Moraldi, L., Vangelo apocrifo di Giovanni, 1991

Luigi Moraldi, Vangelo arabo apocrifo dell’apostolo Giovanni da un manoscritto della Biblioteca Ambrosiana, Milano, Jaca Book. Biblioteca di Cultura Medievale (Di fronte e attraverso 285), diretta da Inos Biffi e Costante Marabelli, 1991, pagine 217, «Studi e Fonti di Storia Lombarda. Quaderni Milanesi», 35-36 (1993) pagine 196-197.

 

Copertina, Moraldi, Apocrifo Giovanni, 1991

In copertina: l’ultima pagina del manoscritto E 96 sup. della Biblioteca Ambrosiana. Foto di Riccardo F.A. Moraldi.

 

 

 

Testo della recensione

Il presente manoscritto arabo è del 1342 e risponde alla versione, con aggiunte e modifiche, di un originale siriaco collocabile nel II-III secolo; acquistato nel 1592 in Egitto, entrò subito a far parte della Biblioteca fondata da Federico Borromeo. Già reso noto nel 1957 da Giovanni Galbiati, è stato ora sottoposto ad un accurato esame da parte di Luigi Moraldi. Moraldi spiega l’attiguità ideologica tra il testo originario e la chiesa siriaca, attraversata da correnti fondamenta-liste. Benché esso mostri di conoscere bene i vangeli canonici, rivela di provenire da una chiesa che era anche l’unica «nella condizione di darci un vangelo autenticamente orientale, non toccato dall’ellenismo». Moraldi insiste molto su questa peculiarità, ed aggiunge che senz’altro «il testo offre al lettore qualche aspetto primitivo della fede cristiana»: le sue linee direttrici sono infatti «lontane non solo dai vangeli canonici ma anche dagli apocrifi, finora a noi noti, e dalla cultura occidentale». Oltre alla prospettiva dei miracoli, compiuti prevalentemente sulla natura, un’altra caratteristica è il forte rilievo dato alla verginità di Maria (Martmarijam, titolo prettamente siriaco, che vuoi dire “Signora Maria”): c’è tutto un particola-reggiato racconto che tende a dimostrare, attraverso l’ostetrica Salumi, la verginità fisica di Maria anche «post partum». E Maria è detta regolarmente «tre volte vergine», con ciò indicando appunto la verginità «ante», «in» e «post partum». Moraldi osserva in linea generale che questo antichissimo testo è «permeato di encratismo, gnosi e anche di manicheismo. Ne deriva un «vangelo» che attesta un profondo travaglio ben prima e indipendentemente dall’arrivo dell’Isiam; ma quando, poi, l’abate Samuele di Karamon, autore delle maggiori aggiunte arabe al testo siriaco, nella seconda metà del sec. VII compiva questo lavoro – da cui derivò l’attuale copia conservata all’Ambrosiana -, viveva il traumatico passaggio dalla cultura copta a quella araba. L’attuale versione araba, dunque, è rivelatrice anche di questo secondo momento storico, in cui la cultura araba incominciava a prendere il sopravvento su quella siriaca. Moraldi offre una utile chiave di lettura del «vangelo» in questione: l’Antico Testamento compare costantemente interpretato alla luce del Cristo, e i miracoli sono operati sulla natura, sugli animali, non sulle persone – salvo qualche eccezione. Inoltre, il battesimo di Gesù non coincide, come nei vangeli canonici, con l’inizio della predicazione del Cristo, ma con la fine della stessa predicazione e con l’inizio di quella degli apostoli. Gesù si sarebbe dunque preoccupato esclusivamente di «istruire» i suoi discepoli, rivolgendosi unicamente agli uomini del proprio tempo: e ciò, fino al «battesimo». Con esso, Gesù si sarebbe avviato immediatamente alla «passione e morte», lasciando ai suoi il compito di diffondere, a loro volta, il suo messaggio, avendo loro indicato le linee di fondo ma lasciandoli poi responsabili delle concrete applicazioni. [Francesco di Ciaccia]

 

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