Di Felice, Elena Sala, 1989

Un nuovo libro sul Manzoni dell’Universale Laterza, recensione di Elena Sala Di Felice, Il punto su: Manzoni, Bari-Roma, Laterza, 1989, pagine 203, «Rosetum», 10-11 (1990) pagina 23.

 

Copertina, Di Felice

 

 

Testo della recensione

Una felice formula editoriale dell’Universale Laterza è costituita dalla collana che fa “il punto su” uno scrittore. Ogni volume offre un’ampia introduzione del curatore, di cui nel caso dell’opera manzoniana i punti fondamentali concernono l’“evidenza della religione cattolica” nell’opera manzoniana, la “progettazione” di un “ideale di società” più giusta e più umana e l’innovazione artistica dello scrittore. Ci piace soffermarci su questo scritto, perché l’impostazione è meritevole di considerazione, avvertendo inoltre che il suo taglio è didattico ed esplicativo, a livello di alta divulgazione critica.

La base del pensiero manzoniano si fonda sulla religione: non tanto nel senso confessionale – anche questa dimensione c’è, ovviamente, palese e dichiarata -, quanto nel riferimento essenziale alla sostanza del vangelo. Mi sembra questo il punto di forza della riflessione dell’autrice, nella sua prima parte. E infatti Manzoni, ora per un verso, ora per un altro, disillude spesso le attese, ora dei critici sociologici di marca marxiana – i “democratici rivoluzionari”, nell’espressione della Sala De Felice -, ora i cattolici della morale codificata e un po’ da parata. (Si ricordino ad esempio i consiglieri del card. Federico). Nella Morale cattolica Manzoni, pur difendendo varie formulazioni del diritto, della morale e della pietà della Chiesa, mostra di inoltrarsi verso l’esigenza “utopica” del vangelo, cioè verso la sua forza innovatrice e il suo intrinseco valore al di là delle configurazioni assunte nella storia e delle interpretazioni date dalle epoche umane. Con ciò, Manzoni è in grado di impostare un discorso religioso che trova sintonia anche con la ragione. Ponendo l’accordo tra vangelo e natura, Manzoni ha potuto superare nella dottrina e in linea di principio l’antinomia, così diffusa all’epoca da costituire un po’ il modo di pensare comune, tra cristianesimo e laicità. E l’impegno in tal senso del Manzoni è quello, alla fin dei conti, di avvertire la Chiesa a non rigettare in blocco e “a priori” tutto quello che proviene dalla cultura umana estranea alla religione, e per contro a tenere in guardia la cultura laica dal rifiutare in blocco e preconcettamente tutto il pensiero cristiano, circoscrivendolo semplicemente nelle sue espressioni storiche e contingenti.

Anche nell’ambito del “progetto di società” – o meglio di “ideale” di società – Manzoni pone alla base il messaggio evangelico. Certo: alcune indicazioni tecniche, come quello del “libero prezzo” del pane in tempo di carestia, possono essere, o apparire, in contrasto con i principi della morale evangelica – e così son sembrate ad alcuni studiosi -; ma occorre precisare che nel campo politico, così come in quello economico, Manzoni distingue la specificità, quella propria della storia e della “scienza” e quella della religione e del vangelo. La storia politica, economica, sociale è storia in movimento; di conseguenza non si può estrapolare un’indicazione settoriale in questi campi dal contesto storico, in cui essa è stata data, né dal contesto ideologico. Intrascendibile è invece, per il Manzoni, il vangelo come punto di forza che può ispirare le autonome leggi economiche, sociali e politiche, perché esse siano umanamente più buone, corrette e giuste. La studiosa sottolinea molto bene questo concetto, asserendo che alla fin fine Manzoni stimola ad una consapevole attivazione della individualità coscienziale. Sempre con questa avvertenza, però: che non si vedano come esigenze cristiane, poi, quelle che altro non sono se non connotati storici, quindi relativi. Il pericolo è sempre qui.

Sul piano letterario, Manzoni ha compiuto una svolta innovativa nell’aprire una strada nuova nel panorama culturale: dare a tutti, anche ai meno colti, di usufruire dell’arte per educarsi e, un pochino, per divertirsi. Su questa linea letteraria, la coppia Renzo-Lucia è immagine, nel romanzo, non già di “rimozione” del male – come invece altri critici hanno visto -, ma di superamento delle indomate guerre che s’agitano dentro e fuori dell’animo.

Dove il Manzoni ha investito il proprio bisogno profondo di “imparare” dalla storia e di far riflettere su di essa anche gli altri, senza appigliarsi alle invenzioni consolatorie e magari apotropaiche, è la Storia della colonna infame: qui l’autore distingue attentamente il fantastico dal reale, poiché Manzoni – opportunamente avverte Sala De Felice – opponendosi al romanzo “misto di storia e d’invenzione” non condanna l’arte, ma vuole che siano tenuti “distinti” il dominio dell’arte e quello della storia. Con scrupolo. Anche nel saggio storiografico l’impegno manzoniano è morale: e questo non bisogna mai obliterarlo, osserva la studiosa. Altrimenti, non si capisce l’opera manzoniana. Essa è infatti un’indagine storica su un fatto giudiziario, ma ispirata da un’impellenza a rendere avvertiti gli uomini, soprattutto se investiti di responsabilità pubblica, dei pericoli insiti nell’agire con fini preordinati dagli interessi di potere. Perciò, impostata su tale esigenza morale, anche nella disamina storica la mente dello studioso deve “congetturare” – è Manzoni stesso che lo ammette -; ma questa volta egli lo fa con la consapevolezza di precisare i confini chiari tra il documento e la congettura. Così, l’approccio “oratorio” e morale dello scrittore alla “storia” (della “colonna infame”, in questo caso) non risulta affatto manipolatorio – conclude Sala De Felice -, ma è segnato da quell’umiltà che consiste nella coscienza del limite in cui opera uno studioso e dal rigore intellettuale.

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