Dio permette l’estasi. Né dimentica il discorso sul digiuno, la parsimonia nel mangiare, il bere, gli odori, le illusioni visive, la credibilità della percezione olfattiva, i dolori fisici, il fanatismo, ossia l’inflazione dell’uso delle lingue per concludere il tutto con il pianto, il piacere interiore, la fuoriuscita di latte nelle donne vergini. A questo punto il Borromeo ha passato in rassegna tutti gli argomenti sui quali ci sarebbe da discutere anni interi. Ma lo ha fatto con ordine, preziosità, precisione di linguaggio non comune, come non comune è il commento del di Ciaccia sull’opera tradotta e dedicata al cardinale Giovanni Colombo. [Elio D’Aurora]

 

Attilio Agnoletto, «Il Ragguaglio librario», anno LVIII, 7-8, luglio-agosto (1991) p. 237.

Il contenuto del libro è precisato dal sottotitolo: si tratta della traduzione di un’opera del Borromeo sul misticismo «femminile» (e non) a lui contemporaneo. E la prima traduzione di un lavoro tanto importante quanto ignorato. Lo scritto è un interessantissimo documento non solo del pensiero mistico nell’area milanese tra Cinquecento e Seicento, ma anche delle reali esperienze nel mondo laico e tra le mura mo-nastiche. Il pregio dell’intervento del Borromeo intorno all’argomento, peraltro a lui molto caro, è infatti quello di erudire e illuminare i potenziali «estatici», uomini e donne, circa un fenomeno cosi «straordinario», ma anche, all’epoca, così diffuso: «nuovo» segno, a suo dire, della divinità della Chiesa. Era infatti l’epoca degli angeli facili: era anche l’epoca, però, delle facili invenzioni mistiche. Per tal motivo lo scritto risulta una ricca miniera di fatti, o misfatti, tra il sensazionale e l’edificante, di episodi concreti tra l’inverosimile e la turlupinatura. Compito del vescovo, profondamente sentito dal Nostro, era quello di indicare i cri-eri dell’autenticità e del valore delle esperienze «mirifiche», oppure della loro «fantastichezza». La criteriologia si dimostra illuminata e sapiente, stabilendo ad esempio che, salvo prova contraria ineluttabile, i fenomeni straordinari debbano ritenersi di origine non diabolica né divina, ma «naturale». Così, egli non solo anticipa alcune ipotesi della psicoanalisi e della parapsicologia, ma anche, descrivendo tanti casi di misticismo spurio, crea un’opera narrativamente molto godibile. La scelta metodologica della traduzione ha voluto perciò esaltare tale impianto narrativo, in modo da rendere molto agile e fruibile il testo secentesco.

Di Ciaccia ha premesso una lunga introduzione esplicativa (di circa 90 pagine), per chiarire elementi concettuali e problemi ideologici. Ne citiamo alcuni: la differenza tra mistica ed ascetica, tra mistica «divina» e mistica naturale; le ragioni della enfatizzazione secentesca della mistica; il contesto culturale federiciano, che era quello umanistico; il significato delle intrusioni, nel misticismo rinascimentale e secentesco, delle varie Sibille di classica memoria, e così via. Ci pare dunque che ne sia derivata un’opera molto significativa nel panorama della storia del pensiero religioso e in quello delle fenomenologie del preternaturale sia per la novità della divulgazione di un suggestivo testo federiciano, sia per la messa a punto compiuta dal saggista. Attilio Agnoletto.

 

Pier Giorgio Longo «Rivista di storia e letteratura religiosa», Anno XXVII, 1991, n. 2, p. 382.

Si tratta di una traduzione, libera e incompleta, dell’opera del cardinale Federico Borromeo, De ecstaticis mulieribus et illusis libri quatuor (Milano, 1616). Il volume comprende anche un’ampia introduzione del Di Ciaccia dove sono sviluppati alcuni nodi problematici del testo borromaico: l’attenzione alla mistica sul versante dell’apologia cattolica, la condanna dell’inflazione del misticismo, le sue valenze essenzialmente parapsicologiche. Sono, poi, studiati i rapporti tra la riflessione sul misticismo e la formazione umanistica del cardinale per cui si mette in evidenza che il suo pensiero «riflette il clima neoplatonico dell’Umanesimo quattro-cinquecentesco». Seguono alcune considerazioni su teorie e fenomeni esaminati nel libro, quali la teoria medica di Galeno, la dottrina dei temperamenti e del «calore innato», la prodigiosità del sogno, etc. Precede un ampio capitolo dedicato a questioni di definizione terminologica per cui l’autore tende ad accentuare l’aspetto parapsicologico della riflessione sulla «mistica» da parte del Borromeo. Il Di Ciaccia avverte che «l’opera rappresenta una «summa» del fenomeno mistico, non solo nel pensiero del cardinale, ma anche nelle sue manifestazioni tra il ‘500 e il ‘600». Essa ha una dimensione ed una destinazione essenzialmente didattica su tutte le forme di fatti «nova et inusitata». In secondo luogo la concezione della mistica rimanda all’idea di essa in età rinascimentale «ormai colorata di effervescenze barocche».

Infatti l’opera è definita «un condensato del cosidetto preternaturale approdato al gusto secentesco della vistosità», per cui risulta non solo «una piccola enciclopedia del pensiero mistico-cristiano rinascimentale ed un florilegio di episodi ‘estatici’, ma anche una lezione di psicofisiologia antica e di finezza psicologica».

Insomma uno spazio di curiosità per persone intellettualmente «curiose». L’autore affronta la lettura del testo sul piano culturale in senso vasto, filosofico e letterario; meno rilevanti, invece, risultano le attenzioni ai dati storico-filologici.

La stessa traduzione spesso risente di manipolazioni storicamente e, quindi, filologicamente non giustificate, anche nelle omissioni dei passi per le presunte caratteristiche di ridondanza.

Ma forse tale operazione si giustifica in relazione al destinatario del prodotto che nella più vasta cerchia possiamo identificare con coloro che anelano «ad esplorare il mondo affascinante dell’occulto». Da questa prospettiva, allora, ci sembra particolarmente illuminante la dichiarazione del Di Ciaccia a p. 32: «La nostra intenzione, ingenua e semplice, è quella di offrire una pur vaga idea, angusta e delimitata che sia, dello scenario paranormale qua e là documentato nella storia, facendo intendere, quindi, che le manifestazioni ed i fatti raccolti e menzionati nel libro borromaico non sono parto della fantasia d’un malato, non sono invenzioni stravaganti, né episodi rintracciati con la lanternina d’un maniaco». [Pier Giorgio Longo]

 

Giuseppe A. Brunelli, «Studi francescani», anno 89, 1992, n. 1-2, p. 152.

Nella collana diretta da Attilio Agnoletto «I libri della clessidra», è apparso, dedicato «a Giovanni Colombo cardinale / con personale gratitudine», il presente volume: uno studio articolato in una breve introduzione ed in quattro capitoli, per un terzo delle pagine dell’intero volume, cui fa seguito, nel capitolo quinto, l’opera del cardinale di Milano, Federico Borromeo, De ecstaticis mulieribus et illusis, Libri quatuor, Mediolani, Anno M.DC.XVL, tradotta in italiano, con le relative note di ulteriore commento del presentatore e traduttore, il tutto a riempire gli altri due terzi del libro.

Si direbbe che l’intento della collana editoriale sia quello di una intelligente volgarizzazione culturale e l’autore che ha curato il nuovo contributo non si preoccupa di darci l’originale testo latino del cardinale milanese, con le lungaggini e ripetizioni proprie d’una età in cui poteva ancora suonare elogiativo il termine «prolisso». Francesco Di Ciaccia ci offre un commento ammirevole per informazione e chiarezza, dalla lingua scritta passando volentieri alla lingua parlata, e ci da una traduzione italiana intesa a darci non la forma del discorso secentesco ma la sostanza, aggiungendovi di suo una piacevolezza che può essere d’ogni tempo se non d’ogni autore. Eccone un breve esempio, una frase in cui è poi gran parte della sostanza del libro, che parla più di estasi che di donne, e di tali fenomeni come di fatti naturali più che non soprannaturali, secondo il detto evangelico: «Date a Dio quel che è di Dio, a Cesare ciò che è di Cesare».

Pag. 187 (dal paragrafo o capitolo XXXII del trattato): «Orbene: le delizie delle menti estatiche sono, senza paragone, più dolci di quelle d’un libro, per quanto gustoso e ben scritto. Perciò, se c’è una estatica che pena tanto da sembrare moribonda, e poi, d’improvviso guarita, torna allegra e piena di energie, allora il fatto può essere miracoloso; ma potrebbe anche avere una causa naturale».

Un libro per i confessori e per i curiosi, dove la donna è vista dall’uomo più nella sua debolezza e diversità che nel suo carisma. Mi basti quest’altra citazione dal trattato, sempre dalla stessa pagina, continuando:

«Confrontando il carattere dei due sessi, notiamo che le donne sono più chiacchierone, querule e sconsiderate: fanno un gran baccano per un doloruccio e si lamentano più di quel che soffrono». Segue una serie di «testimonianze», lasciateci non da donne naturalmente, ma «autorevolmente» classiche: di Euripide, Tibullo, Properzio e Ovidio: «Con eleganza Publio [Ovidio Nasone] incalza: – È per imbrogliarci che le donne hanno imparato a lacrimare! – [Ed il cardinal Federico conclude:] Se uno vuol fare il domatore di cavalli, deve conoscere la natura di questi animali; altrimenti, lasci ad altri il mestiere. Così anche noi» (p. 188).

Senz’altro più interessanti le note, non puramente bibliografiche e che ulteriormente allargano il commento del lavoro, che è stato scritto, come lo stesso trattato, non per edificazione ma per chiarirci le idee e, come scrive il curatore e traduttore, «mentre non interessa affatto alle persone impegnate spiritualmente, può piacere a quelle culturalmente curiose» (pag. 8). E anche se non vi si parla delle donne sempre nel modo migliore, il trattato può considerarsi parte di quella letteratura, più o meno religiosa, in versi e in prosa, scritta sulla donna, ancora una volta per riempirne l’immaginario dell’uomo, ritrovi egli in lei la Madre, ne faccia una Beatrice per innalzarsi fino a Dio e, come Circe, una complice. Il cardinal Federico vede una testimone della fortuna che nel suo tempo ha la Mistica e, mentre sopravvaluta quest’ultima sul piano della storia del soprannaturale, si rende conto di come la donna, anche in mezzo a tanti «estremismi» che la vorrebbero ora Santa ora strega, resta una creatura essenzialmente naturale. In quanto allo sgarbo un po’ misogino, fa anch’esso parte di quella letteratura quando considera la donna «naturaliter». [Giuseppe A. Brunelli]

 

 

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