Lorenzi, S., 1986

Copertina, Lorenzi, Dalla sporta, 1986

 

 

Serafico Lorenzi da Gorlago, Dalla sporta di un predicatore cappuccino del secolo XVIII. I “Casi” di Padre Agostino Maria Rizzardi da Brescia, Milano, Centro Studi Cappuccini Lombardi, 1986, pagine 86, «Studi e Fonti di Storia Lombarda. Quaderni Milanesi», 12 (1986) pagine 161-163.

Testo della recensione

Nel Settecento, la sporta di un cappuccino, che non fosse un cercatore di “noci” (di galdiniana memoria), conteneva il Breviario e un manuale di “casi esemplari” che servisse a corredare, con esemplificazioni “morali” e didattiche, il discorso teorico di etica cristiana. Per il presente volumetto, che rende di pubblico dominio gli exempla di un predicatore settecentesco (1698-1774), Serafino Lorenzi traccia una precisa e doviziosa ricostruzione della figura di questo cappuccino, colto ed autorevole, autore di “Casi” largamente utilizzati nell’oratoria popolare. I contorni biografici, istituzionali, storici e spirituali, in una Lombardia scossa dalla polemica giansenista, sono delineati molto bene dal Lorenzi; ma noi non vogliamo soffermarci su di essi. Intendiamo invece puntualizzare il senso di questo genere letterario.

Innanzitutto prendiamo per veritiera l’avvertenza che gli “esempi” sono dei fatti realmente accaduti. La preterizione di alcuni luoghi e di alcuni nomi è imposta, come dichiara lo stesso Agostino Maria Rizzardi da Brescia, da ragioni, ben intuibili, di discrezione, di prudenza e di carità, proprio perché gli episodi si riferiscono ad avvenimenti recenti. Si impone però il problema della selezione di tali “esempi”. Certamente, essa risponde a quel sottofondo di violenza dominante in una società impotente sulla quale hanno già puntualmente scritto Paul Rinucci ed Attilio Agnoletto. Gli episodi scelti fanno per lo più ricorso al meccanismo della paura, divulgando storie di disgrazie e di morte, come, fra i tanti, nell’esempio di quella donna che, colpita da paralisi, non solo non potè più coltivare la mondanità e seguire la moda nell’abbigliamento, ma neppure potè più compiere i normali movimenti (p. 40). Crediamo tuttavia che il rapporto causale sia della società violenta sulla scelta dei “casi” e non viceversa, non tanto nel senso che la temperie storica influisce sulla mentalità del predicatore, quanto nel senso che la predicazione, per far presa, ricorre ad una didassi minacciosa, scrutando nella logica del pubblico. Il fine didattico mi pare che emerga proprio dalle narrazioni in cui l’”esemplarità” morale contiene un maggior scarto logico, cioè una chiara incongruenza etica, come nei casi in cui 1’“effetto” infelice non si impone per alcun rapporto intrinseco con il comportamento a cui ha fatto seguito il detto epilogo rovinoso. Ad esempio: una moglie, volendo recarsi a messa, contro il divieto del marito, si cala da una finestra, si fa male, è medicata, le si applica la crusca sull’arto; la crusca però è troppo calda, ed ella si scotta. È chiaro che la connessione disobbedienza-punizione (ad exemplum) è estrinseca; l’esito doloroso è casuale.

Ciò deve farci intendere che la logica sottesa – a livello di teologia morale, ma anche di teologia dogmatica – non è quella del meccanicismo punitivo. Il codice di riferimento non è quello “penale”, magari applicato con qualche secondino diabolico (il diavolo è menzionato solo una volta nel gioco degli effetti “punitivi”). Si tratta, indubbiamente, di un uso impressionistico delle vicende narrate, un uso che l’oratoria insegue per una sua efficacia pedagogica. E non vogliamo tacere, però, neppure questo fatto: che la tristezza dei tempi, non disgiunta da una coscienza ecclesiale in difensiva, quasi si sentisse pericolosamente assediata da un paganesimo e da un laicismo diffusi, portava la predicazione lontano da quel modello propositivo che era stato di Francesco d’Assisi, tutto avvinto alla pura, semplice, lineare e schietta “parola del Vangelo” e tutto alieno da una pedagogia deterrente.

Detto questo, occorre considerare anche, al contempo, che gli “esempi” qui editi comprendono parecchie vicende liete, mentre i casi disgraziati si compendiano, con frequenza, nell’idea che – per così dire – «il peccato non paga», la «morte è come un ladro» e che essa è tanto più «improvvisa» quanto meno uno ne fa conto. [Francesco di Ciaccia]

 

 

Idem, «L’Italia francescana», 5 (1986) pagine 522-523.

Testo della recensione

Generalmente, la sporta del predicatore conteneva, nel Settecento, il Breviario e un manuale dì «casi esemplari». Questi ultimi erano esemplificazioni, costituite da vicende di vita reale, sfruttate a scopi didattici, che servivano a corredare il discorso teorico sui vizi da evitare e sulle virtù da praticare. Nel caso della presente pubblicazione, il predicatore, e al contempo autore dei Casi, è un frate cappuccino, vissuto tra il 1698 e il 1774, assurto, fra l’altro, alla carica di ministro provinciale e di prefetto delle missioni. La preziosità editoriale è garantita dal fatto stesso che vien reso di dominio pubblico un inedito su un soggetto molto dibattuto al giorno d’oggi. Perciò, io non voglio soffermarmi a presentare la ricca e precisissima esposizione sul Padre Agostino Maria Rizzardi da Brescia, autore degli «exempla». di cui Serafico Lorenzi stabilisce tutti i contorni biografici, storici, istituzionali e spirituali (un ragguaglio forse gli è sfuggito: quello sulla beata Maria Maddalena Martinengo, p. 65): la fatica merita il perdono di qualche omissione.

Tengo, invece, a puntualizzare il senso e lo spirito di questo genere letterario, proprio perché esso, molto discusso da studiosi odierni, ha bisogno di una chiarificazione, affinché i frati e fratelli cappuccini, sollecitati a spiegare questo tipo di strumento oratorio, sappiano come rispondere. Ed abbiano idee chiare.

Gli «exempla» si inscrivono, è certo, in un vuoto generalizzato di evangelicità: in una cristianità, cioè, che aveva perso, di molto, il gusto della semplicità di Gesù e che, inoltre, era opaca alla dottrina (Solo i «dotti», tra loro, disquisivano sulle sottigliezze, fino a narcisismi cerebrali inutili a quasi tutta l’umanità). Su un pubblico già piuttosto paganeggiante, l’oratoria intese agire portandosi al suo livello di logica: la logica del «conveniente». In questo ambito, non si può negare che i «casi morali» giochino sulla paura del castigo, sul tornaconto della premiazione. È altrettanto vero che tale pedagogia offusca proprio ciò che è la verità più bella ed essenziale del Vangelo, cioè il sentimento della pura gratuità d’amore donato dal Signore, e al Signore offerto. Tuttavia, sarebbe storicamente falso e teologicamente inverosimile ritenere che il fine consapevole di questi strumenti didattici non fosse proprio quell’insegnamento evangelico. Certo, il mezzo non è la pura e semplice «parola di Dio»; ma è altrettanto certo che la concezione di base non collima affatto con le ragioni della superstizione e del rapporto «economico» con Dio. Il problema, a sua volta, è se, sul piano letterale di prima lettura, o di primo ascolto, i «casi esemplari» non innescassero proprio essi la visione «utilitaristica» («economicistica») della morale. Sarebbe così, se essi conchiudessero l’annuncio del predicatore. Invece, è documentato che i racconti in oggetto erano usati come a rincalzo, come «esempi» di ciò che può accadere nella vita dalle imprevedibili maglie.

Orbene: l’oratore puntava, con questi dati di cronaca, ad impressionare, sì; ma l’impressione costituiva soltanto un momento, diremmo di drammatizzazione, della verità tramandata dal Vangelo. Se si esaminano i «casi», ci si rende conto che, tutto sommato, essi rappresentano né più né meno di quello che oggi diremmo «fatti di cronaca nera». Con la vivacità del realismo e con la forza della verità fattuale, cioè delle cose che capitano, essi avvertono, in sostanza, che indiscutibile fenomeno nel mondo è l’imprevedibilità della morte, è la catena della violenza che richiama violenza, è il gioco del male «che non paga», o che può non pagare. Per questo – essi ammoniscono -, è bene tener conto di ciò. Il discorso, ovviamente, non è ordito per le anime infiammate di desideri pacifici e benefici; è preparato per chi un timore, quanto meno, si presume possa commuoverli; non è l’ideale, ma spesso è necessario guardare al reale. Un assassinio, un’ingiuria, una cattiveria evitata per «timore» – tra capo e collo ti può cadere una tegola -, certamente non è cosa buona; ma è meno cattiva che se non evitata. [Francesco di Ciaccia]

 

 

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