1989 – Attrazioni e illusioni

Attrazioni e illusioni francescane in Gabriele D’Annunzio, Roma, L’Italia Francescana, 1989, pp. 106.

Attrazioni e illusioni

 

Presentazione

Un imperativo s’impone a un francescanista: capire il senso per D’Annunzio di quel suo fascino che l’attirava verso l’uomo d’Assisi, l’uomo della Porziuncola e del Roseto pungente, l’uomo di Chiara, l’uomo della pace che, suonando con un archetto di rami, credeva di suonare davvero; verso l’ardito che, senz’arma, si presenta al Soldano in campo nemico e in piena guerra tra Crociati e Musulmani; verso l’uomo che morendo canta la vita e vivendo canta alla morte «sorella». Di Ciaccia lo dice chiaramente: non illudetevi, D’Annunzio non ha avuto nessun rapporto seriamente morale con Francesco. La dimensione etica manca.

Eppure, proprio perché la premura dell’etica resta nel D’Annunzio assente, nel suo complesso, occorre capire dove e perché, allora, rientra in lui Francesco. Ed è qui che calza bene la consapevolezza di D’Annunzio di essere «multianima»: e Francesco gli rappresentava forse una delle anime contraddittorie a quella che egli viveva deliberatamente, o più consapevolmente delle altre, era una delle anime invisibili, anzi «inespresse». O addirittura inesprimibili? In alcuni casi, una delle anime, anzi, coscientemente respinte e rifiutate, come D’Annunzio afferma circa la povertà in Contemplazione della morte e in diversi casi nell’ultimo decennio di sua vita. D’altronde, D’Annunzio stesso era ben conscio di essere una «verità incomunicabile», di cui nessuno poteva stilare bianco su nero senza che il nero divenisse bianco.

 

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