Recensioni, D’annunzio al Vittoriale

Recensioni e segnalazioni, in ordine cronologico di pubblicazione

 

Pietro Gibellini, Una lettura avvincente, «Rosetum», Anno XLI, n. 3 – Marzo 1997, pagina 12.

La bibliografia dell’epistolario dannunziano, che già nel 1971 bastava a riempire un volume (alludo al censimento di Giuseppe Ravegnani, D’Annunzio scrittore di lettere), è oggi più che raddoppiata. […] Non sembri, questa, una diminuzione del rilievo di queste lettere: l’inflazione colpisce la moneta cattiva, mentre anche il biglietto più rapido e occasionale di D’Annunzio ha il sigillo di uno stile che lo rende principesco. […] Banale non può certo dirsi questo carteggio con Giuditta Franzoni, l’infermiera che diede assistenza al poeta dai primi tempi del Vittoriale fino al 1° marzo del 1938, quando sorresse sul suo braccio il capo reclinato del poeta morente. […] Il tocco del maestro si riconosce anche nei passaggi fugaci, calibratissimi che egli interpone alle comunicazioni pratiche, alle richieste formulate o alle disposizioni impartite. […] Togliendo l’immagine al Convivio dantesco, possiamo dire che se le lettere alla fedele e discretissima Giuditta “fatutto” sono un companatico assai gustoso, il pregio del libro è però nel pane dell’erudiziene e dell’esplicazione che l’accompagna. Come un rigoroso investigatore, Francesco Di Ciaccia scava tra le pieghe di ogni lettera: fissa una data, scioglie uno pseudonimo, ricostruisce un’occasione, corregge una versione vulgata, adduce sistematicamente le pezze d’appoggio. […] La lettura del commento diventa così più avvincente di quella delle lettere, perché, muovendo dall’esile traccia di ogni missiva, lo studioso ci conduce in punta di piedi nelle stanze del Vittoriale, ci svela i segreti della vita quotidiana, senza però peccare di indiscrezione. […] Oltre a ricostruire minuziosamente l’harem del Comandante, il curatore ci conduce dentro i meandri della psiche dannunziana (la pignoleria, le piccole manie, i tic mentali). L’affascinante galassia dei particolari si raggruma però intorno a nuclei tutt’altro che marginali, cui l’autore accenna nell’introduzione: la pista più avvincente è quella del francescanesimo dannunziano. […] Tuttavia andrei cauto ad attribuire a D’Annunzio l’etichetta di credente (che sarebbe poi da precisare nei dettagli e nelle sfumature); certo è che non regge più la definizione opposta, e ancora troppo vulgata, quella di agnostico o miscredente. Anche questa è una certezza che, fra tante altre avanzate con mano discreta e con scrupolo argomentativo, l’autore di questo libro ci regala. [Pietro Gibellini]

 

Max Bruschi, Gabriele D’Annunzio. Monachino di ferro tra sandali, pantofole e gonnelle, «Il Sole 24 Ore», domenica 23 marzo 1997, p. 23.

Nell’immenso epistolario di Gabriele D’Annunzio si rintracciano quando a quando inattese faville di poesia, quali le Lettere a Barbara Leoni che pure, scandalosamente, giacciono da decenni impubblicate.

Più prosaiche, ma altrettanto importanti, sono le carte atte a illuminare il lato più privato del cantore di Alcyone, come questa corrispondenza con Giuditta Franzoni “fatutto”, infermiera e manutengola, donna e ciò nonostante sfuggita alle priapiche evoluzioni dell’imaginifico “monachino di ferro”.

Il libro di Francesco di Ciaccia, pettegolo, ma documentato, si apre illustrando i rapporti di “fra’ Gabriele” con i Cappuccini di Barbarano di Salò, custodi del carteggio. Chi conosca gli arredi “conventuali” del Vittoriale, le citazioni dal Canticum creaturarum («Laudata sii pel tuo viso di perla, o Sera!»), l’abitudine di D’Annunzio a presentarsi come “terziario francescano”, non si stupirà di quanto il poeta corteggiasse le istituzioni minorite, quasi cercasse la “bulla” al suo sensuale misticismo Né può sorprendere che i frati di Barbarano godessero incantati nell’ascoltare questo loro anomalo confratello: come scrisse Sibilla Aleramo, il suo fascino «derivava dalle cose che la sua bocca diceva e dal modo come le diceva»; D’Annunzio stesso si attribuiva, nel Libro segreto, «la virtù di conciliare l’inconciliabile», tramite la parola.

Non meno interessanti le «comunicazioni di servizio» del Vate in pantofole a Giuditta consentono a di Ciaccia di descrivere, tra “badesse” e “clarisse” e “ospiti” più o meno di passaggio, un harem tanto sterminato quanto sottomesso al pur decrepito Comandante; di rivelare come l’esercizio erotico, quotidiano ed estenuante, fosse diventato la “condizione alla poesia” del “poetta porcell”; di ricostruire superstizioni e malanni dell’“Oloferne” in disfacimento. (Max Bruschi)

 

Paolo Di Vincenzo, Nel libro di Francesco Di Ciaccia la corrispondenza inedita con la Franzoni. Giuditta, l’ultima donna. Il vate si spense tra le braccia della sua infermiera, «il Centro», 5 aprile 1997, pagina 1 di Cultura & Spettacolo.

«Giuditta Franzoni è colei che al tramonto dell’esistenza seppe dare a Gabriele D’Annunzio il caldo affetto della sorella, l’assidua cura di una assistenza colma di trepidanti premure». Tra le sue braccia il Vate si sarebbe spento il 1° marzo 1938. Una figura insolita, insomma, tra le donne del Vate, quella che viene raccontata da Francesco Di Ciaccia nel volume D’Annunzio e le donne al Vittoriale (Terziaria Milano, 222 pagine, 30 mila lire). Il Sottotitolo, “Corrispodenza inedita con l’infermiera privata Giudina Franzoni”, spiega già il contenuto del volume. Ma l’autore racconta il ruolo di questa donna che, «pur frequenrando D’Annunzio tutti i giorni dal 1922 al 1938, non entrò mai personalmente – almeno non consta – nell’immaginario erotico di D’Annunzio».

Giuditta, fedelissima infermiera, avrebbe però fatto da tramite tra il poeta e le sue numerose donne, il Vate, scrive Pietro Gibellini nella presentazione, «ricambiò la sua dedizione con un affetto casto – sentimento raro nel poeta, in cui l’avanzare dell’età non affievoliva l’ossessiva propensione a crearsi un harem -, espresso in toni che si direbbero francescani, che si addicono alla sede in cui Francesco Di Ciaccia, il curatore, ha recuperato le missive, quel convento dei frati cappuccini a Barbarano di Salò cui Giuditta li aveva donati».

Nel volume viene spiegato dunque il momento importante, quello della fine. L’autore nella introduzione con toni un po’ infervorati sottolinea: «Le testimonianze di Giuditta convergono anche ad appurare qualche dato sulla morte, esse correggono la circostanza, riportata pedissequamente da biografo a biografo, su come morì D’Annunzio. I biografi riferiscono, senza far riferimento ad alcuna fonte, che morì “sulla breccia”, sul “tavolino” di studio, mentre stava “scrivendo”. In questo libro si dà testimonianza che D’Annunzio non morì sulla breccia. Non è detto, per ciò stesso, che Giuditta sia veritiera – questo è un problema di vaglio testimoniale -: ma pelomeno si ha una versione documentata». (p. d. v. [Paolo Di Vincenzo])

 

Mario Bernardi Guardi, Gabriele D’Annunzio e le donne del Vittoriale in un libro di Francesco di Ciaccia. La confidente del Vate. Prossimo alla morte, il poeta trovò nella sua infermiera una consolazione affettuosa, «Secolo d’Italia», Giovedì 10 aprile 1997, pagina 17.

Che può mai essere il riposo per un guerriero come D’Annunzio? Meditazione, contemplazione, nostalgia, malinconia, non c’è dubbio: ma anche mai sopita sensualità. Un esilio volontario, costruito su uno sfarzoso cumulo di memorie; ma anche la dimora filosofale di un Principe della Parola, meta di ininterrotti pellegrinaggi di ammiratori ardenti di devozione, di dame in amore, di potenti che non escludono un improvviso colpo d’ala di chi non può obliare il suo ruolo di protagonista.

D’Annunzio al Vittoriale: un «vecchio guercio tentennone» e «senza denti», ma tutt’altro che una mummia. È vero: nel ‘22, alla ribalta della storia, non c’è più l’Immaginifico che qualche anno prima, a Fiume, unico tra i poeti di tutti i tempi, come avrebbe detto Pound, era riuscito a conquistare una città; si va adesso facendo avanti, e tra gli applausi, un giovane agitatore della politica, che mescola baldanza, irruenza e spregiudicatezza a un sottile fiuto nel giudicare gli uomini e a un indiscutibile talento nel saper suscitare entusiasmo afferrando al volo umori, imperativi, parole d’ordine e miti d’azione. Amico e rivale di D’Annunzio, Benito Mussolini ha letto Nietzsche come lui e da tutti gli irrazionalismi si è lasciato affascinare; ma è stato anche alla dura scuola di realismo e di concretezza della Voce, e sa che, per governare, il Superuomo deve andare a lezione da Machiavelli. D’Annunzio, comunque, non è né uno sconfitto né un sopravvissuto: e come potrebbe esserlo se continua a creare – anzi, se addirittura si rinnova, di sé intuendo, vene segrete, come nelle Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire -, se non la smette di essere un instancabile collezionista di cuori femminili (ma non è un uomo arido; ad ogni donna dona qualcosa; di ogni donna sa valorizzare qualcosa che neppur lei sospettava); se è capace di piegare la testa di fronte al mistero del Sacro, non nascondendo commossi palpiti – che sarebbe errato definire unicamente estetizzanti – dinnanzi alla affettuosa pietas dei francescani. È da tempo che D’Annunzio non fa mistero della profonda fascinazione che gli viene dai Fioretti e dal Cantico delle creature: e se la panica sensualità in cui gli piace immergersi – pensiamo alle poesie dell’Alcyone e in particolar modo alla Pioggia nel pineto – appare assai lontana dal misticismo cristiano, pure è innegabile che la magnificenza dannunziana, quella ebbra dovizia che neppure l’estasi riesce a placare, può trovare requie e consolazione nell’opposto: l’umiltà candida e intenerita, l’arrendevolezza del sorridente abbandono a Dio. La convulsione dionisiaca – e non solo per l’intimo compiacimento di una nuova sensazione – trova un attimo di tregua, bussando al convento dei frati di Barbarano di Salò per una visita improvvisa il 3 agosto 1937. Evento importante: e ce lo racconta in tutti i suoi retroscena, e dando spazio al colore di cui si caricò e alle molte ipotesi che fece nascere, Francesco Di Ciaccia in D’Annunzio e le donne al Vittoriale (presentazione di Pietro Gibellini, Terziaria, pp. 222, L. 30.000). Irnportante, abbiamo detto: e perché un D’Annunzio ormai in limine vitae – sarebbe morto il primo marzo dell’anno successivo – seppe colpire la fantasia degli stupiti e affaccendati fraticelli, quasi che la sua capacità seduttiva fosse rimasta intatta; e perché al convento, Giuditta Franzoni, infermiera privata del Vate, avrebbe poi fatto dono delle lettere a lei inviate dal Poeta tra il ‘22 e il ‘38: una corrispondenza finora inedita che il Di Ciaccia offre all’attenzione del lettore, supportata da un accurato impianto filologico e da adeguati commenti storico-biografici. No, Giuditta Franzoni non entra nel novero delle appassionate amanti dannunziane: fedelissima e devotissima al Comandante, da lei addirittura venerato, ne ebbe in cambio, come scrive Pietro Gibellini, «un affetto casto – sentimento raro nel poeta, in cui l’avanzare dell’età non attenuava l’ossessiva propensione a crearsi un harem -, espresso in toni che si direbbero francescani». Non poteva, però, dirsi propriamente francescana la complicità che legava Giuditta al suo benevolo padrone: era, sì, un’infermiera sollecita e premurosa, capace di sopportare sfoghi, lamentazioni e miserie di un uomo malato, confortandolo col caldo affetto di una sorella; ma era anche una confidente, e della razza di quelle che non tradiscono. Raccogliendo gli ordini di servizio del Poeta, raccoglieva anche ben diversi messaggi: e doveva far fronte a raccomandazioni e richieste per quella o quell’altra mediazione tra Gabriele/Gabriel/Ariel e amanti occasionali oppure un po’ più ostiche ad esser congedate. Come Lina R., che si era infatuata di D’Annunzio sui banchi di scuola ed era talmente bella che il poeta «si intratteneva con lei per mirare estasiato il suo corpo, ornandolo a volte di fiori».

Di Lina leggiamo missive ardenti e via via sempre più desolate: «(…) mi sento tanto piccola e una povera cosa, che non ha più forza, né volontà, e che è nelle tue mani.

Ho paura che tu m’abbandoni, e mi sento disperatamente sola, non sono calma, mi pare che tutto crolli intorno a me, e tutto finisca, senza un ricordo. Mi inginocchio davanti a te, e imploro il tuo perdono, e piango».

Il Bel Farfallone Amoroso a cui la lettera è diretta – e Giuditta continuava a far da complice, convinta che fosse «cosa virtuosissima il fatto che le donne concupite si sottomettessero con umiltà e docilità ai voleri di lui» – ha settantadue anni, è onesto di fama e di gloria, vive in una casa che è già un monumento, ben presto anche lui lo sarà, inattaccabile dal tempo e dall’invidia degli uomini, privi – ahimé! – di una Lina, bellissima e in trepida adorazione, e di una Giuditta, strenua consolatrice di un Dioniso in saio francescano, tentato di morire ma innamorato della vita. (Mario Bernardi Guardi)

 

Luca Orsenigo, Una biografia di Francesco Di Ciaccia. Sulle tracce di Gabriele D’Annunzio, personaggio e attore attraverso la sua “collezione” di donne e donnine, «Il Gazzettino», Domenica 27 aprile 1997, pagina 17.

Seppur studioso di vaglia, Francesco di Ciaccia, come spesso accade, è sconosciuto al grande pubblico vuoi per personale ritrosia, vuoi perché quanto è andato fino ad ora scrivendo ha trovato spazio solo presso editori specializzati, lontani dai clamori dei grandi numeri. È il caso infatti anche di questo suo D’Annunzio e le donne al Vittoriale con presentazione di Pietro Gibellini, per le edizioni ASEFI – Terziaria, di Milano.

Si direbbe a prima vista l’opera di un erudito, utile solo ad appassionati ed addetti ai lavori, ma non è propriamente così. Almeno non solo. Di Ciaccia infatti s’è qui trasformato in un investigatore alla Sherlock Holmes che, talvolta un poco moralistico, talaltra divertente e salace, ci accompagna nello spulcio dell’inedita corrispondenza che il vate teneva quasi giornalmente con la sua infermiera privata, Giuditta Franzoni. E lì, tra richieste peregrine, ordini di servizio e sbalzi d’umore, il sorvegliato è non solo D’Annunzio e il suo comportamento «“heroicoerotico”, estetico, che tendeva a conservarsi in ogni circostanza», ma tutta la fauna variopinta di donne e donnine, giovani e meno giovani, che ne hanno allietato l’esistenza all’incirca dalla fine degli anni Venti.

Fin qui ancora niente però. Lo studio sembra somigliare alle tante altre ricerche che analizzano i carteggi e indagano tra la corrispondenza privata dei personaggi celebri, dando a volte materia per un supplemento d’indagine critico-testuale, più spesso catalogando stranezze o formulando ipotesi inattendibili, frutto di un pourparler senza capo né coda.

Questo libretto invece fa tutto il contrario. Di Ciaccia la sa lunga infatti. E non transige sul metodo, fatto di riscontri precisi, documentati e controllabili, ma neppure sorvola sulle possibili inferenze testuali. E non solo. Si diverte anche e soprattutto diverte il lettore, perché il D’Annunzio – e il gabrieldannunzianesimo – che balza fuori da queste pagine è vivo e vero come non mai, a tutto tondo, con le sue idiosincrasie e le sue malinconie, la sua retorica e i suoi slanci vitalistici.

Inoltre il commento che il curatore fa seguire ad ognuno dei bigliettini, che poi la Franzoni ha donato ai vicini cappuccini di Barbarano di Salò, pur se chiosa “comunicazioni di servizio”, fa luce su alcuni fatti fino ad ora dati per certi. La morte del poeta ad esempio, che la vulgata voleva avvenuta allo scrittoio, nell’ultimo degli inimitabili momenti creativi, è qui invece documentata in ben altro modo, prosaico e banale quant’altri mai. Non è lesa maestà certo, il re era nudo da tempo, ma ugualmente il D’Annunzio personaggio e attore che trascorre in queste pagine è tale, anche nel ridicolo, da far impallidire qualsiasi macho nostrano, in canottiera o in doppio petto. Luca Orsenigo

 

Guido Vigna, Carteggi / L’ultimo D’Annunzio, «Corriere della Sera», 8 giugno 1997, pagina 35.

L’ultimo D’Annunzio, tormentato dagli acciacchi e dai malanni, si può scoprire in D’Annunzio e le donne al Vittoriale di Francesco di Ciaccia (Terziaria, pp. 222). Il libro, a dispetto del titolo che vuol essere intrigante, propone le lettere di D’Annunzio a Giuditta Franzoni, l’infermiera che gli fu al fianco negli ultimi anni e che l’1 marzo 1938 «sorresse sul suo braccio il capo reclinato del poeta morente» (Guido Vigna).

 

Redazionale, Pubblicato un inedito carteggio tra Gabriele D’Annunzio e Giuditta Franzoni, infermiera maitresse. “Postina” delle notti d’amore del Vate, «la Padania», 11 luglio 1997, pagina 21.

Era l’infermiera privata, Giuditta Franzoni, la “postina” preferita da Gabriele D’Annunzio per recapitare i suoi messaggi d’amore: dalla fine degli anni Venti, il Vate aveva affidato a lei il compito di contattare le amanti.

Tramite Giuditta, faceva arrivare gli inviti più o meno galanti per trascorrere qualche serata di “fuoco” oppure le affidava l’incarico di individuare “il nido d’amore” dove “riposare” per una o più notti fuori dai fasti della “reggia” del Vittoriale. E toccava sempre a lei avvicinare le “signorine” che il poeta aveva visto in fotografia oppure di cui aveva sentito parlare bene da amici o conoscenti.

A identificare la “postina” è stato il ricercatore Francesco Di Ciaccia autore del saggio “D’Annunzio e le donne dei Vittoriale” (Terziaria edizioni), nel quale è pubblicato il carteggio inedito con la Franzoni, che assistette lo scrittore fino al giorno della morte, avvenuta il 1 marzo 1938.

La corrispondenza, conservata nel convento dei frati cappuccini di Barbarano di Salò a cui vennero donate dalla stessa infermiera, rivela le comunicazioni pratiche, le richieste formulate e le disposizioni impartite a Giuditta perché al Vittoriale non mancassero mai donne da concupire. A proposito di una non identificabile “signorina di Brescia”, Giuditta, che aveva ricevuto l’incarico di mediazione perché la donna accettasse le proposte di D’Annunzio, assicurava al vate che “colei era pronta ad ogni suo cenno”, accludendo alla lettera “due fotografie”.

Giuditta Franzoni riuscì anche a far cadere nelle braccia dell’anziano poeta – come risulta sempre dal carteggio – una delle poche donne che si era mostrata assai riluttante verso le avances del Vate: Ines Pradella, la splendida modella che posò per il pittore Guido Cadorin che al Vittoriale dipinse, tra il 1924 e il 25, la “Stanza del Lebbroso”. D’Annunzio si raccomandava: “Cara Giuditta, potresti, domattina, tra le undici e mezzogiorno, far pervenire nelle mani di Ines una mia lettera scritta liberamente? La lettera deve essere letta soltanto da Ines”. L’infermiera assolse al meglio il suo compito e riferì al Comandante che la giovane era “pronta a tutto”.

Il ruolo segreto affidato all’infermiera risulta anche da un appunto autografo indirizzato all’amante francese Aelis Mazoyer, da lui definita la “maitresse” del Vittoriale, nel quale si cita il caso di una donna da contattare a tutti i costi: “Abita a Gargnano? Potete farle pervenire una mia lettera e un pacco? Penso che Giuditta potrebbe recarsi a farle visita”.

D’Annunzio si rivolgeva all’infermiera anche per commissioni particolarmente riservate, senza passare attraverso la “direttrice” del Vittoriale, Luisa Baccara. È il caso di un contratto di affitto dal 1932 al 35 per un appartamento in una villa, dal poeta chiamata” Vittoria”, destinato a una sua amica, dove voleva incontrarla in assoluta segretezza. All’infermiera, fin quasi all’ultima settimana di vita, il Vate affidò i messaggi per le donne con le quali voleva passare qualche ora, impegnato in spossanti giochi erotici. Lo si apprende, ad esempio, da un biglietto del dicembre del 1937: “Ti prego di avvisare Luisa e Donella che fra una mezz’ora salirò, anche mezzo morto”.

Immagine ne la Padania
[Immagine (Foto Aelle) inclusa nel testo della recensione ne «la Padania», 11 luglio 1997, pagina 21]

 

Redazionale, D’Annunzo, non fu una morte «eroica», «Corriere della Sera», martedì 12 agosto 1997, pagina 27.

Gabriele non morì “sulla breccia”, cioè sul suo “tavolino di studio”, mentre stava scrivendo al Vittoriale. Secondo la testimonianza inedita della sua infermiera privata, Giuditta Franzoni, la morte del Vate risulta meno eroica di quanto sia stata presentata da tutti i biografi. La sera del 1° marzo 1938, in realtà, il poeta stava a letto, malato com’era da tempo, e non a scrivere; fu colpito da un malore, e si accasciò sulla sedia tra il tavolino da lavoro e il letto. La nuova versione sulla morte del Comandante è offerta dallo studioso Francesco Di Ciaccia nel libro «D’Annunzio e le donne al Vittoriale» (Terziaria Edizioni)

 

Editoriale, D’Annunzio a Barbarano, Avv, 5 settembre 1997, pagina 20.

Due quadri, raffiguranti san Francesco, e una torta alla crema: furono questi gli «ex-voto» di Gabriele D’Annunzio per i padri Cappuccini del convento di Barbarano di Salò, a poca distanza dal Vittoriale, per ringraziarli della «grande gioia provata per essere stato accolto con tanta semplicità e fraternità». Al «francescanesimo» dannunziano, già conosciuto dalla critica letteraria, si aggiunge ora un nuovo tassello, grazie alle scoperte del ricercatore Francesco Di Ciaccia, che ha trovato, nell’Archivio Provinciale dei Cappuccini Lombardi, a Milano, testimonianze inedite sui rapporti del Vate con i religiosi. Il primo gesto di «amicizia» di D’Annunzio con i frati risale al 1926, quando gli donò un quadro di Dino Baccarini. Un altro quadro fu regalato ai frati nell’estate del 37, commissionato a Ercole Sibellato come ex-voto per il volo su Cattaro, raffigurante il volto del santo e una nave crociata sullo sfondo.

 

Redazionale, D’Annunzio «maestro» dei cappuccini?, Avv, 22 ottobre (1997) pagina 22.

Due quadri, raffiguranti san Francesco, e una torta alla crema preparata da Luisa Baccara furono i doni di Gabriele D’Annunzio per i padri cappuccini del convento di Barbarano di Salò per ringraziarli della «grande gioia provata per essere stato accolto con tanta semplicità e fraternità». Pochi mesi prima della morte, nell’estate del 1937, il Vate si decise, infatti, a varcare la soglia del monastero. É quanto risulta da alcuni documenti ritrovati da Francesco Di Ciaccia nell’Archivio provinciale dei cappuccini lombardi a Milano: secondo il resoconto della improvvisa visita ai religiosi, D’Annunzio non esitò persino a dare lezioni di francescanesimo ai suoi stupiti ascoltatori.

 

Segnalazione, Cronache, a cura di Antonello Satta Centanin, «Poesia», Anno X, ottobre 1997, N. 110, pagina 36.

Gabriele D’Annunzio non morì scrivendo (“sulle sudate carte”, è stato spesso scritto), come fino ad oggi hanno sostenuto le svariate biografie a lui dedicate, ma accasciandosi sulla sedia tra il tavolino da lavoro e il letto. La nuova versione sulla morte del poeta è illustrata nel libro D’Annunzio e le donne al Vittoriale di Francesco di Ciaccia (Terziaria Edizioni), nel quale sono raccolti documenti inediti di Giuditta Franzoni, l’infermiera privata di D’Annunzio. Secondo le nuove testimonianze, le ultime parole del Vate furono: “Dite alla Giuditta di portarmi un calmante”.

 

Redazionale, «Tuttoscuola», a. XXIV, febbraio 1998, n. 379, pagina 52.

Infine un D’Annunzio in prospettiva diversa da quella della storiografia ufficiale è quello di D’Annunzio e le donne al Vittoriale. Corrispondenza inedita, di Francesco Di Ciaccia (Terziaria, pp. 227). Ne esce un uomo con abitudini che riflettono i meandri di una personalità contraddittoria.

 

Silla di Ciaccia, D’Annunzio e le Donne, «Abbruzzo nel mondo», Anno XVI, N. 9-10, novembre-dicembre 1998, pagina 3.

Le donne di D’Annunzio non cessano di appassionare gli studiosi del Vate, i curiosi dell’uomo e gli abruzzesi più devoti. Per i tipi editoriali della ASEFI di Milano, Francesco di Ciaccia, docente di letteratura italiana, scrittore fecondo che ha ricevuto molti premi nell’86, ‘88, ’89, ‘90, e fra essi il Premio della Cultura della Presidenza C.M. e il Premio Città di Pescara, ha scritto di recente «D’Annunzio e le Donne al Vittoriale – Corrispondenza inedita con l’infermiera privata Giuditta Franzoni» (presentazione del professor Gibellini).

L’Autore esamina e scava fra le parole del carteggio inedito su Gabriele, l’ultimo, quello che riguarda la fedele e discreta Giuditta, l’infermiera che gli diede assistenza fino al 1° marzo 1938, quando il poeta, prematuramente, reclinò il capo per sempre (forse avvelenato): “irriprovvisamente mi stringe forte la destra, me la fa battere sul tavolo come per dirmi resta qui. E si accascia sul suo braccio”.

In copertina invece la foto della bella Maria Hardouin di Gallese, sposata a lui giovanissima, in matrimonio segreto, sfuggendo alle ire dei genitori di lei. (Silla di Ciaccia)

 

[Giovanni Saverioni], «la tenda», Anno XXV, n. 8, ottobre 1999, pagina 7.

Il prof. Francesco Di Ciaccia è un pescarese che ha studiato filosofia, letteratura e teologia e ha scritto tanti libri, su tanti argomenti. Nel 1988 ha ricevuto il Premio della Cultura della Presidenza dei Consiglio dei Ministri.

Singolare è il suo libro su D’Annunzio e le donne che frequentavano il Vittoriale: D’Annunzio e le donne del Vittoriale – ASEFI srl, L. 30000. Egli ha scovato, negli archivi, tante lettere scritte da D’Annunzio (in genere, alle donne), le ha riportate, interpretate e commentate. Le lettere sono conservate nell’Archivio generale del Vittoriale (AG), nell’Archivio personale di D’Annunzio, sempre al Vittoriale (AP), e poi nell’Archivio Provinciale Cappuccini Lombardi (APCL). Questo libro, perciò, è una storia dei sentimenti, e soprattutto, degli amori di D’Annunzio: una storia che non fa onore all’uomo D’Annunzio, anche se non appanna il suo valore di poeta. Inoltre, quei documenti hanno dato l’opportunità, a Di Ciaccia, di accennare al legame affettivo (malgrado tutto) da parte di D’Annunzio per sua moglie e al rapporto con la religione.

D’Annunzio, malgrado la sua vita dissoluta, continua ad amare sua moglie, la Signora Maria Hardouin di Gallese (principessa di Montenevoso) e, quando essa si ammala, il poeta si impegna perché venga curata. E, in occasione del suo onomastico, le scrive: «Cara, cara Maria, penso sempre a te, ma oggi è con te tutto il mio cuore, con tutta la mia tenerezza» (pag. 74). Lei, a sua volta, gli scrive: «Non ho dormito dalla gioia. Sì – mi sento sicura di te – questa mattina mi sento di avere due ali» (pag. 74). Questo significa che, malgrado tutto, essa ha compreso e compatito quel marito singolare. E, a me, ha fatto capire quello che mi confidò un domestico di D’Annunzio, quando, una ventina d’anni dopo la sua morte (D’Annunzio morì nel 1938), andai al Vittoriale. Quel servo, dapprima cercò di opporsi al mio ingresso (un prete non può ammirare… un D’Annunzio donnaiolo). Poi, non solo mi fece vedere il Vittoriale, ma volle fare con me una foto sulla nave Puglia e mi portò a vedere anche la casa di D’Annunzio e il giardino. Ed egli, tra l’altro, mi disse che, quando D’Annunzio era vivo, ogni tanto, la Signora Maria, venendo dal lago, si affacciava alla casa di D’Annunzio, ma cercava di non farsi vedere da lui, per… non disturbare la vita del Poeta. Le lettere riportate da Di Ciaccia, sono dei biglietti, e sono tanti e, la maggior parte, sono quelli indirizzati a Giuditta Franzoni che faceva da infermiera a D’Annunzio (pag. 23). Essa, poi, fece dono, di quelle lettere, ai Cappuccini di Barbarano di Salò, sempre sul Lago di Garda. Questo ha dato lo spunto, a Di Ciaccia, per parlare della relazione di D’Annunzio con quei Cappuccini e con i frati in genere: una relazione cordiale, dice Di Ciaccia. Non solo: D’Annunzio si interessò perché il Governo italiano «restituisse, ai Francescani, il Sacro Convento di Assisi, requisito dallo Stato, dopo l’Unità d’Italia» (pag. 3). Io aggiungo che D’Annunzio fece porre una statua di S. Francesco nel giardino della sua casa. Purtroppo, accanto a quella statua, circondata da cespugli di rose (così la trovai, quando andai al Vittoriale), c’era la scritta di significato fortemente edonistico: «Rosas cape, spinas cave» (Cogli le rose, evita le spine).

D’Annunzio faceva offerte al suo parroco e, nel 1925, fece visita alla Trappa di Maguzzano e si inginocchiò «con molta devozione, dinanzi al Sacramento» (pag. 4). Purtroppo, nello stesso tempo, D’Annunzio viveva da dissoluto. C’era in lui (in grandissima evidenza) il contrasto che c’è in tutti gli uomini: il desiderio del bene e la spinta verso il male. Pascoli ha scritto: «Un desiderio che non ha parole – v’urge, tra i ceppi della terra nera – e la raggiante libertà del sole». L’uomo deve essere forte (e pregare Dio) per reprimere il male e far prevalere il bene.

In una intervista concessa a Mario Mantelli, D’Annunzio disse: «Mi si gabella per ateo, irreligioso e immorale. Ho sempre creduto in Dio; ho rispettato, anche nei libri, la religione. Quanto alla morale che ho praticato secondo il mio talento, riconosco, oggi, di essere terribilmente castigato» (pag. 2). Quel «terribilmente» ci fa pensare che «castigato» significa «punito» (le delusioni di una vita dissoluta) e non «pudico».

Concludendo possiamo dire che D’Annunzio, come uomo, è vissuto nel peccato (almeno nell’ultima parte della sua vita), come poeta ha ammirato il cristianesimo e non ha perduto la fede. Ed è possibile pensare che egli abbia chiesto perdono a Dio, riconoscendo la sua debolezza.

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