Centini e Ercole, 1993

Appello per Gesù, recensione di Massimo Centini – Ezio Ercole, Processo di appello a Gesù Cristo, Introduzione di Agostino Viviani, Milano, Spirali, 1991, pagine 171, «Rosetum», 3 (1993) pagine 21-22.

 

Copertina. Processo d'appello a Gesù

Testo della recensione

Si tratta proprio di una revisione storico-giudiziaria del processo contro Gesù, prima istruito dal Sinedrio, poi dal Procuratore Romano.

Non è la prima volta che si compie un’operazione di rivisitazione storica del più noto processo penale che si tramandi, quello contro Gesù: e qui basti ricordare alcuni titoli, solo per limitarci alle edizioni italiane, quali Il processo a Gesù, 1919 (G. Rosadi), Il processo di Gesù, 1948 (G. Sotgiu), Il processo di Gesù, 1925 (E. Villa), Ecce homo. Storia del processo di Gesù, 1952 (A. Manassero), Verbale del processo di Gesù Nazareno, 1960 (E. Caldirola), Il processo di Gesù e la giurisdizione di Israele, 1961 (E. Benvenuto T. Isani), II processo di Gesù, 1966 (J. Blinzler), Il processo di Gesù, re dei Giudei, 1966 (C. Nardi), II processo a Gesù, 1974 (S.G.E Brandon), Processo e condanna di Gesù. Indagine storico-esegetica sulle motivazioni della sentenza, 1982 (P.C. Antonini), Gesù davanti al Sinedrio e al giudice romano, 1983 (A. Dessy), Il caso del Nazareno, 1985 (S. Jackman).

L’innocenza di Gesù è scontata, ma i problemi sorgono sui fondamenti giuridici e sulla forma giudiziaria del processo, sul peso dell’uno e dell’altro degli attori della funzione giudicatrice, cioè il Sinedrio ebraico e l’autorità romana.

Massimo Centini ed Ezio Èrcole sostengono che tutta l’opposizione a Gesù fu una articolata congiura della classe egemone ebraica, quella degli scribi e dei sacerdoti, per più motivi, tutti di natura economica e politica. Le ragioni politiche sono ricavabili anche da una veloce lettura dei Vangeli: si temeva che i Romani intervenissero con misure repressive contro gli ebrei, se il Nazareno avesse accresciuto la sua popolarità, che poteva insospettire le forze di occupazione romane. Caifa lo dichiarò apertamente: “Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione. (…) è meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca tutta la nazione” (Giovanni, 11, 48-50). Il motivo economico è legato agli affari che ruotavano intorno al tempio. Gesù si era duramente espresso contro questa “profanazione”: e la famiglia del sacerdote Anna era preoccupata per il danno derivante dalle idee di quel nazareno: “Intorno al tempio si svolgevano vertiginose contrattazioni. I pellegrini acquistavano le offerte votive e (…) una quota consistente del cambio delle valute era riservata alla famiglia di Anna. I bazar più importanti erano di proprietà della famiglia di Anna. I numerosi colombi esposti provenivano dalle cove dei cedri di Anna” (p. 35).

Non fa dunque meraviglia che il processo svolto nel Sinedrio sia stato in realtà una “farsa”: non nel senso che non fosse davvero un processo, ma nel senso che furono disattese le procedure previste dalla prassi per la difesa dell’imputato. Gli autori spiegano articolatamente le prevaricazioni compiute.

Ne ricordo alcune: all’imputato non fu dato un difensore, sempre richiesto dal diritto giudaico; il procedimento non fu rimandato e ripreso il giorno seguente, come stabilito in caso di condanna; in caso di parere unanime di condanna, e qualora neppure un giudice avanzasse dubbi sul verdetto, la giurisprudenza ebraica prevedeva -per sospetto di congiura – che l’imputato andasse assolto, ma il Sinedrio con sofismi interpretativi intese questa norma in tutt’altro modo, cioè nel senso che “il processo era concluso”. L’illegalità più sfacciata è nel fatto che recepita la confessione di “bestemmia” dell’imputato – che dichiarava di essere Figlio di Dio -, i giudici si costituirono “testimoni” del reato che dovevano giudicare (“Che bisogno c’è di altri testimoni?”).

Ora, bisogna subito avvertire che l’azione giudiziaria svolta nei confronti di Gesù fu – o voleva essere – un atto legittimo. Formalmente legale fu la cattura, poiché “nelle province romane spettavano alle autorità locali le funzioni di polizia” (p. 31). Quanto al processo, gli ebrei, se non avevano autorità di condannare a morte, mantenevano il potere di giudicare. E proprio quel formale processo del Sinedrio fu condotto contro le norme procedurali ebraiche. Che poi i Sacerdoti abbiano, anche dopo, con il Procuratore romano, giocato di astuzia per aggirarlo e per stornarlo dal giudizio di innocenza, ciò non fa che rafforzare l’idea di un complotto organizzato contro il rivoluzionario nazareno, per farlo fuori.

Due sono le “morali” generali che traggono gli autori da questa brutta, ma ricorrente, storia di prevaricazione. L’una riguarda il diritto e la giustizia – secondo le parole di Trasimaco, interlocutore nella Repubblica di Platone -: “non è altro che l’utile del più forte”. L’altra riguarda la vita di tutti i giorni: “ogni volta che viene commessa un’ingiustizia – sono parole di Péguy -, ogni uomo porta la sua parte di responsabilità” ed ogni ingiustizia commessa contro un uomo è un’ingiustizia commessa contro il Figlio di Dio (p. 54). Per cui, secondo gli autori, per il primo motivo è necessario limitare la libertà dei giudici e sorvegliare sulla loro “discrezionalità” – poiché sotto questa formula passano i soprusi -; per il secondo motivo, occorre farsi carico perché nel mondo non avvengano ingiustizie, incominciando ognuno da se stesso.

 

 

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