Spinazzola, Vittorio, 1985

Vittorio Spinazzola, Il libro per tutti, Roma, Editori Riuniti, 1983, pp. 325, in «Italia francescana», 5 (1985), pp. 590-591.

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Testo della recensione

Ci piace presentare il saggio dello Spinazzola traendo spunto dall’ultimo concetto esposto nel libro: la vera saggezza è nella santità; essa non rifiuta la storia, ma la vive, operandovi concretamente, dal punto di vista dell’eternità, facendo guardare le cose terrene con «equanimità spassionata e benevolenza longanime» (p. 323). E’ un’idea, questa, che il critico desume dall’insieme del romanzo, come una specie di summa dell’autore, ed è anche un atteggiamento che, ovviamente insieme ad altri personaggi – analizzati tutti con molta finezza logica dallo Spinazzola -, possiamo incontrare in emergenti figure cappuccine de I Promessi Sposi.

Il presente lavoro è di scorrevolissima lettura, comprensibile ad ogni livello di acculturazione, e al contempo si snoda in una logica serrata trattando molte questioni, che vanno dall’individuazione del romanzo come espressione di «fede», e insieme come messaggio civile di «moralità», alla sperimentazione linguistica manzoniana; dai problemi strutturali alla rappresentazione letteraria come giudizio etico; dall’apriorismo metafisico al realismo manzoniano. Nell’insieme delle articolate questioni – affrontate sempre con morbidezza umana dal critico e con coscienza dialettica, che lasciano intravedere essenziali problemi sottesi e non scivolano, però, in ideologia -, qualche angolatura tematica può andar discussa: ma riteniamo utile ogni sollecitazione dello Spinazzola, il quale, del resto, penetra a fondo nella dinamica della narrazione e del pensiero manzoniani, proponendo la sua lettura con umiltà ed offrendo motivi di dibattito sereno ed aperto, tra le pieghe del suo discorso assertivo. Coraggiosa, a nostro avviso, è la tesi sul valore, nel romanzo, così come nella storia, della presenza spirituale e sociale della Chiesa, nella quale rientrano anche i frati: la Chiesa non è affermata astrattamente, ma concretamente come funzione reale di giustizia, né è assunta come esclusiva essenza sociologica, ma come natura di comunità che perpetua la parola del Verbo. Con tale presupposto concettuale, il critico è tanto lontano da una interpretazione puramente «teologica» della Chiesa (sulla cui base altri autori hanno denunciato nel Manzoni una «difesa» appunto «ideologica», e perciò fraudolentemente distratta dai fatti), quanto da una interpretazione semplicemente «storica» (sulla cui base, altri trassero una visione «democratica» dal Manzoni, ma non già ecclesiale).

I personaggi cappuccini sono testimonianza di alcune delle idee di fondo: il Manzoni ha espresso, ad esempio, attraverso «i cappuccini che rivestano una carica nell’ordine», la sua generale insofferenza per le figure di autorità» (p. 190); ma si tratta – avverte il critico – di un «riverbero», che brevi sintagmi tradiscono. Certo è che il Manzoni non solo non ha distinto «clero secolare» e «clero regolare» come poli contrapposti nell’ambito della santità, ma ha anche avvertito che, all’interno delle realtà istituzionali partecipi della comunità «salvifica voluta dal Cristo» (p. 189), nella disponibilità al Verbo si assiste ad un gioco «incrociato». Molto agostiniano nella definizione delle «due città», il Manzoni, e molto manzoniano lo Spinazzola nel proclamare i confini del bene e del male, ma nello sfumare, anche, l’individuazione dei buoni e dei cattivi.

Per quanto riguarda l’enunciazione delle debolezze dei frati, ci sembra di poter confermare che essa ha un tal grado di limpidezza e di finezza, che ad un livello di globalità ci convincono. In particolare, crediamo che lo Spinazzola abbia colto nel segno circa l’insufficienza del padre provinciale, alla natura della cui debolezza (p. 190) applicherà l’ottima osservazione di p. 291, terzo capoverso: egli avrebbe accettato di farsi debole, quando era, quello, il caso proprio di dar battaglia a fondo, a proprio danno, a proprio rischio, a proprio svantaggio.

Insieme all’università del clero – quindi, nonostante i singoli fallaci individui, che non annullano la positività della maggioranza -, e sulla linea dell’intrinseca missione della Chiesa, i cappuccini sono visti dallo Spinazzola come i protagonisti dell’«argine» che «le virtù teologali consentono di innalzare contro la disperazione pessimistica». Per loro, come per il Carlo ricordato ed il Federigo delineato, è giustificata una certa misura di «retorica» che «risarcisce» l’eroismo «di coloro cui davvero deve competere la dignità di protagonisti delle vicende collettive». [Francesco di Ciaccia]

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