Borelli, Giovanni, 1991, 1978

Per conoscere i fratelli protestanti, recensione di Giovanni Borelli, Fenomenologia del Protestantesimo. Realtà e irrealtà della cultura protestante in Italia, Prefazione di Attilio Agnoletto, Milano, Montedit, 1991, pagine 62, e Idem, Agonia o sopravvivenza del Cristianesimo nel Villaggio globale. Tesi su: L’Illuminismo, l’«uomo moderno», il Cristianesimo, Prefazione di Pietro Bolognesi, Postfazione di Arnaldo Nesti, Milano, Montedit (Koiné religioni), 1991, pagine 96, con aggiunta di Idem, Schiavitù e liberazione, in Paolo e nella dialettica marxista, Genova, Editrice Lanterna (Biblioteca di studi storico-teologici), 1978, pagine 160, «Rosetum», 11 (1992) pagina 29.

 

Copertina, Borelli, Fenom. del Protest.     Copertina, Borelli, Cristianesimo

 

Copertina, Borelli, Schiavitù

In copertina: studio grafico Lanterna

 

 

Testo della recensione

In Fenomenologia del Protestantesimo l’autore traccia un quadro molto chiaro delle principali chiese protestanti dal punto di vista del pensiero e degli sviluppi storici, evidenziando anche, con grande lucidità, le differenze tra le varie teologie, fino agli effetti che alcuni principi hanno avuto sull’evoluzione e sulla situazione attuale del protestantesimo. Circa le dottrine cristiane l’autore distingue quelle che riguardano solo determinate confessioni religiose, quelle che riguardano tutte le confessioni protestanti e quelle che sono possedute in comune da protestanti, ortodossi e cattolici. L’autore considera infine la difficile identità del protestante italiano, combattuto tra la subordinazione a un modello straniero – oggi, soprattutto statunitense – e la ricerca di un proprio inserimento autonomo e vitale nella cultura del Paese. In Agonia o sopravvivenza del Cristianesimo nel Villaggio globale l’autore pone, in forma di proposizioni concatenate, inquietanti interrogativi e fissa lapidarie asserzioni su alcuni punti fondamentali della storia religiosa, all’interno della storia culturale, dell’occidente: sul concetto di “uomo moderno”, su “Illuminismo e cristianità”, su “cristianità e cristianesimo”. Svolgendo passo dopo passo le sue considerazioni, l’autore fa intendere che la funzione del cristianesimo è quella di “annunciare” il futuro – il “regno celeste” -, e non quella di realizzare una “società” presente; egli sottolinea quindi l’interiorità del cristianesimo, che passa attraverso la “parola di Dio”, a differenza di altre religioni che tendono a costituirsi realtà di “costume” e nelle quali la via di appartenenza è data dalla prassi della società, dalla “eredità” e tradizioni. Molto stimolante, questo libro di Giovanni Borelli merita di essere letto e meditato da tutti coloro che vogliono capire un po’ l’intreccio problematico tra “storia” – cioè storia del mondo, delle sue culture, con le leggi della formazione del potere e del consenso – e “messaggio”, tra salvezza “societaria” e salvezza personale.

Mi fa piacere qui rilevare che diverse problematiche esposte in questi testi del 1991 hanno un fondamento in un libro precedente del medesimo Autore. Lo faccio presente non già perché il contenuto delle varie opere sia identico, ma perché voglio sottolineare l’impegno intellettuale di Giovanni Borelli su questioni che attengono al cristianesimo in relazione alla cultura del mondo in generale e in particolare moderno e contemporaneo. L’opera che rammento, del 1978, si intitola Schiavitù e liberazione, in Paolo e nella dialettica marxista, Genova, Editrice Lanterna (Biblioteca di studi storico-teologici), 1978, pp. 160.

Il concetto di “libertà” si sviluppa a partire dalla circostanza, all’inizio del cristianesimo, in cui l’apostolo Paolo scrive al cristiano Filemone di accogliere lo schiavo Onesimo, il quale, fuggito da Filemone stesso, che era il suo padrone, si era poi convertito ed era stato battezzato da Paolo. L’Autore, riflettendo sui principi di libertà, di trascendenza e di carità, perviene ad un concetto di “patto sociale” che, nella comunità cristiana, presenta una peculiarità fondamentale. Egli scrive che “l’elemento aggregante di questo «patto sociale» è il Signore e la sua chiamata alla libertà. L’eguaglianza che nasce da questa chiamata non è una eguaglianza per convenzione e per diritto, ma reale, concreta, potremmo dire «naturale» perché dinanzi all’assoluto rappresentato da Dio scompaiono le nostre differenze razziali ed economiche, e queste differenze non devono scomparire soltanto nelle parole, ma anche nella prassi concreta della comunità cristiana che all’occorrenza deve saper dividere i suoi beni materiali affinché l’eguaglianza non sia solo una vuota parola, ma l’essenza stessa della libertà. La possibilità di giudicare o anche di comandare «in Cristo» e non per i propri meriti economici o morali è uno dei fondamenti di quella che è stata definita «fratellanza cristocratica», in parole povere: il rifiuto di voler dominare i propri simili” (pp. 31-32).

Quest’ultima considerazione scaturisce dal fatto che Paolo apostolo, chiedendo a Filemone di accogliere Onesimo, si è richiamato alla carità. A questo punto, però, l’Autore deve affrontare l’obiezione di chi attribuisce ad una siffatta struttura “l’appellativo dispregiativo di «socialismo pretesco»”, che, in una visione cristiana di trascendenza, relega nella categoria di “oggetto” l’uomo, inteso non come fine dell’azione umana ma come semplice “mezzo per raggiungere Dio” (p. 34). L’Autore al riguardo osserva che “il rapporto tra Dio e uomo è un rapporto bilaterale tra soggetto e soggetto così che anche il rapporto tra uomo e uomo è un rapporto che, alla luce dell’agape, si instaura tra due soggetti”, e infine stabilisce il concetto di “trascendenza” non già come “Essere-in-sé”, ma come “Essere-per”, cioè l’Essere che “apre al futuro” cui è destinato il mondo (p. 35).

Non è solo questo uno dei concetti fondamentali che l’Autore propone di riformulare. C’è anche quello, essenziale, della distinzione tra Dio e religione. Affiancando il proprio pensiero, in ciò, a filosofi contemporanei, egli si ritiene convinto che “tra Dio e religione ci corra parecchia differenza e che il cristianesimo non è una religione” (p. 94). Ed è proprio salvaguardando questa differenza che il cristianesimo potrà sopravvivere. Per fare ciò, il cristianesimo però deve rivedere tutta la sua base storico-culturale. “[…] nella misura in cui la teologia cristiana diventa lo strumento di difesa della istituzione ecclesiastica contro le critiche che ad essa venivano rivolte (non importa se da sette eretiche o liberi pensatori o operai rivoluzionari) oppure si trasformava in «scienza» accademica per futuri «impiegati» ecclesiastici amministrata da professori universitari questa si staccava dalla vita quotidiana degli individui, finendo col diventare un «mondo» culturale a parte con la sua logica interna, le sue regole, ed un suo linguaggio da iniziati sostanzialmente estraneo alla vita umana” (p. 151). [Francesco di Ciaccia]

 

Lascia una risposta

In questa Categoria