1986, SFSL, Stoppani

Un «sospetto» di Antonio Stoppani riguardo alle fonti manzoniane, «Studi e Fonti di Storia Lombarda. Quaderni Milanesi», 11 (1986) pp. 140-142; poi Literay.it [2016].

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Un «sospetto» di Antonio Stoppani riguardo alle fonti manzoniane

Di Antonio Stoppani, amico del Manzoni, avremmo avuto molti ragguagli, sia pure indiretti, sui suoi rapporti con Alessandro, se i numerosissimi documenti del comune amico, il cappuccino Agostino Moretti da Crema (m. 1888), non fossero stati fatti «abbruciare», con ordine proveniente da Roma. In ogni caso, è comprensibile l’interesse dello Stoppani, di cui nella lettera. Quanto a Natale Ceroli, abate, che confortò, come poté, il Manzoni nelle angosce degli ultimi giorni di vita, desta meraviglia la sua scoperta dell’opera di Pio La Croce (Memorie delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contagioso l’anno 1630, G. Maganza, Milano 1730, in 4°, pp. 99), confuso con un imprecisato Bartolomeo della Croce. Fin qui, nulla di interessante. Prevedibile, anche, la calma del Manzoni.

Stimola interrogativi la nota del Muoni, archivista di Stato[1]. Costui, nel 1871, affermava che il Codice Cartaceo[2] era stato appena rinvenuto. In realtà, era stato appena «rinvenuto» tra le carte del «Fondo di Religione», in cui ebbe a collocarlo proprio il Brugnatelli, segretario archivista, il 19 giugno 1870, togliendolo dalla classe «Finanze», dove era stato posto successivamente, una volta incamerato dallo Stato con la soppressione napoleonica dei beni ecclesiastici (1810). Tuttavia, lo scetticismo dello Stoppani sulla ipotesi di «come il Manzoni potesse possedere copia di quel Codice» è, ancora una volta, generato da lacune di informazione, poiché, immediatamente dopo la suddetta soppressione e fin quando il Manzoni attendeva al romanzo, il materiale d’archivio degli Ordini religiosi era situato ancora a San Fedele, dove il Manzoni stesso fece ricerche (I Promessi Sposi, XXXI, 599; XXXII, 623), e dove i documenti ecclesiastici erano distinti per provenienza. È ovvio che egli non poté mostrare all’amico Stoppani il Codice, che non «possedeva» in casa. Quanto alla «predica del P. Felice», essa era anche nel Codice Cartaceo in questione, oltre che nel manoscritto Del P. Felice da Milano Predicatore, annotato, forse, dallo stesso Manzoni[3].                                                                                                    Francesco di Ciaccia

[1] La «nota» ricordava, erratamente, che il guardiano di Monza – ciò accadeva nel 1646 – aveva incaricato il ministro provinciale lombardo di far redigere una cronaca sul servizio cappuccino al lazzaretto. In realtà, era avvenuto il contrario, non avendo autorità il guardiano locale sull’ordinario provinciale, ma viceversa.

[2] Si tratterebbe del Processo autentico sul servizio dei Cappuccini nella peste del 1630, ms, Archivio di Stato di Milano, Fondo Religione, parte antica, Conventi Cappuccini, Atti Storici, Provincie, Milano, cartella 6500, n. 6. Copia conforme in Archivio Provinciale Cappuccini Lombardi, con il titolo: «Processo autentico, istituito per Commissione generalizia sui Cappuccini assistenti al lazzaretto e sul servizio ivi prestato nella pestilenza del 1630».

[3] Per queste notizie essenziali ci siamo valsi di G. SANTARELLI, I cappuccini nel romanzo manzoniano, Milano, 1970; ci sembra che il sospetto dello Stoppani, espresso nella presente lettera, costituisca un «precedente» curioso per la questione delle fonti manzoniane. La lettera da me trascritta presenta una grafia finissima, non sempre di facile lettura.

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