Bagnoli, Raffaele, 1990

Raffaele Bagnoli, Milano. Itinerari fuori porta. Strenna della Famiglia Meneghina, [Segrate, Milani], 1990, pagine 125, «Rosetum», 9-10 (1991) pagina 22.

 

Copertina, Bagnoli, Milano

In copertina: Anonimo, Profilo di Porta Ticinese e parti adiacenti

 

 

Testo della recensione

Non più attraversando una piazza a piedi, ma verosimilmente guidando la nostra cara automobile per le vie della città, le vie di tutti i giorni o quelle percorse ogni tanto, capita di ricordare la Milano che non è più, viene in mente una vecchia casa che era proprio in quell’angolo o una stradina sterrata che ci risparmiava un giro più lungo per andare a scuola, mentre adesso… tutti quei palazzi e strade, e tram, ponti, cantieri, metrò, cavalcavia, autobus, rotonde, incroci sono i soli padroni del nostro faticoso percorso in una Milano quasi europea. Certamente i nostri ricordi non possono arrivare a descrivere una Milano affatto agreste, e nessuno di noi può ricordare con il Porta, quando “Foera de porta Luduigia on mia / su la sinistra in tra duu fontanin / e in tra dò fil de piant che ghe fa ombria / el gh’(eva) on sentierolin / solitari, patetegh, delizios, / ch’el se perd(eva) a zicch zacch dent per i praa…”

… e se fossero queste le condizioni naturali necessarie all’“Apparizione del Tasso” o di qualche altro illustre del passato, dovremmo abbandonare le speranze di far simili fantasmatici incontri in Milano, dato che per molto più di un miglio fuori dalla porta che si trova all’inizio dell’attuale Corso Italia, non sembra esserci ombra di campagna.

Ma se non possiamo ricordare una Milano chiusa nelle porte, se Porta Ludovica è andata distrutta, se la lingua del “verzee” non è più la nostra lingua, come del resto il verziere non è più il grande mercato dove si trovava sia mercé grossa per i “poveritt” che roba fine per i “sciori”, anche noi, dicevo, abbiamo i nostri ricordi in grazia dei quali lamentare la scomparsa di un paesaggio meno severo e meno cupo a favore dell’asfalto, in base ai quali sospirare che “l’èva mej ona volta” quando l’aria era, sì, “malsana, umeda, grossa”, ma non avvelenata dai gas.

Il fatto è che vien sempre da pensare che una volta si stava meglio, ed è facile fantasticare sulla bontà degli uomini quando i ritmi della metropoli non provocavano tanto stress e, pur sapendo che anche nei nostri ricordi esistono delle situazioni scomode in un passato a volte triste quanto il presente, resta ugualmente la malinconia di chi pensa che questa non è vita, e se lo fosse sarebbe da intendersi come “vitta” in meneghino, cioè fatica. Chi di noi non se la sentirebbe di far eco a Fabrizio De Andrè quando, cantando con tono satirico le abitudini e la vita di Milano, dice: “voglio vivere in una città / dove all’ora dell’aperitivo / non ci siano spargimenti di sangue / o di detersivo”? Eppure, una volta toccato il fondo bisogna pur risalire, e per farlo bisogna apprezzare quel che si ha: così, se foste stanchi delle parole di lamentela, potreste tentare di dimenticare le bassezze della realtà metropolitana, per lasciar posto alle cose belle di Milano, integrando i ricordi visivi e personali riposti nella memoria con alcune nozioni storiche più precise, grazie ai testi di Raffaele Bagnoli raccolti nel volume “Milano. Itinerari fuori porta”, diffuso in questo 1991 come Strenna della Famiglia Meneghina. Scopo del testo, come avverte la prefazione, non è solo aiutare la memoria di chi ha già visto e vissuto una Milano meno trafficata, ma anche dare qualche nozione ai giovani e ai nuovi milanesi, informarli di quanta acqua scorre sotto ai nostri piedi e di quanta ne scorreva lungo le strade della vecchia Milano, di quante strade asfaltate sono state costruite per tutti, anche per chi continua a vivere da straniero, mentre dovrebbe cercare di voler più bene ad una città che non ha mai chiuso le proprie porte; anzi, le ha abbattute per fare spazio a tutti. E sì, “Milan l’è on grand Milan” e vale forse la pena di sapere qualcosa in più sulla Certosa di Garegnano, “isola di pace che la città dilagante tenta di soffocare”, dove la tradizione popolare indica una residenza del Petrarca, piuttosto che sul Lazzaretto di cui non rimangono che pochi resti ma di cui sopravvivono molti ricordi storici e letterari; vale la pena di sapere qualcosa sul canale della Martesana, ora coperto per esigenze di spazio, ma un tempo utilissimo al commercio cittadino, piuttosto che sulla deliziosa chiesetta di San Cristoforo sul Naviglio che godeva del favore di casa Visconti oltre che della devozione popolare. Ad aiutare la memoria nella difficile operazione di ricostruire i paesaggi dei tempi che furono, vi sono delle belle illustrazioni di stampe antiche e di fotografie più recenti: da queste immagini del passato scaturisce una vivace solidarietà col presente, invitandoci a rivisitare, o a visitare per la prima volta, alcuni preziosi monumenti o alcuni suggestivi angoli che hanno fatto la storia della nostra bella città, e non possono che arricchire la nostra piccola storia personale. [Francesco di Ciaccia]

 

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