1982, MessLor, A la Beatissima

«A la Beatissima Vergine di Loreto» di Torquato Tasso, «Messaggio della Santa Casa», 3 (1982) inserto s.n.

Testo dell’Articolo

Quando Torquato Tasso si recò a Loreto il 27 ottobre 1587 era uscito da poco più di un anno dall’isolamento di Sant’Anna, e scrisse una Canzone devozionale e teologica al contempo, che il critico Fabbroni definì «gravissima e piena di sublimi sentimenti ispiratigli dalla santità del luogo». La soddisfazione dell’Autore si avverte nella descrizione del panorama stesso: da una parte il «grande e spazioso mare» (v. 2), dall’altra l’«alta rupe ov’in marmorea mole» è custodita l’«umil casa» che «il mondo onora e cole» (vv. 19-20). Ma la sua gioia è soprattutto morale, nel contemplare lo «splendor» della «santa Stella» che lo ha guidato «fra le tempeste e i fieri venti» (v. 1) fino al luogo, materiale e spirituale, «ove il tuo lume scintillando appare / e porge al dubbio cor dolce conforto» (vv. 5-6). C’è, nella prima stanza, il sentimento grato del salvato, come già in Dante (Inferno, 1, 22-24), che si ripensa, con tremore, ancora «in terribil procella ov’altri è morto» (v. 7). Come già per Dante e per il Petrarca, la liberazione piena viene da Maria, «donna del ciel», la quale fa superare quasi miracolosamente tutti i pericoli, su cui la canzone insiste con evidente angoscia, come i «fieri venti» e l’onda «della vita mortal» (v. 11), in cui «affonda» spesso l’«alma gravosa e carca» (vv. 12-13).

Ed è proprio in questo sottofondo di paura e di fragilità che il Tasso manifesta tutta la sua fede nell’abbandono fiducioso, quasi infantile, alla Madre, che egli contempla nella immagine della Madonna di Loreto.

Visto in questa luce, tutto il quadro naturalistico comporta un significato ulteriore in riferimento alla dimensione etica e teologica. Alla tempesta fa contrasto la «stella» (vv. 3 e 14) e la stella, «co’ raggi» materni, conduce l’uomo in «sicuri viaggi» (vv. 8-9) là onde nacque la serena luce, / Luce di non creato e sommo Sole». Maria conduce dunque a Gesù, e il «santo albergo […] che già Maria col santo Figlio accolse» e che gli angeli «portar sovra i nembi e sovra l’acque» (vv. 41-42), è un segno ed un mezzo per andare a Maria.

Cercando di ripetere il discorso dantesco sul ruolo di Maria nel mistero trinitario (cfr. Paradiso, XXX, 40 e XXXIII, 124), il Tasso dimostra la sua perfetta coscienza teologica, secondo cui la Madre è via che porta a Dio. In questo senso, ancora, è da intendersi il «miracol grande» (v. 43) costituito da «quel monte ch’onorar ti piacque / della tue sante mura» (vv. 46-47) e che diventa, nella Canzone, occasione per contrapporre teologicamente il divino «a cui sollevo ed ergo / la mente» (vv. 43-44) e l’umano. Per quanto sublime, ciò che è umano è pur sempre limitato, e sotto il suo fascino l’anima, dice il poeta, «oppressa giacque» (v. 45). Nonostante il soffuso pessimismo, il messaggio dell’Autore dimostra la sua esattezza se si considera, biblicamente e teologicamente, che nulla merita totale dedizione se non è finalizzato al bene e a Dio.

Con ciò, in effetti, si giustifica l’ammirazione del Tasso per lo splendore di Loreto (cfr. v. 60) – superiore a tutte «le altre meraviglie antiche» (v. 56): infatti, le opere di Loreto sono «d’umiltà» (v. 65). Al monumento lauretano hanno contribuito artisti, dice il poeta, superiori ai «magisteri […] di Fidia» (vv. 72-73), abbellendo la «viva pietra / sì rozza» (vv. 66-67), cingendo di «marmo» la casa di Nazaret e affrescando la Basilica con «il color, lo stile» degni del luogo sacro; ma tutto ciò è stato fatto per esprimere la commossa pietà ed in modo tale da suggerire l’umiltà del cuore (cfr. vv. 76-78). Arte e doni, opere dell’ingegno e opere materiali (cfr. v. 95) sono ordinati ad esaltare colei «che tutto il cielo onora» (v. 70), la mediatrice di ogni grazia (cfr. v. 69), così che, da ogni parte della terra, gli uomini, attratti a «rimirar la santa imago» (v. 79), si rivolgano con fiducia a colei che «scaccia i nostri mali» (v. 86) e «il cui pregar per grazia al cielo arriva» (v. 88).

Con questo bisogno di mediazione, che echeggia Dante {Paradiso, XXXIII, 14) e Petrarca (Vergine bella che di sol vestita, 14), il Tasso si introduce, con una chiarezza emotiva e concettuale tutta sua, nella problematica della misericordia e dell’umiltà, che conclude teologicamente la Canzone. «Di lodare il tuo nome indegno io sono» (v. 120): con ciò il Tasso esprime un principio essenziale alla religiosità cristiana, poiché egli ritiene che non sia tanto importante il «canto», quanto il «pianto» (v. 121), e che si esprimono le speranze «cantando», ma si ottengono il perdono e la grazia con «de’ lamenti il mesto suono» (vv. 126-127). Quel che poi il poeta «chiede» è anch’esso l’essenziale, dal punto di vista teologico: la resurrezione «dal fondo di mie colpe oscure ed atre» (v. 134) grazie all’intercessione di Maria («sicch’io per te risurga», v. 132), poiché la conversione è un «caro della tua grazia e santo dono» (v. 123); e chiede di salire «ove tua gloria alfin rimiri» (v. 135).

Prendendo spunto, dunque, dall’iconografia lauretana dell’«immagine esaltata» (v. 106), simbolo riconosciuto, per lunga tradizione, di colei che è «sublime / sovra ogni altezza de’ celesti cori» (vv. 106-107), il Tasso ha realizzato con questa canzone un’autentica opera di pietà mariana e un teologico omaggio alla «Regina del ciel Vergine e Madre» (v. 131), nel suo aspetto soprattutto misericordioso che faceva dire a Sisto IV a proposito di Maria: «Consolatrice degli uomini che mai si stanca di intercedere dinanzi al Re». Neppure una certa pesantezza classicheggiante, come la «celeste Diva» che tuttavia non è sostanzialmente estranea alla patristica e alla liturgia, può offuscare, a nostro avviso, il valore genuinamente dottrinale e devozionale di questa composizione tassiana, purtroppo ancora non molto nota. [Francesco di Ciaccia]

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