Minotti Cerini, Wilma, 2010

Wilma Minotti Cerini, Ci vediamo al Giamaica,  Roma, Albatros il Filo (Strade, Nuove Voci), 2010, pagine 250, in Literary.it, 11 (2011).

 

Copertina, Ci vediamo al Jamaica

In copertina: foto Archivio Alfa Castaldi (Milano, Bar Jamaica 1955)

 

Testo della recensione

Il presente romanzo di Wilma Minotti Cerini è un omaggio al famoso punto di ritrovo – al contempo culinario e culturale, secondo una illustre tradizione non solo italiana – che si chiamava fin dall’inizio, quando fu inaugurato nel 1921, appunto Jamaica.

Si tratta – dichiara l’Autrice stessa – di un romanzo misto di storia e d’invenzione, come afferma anche Enzo Lo Scalzo (“un amalgama tra fiction e realtà che rende omaggio a un pezzo di storia della cultura italiana degli anni Sessanta”), il quale sottolinea come la vicenda si sviluppi con un “intreccio […] semplicemente avvincente, come lo sono le singole storie, la maggior parte riprese dal vero” (in Literary.it, 1/2011).

Il dato storico è garantito e chiaro, l’invenzione non si può sapere dove arrivi. Ciò è quasi scontato, perciò mi piace porre l’accento, subito, su un altro dato: romanzo dichiaratamente misto di storia e d’invenzione. Si tratta della formula praticata e studiata da Alessandro Manzoni.

Quanto alla costruzione del romanzo, quello del Manzoni e quello di Wilma Minotti Cerini risultano tuttavia inversi: il Manzoni immaginò, mentendo letterariamente, di trascrivere da una cronaca manoscritta del Seicento, quasi a far credere che la vicenda fosse tutta reale, anche se, in realtà, realmente esistiti erano alcuni personaggi – puntualmente appurati dai critici nel corso degli anni a seguire, fino ai nostri giorni – e realmente accaduti erano alcuni fatti (come ad esempio l’attività pastorale dei frati minori cappuccini nel Lazzaretto milanese), anche questi rigorosamente individuati dai critici e dagli archivisti; e del resto sagacemente il Manzoni non ha mancato di insinuare la storicità di alcune parti della narrazione (come a proposito della peste), rifacendosi espressamente ad autori nominativamente citati. Quanto all’inventato, vale a dire quanto all’apporto della immaginazione, il gioco resta sempre libero e aperto. Così è, per tutti i romanzi di genere “misto”.

Se consideriamo invece il dato di realtà nel romanzo di Wilma Minotti Cerini, l’Autrice né mente letterariamente né lo lascia indovinare: lo dichiara. Non solo: lo trascrive. Si tratta del capitolo, opportunamente posto alla fine, sulla «Nascita del Jamaica», redatto a cura di Micaela Mainini, figlia di quell’Elio Mainini che aveva dato inizio alla stagione artistica del Jamaica a due passi dall’Accademia della Brera.

Ai nostri giorni – conclude il suo excursus storico Micaela Mainini – il locale fa perno intorno al mondo della moda – che del resto ha egemonizzato tutto il tratto urbano circostante – e quello degli affari, ma un tempo era aperto alla più varia umanità e segnatamente a quella che vive d’arte e di passione, di fantasia e di comunicazione, come lo delinea in effetti Wilma Minotti Cerini secondo le parole di Guido Paglierino: “uno schizzo della vita di boheme di allora a Milano, semplice ed elitaria insieme, intellettuale, raffinata, dove l’arte era riconosciuta e apprezzata” (Literary.it, 2/2011).

Oltre che nel suddetto capitolo curato da Micaela Mainini, la parte storica del romanzo, in senso documentabile e anagrafico, è affidata dall’Autrice ad un lungo brano del capitolo «Jamaica posto mitico», nel quale sono menzionati, con nome e cognome e con alcune caratteristiche salienti, le personalità che frequentavano il locale o che lo avrebbero frequentato in tempi successivi a quelli in cui si colloca cronologicamente il romanzo. Tra i tanti nomi, qui ricordo Arnaldo Pomodoro, Camilla Cederna, Dario Fo con Franca Rame, Salvatore Quasimodo, Mariangela Melato, Dino Buzzati, Mario Soldati, Cesare Pavese, Umberto Eco, Giuseppe Ungaretti. Comunque, lì si incontravano pittori e modelle, poeti e filosofi, personaggi già famosi e personaggi non ancora famosi; si incontravano gli abituali e gli occasionali, gli avventizi e i surrettizi. Ma chi poteva, lì, dirsi surrettizio o avventizio, se anche gli abitudinari non programmavano le loro giornate al Jamaica?

In questa variegata umanità l’Autrice inserisce i suoi personaggi romanzeschi. Per quanto riguarda l’“invenzione”, non c’è da chiedersi quanto del racconto e dei personaggi sia “storico” e quanto sia fantasioso. La vicenda, intessuta di tante piccole vicende che s’intrecciano, si sviluppa secondo il criterio della “verosimiglianza”: il racconto, a livello narrativo, si ispira al vivere quotidiano tra dinamiche interpersonali in un qualunque stabile delle nostre città, tra incontri e, a volte, scontri tra persone che già si conoscono e altre che hanno appena familiarizzato, qualche amore che nasce improvviso, qualche altro che si è pian piano maturato… Insomma, è la vita.

In concreto, è il mondo della Milano scapigliata e artistica che si raccoglieva a Brera intorno al mitico caffè Jamaica, fatto rivivere da Wilma Minotti Cerini con “ironia e senso dell’umorismo”, come focalizza Gabriella Palli Baroni (in Literary.it, 10/2010). Il mondo che risulta nel romanzo è quello in cui, all’epoca della “rinascita economica”, la vita si svolgeva con ottimismo, o forse solo con serenità. Viene spontaneo pensare, leggendo il testo in causa, che all’epoca, nonostante e forse proprio per le devastazioni del recente passato, la vita fosse affrontata con una certa leggerezza interiore, quasi con la voglia di lasciarsi un po’ andare alla spensieratezza; fosse diffuso un senso di solidarietà più spontaneo, malgrado la ricerca di benessere da parte di ognuno; si vivesse con molta semplicità e libertà interiori, nonostante le regole morali e comportamentali fossero rigide. Anche sotto questo aspetto socio-esistenziale, il presente romanzo può costituire un tassello storicamente interessante, per quanto circoscritto ad un particolare ambiente.

Detto ciò, a me pare di poter dire che la cifra fondamentale del presente romanzo è tuttavia la “fiaba”.

A ben considerare le varie “storie” dei personaggi – di tutti quanti i personaggi -, si può senz’altro dire che la scrittrice ha scelto un taglio narrativo ben preciso: lo sviluppo e il finale felici di tutte quante le vicende (salvo il caso di un solo personaggio, Piero Manzoni, che sembra fosse per davvero in cattiva salute – ma a questa situazione l’Autrice, appunto, dedica solo un cenno). Per il resto, tutte le “storie” viaggiano lungo i binari immaginari dei più felici casi – possiamo dire – della vita. Tutto si incatena per modo che le vicende si sviluppino e finiscano nel migliore dei modi e tutti i personaggi si trovino, alla fine, felici e contenti. Sembra davvero che si attraversi il mondo più bello che c’è.

Persino l’unico episodio con suspence, quello di un inquilino che è trovato tramortito davanti alla porta del proprio appartamento, si traduce, in brevissimo arco di tempo, in una felice sorpresa, dopo una altrettanto breve spiegazione di quel tramortimento: il tutto poi si risolve nell’idilliaco ricongiungimento, tra “calde lacrime” (p. 174) di commozione, di due sorelle che, pur vivendo nel medesimo stabile, si ignoravano. Con qualche trepidazione inizia anche la storia del falso mago, uno squattrinato che si inventa la soluzione di passare per guaritore pur senza conoscere alcun elemento di base del mestiere (p. 30): alla fine sembra che faccia davvero “miracoli” (p. 78). In quest’alone di fiaba non ha importanza capire se in realtà, nel senso ovviamente narrativo, i miracoli il “mago” li faccia oppure no: ciò che conta è proprio il lieto, anzi lietissimo, fine, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Ovviamente, il protagonista del romanzo – un uomo spento e incolore che fa l’impiegato e che d’estate, poiché resta in città, si prende cura dei fiori e degli animali di tutti i condomini che vanno in vacanza – trova sia l’amore – il tutto narrato con divertimento, in un gioco di situazioni che fanno pensare al genere della commedia -, sia la promozione professionale, senza peraltro che i suoi colleghi, scavalcati nella gerarchia aziendale, pur se “presi da uno sconforto infinito” (p. 208), sviluppino sentimenti antagonistici nei confronti del loro fortunato rivale: anzi, il tutto si conclude con grande armonia e con soddisfazione generale (pp. 208-210). Sembra, soprattutto in questa vicenda, di vivere tra uomini di alta umanità e spiritualità oppure in un mondo di sogni gratificanti.

Si conclude felicemente anche la vicenda esistenziale del comunista rivoluzionario: costui vince una grossa somma al Lotto, va a Cuba per arruolarsi tra i seguaci di Che Guevara, s’accorge che praticare la guerriglia è un’operazione ben diversa che viverla nella fantasia, lascia un po’ di soldi ai rivoluzionari (che si commuovono per la generosità) e se ritorna a Milano, senza alcun problema di nessun ordine (pp. 217-226).

Poi ci sono anche situazioni o aspetti comici, come quello, ad esempio, del Sior Paron che, pur maturo d’età, non ha idea di come corteggiare una donna. In effetti, pur presentando di fatto “un pezzo di storia culturale di un periodo di ripresa della vita italiana, dopo quello triste della Seconda Guerra Mondiale, […], uno spaccato di storia epocale di grande valore informativo”¸ che coinvolge “fatti di costume, delle idee, dei pensieri e delle considerazioni esistenziali degli anni ’50-’60”¸ l’approccio privilegiato da parte dell’Autrice nel tratteggiare le “caratteristiche somatico-classistico-sociali” e il loro modo di comportarsi dei personaggi “rasenta – osserva Brandisio Andolfi – “la tipologia del picaresco e del comico” (in Leterary.it, 2/2011).

In effetti, la prima idea che mi è venuta in mente, leggendo questo lavoro di Wilma Minotti Cerini, è che ella si sia voluta “divertire” un po’. Aspetti ludici o giocosi di tal genere mi rimandano, adesso, alla considerazione di Elisa: “L’autrice costruisce una storia ironica, volutamente paradossale, che respira l’aria di allora ma dove i personaggi conservano la loro autonomia, rappresentando l’allegria ironica che Wilma Minotti Cerini infonde loro; una leggerezza che contrasta volutamente con la caratura ideologica ed artistica del periodo, trasferendo nel lettore un senso di divertente partecipazione ad un tempo rivisitato in una chiave di sogno” (in Literary.it, 11/2010).

Mi sembra che l’Autrice, concependo una storia veramente fantastica per come tutto in essa proceda gaudiosamente, abbia voluto esorcizzare il male della vita, la paura del domani, il dolore del passato, la durezza del presente e abbia voluto dire che la vita è bella, anche se, a occhi aperti, ciò non sembra vero. [Francesco di Ciaccia]

 

 

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