Berté, Pierantonino, 1991

Paura di che? Fede e dubbio nella poesia di Berté, recensione di Pierantonino Berté, Al confine; con un’intervista di Franco Manzoni, Bologna, Book, 1991, pagine 126, «Rosetum», 6 (1992) pagina 19.

 

Copertina, Berté, Al confine

Testo della recensione

Mi viene in mente la frase di Lucia Mondella, la sposa manzoniana. Incalzata dall’angoscia che la notte sommerga, per sempre, la speranza tra gli artigli del male – il male sorpassa anche le contingenze di un raptus o di un sequestro di persona – Lucia riposa in pace. Perché? Ha creduto. E crede tanto che al lazzaretto dice a una compagna, più di sventura che di sogni – ma Lucia sognava ancora, in quel momento? -: “Paura di che?”. Dio è “qui”, e Lui ti “sa”. Ed avviene anche il “miracolo”, cioè l’imprevisto: l’Innominato – brutto ceffo senza cuore – quella sera disserrò il cuore. La compagna di Lucia lascia un po’ di eredità alla fanciulla. La fanciulla poi si sposa, malgrado don Abbondio. La vita non finisce mai. Soprattutto di stupire.

E non finisce neppure col matrimonio sognato.

Continua. Sempre nella speranza. “In spe”, diceva San Paolo. – Senza speranza non esiste neppure la morte. Detto in analogia e allegoricamente, questa è la poesia – una parte, ovviamente – di Pierantonio Berté: ove il “miracolo” non è nelle cose come nel romanzo che ho richiamato, ma nell’animo, nell’approccio di un limpido io che, con piena umanità, si confronta con l’imperativo della fede in Dio, che “non vediamo” – lo diceva San Paolo. C’è nella sua innovativa, e al contempo pudicamente nuova, poesia, certo, c’è il tema del ricordo, dell’autoconsapevolezza che viene dalle regioni al di là della memoria, ed è questo un sussulto esistenziale che merita una menzione. Ma in primo luogo è il dubbio della fede certa, che voglio qui svelare.

Si dice che la fede non ha ombre. E in effetti la fede non mette in discussione la realtà cui essa fa affidamento. Ma la fede non toglie l’incertezza soggettiva, che è il trepido interrogarsi, l’ammutolito confrontarsi con la propria storia e il paragonare questo e quell’evento incompressibili tra loro. Se la fede togliesse il sussulto del cuore e della mente, non sarebbe fede ma visione. È qui che la poesia di Berté tocca l’apice del credere viatore.

Son troppi quelli che credono senza problemi esistenziali: e sono quelli che non possono poi distinguere tra fede e apatia, tra la “scommessa” e l’assoluto – come si esprime Berté (p. 41) dopo Pascal – e l’appagamento di sé, che nasce da una fede vissuta istituzionalmente e che poi genera vanto. Berté ce l’ha, la certezza: è Dio. “so che mi attende / in fondo alla strada” (p. 117). È emblematico cha anche il padre Lodovico manzoniano avvertì Renzo che avrebbe capito Dio “alla fine” della storia. E intanto in mezzo c’era, per l’uno e per l’altro, il quesito tormentato. Il quesito di che? Della “strada”, appunto. C’è chi invece ha fede solo perché non “cammina”. A volte la “certezza” è solo mancanza di ansia di sapere. La fede insorgente – anche dalle tenebre – nella poesia di Berté vive invece proprio della ricerca di capire. O meglio, di “capirsi”: perché ogni riflessione, o ogni ricordo, anche sul mondo esterno – che non manca nella poesia di Berté – è per la consapevolezza umana una proiezione di sé, sia essa avvertibile che impercepibile. I pensieri e i sentimenti dell’uomo si prolungano nelle cose, come raggi che si stagliano da un sole che è l’infinito coscienziale. Di queste “cose” del mondo, cioè di quella oggettività che s’impone alla coscienza come un muro che l’anima cerca di penetrare, di “conoscere” – e l’uomo vive per questo! -, io vorrei sottolineare l’evento della morte: quella datità dallo spessore impalpabile e tuttavia massivo. Che lingua parla, la morte? Nella sua consistenza pertinace, fatta di terra irremovibile, la morte parla la lingua del “silenzio”: “dal silenzio veniamo”, “al silenzio ritorniamo” (pp. 30-31); e parla di “vuoto”: “di esistenze vissute resta il nulla” (p. 20); parla del “nulla”: “dal nulla l’esistenza torna al nulla” (p. 36).

E che lingua parla, la vita? La lingua del “ricordo”: ricordare è farsi consapevolezza, come ho detto prima: “son io che torno a me nel ricordare” (p. 106). Ma ricordare è lo stesso vivere: “è esistere” (p. 92).

Ebbene: se la morte fosse proprio lo “sprofondare” dei ricordi (p. 20)? “Se fosse questo vuoto / l’ingresso nella morte” (p. 113)? In altri termini: se la morte fosse la risoluzione totale di quel che avviene a volte nell’esperienza umana, in cui i ricordi sono “sprofondati di là della memoria” (p. 113)? Certo: chi ha fede non dubita che la morte non si riconduce al nulla. Ma per chi vive “con la fede”, e non solo “col cervello” della fede, scruta addentro, nella morte, e sente che “l’anima è invasa dal dover finire” (p. 99). È il bimbo-uomo. Che cosa di più naturale e genuino, che cosa di più “fidente” del panico d’un bimbo di fronte al buio? D’un bimbo, che nel buio tende la mano alla madre? Ecco appunto che l’uomo-bimbo brancola nel buio della morte. Il poeta chiede risposta dalla madre morta, ne coglie il cenno ma non sa capire (dice il poeta): “è un segno di terra è un segno di freddo” (p. 99); la madre è intravista, nella memoria, a rimboccare il letto al suo bambino, ma ora ella ha “gli occhi vuoti”, ella non è più qui a “ricordare”, a viversi, “mamma mia / dove sei / dammi un segno / dove sei?” (p. 95). In questo buio, il poeta non ha alternativa: o ogni esistenza vien dal nulla e torna al nulla, o “vien da Dio [… e] torna a Dio” (p. 36). Ma, appunto, “che non tutto finisce lo sa il cuore”: per questo ho prima distinto tra “vissuto” di fede, che è mente significante, e “cervello” di fede, che esistenzialmente è un’abdicazione. Nel buio, il bimbo non la vede, la madre. Eppure “ci crede”: “un rischio cui arrendersi è sublime” (p. 23). E solo così si va “oltre il muro” (p. 41).

 

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