Merelli, Fedele, 1989

 

Copertina, Merelli, Lupo, 1989

 

 

Per la storia dell’oratoria sacra nel ‘500. La predicazione di Alfonso Lupo, cappuccino, recensione di Fedele Merelli, P. Alfonso Lupo Cappuccino e San Carlo Borromeo, Roma, «L’Italia Francescana», 1989, pagine 139-348, «Rosetum», 4 (1990) pagine 22-23.

 

Testo della recensione

Nella storia della sacra eloquenza del ‘500, il cappuccino Alfonso Lupo rappresenta indubbiamente una delle figure più incisive. Di lui così scriveva Federico Borromeo: “[…] più di ogni altro commosse e scosse l’animo della gente, a tal punto che davvero pochi se ne possono trovare, in tutti i tempi, da paragonare a lui” (De sacris nostrorum temporum Oratoribus libri quinque, Milano 1632). E in effetti Alfonso Lupo aveva avuto già in Carlo Borromeo un valido difensore e, in qualche modo, un discepolo. Alfonso Lopez, o Lobo, o Lovo (1517-1593), italianizzato in Lupo, apparteneva a una delle famiglie spagnole dei “conversos” o “cristiani nuovi”, convertitisi dal giudaismo da una o due generazioni soltanto; nel 1541 entrò negli Osservanti, nel 1561 passò tra gli Alcantarini (un’altra famiglia dei Francescani) e tra il 1573 e il 1575 si fece Cappuccino. Ancora quindicenne e incontrandolo a Bologna, Federico Borromeo gli si rivolse per consiglio circa un’importante questione: la funzione della Bibbia negli studi dei sacerdoti. Ma diverse furono le personalità del ‘500 che accostarono Alfonso Lupo, tra cui Filippo Neri, Pasquale Baylon, Lorenzo da Brindisi e Carlo Borromeo. Il ricco epistolario con quest’ultimo è ora edito da Fedele Merelli, P. Alfonso Lupo Cappuccino e San Carlo Borromeo, estratto da «L’Italia Francescana», pp. 139-348, Roma 1989. Fu predicatore molto fervoroso, tanto che all’epoca si era creata la triade: “Toletus docet, Pinicarola delectat et Lupus movet”; ma, prima di farsi Cappuccino, fu anche molto battagliero, ad esempio predicando contro i chierici che si accaparravano diversi “beneficia” ecclesiastici (rendite economiche) e contro lo Statuto di Toledo (1547, poi approvato dal re di Spagna nel 1556), il quale, conformemente alla prassi già in vigore nella società civile, imponeva nel mondo ecclesiastico la pregiudiziale della “limpieza de sangre” (“purezza di sangue”) per accedere alle cariche pubbliche: un editto, insomma, contro i neo-convertiti. Il Cappuccino ritenne ingiusta la discriminazione, sia socialmente che evangelicamente. Già inquisito da qualche tempo, con l’avvento di Gregorio XIII (13 maggio 1572) fu condannato e sospeso dalla predicazione. A salvarlo fu proprio Carlo Borromeo, il quale, all’inizio, ricorse da buon diplomatico ad uno stratagemma legale, cioè facendolo predicare non già “in pubblico”, ma privatamente nella propria cappella arcivescovile a Milano: così il decreto pontificio di sospensione non era violato. E poi il cardinale se lo contese, quando il Lupo fu riabilitato, fra diversi vescovi d’Italia che lo volevano nella propria diocesi.

Ma vediamo alcune caratteristiche della sua oratoria, che traduco dal latino di Federico Borromeo. “[…] di mente imperturbata, mai arrabbiato a lanciare ingiurie o a svergognare e colpire qualche ascoltatore con mordace sarcasmo: tutte cose che tolgono credibilità e autorevolezza al predicatore”. Ciononostante, qualche intervento inopportuno gli era stato disapprovato, per il vero, proprio dal predecessore milanese di Federico Borromeo, appunto Carlo, ad esempio quando nel 1579 il Lupo, criticando alcuni costumi dei nobili, assenti dalla chiesa, incaricò dal pulpito i loro “amici e servitori” di far loro sapere quanto detto.

Circa le maniere esteriori e il modo di porgere le sue parole, per comprenderne la compostezza e l’equilibrio dovremmo confrontarli con le abitudini dell’epoca, caratterizzate da enfasi esagerata, da contorsioni corporali, da fervori troppo spesso di maniera, forzati e stereotipi:

“[…] talora lo vedevi tremante in tutte le membra e molle di vero pianto, oppure liquefatto da tale tenerezza che gli bloccava la voce e appena riusciva a pronunciare le parole”; “Salendo sul pulpito, sembrava totalmente astratto dai sensi. Spiccavano sui piedi nudi e sulla fronte certe vene turgide, come se ci fosse dentro il fuoco”: ma non era sempre così – continua Federico -, e ciò dimostra che questi fenomeni dipendevano solo dall’impulso inferiore (egli dice da “un’operazione divina”, secondo i suoi parametri “mistici”), e non da “consuetudini naturali”. Inoltre, Alfonso Lupo parlava “il più semplice possibile, guardandosi dalle solite industrie degli oratori”, e non ricorreva a quegli stratagemmi di pietà che così sintetizza il cardinale: ad esempio, “comandare improvvisamente ai fedeli di alzare un grido come indice di pentimento, o di abbracciarsi vicendevolmente, o di alzare le mani”, ecc.

È inevitabile tuttavia che anche la predicazione di Alfonso Lupo si esprimesse in alcuni modi tipici dell’epoca, come quello di rivolgersi al Crocifisso e di parlargli a tu per tu come a persona viva. Ma chi cercava di imitarlo, non otteneva lo stesso effetto benefico – continua Federico – del Cappuccino. Insomma, “fuoco” sì, ma sincero: e senza ricorrere a “umani” giochetti di eccitazione devozionale.

Il denso studio di Fedele Merelli contiene molti brani della predicazione del Lupo e, portandole alla luce dall’inedito, 223 lettere concernenti i rapporti diretti e indiretti tra Carlo Borromeo e Alfonso Lupo. Con spirito attentissimo e con agguerrita critica testuale, egli corregge alcuni errori degli storici ed inoltre offre un apparato di correlazioni tra il contenuto dell’oratoria del Lupo e le “Istruzioni sulla sacra predicazione” di Carlo Borromeo.

 

 

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