Zampieri, Fabio, 2012

Fabio Zampieri, Da Morgagni alla patologia molecolare. Teorie e modelli dell’anatomia patologica, Padova, Libraria Padovana Editrice, 2012, pagine 231, in Literary.it, 11 (2012).

 

Copertina, Zampieri, Patologia, 2012

In copertina: G.B. Morgagnis, Adversaria anatomica quarta, quinta sexta excudebat Josephus Cominus, Patavii, 1719 (Tabula I, Adversaria V)

 

Testo della recensione

Nella storia della medicina si può riscontrare una rivoluzione metodologica, quale quella che nella fisica astronomica si è registrata con Copernico, nel momento in cui si è stabilito che criterio di verità non è quello “fondato sul commento dell’opera degli autori antichi” (p. 24) – criterio tradizionale o “ortodosso” -, ma è quello fondato sulla “visione diretta” del corpo umano, attraverso la dissezione dei cadaveri, perché ci si renda conto di come realmente stanno le cose in fatto di organi e di malformazioni organiche e in definitiva in fatto di malattie.

Per il vero, già Leonardo aveva compreso il principio – in termini anatomici, pur al di fuori della medicina – della “visione diretta” degli organi umani, ma solo con il procedere delle dottrine e con l’evoluzione del pensiero scientifico si è potuto pervenire alla affermazione apodittica di questo criterio. Il Morgagni stesso (1682-1771) – al quale si può attribuire un merito speciale in ordine a tale principio – attese ben cinquant’anni, prima di dare alle stampe la sua opera dottrinale in cui rimarcava, persino radicalizzandola, il concetto della visione diretta dei corpi umani attraverso la dissezione, scrivendo che “i medici, che hanno eseguito o visto numerose autopsie, hanno quanto meno imparato a dubitare delle loro diagnosi; gli altri […] vivono nelle nuvole di una incontrollata illusione” (p. 24).

Fabio Zampieri si può dire che parta da questa constatazione per sviluppare il suo discorso panoramico sulla anatomia patologica: un discorso che è panoramico, in quanto ripercorre la storia degli sviluppi teorici e pratici dal Seicento – a partire dai maestri di Morgagni – a tutto l’Ottocento e i primi del Novecento, ma che è al contempo estremamente puntuale e spesso analitico in alcune problematiche importanti. Il libro di Zampieri è dunque diretto sicuramente a specialisti della storia della medicina e presuppone conoscenze nel settore clinico-anatomico; e tuttavia si può anche dire che il suo pubblico di lettori si allarghi oltre la cerchia degli “addetti ai lavori”, sia per la materia in se stessa interessante – gli studi sul corpo umano suscitano comunque curiosità in chi ha piacere di conoscere meglio il proprio corpo anche dal punto di vista medico -, sia grazie ad una scrittura semplice e chiara, che stimola alla lettura – nonostante qualche difficoltà concettuale che le persone meno esperte indubbiamente possono incontrare.

D’altronde, la storia stessa dell’anatomia patologica ha conosciuto un contorto e complesso percorso teorico e concettuale, avverte l’Autore nella sua Introduzione, che precisa: “Già il sostenere che l’analisi delle lesioni organiche rilevabili sul cadavere potesse essere utile per comprendere la natura delle manifestazioni cliniche delle malattie sul vivente era un’idea che, quando fu formulata per la prima volta, necessitò di una lunga serie di discussioni e dibattiti, per essere accettata” (p. 5).

Non è dunque priva di contrastanti posizioni – con relative concettualizzazioni oppositive – questa storia dell’anatomia patologica, ma alla base resta sempre la confortante constatazione che l’anatomia patologica giovò profondamente a cambiare lo “sguardo medico” e il “suo modo di interagire con i pazienti”, poiché essa prospettò che il criterio per ricercare l’origine e la definizione del male non fosse nell’ordine della soggettività, cioè non fosse tanto da collocare nelle sofferenze esposte dai pazienti e nelle manifestazioni esteriori dei suoi dolori, quanto nella oggettività del suo corpo, “nelle linee e nei volumi dei suoi organi”. “L’anatomia patologica, dunque, corrispondeva alla sfida intellettuale di far tentare di parlare non gli individui, ma le strutture; non le malattie, ma gli organi e i tessuti. L’aspetto morfologico, anatomico, divenne la prospettiva dominante della ricerca […]” (p. 6). La ricerca scientifica incominciò a svolgersi all’interno dei concetti di struttura e di funzione – sia normale, sia patologica.

A partire dalla suddetta novità, come ho segnalato all’inizio, le prospettive e i relativi problemi si sono susseguiti e si sono presentati a ritmo incalzante e con diatribe anche aspre, che in questa sede non è agevole illustrare. Tuttavia mi piace segnalare, a modo di titolazione, alcuni punti cardinali del metodo morgagnano. Uno è quello della definizione e della individuazione della causa prossima della malattia. Essa fu vista dal Morgagni nella alterazione organica, strutturale, “o ‘biochimica’, come diremmo oggi” (p. 39): causa prossima che non escludeva, anzi la implicava, la multicausalità della malattia. La causa prossima della malattia era in effetti individuata nell’insieme contemporaneo – da ciò il concetto di “multicausalità” (p. 56) – di tutti i fattori necessari e sufficienti alla determinazione della malattia stessa.

La multicausalità costituisce dunque un aspetto essenziale dell’approccio morgagnano alla malattia. Oltre a ciò, è infine importante rilevare il significato fondamentale del metodo morgagnano che ha rivoluzionato la medicina. Egli ha concepito la malattia “come relazione oggettiva fra diversi ordini di fenomeni: lesioni anatomiche, processi fisiopatologici e sintomi clinici” (p. 55).

Da questi brevi cenni spero che si possa intuire il merito di quest’opera di Fabio Zampieri, che ha indagato con grande cura scientifica e con esperienza letteraria intorno ad un settore tanto importante della medicina e della storia della medicina. [Francesco di Ciaccia]

 

 

 

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