Arluno, Giovan Pietro, La peste, Postfazione

La peste dell’anima, Postfazione a Giovan Pietro Arluno, La peste, Milano, Terziaria (Testi 6, Collana diretta da Francesco di Ciaccia), 1999.

 

Testo della Postfazione

Cause, od effetti?

La peste si diffuse o in occasione delle guerre o per mezzo dei commerci.

Con il nome di peste, nell’antichità era genericamente indicato ogni morbo con elevato numero di morti; tuttavia già la grande epidemia ateniese del 430-425 a. C. – descritta da Tucidite – si sviluppò durante la guerra del Peloponneso; quella di Siracusa (395 a. C.) – descritta da Diodoro Siculo – si manifestò nell’esercito cartaginese che teneva in assedio la città; quella del 165-180 a. C. – descritta da Galeno – ebbe origine tra i soldati romani inviati in Siria. Ma la causa più frequente della sua propagazione fu il commercio. Da ciò non consegue che le guerre ed il commercio siano l’origine “cattiva” della peste. Il male è “prima”.

Il male è scalzare i bisogni primari a vantaggio degli interessi di dominio e di possesso. Allora avviene che la guerra ed il commercio non procedano dalla necessità di sopravvivere: rispondono ad altre dinamiche che rimandano alla “corruzione” della natura stessa. Ma l’uomo se le vuol nascondere, e le maschera, e le giustifica, inventando astute e belle idee, quali quella della “civiltà” oppure quella della “evangelizzazione”. Grazie a un bel concetto – un banale esempio: lo ricordo, solo perché a tutti noto – “Roma ha civilizzato il mondo”! Certo. Ma a modo suo. Nella realtà, una cerchia di potenti ambiva a stabilire il dominio su altri popoli. Tutto qua. Ma è tutto e sempre tutto qua: questa è la logica. Così, fin bambini ci si è inchiodato nella testa il sacro afflato per la diffusione dell’“evangelo” nell’Europa “barbara”, e poi l’onor divino per la cristianizzazione dell’America “pagana”. Nella realtà, l’astuto Carlo Magno stermina a tappeto Bavari e Àvari per occupare i loro territori, emana un editto di condanna alla pena capitale per chi non si battezza, ed ha l’appoggio di chi al genocidio può plaudire in nome di Gesù: re della terra! Ed altri re ed altri popoli fan strage di Amerindi, perché i viventi diventino migliori: buoni cristiani. In realtà, per farli servi, e avere i loro beni, ed usare le loro braccia che arricchiscano i bravi “salvatori”. È un esempio: che qui ricordo, solo perché a tutti noto.

Quanto al commercio, inevitabilmente era il più idoneo veicolo della peste, dato che – oggi sappiano – essa è dovuta ad un bacillo che si trasmette per mezzo delle pulci dai ratti o da altri roditori ad animali e all’uomo. In tempi in cui l’igiene era quel che era, la peste navigava sulle navi da porto in porto, insieme alla mercanzia. Ma la via larga della diffusione della peste fu che prevalevano le ragioni della economia. Le autorità furono costrette a volte a fingere che l’epidemia, quando era già esplosa, fosse cessata, al fine di poter togliere il blocco delle esportazioni ed ovviare al blocco delle importazioni. I medici, spesso subalterni al potere economico e politico, offrivano diagnosi quanto meno reticenti. Esempio: all’inizio della peste cagliaritana del 1656, le morti rapidi furono attribuite non al “male contagioso” – con cui la peste era nominata –, ma a “febbri alte”. Risultato: la peste si diffondeva repentinamente.

Alla radice del male temporale c’è dell’altro.

 

 

La “libido possidendi”

È opinione diffusa che la base della devastazione umana nella storia universale e nelle storie individuali siano i “vizi capitali”. Non ritengo che sia così. La “peste umana” è la libido dominandi, la voglia di tenere in pugno gli altri. La strategia più attigua a questa radice ultimativa è la libido possidendi: la cui logica è l’economia. E l’una e l’altra hanno saputo astutamente demonizzare tutto – l’“animalità”, cioè –, proprio per salvare il possesso e il dominio.

La logica della economia – che discende dallo spirito “razionale” di possesso, e lo realizza, e non dallo spirito “animale” di sopravvivenza – può essere esemplificata con una parabola famosa. In una isola vivevano, in accordo tra loro e animati dallo spirito di gruppo, alcuni indigeni. Non godevano di grandi beni; ma avevano conchiglie. Ognuno ne poteva possedere e usare per le sue necessità. Un giorno arrivarono gli stranieri. Dissero agli indigeni: «Ma non avete idea di quanto preziose siano le conchiglie?». «No», risposero. Allora gli stranieri cominciarono ad annunciare agli indigeni il valore delle conchiglie e istillarono nella loro testa l’idea che le conchiglie andavano “valutate”, misurate secondo una scala di preziosità. Da allora ognuno cercò di accaparrarsi le migliori, nacque lo scambio, non sulla base della necessità ma sulla base del “valore” delle conchiglie, si accese la competizione e tutti si accorsero alla fine che avevano le conchiglie, sì: ma quanto prima. Anzi, di meno. A prezzo del disaccordo e a profitto di alcuni pochi.

Per il vero, la storia si è evoluta grazie alla economia: ne sono derivati il miglioramento generalizzato del tenore di vita, il superamento della mortalità infantile su larga scala, l’innalzamento dell’età media, la sconfitta di molte malattie, il soddisfacimento dei bisogni fondamentali – e non solo d’ordine materiale –, l’elevamento sociale delle moltitudini. Ma l’obiezione non ha attinenza. La logica della economia è altra cosa dallo sviluppo della società, delle scienze e del benessere. Lo sviluppo umano – compreso nel suo aspetto materiale – non è reso impossibile, in assenza di quella logica. Certo, noi non siamo in grado neppure di pensarlo, senza la strategia quale si è attuata nella storia: è radicata nella testa. Anzi, neppure di immaginarlo. Qui sforziamoci.

Ipotizziamo che gli uomini fossero stati spinti da altro atteggiamento: ad esempio, solo per rendere la vita meno amara a sé e agli altri. Con spirito d’amore, per se stessi e per i propri simili. Qualora fosse stato proprio così – è una esemplificazione che attiene a un tempo ormai recente, perciò è una semplificazione intenzionale –, ci si sarebbe, sì, applicati a inventare nuovi macchinari, nuove medicine e sistemi nuovi di conservazione alimentare, ma non ci sarebbe stata la situazione quale fu quella della prima rivoluzione industriale: da inferno dell’umanità in via di sviluppo tecnologico. Lo sviluppo sarebbe stato, certo, più lento: l’interesse economico infatti non bada a nulla, vuole tutto e al più presto, e vuole il tornaconto al massimo. Ma è sicuro che tutto il progresso materiale è anche progresso per l’uomo intero? È sicuro che le nevrosi e la depressione quasi generale, in cui l’uomo della società industrializzata – quale è quella che si è imposta – si dibatte, sia benessere?

E veniamo ad un esempio di oggi: magari spicciolo, ma emblematico. Il prodotto interno lordo deve aumentare. Sempre. Anno dopo anno. Se no, casca il mondo. Certo, esiste il meccanismo, ormai consolidato, tale per cui, nella fattispecie concreta e pratica, la riduzione della ricchezza complessiva innesca meccanismi di indigenza. Ma così le cose stanno, perché la struttura della società – nel mondo – è quella: della logica economica. Pensiamo a ipotizzare invece che si cerchi non già di stare “sempre meglio”, ma di stare “solo bene”: si avrebbero molti prodotti in meno per chi ne ha e si produrrebbero quelli necessari per chi non ne ha affatto. E chi ne ha, cercherebbe di vivere un poco “meno bene”. Invece no. L’economia deve svilupparsi sempre più: innescare la necessità di altri bisogni.

Inventare le “necessità”!

Prendiamo l’esempio dei bambini. In realtà, i bambini non han bisogno di gran che, per divertirsi: bastano una pigna, un sasso, un po’ di fango. Meno “giocattoli” e più rapporti umani! Invece, bisogna dedicare la maggior parte del tempo a lavorare! Non è il singolo, con o senza figli, ad esserne responsabile: l’ingranaggio è nella “vita”. La vita “costa”: dico economicamente. Tanto.

E allora ecco cosa si è inventato: “il lavoro nobilita l’uomo”. Una delle più squisite astuzie della economia. Il lavoro infatti – quello esaltato nell’adagio detto – non ha a che fare col lavoro umano: ha a che vedere con il lavoro economico. Il lavoro “umano” consiste nell’espletare le energie psico-corporali per realizzare le doti personali e soddisfare i bisogni naturali. Perciò rientra nella categoria del “piacere”, non del “dovere”, e costituisce il principio etico essenziale: il principio della “animalità”! Il lavoro invece, poiché, per la logica economica, deve assediare l’esistenza, ha dovuto essere sublimato nel “dovere”.

È necessario sfatare l’ottimismo sul dato di fatto che il progresso della economia ha diminuito le ore di lavoro e regalato maggiore spazio a quello che vien detto “tempo libero”. Il risultato è vero: è un dato. Eppure, non ne è conseguita maggiore rilassatezza generale: la “vacanza” è avvenimento straordinario! Anzi, più un paese è ricco, più il lavoro diventa schiavizzante. Una indagine sugli USA ha rilevato come le esigenze di “mercato” – ecco il lavoro della economia! – tendano ad imporre il principio dell’efficienza al punto tale, che il lavoro diventa sempre più precario. Si è parlato del rischio di “schiavizzazione”. Ma la schiavitù è già in atto ovunque: nel ribaltamento dei valori.

O, se vogliamo meno pomposamente, dei punti di riferimento. La mentalità “economica” informa ogni sentire. Un proprio simile lo si frequenta e lo si cerca, se “torna utile”. La gratuità è relegata al massimo nel “sentimentale”. Ai propri simili si pensa, solo se possono “dare qualche cosa”. Altrimenti non esistono! Persino il “volontariato” – benemerito, d’altronde – è nell’ingranaggio.

 

 

L’inganno della ragione

La libido possidendi costituisce il supporto più congruo per la libido dominandi, la mania di tener soggetti gli altri: individui e popoli. Corpi o anime. E per l’una e per l’altra si è ricorsi, come ad ottimo servitore, ad una visione che appare ineccepibile: “razionale”. Mettere la “ragione” al vertice dei valori umani; e ad essa sottoporre la “parte bassa”, come definita la corporeità. Per il vero, la “ragione” è autoconsapevolezza per cui l’essere umano dà senso al proprio stesso vissuto, va oltre il dato e pone relazioni in vista del possibile; mentre l’istinto tende all’immediato. Su tale verità è cresciuto il grande equivoco.

All’interno della natura umana è stata operata invece la distinzione “ontologica” tra il “razionale” (positivo) e il “sensitivo” (negativo), per cui la guida è stata attribuita alla “ragione”: la quale può, e deve, sottomettersi alle “norme superiori”. Che, guarda caso, sono quelle del potere. In sintesi – e risparmiando i passaggi dalla cultura greco-romana al cristianesimo istituzionale, fino ai nostri giorni –, si è salvato ciò che con la “ragione” si poteva dare come buono: cioè tutto. Ma proprio tutto! Tutto ciò che rientra nello spirito di possesso e di dominio. Ma proprio tutto: dai genocidi alla tortura volontaria – esaltata come “purgatrice” dal Manuale Practico della Santa Inquisizione. Dagli ammazzamenti per amor di Dio alla condanna degli ammazzamenti per amor di Dio.

Invece si è sempre condannato l’impulso corporale. Definito “basso”. Per spiegare il concetto, devo addurre l’esempio confacente. Secondo la dottrina accreditata dai Sacri Dottori, circa gli impulsi delle “parti basse” non c’era che il “peccato”: mangiare anche solo un boccone per il “puro piacere” e non per la necessità “razionale” di vivere, era peccato, sia pur veniale. Per il sesso, lo stesso: e s’intende tra coniugi e in vista, esplicitamente, della procreazione, se ad essere inteso era il “piacere” e non il dovere “razionale” di procreare. Non cito i documenti, per abbreviare. Diversamente, per le tendenze della “parte alta”: “ambire” a un sacro ufficio era virtù, come quello di vescovo, di inquisitore, di torturatore di omosessuali e curatrici. Da qui, le questioni infinite circa le tendenze “carnali” – il problema del sesso impegnava un volume a sé, sui quattro della teologia morale complessiva, i cui restanti racchiudevano tutti gli altri comandamenti, tutti i precetti della chiesa e i tutti i sette sacramenti. Da qui, il vanto – fino al settimo cielo – per le condanne a morte di liberi pensatori e musulmani, per gli stermini dei pagani, per gli sfarzi di corte e gli sforzi di carte. Per i simboli della gloria. E per la stessa “gloria”: sottomettere un imperatore o l’altro; quel principe e quel re. E i popoli!

E mentre veniva centimetrata la distanza al di sotto della quale guardare una coscia costituiva peccato grave, lo “ius primae noctis” era tollerato: era il padrone – il curato, in prassi documentate – ad aver “diritto di possesso”! E la morale delle chiacchierate non aveva da obiettare circa il diritto dei signori sulla vita – compreso il matrimonio – dei servi della gleba. Diritto di possesso! Così oggi: non si vuol capire che non è questione di istinto sensuale, “della carne”, quello che rovina i corpi, e sevizia i bimbi: è il meccanismo di “appropriazione”, come lo ha definito lo psicoanalista Luigi Pecchio in un suo saggio specifico.

Raniero Cantalamessa, cappuccino e Predicatore della Famiglia Pontificia, spiegando, in televisione, quale sia la molla per cui si cerca di arricchirsi nonostante non se ne possa fare sfoggio, ha espressamente fatto riferimento alla attitudine della mafia: “essere importanti”, sia pur nel “piccolo”. Appunto: proprio tale è la dinamica per cui quei gruppi che a chiacchiere combattevano il “mondo” – da intendere lo spirito di dominio, se si legge con sincerità il vangelo – hanno sfruttato i bei pensieri e usato le più belle paroline – quelle di “sevizio”! – per affannarsi ad affermarsi in tutti i modi e con tutti i sistemi possibili e inimmaginabili – nel “piccolo” del proprio ambiente – e, a livello storico, non solo nel “piccolo” –, con spirito di onnipotenza.

E al riguardo occorrerà scrivere un volume (pagine 41-88). [Francesco di Ciaccia]

 

 

 

 

 

 

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