Bergamaschi, A., 1990

Aldo Bergamaschi, Francesco tra natura e grazia. (Riflessioni per gli educatori), Firenze, Libreria editrice fiorentina, 1990, pagine 189, «L’Italia francescana», 3 (1991) pagine 208-209.

 

Copertina, Bergamaschi, 1990

In copertina: [Giotto, San Francesco predica agli uccelli, Basilica Superiore, Assisi]

 

Testo della recensione

Anche in questa sua recente opera l’autore trascende lo specifico francescano ed investe il modo stesso di concepire la novità del Vangelo, entro cui del resto si inscrive la proposta di vita da parte di San Francesco. Connota stabilmente il pensiero dell’autore l’idea del radicale «superamento» evangelico rispetto alla logica umana, intesa nel suo specifico «storico» tradizionalmente «lupesco», che impone il vario e variegato dominio dell’uomo sull’uomo. Il noto assioma, secondo cui Cristo vince il mondo e vince «nel mondo» non con la politica delle armi, della diplomazia e della potenza economica ma con il «cambiamento di mentalità», è applicato al francescanesimo che ripropone la purezza della lettura evangelica. E la conversione del cuore non è fatta consistere in sentimenti vagamente romantici o in pratiche pie, ma nella reale, fisica contraddizione, secondo il profondo ed effettivo spirito di «fratellanza» inaugurato da Gesù, alle leggi storiche del potere dell’uomo sull’uomo, quindi della superiorità e della contrapposizione. Di conseguenza, evangelicamente non riesce l’operazione per cui, formata una struttura di «riti» e di «norme» dichiarate evangeliche – definite dall’autore «oggettivazione» del sacro -, in essa si continui a vivere secondo la dinamica di base del «mondo». cioè secondo i meccanismi di forza derivanti, ad esempio, dalla consistenza numerica del gruppo, dalla sua solidità economica, dalle sue influenze sulla classe politica e così via.

La stessa riflessione si appunta, in prima istanza e a fine pedagogico – cui l’autore è orientato -, sui dinamismi psicologici, cioè in ordine al soggetto singolo: infatti, è fin troppo facile che un «religioso coi voti» cresca con il convincimento dì essere «costituito» nelle virtù, consacrate dal «rito», e per ciò stesso nel convincimento di essere «superiore» al resto degli uomini – con ciò. già contraddicendo allo spirito dì Gesù -, magari senza neppure aver l’idea di che cosa sia avere la povertà non in tasca e sulla carta, ma «in casa»; la castità non in cella, ma in ufficio; e l’obbedienza non nei «voti», ma sul lavoro, quotidianamente, e in Famiglia, per armonia di pace.

Aldo Bergamaschi spiega il suo pensiero facendo frequenti riferimenti ad episodi francescani e intessendo connessioni con problematiche attinenti alla storia del cristianesimo. Qui mi piace ricordare l’osservazione sulla «perfetta e vera letizia»: se tra i cristiani, e tra i religiosi «consacrati», la perfetta letizia deve nascere, come nel caso di Francesco, sulla «cattiveria» altrui invece che sulla «fraternità», allora si è sbagliato «Padrone». Amare constatazioni – anche a livello della «fede sociologica» di larghi strati della cristianità – trapassano le pagine del libro, dalle quali emerge scandito, e ribadito, il concetto che il Vangelo e la sua perfetta osservanza non solo non esigono, ma respingono la configurazione sociologica della «fedeltà» (o «fede»). Perciò è vivace e interessante quando sottopone a critica la fede «rituale». sulla scorta ad esempio dell’insegnamento di Greccio: la fede è «scoperta» di Gesù in noi e « rinnovamento » continuo nella «logica» mentale; è sbrecciamento delle mura difensive delle «opere» affastellate, «mattone su mattone». come riparo dalla coscienza inquietante.

O quando ricorda che il progetto di Gesù nel mondo è che il «lupo» non sia più «lupesco» – come nel famoso «fioretto» francescano -, e non già che ci si guardi in cagnesco, con un mantello addosso piuttosto che con un cappotto, credendo d’aver cambiato il vizio perché s’è cambiato il pelo.

L’autore sostiene, giustamente, come valido soltanto un processo coscienziale di cammino: la virtù, la santità, la fede, insomma i beni spirituali hanno dimensione esistenziale, non già «oggettuale». Tuttavia si potrebbe approfondire la questione se, ed eventualmente come, l’esistenziale possa incarnarsi nella materialità delle forme «oggettivate». L’interrogativo mi proviene dalla riflessione di alcune istanze esperienziali oggettivate in forme di vita istituzionale: il sentimento amoroso, il rapporto coscienziale della maternità e della paternità, ad esempio. È vero infatti che non c’è «amore», non c’è «genitorialità» se non c’è una sussunzione costante, esistenzialmente, dei rispettivi sentimenti, e che nulla, mai, di istituzionalizzato farà un uomo «amante» (o «fratello», o «padre» ecc.); ma è anche vero che, se i rapporti formalizzati tendono ad assopire l’istanza coscienziale e a permettere col tempo atteggiamenti dissonanti, essi possono costituire un punto di riferimento per la coscienzialità stessa, qualora – s’intenda – siano prospettati «in funzione di», cioè come stimolo, e non come «funzione a sé», cioè come tranquillanti. [Francesco di Ciaccia]

 

 

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