Ruggiero, Angelo e Antonio, 1999

Parliamo anche di Napoli, recensione di Angelo Ruggiero, La leggenda nera del principe di Canosa, Presentazione di Giampiero Cantoni, Milano, Terziaria (Saggi 8), 1999, pagine 340; Gennaro Ruggiero, Brivido napoletano: culti raccapriccianti, misteri insoluti e atrocità varie nella storia e nella leggenda di una città unica al mondo, Presentazione di Enzo Galizia, Milano, Terziaria (Letture 3), 1999, pagine 128: Parliamo anche di Napoli, «Rosetum», 3 (2000) pagina 20.

 

Copertina, A. Ruggiero

Testo della recensione

Nella storia, e nell’anima. In due libri innovativi. Il primo, storico, ribalta la “leggenda nera” del famoso principe di Canosa. Costui, additato dalla storiografia ufficiale come “bieco reazionario” e simbolo dell’oscurantismo tradizionalista – fu amico di Monaldo Leopardi, padre di Giacomo; del cardinal Ruffo; di Maistre -, nel simpatico e scorrevole libro di Angelo Ruggiero è visto invece nella sua profonda anima “napoletana”: focoso e passionale, ma lucido e idealista. Avversava i movimenti sorti dalla Rivoluzione francese e le sette “segrete” – tra cui massoneria e Carboneria -, attaccato com’era alla religione cattolica e al principio secondo cui il legittimo potere politico è di chi lo detiene per lunga tradizione e lo conserva con il sostegno delle classi intermedie. Per tal motivo fu osteggiato sia dai giacobini rivoluzionari, sia dalla monarchia nel momento in cui essa credette che egli sostenesse la nobiltà contro la Corte regia. In realtà, egli comprese ciò che avrebbe poi capito un Vincenzo Cuoco: qualsiasi struttura politica è perdente, se tra la generalità della popolazione – il “popolo minuto” – e i pochi intellettuali c’è un’abissale distanza mentale. In questo contesto storico l’Autore intesse quel frenetico susseguirsi di eventi armati e di intrecci politici che rende quest’opera un racconto quasi pirotecnico degli avvenimenti che toccano la rivoluzione napoletana (1799), il regno di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat, fino al ritorno dei Borboni a Napoli. Un saggio che si legge come un romanzo.

Ma Napoli è anche la città di fantasmi e di misteri. Enzo Galizia, nella prefazione ai bei racconti da “brivido” e di religiosità popolare di tipologia squisitamente napoletana, si rammarica che Fellini non abbia dedicato una sua opera a Napoli: “avrebbe trovato materiale adattissimo al suo gusto del grottesco, della fiaba, […] del gotico […] solo apparentemente in contrasto con la sua fin troppo mitizzata solarità”. Napoli, dunque, alle falde del “killer” che è il Vesuvio, non tanto “paese del sole”, quanto paese della Congiura dei Baroni, del popolano Masaniello, del conte Acquaviva, gangster del Seicento; con le brutte avventure occorse al filosofo domenicano Tommaso Campanella e coi misteri quale quello del sangue di San Gennaro. “Tanti quadretti – sintetizza Galizia – che s’immaginano raccontati da tenere nonnine di tanti anni fa ai propri nipoti […], magari un po’ impauriti” per i fantasmi della Cappella stregata, per il coccodrillo di Castel Nuovo, per il lupo mannaro di Agnano, ma anche inteneriti per la condanna a morte di un Antonello e di una Costanza, nuove figure d’amore alla Giulietta e Romeo. Tutti racconti brevi: incisivi e agili, al contempo storici e carichi di potenza immaginifica. Le storie più affascinanti, del resto, sono sempre quelle vere. Leggerle, per credere!

 

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