Minotti Cerini, Wilma, 2007

Wilma Minotti Cerini, I figli dell’illusione, Blu di Prussia, 2007, in copertina olio su tela (1996) di Mario Bracigliano, pagine 128, in Literary.it, 5 (2008).

 

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In copertina: olio su tela (1996) di Mario Bracigliano

 

Testo della recensione

I Figli dell’illusione è un’espressione che definisce coloro che perseguono il potere per il potere, creando schiavi legati, con catena, all’interesse di chi persegue il potere per il potere. Da ciò, l’aforisma dell’Autrice: il potere per il potere genera schiavitù. Questo è un concetto radicato nella cultura dell’India ben nota all’Autrice (ricordo ad esempio la sua raccolta di poesie Alla ricerca di Shanti, del 1993 e del 2001), la quale nel libro ne espone la globale visione del mondo, soprattutto morale ed esistenziale, attraverso l’incontro di un cittadino americano, Peter Grows, con un Santo, un monaco che vive totalmente l’esperienza mistica buddista. La conoscenza di sé, nel senso della discesa nel più profondo della propria anima dove l’uomo trova Dio, è il bene più grande, e da quella conoscenza deriva ogni altra possibilità di bene, anche sul piano delle attività che concernono la vita di relazione e la società umana, compresa la necessità di reprimere il male nel mondo e di realizzare il bene collettivo.

Del resto, l’identificazione dei figli dell’illusione non si appunta solo sui “grandi” del potere, sugli individui che conducono le strategie di potere nel mondo: ognuno ha un “potente” dentro di sé che vuole assoggettare gli altri al proprio comodo. «Sì, in un certo senso tutti siamo figli dell’illusione, fino a che non ricerchiamo la fonte primigenia della vita, la dignità perduta che ci rende ciechi». Il meccanismo che ci fa “ciechi”, che ci fa cercare il “potere” è, a sua volta, la paura: la paura di passare inosservati, la paura di valere meno degli altri, di non apparire abbastanza… Contro la paura e quindi contro la smania di potere c’è solo un rimedio: l’amore.

L’amore, ad un certo momento, si rende narrativamente evidente quando, in una specie di immersione interiore nell’unità cosmica, il protagonista del racconto percepisce la presenza di un amico d’infanzia, appena morto – ma di cui egli non sapeva che fosse morto e neppure che anni addietro si era fatto monaco –, il quale, al fine di realizzare il percorso che lo porterà alla piena realizzazione della sua anima, ha bisogno di tornare in vita per tre anni, e a tale scopo chiede a Peter di poter essere suo figlio, di poter essere generato da lui, per poi morire, appunto, a tre anni di età. Si tratta, indubbiamente, di una prospettiva pesante, dolorosissima per Peter – generare un figlio che sarebbe di sicuro morto dopo tre anni –, ma che Peter (previo eventuale consenso della sua donna) accetta, mosso dalla “luce” di bene da cui si sente invaso nell’anima e nel corpo.

L’esposizione del pensiero buddista trova qui un forte spunto narrativo, che si conclude con la scoperta, da parte del protagonista, che tutto è stato un sogno: egli ha sognato il colloquio col Santo, ha sognato la presenza, invisibile, dell’amico d’infanzia che gli ha chiesto di poter diventare suo figlio… Ma ciò che è reale – o, se vogliamo, che è il sogno nel senso spirituale del termine – è il sentimento profondo in cui si racchiude l’intera concezione esposta nel libro e con cui si conclude il libro, verso la fine: «Chi potrebbe muoversi, lottare e vivere in questo mondo, se il cielo non fosse pieno d’amore?». A livello narrativo, la realtà di questo discorso sull’amore – l’amore che riempie l’universo e che salva l’uomo dalla tentazione e dalla inclinazione del “potere”, che è di per sé sopraffazione dell’uomo sull’uomo, cioè schiavizzazione di un essere da parte di un altro essere – è costituito dall’invenzione che, svegliatosi dal sonno, il protagonista che ha sognato tutto legge sul giornale che in realtà quel suo amico, John Parker, era davvero morto, appunto da poco, facendo scudo con il suo corpo ad un giovane sconosciuto, in una sparatoria… [Francesco di Ciaccia]

 

 

 

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