Berté, Pierantonino, 1997

La fede che vince la paura, recensione di Pierantonino Berté, A precisa ora, Castel Maggiore, Book, 1997, pagine 286, «Rosetum», 5 (1997) pagine 14 e 19.

 

Berté, A precisa ora

Testo della recensione

La domanda fondamentale nella poesia di Pierantonino Berté è sul destino finale dell’uomo: chi sono? Perché sono? Dove vado? La morte è un “finire”, oppure è un rinascere? L’esito è il “niente”, oppure è l’“eterno”? “dal nulla l’esistenza torna al nulla o da Dio ogni vita torna a Dio”?

Su questo interrogativo si radica e si sviluppa la consapevolezza di esistere; e la risposta di Berté è nel “credere”: se l’uomo crede, si percepisce individuo che sa di essere “chiamato”, cioè di essere in relazione, unica e personale, con l’Altro. Come per Pascal, anche per Berté è vero che “credo perché credo”: la fede non ha un fondamento razionale. Se avesse la certezza logica, la fede sarebbe frutto della ragione. La sicurezza del credente è incontrovertibile: la ragione può essere messa in discussione, anzi genera essa stessa il dubbio, mostra le proprie contraddizioni; la fede non ha contrapposizione: è certezza, perché poggia sul credere stesso.

Con la chiarezza di come avverte “la paura struggente / in fondo al cuore”, Berté afferma “un Dio che mi attende / in paradiso”. Tuttavia la fede, in Berté – del resto come in sant’Agostino d’Ippona e nei mistici -, non è una partita chiusa e conclusa: permette ed invera il continuo “ricercare”, l’assillo della domanda esistenziale; e il ricercare “apre l’anima / al prodigio”. Il miracolo della fede rende però pacata e serena la ricerca: come se una consolazione misteriosa investa l’anima da quel profondo di sé in cui scaturisce anche l’ispirazione poetica e nasce la poesia.

Al di fuori della certezza – o dell’autocoscienza esistenziale – di fede, il sentimento della vita, quale scaturisce dall’opera dell’Autore, è permeato di una profonda vena pessimistica. L’esistenza è percepita come un sogno che appartiene al non-essere, al nulla:

I momenti

sono mai

il vivere

si esprime

in molti mai”;

il presente si disfa tra le mani

il futuro che incombe fa paura”.

Che cos’è la vita, se non un effimero trascorrere di istanti? E il tempo “si dissolve” tra le mani, “il corpo si trasforma in acqua in terra”. La morte informa di sé lo scorrere del tempo; il tempo è vuoto, è nullo: si autoannienta. L’esistenza si dissolve come neve. Neppure la fantasia può far tornare in vita i morti: sentimenti e vicende si sprofondano nel nulla, e il ricordo di ciò che è stato è solo l’illusione di un attimo d’eternità.

La memoria non salva dalla “quotidiana aggressione della morte”; anzi, offre la misura di come l’esistenza sia divorata dal tempo, giorno dopo giorno: non puoi più viverti esattamente come sei stato, non puoi più vivere i tuoi cari così come li hai vissuti un tempo. Se pensiamo per davvero a come il tempo porti via con sé ogni cosa intorno a noi e dentro di noi e come travolga anche la memoria – che tenta di fermare il precipitare delle cose verso il nulla -, ci rendiamo conto che cosa sia al contrario il paradiso: “Il paradiso è una differenza”, cioè è ciò che fa la differenza tra il “nulla” della vita e “la vita decisiva per il dopo”.

La domanda fondamentale di Berté, come è già stato segnalato da altri critici, si pone in bilico tra lo sconcerto della ragione e la fiducia della fede. La ragione non sa risolvere il mistero della morte – lo scorrere dell’esistere -: anzi, non può accettarlo – che senso ha amare ciò che si deve abbandonare? La fede non può comprendere la morte; ma fa accettare ciò che l’uomo non capisce. Del resto, se si capisse la morte e il suo mistero, vana sarebbe la fede: la fede riguarda proprio ciò che rappresenta, sul piano razionale, una beffa ed uno smacco. Perciò la fede è “la porta / che si apre”: che apre alla certezza del “destino immortale”. Eppure, al di là del sentimento pessimistico – o realistico? – emerge in Berté il senso della costruttiva antinomia della realtà, quasi una “coincidenza oppositorum”. come

quelle vette

dal fondo di un abisso”,

quella fede dal fondo

di un’angoscia”,

quell’amore dal fondo di un deserto”,

e quella vita dal fondo di un morire”.

Si può dire perciò che la fede espressa da Berté sia più mistica che intellettuale e ritualistica; egli crede, sì, in Cristo, ma non si accontenta di saperlo “figlio di Dio”: vorrebbe che Cristo “un giorno tornasse al mio paese”, cioè in mezzo agli uomini, e non su un piedistallo, adorato come un vitello d’oro nel deserto.

Le poesie della vita quotidiana – sezione “Cronache” – trasferiscono la domanda sul destino umano dal piano metafisico-esistenziale a quello storico e biografico. L’Autore non cade mai, neppure in questo quadro, nel ricordo narcisistico e nel manierismo bozzettistico. In fondo, egli traccia sempre, con stile e con una scrittura formale che si avvicina alla poesia pura, brani di vita interiore, senza orpelli retorici ed enfatici. Basti citare questo ritratto di Retrovia 1941: “dove non abita speranza alcuna ogni giorno la guerra ricomincia per attori inesperti di un copione pensato da un pensiero scellerato”. Risalta tuttavia, in questa sezione autobiografica, prepotente il fantasma della madre, il bisogno di saperla ancora viva, viene a galla l’indole sognante del fanciullo, che spesso sta a mirare il cammino delle nuvole nel cielo; un senso di solitudine connaturato, la rimembranza – questa volta leopardiana – del “tenero sentire” della primiera età! E riandando a quella verde stagione dell’esistere, il poeta non può che imbattersi contro la fallacia della vita, con i suoi inganni, con le sue delusioni, con il dubbio che tutto sia stato vano: “Si toccavano i sogni con le mani non sapevamo come va a finire”. Una sezione è dedicata alla natura e alla funzione della poesia, definita una “scommessa” – che appunto dà il titolo alla sezione. La poesia trascende anche la memoria che “ricorda”; è un mettersi in gioco dal profondo di sé e in tutto se stesso, è un cercare, senza fini pratici, l’anello che non tiene – per dirla con Montale -; per Berte, è un inseguire il mistero che non si lascia disvelare ma – leopardianamente – cui “arrendersi è sublime”. In fondo, la poesia è il respiro dell’anima, e per questo l’Autore ricorda che “senza poesia / non è possibile / la vita”. E quando, alla fine, egli si difende contro chi potrebbe insinuare che le sue non siano poesie – poiché potrebbero essere scritte senza gli “arbitrari a capo” -, dà una giustificazione che stabilisce il fondamento della poesia stessa: la poesia è “vita” ed è “mestiere”.

 

 

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