Tivoli, Vittorio, 1988

Non è tutto oro quel che luccica, recensione di Vittorio Tivoli, Il grottesco emergente. Diario autocritico di un manager, Milano, Terziaria, 1988, pagine XV+232, «Rosetum», 3 (2001) pagina 14.

 

Copertina, Tivoli, Il grottesco

In copertina: M. C. Escher, Band von Möbius II

 

 

Testo della recensione

Sembra anzi piombo. Se non peggio. Quel che luccica è l’economia avanzata. È l’organizzazione dell’economia globale. O anche meno globale. È l’economia così com’è: quella dei nostri tempi, almeno. A dirlo non è un hippy, un “uomo dei fiori”: è uno che c’è vissuto dentro. L’economia acceca. Anzi no: spersonalizza. Peggio: annienta. Chi vive per l’economia avanzata, non è uno che striscia le ginocchia a terra, per tirar su qualcosa da mangiare. Non è neppure chi lavora come un cane, perché l’azienda produca beni per la sopravvivenza di sé e di molti altri. È invece colui che lavora come un cane, perché cane è: perché non ragiona più e non capisce ormai più niente. Il quadro sembra allucinante. Ma in sostanza è la realtà di questo mondo in via di estinzione: estinzione dei suoi membri allucinati, ben s’intende. Tutto è astratto, ai livelli della conduzione suprema delle grandi aziende e delle multinazionali: astratto, proprio come ciò che non esiste. Eppure, chi è immerso in quell’ambiente crede di portare il mondo sulle spalle. In realtà, il mondo neppure ce l’ha davanti agli occhi.

L’Autore conduce analisi acute sulla deficienza – anche produttiva! – di questi nuovi mostri. Mostri? Sì: perché non sono uomini, e non son nemmeno bestie. Sono dell’altro. Ma sull’argomento specifico nell’ambito economico non sto a commentare. Solo un cenno sulla dinamica, più particolare, dell’ambizione di potere. E su questo tema mi verrebbe da ripetere le parole d’un grande saggio: “O uomo che hai solo il potere in testa, sappi: hai già la peste in corpo!”. Per non dilungarmi su un argomento così sollecitante, ho ritenuto semplicemente riportare un brano – tra i tanti – che fotografa uno dei tanti personaggi di questa galassia della inumanità. E sì: inumano non è solo chi ammazza il prossimo. Inumano è anche chi neppur lo vede, il prossimo. E c’è da dire che questo libro è bello soprattutto per questi vividi identikit umani. L’uomo di potere – in cui rientra il manager d’azienda, anche se in terreno diverso da quello del politico, dello statista, dell’arrampante prof. universitario o del primario d’ospedale – vive in un mondo che è fatto solo di “simboli”. Tutto è “simbolico”, per lui: anche l’uomo che gli passa accanto. “Reale” è soltanto il suo mondo di “simboli”. E qual è il “simbolo”, con cui vive l’uomo di potere? Il “posto in alto”. Tanto che, a forza di inseguire il “posto in alto”, neppure si rende conto che va a rotoli l’azienda. Ma l’azienda è andata a rotoli davvero? Ma c’è, un’azienda?, sembra chiedersi il manager d’azienda! Come il don Ferrante manzoniano: il quale, stando per morir di peste, era convinto che la peste non esistesse proprio. “Non esisteva, come persona voglio dire, forse non era mai esistito. Non era un essere umano, era un simbolo e viveva la vita astratta e remota dei simboli. Forse era nato simbolo, forse col tempo lo era diventato. Ma non se ne rendeva conto. Per lui la vita intera era solo simbolica, una geometrica struttura, un gelido, boreale cristallo di simboli. E, siccome per lui tutto questo era molto reale e vitale, si sentiva ben vivo, importante, potente. Anche gli altri esseri umani non esistevano ai suoi occhi, riusciva a vederli solo come figure simboliche, pedine su una scacchiera, caselline di un gigantesco organigramma. La posizione che occupavano li rendeva simpatici o antipatici ai suoi occhi, i modi della loro utilizzabilità ne definivano i contorni. La sua era una visione molto pragmatica, molto concreta, molto realistica della vita.

Era stato coerente, aveva sposato una donna simbolica, l’incarnazione del ruolo di un certo tipo di moglie, e aveva messo al mondo due graziosi simboletti. Crescendo gli avevano dato tante soddisfazioni, dei simboli modello, davvero. E adesso erano illuminati da un bel ruolo in società, un ruolo da manuale, da simbolo. Non aveva sentimenti che non fossero strumentali, gli altri gli interessavano solo in termini di pettegolezzo, il pettegolezzo trasforma le persone in cose, in simboli, le condanna all’unidimensionalità dell’astrazione, le trasforma in profili disegnati su un foglio di carta. Vedeva la vita come se fosse un film ma senza credere che fosse tutto vero, come capita agli stupidi. No, lui si rendeva conto che stava guardando un film ma era convinto che al di fuori di quel film nessun’altra realtà esistesse. Per questo se ci avesse pensato si sarebbe sentito profondamente solo e una nebbia di malinconia offuscava talvolta l’inquietudine dei suoi sogni. Aveva fatto del male a molte persone, ma erano tutte del genere simbolico e la sofferenza di un simbolo è solo una sofferenza simbolica.

Come fa una casella su un organigramma a star male solo perché viene semplicemente spostata da Ovest a Est o da Nord a Sud? E se soffre davvero, tanto peggio per lei, non sta al suo ruolo di bravo simbolo [occuparsene]”. [Francesco di Ciaccia]

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