Zanzi, Merelli, 1990, 1991

Sacri Monti: dintorno nella storia e accanto alla documentazione, recensione di Luigi Zanzi, Sacri Monti e dintorni. Studi sulla cultura religiosa e artistica della Controriforma, Prefazione di Dante Isella, Milano, Jaca Book (Edizioni universitarie Jaca Book 70), 1990, pagine XVI+637; P. Fedele Merelli, Le cappelle del Rosario al sacro Monte sopra Varese: l’opera dei Cappuccini, Presentazione di P. Fidenzio Volpi Ministro provinciale dei cappuccini lombardi; copertina fra Damaso Bianchi, Milano, Centro Studi Cappuccini Lombardi, Giuffrè Editore, 1991, pagine VI+213, «Rosetum», 11 (1991) pagine 20-23.

 

     Copertina, Zanzi

In sovraccopertina: realizzazione dell’Ufficio grafico Jaca Book

     Copertina, Merelli, Monti

 In sovraccopertina: acquarello del pittore Damaso Bianchi

 

 

Testo della recensione

L’interesse per i Sacri Monti, come espressione della pietà popolare e come specchio del tempo storico (soprattutto ecclesiastico, sul piano sia della spiritualità che della politica), da alcuni anni si sta sviluppando con incalzante passione degli studiosi, degli archivisti e della società cristiana in generale, concretizzandosi sia in Convegni di studio, in testi critici e in raccolte documentarie, sia in volumi fotografici e divulgativi. Non intendo segnalare tutte le pubblicazioni al riguardo; ritengo però doveroso ricordare almeno le voluminose raccolte degli Atti del Convegno di Orta San Giulio del 1987, Medioevo in cammino: l’Europa dei pellegrini (1989) e di quelli del Convegno di San Vivaldo del 1986, La “Gerusalemme” di San Vivaldo e i Sacri Monti di Europa (1989). Qui invece concentro l’attenzione sulla realizzazione delle Cappelle del Sacro Monte sopra Varese, su cui è stato compiuto dal prof. Luigi Zanzi, dell’Università di Pavia, uno studio ampiamente contestualizzato sul piano storico-ecclesiastico e su cui recentemente è stato reso pubblico un interessantissimo “corpus” documentario dall’archivista dei Cappuccini lombardi, Fedele Merelli (Le cappelle del Rosario al sacro Monte sopra Varese: l’opera dei cappuccini, Milano 1991), già attivo in questo genere di edizioni, avendo pubblicato, per non dire delle lettere inedite di Carlo Borromeo e di Federico Borromeo ai Cappuccini o sui Cappuccini, i documenti inediti su I Cappuccini di Arona: Sacro Monte e Convento (1987). Per gli storici, l’importanza della storia dei Sacri Monti trae motivo da una nuova concezione storiografica sulla cosiddetta “storia locale”. La illustra molto bene Luigi Zanzi, appunto, nella sua “monumentale” opera, Sacri Monti e dintorni. Studi sulla cultura religiosa e artistica della Controriforma, prefaz. Dante Isella, Milano 1990. La “località”, intesa come contesto culturale di uno specifico ambiente, illumina una problematica storica di vaste proporzioni. E in effetti il fenomeno dei Sacri Monti delle Prealpi lombardo-piemontesi richiama, coinvolge e a sua volta “documenta” e mostra le condizioni storiche dell’epoca (cinque-secentesca), come quelle sociologiche, economiche e imprenditoriali, che permisero il compimento materiale del lavoro; quelle politiche e in particolare politico-ecclesiastiche, che presiedettero al “senso” dell’opera fisica e sacra, determinandone le caratteristiche anche esterne; quelle religiose, che spinsero all’esperienza del pellegrinaggio. I presupposti teorici risalgono all’impegno cattolico promosso dal Concilio di Trento, ma i connotati specifici del fervore per i Sacri Monti vanno connessi con la “politica” di Carlo Borromeo, proseguita dal cugino Federico, di rifondare in termini di “modernità” una chiesa che, per un verso, facesse fronte al “pericolo” luterano e per altro verso cementasse una “società cattolica” non solo bene organizzata, ma anche rigidamente controllata in tensione “anti-ereticale” (sta qui il “contro- riformismo”) e spinta alla “azione celebrativa” in forma enfatizzata (è anche in ciò il “barocchismo”). Per quanto concerne la pratica devozionale dei Sacri Monti, tra il sec. XVI e il XVII avrebbe assunto un duplice significato strettamente amalgamato: di difesa contro il “nemico del Nord”, con l’evidenza di un “sistema sacro montano” a “baluardo” sacralizzato contro le nordiche regioni protestanti, e di “teatralizzazione” spaziale, processionale ed oratoria a “glorificazione” della “societas” cattolica. Fedele Merelli trova troppo rigido questo impianto storiografico, quasi che il fatto della costruzione delle Cappelle al sacro Monte sopra Varese sia stato “per forza di principio”, e quindi presuppositivamente, inscritto nella politica e nella cultura controriformistiche. Ma è soprattutto un altro il principio che il Merelli ritiene eccepibile nel caso particolare di Varese. È quello secondo cui gli eventi storici complessi si generano non già dall’operato di singole persone ma da una molteplicità di fattori convergenti, che si ascrivono al “vissuto comune” della gente e alla tradizione di fede, alle tendenze impresse dall’autorità (in questo caso, ecclesiastica), e così via. Di tale istanza, collettiva e generale, gli individui (singoli predicatori, costruttori, artisti, autorità pubbliche ecc.) sono solo interpreti e “specchio”. Per il vero, se a livello teorico il suddetto principio potrebbe in ogni caso sussistere con validità storiografica –poiché l’“attore” individuale sarebbe comunque “espressione” della temperie storica, “voce” emergente del popolo, “specchio” del suo tempo -, tuttavia a livello fattuale bisogna verificare e stabilire che cosa, nel “fatto”, un soggetto abbia compiuto o meno. In mancanza di determinanti e sufficienti dati in suo possesso, Luigi Zanzi ha dovuto necessariamente concludere che il Cappuccino, decantato come iniziatore delle Cappelle al Sacro Monte sopra Varese – il padre Giambattista Aguggiari da Monza – è più una chimera che altro; più un personaggio immaginario che un vero e proprio costruttore; più un pretesto di gloria carpita (più o meno) fraudolentemente dai Cappuccini che un effettivo operatore. La documentazione inedita del Merelli svela come il Cappuccino sia stato non solo l’iniziatore reale, e non fumoso, dell’opera – poiché “in mente” le Cappelle ce l’aveva più d’uno, ma solo lui s’adoperò per incominciare a renderle concrete – ma fu anche colui che con impegno e tenacia ne permise l’effettiva prosecuzione, fino a che, anche lui come tutti, se ne andò all’altro mondo. A questa documentazione di incontrovertibile comprova il Merelli farà seguire, in un prossimo futuro, un altro considerevole “corpus” documentario, che s’attiene alla complessiva opera dei Cappuccini per decenni e decenni al Sacro Monte sopra Varese. Infatti, quanto al prosieguo della presenza dei Cappuccini in quel di Varese – s’intende, al sacro Monte -, l’attuale conoscenza storica è inconsistente o pressoché nulla: almeno nella stima degli storici. Ed invece i documenti – quelli già editi dal Merelli e quelli pubblicandi e anticipati nell’Introduzione del Merelli stesso – rivelano che l’azione dei Cappuccini vi fu assidua, costante e – non meravigli – insostituibile: visto e considerato che, quando essi se ne allontanarono, vi furono richiamati. E perché? Per le “belle parole”. Solo per le belle e (magari) baroccheggianti parole? Non solo. Anche per le buone “entrate” economiche, per le questue fortunate. Allora vien da paragonare, con illazione contestualizzante, questa storia a quella del lavoro – perché “lavoro” è – ad esempio di un Cecilio da Costaserina che al convento dei Cappuccini in Monforte creò la “Mensa di san Francesco” nel secondo dopoguerra. Certo, i “tempi” post-bellici e la proletarizzazione urbana agevolavano l’esecuzione, “ispiravano” l’idea. Ma non fu, a realizzarla, un qualche altro. Un qualcun altro, o non ci aveva pensato o, se ci aveva pensato, non aveva trovato il “popolo” con le maniche larghe. Cecilio le trovò, quelle maniche larghe. Forse, perché era meno “barocco” degli altri; forse, perché era più mortificato degli altri; forse, perché era più umile degli altri. Non a ragione, sul piano della “presunzione storica”, si può sostenere che l’Aguggiari era un buontempone solo perché viveva in un tempo di rilassatezza e di “politicanti”, ecclesiastici o meno che fossero. Forse, si avvicinerebbe di più alla possibile “verità” storica una contestualizzazione che, per quanto riguarda un Cappuccino del ‘600, facesse riferimento alla “forma di vita” e alla base istituzionale esplicitata dalle coeve Costituzioni di quell’Ordine. [Francesco di Ciaccia]

 

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