Vecchio, G., 1982

Giorgio Vecchio, I cattolici milanesi e la politica: l’esperienza del Partito Popolare 1919-1926, Milano, Vita e pensiero (sezione storia moderna e contemporanea diretta da Nicola Raponi), 1982, pagine XII+560, «Studi e Fonti di Storia Lombarda. Quaderni Milanesi», 10 (1985) pagine 133-134.

 

Copertina, Giorgio, I cattolici milanesi, 1982

 

 

 

Testo della recensione

Il notevole saggio di Giorgio Vecchio si inserisce nella vasta bibliografia sulla tormentata politica italiana sfociata nella soluzione “ayentiniana”. La rottura dei difficili equilibri, configuratisi con delicate angolazioni soprattutto nell’area cattolica, non può non vedere, al centro delle forze in gioco, le trepidanti tensioni del Partito Popolare, con i relativi problemi “interni” alla sua natura politica, e, al contempo, “interni” alla sua matrice ideologica: la quale, in qualche modo, potè esser vista “esterna” alla “politica”. L’autore aggiunge alla storiografia in questione l’analisi della componente milanese, con i suoi uomini e le sue specifiche tendenze politiche, senza che egli, tuttavia, perda mai di vista il riferimento alla situazione complessiva del Partito medesimo e delle multiformi voci del cattolicesimo italiano.

L’opera di Giorgio Vecchio procede dagli approcci storici a questo problema, anteriori al 1919, presentando un articolato quadro sulla collocazione dei gruppi milanesi legati alla coalizione clerico-liberale, e di quelli, opposti, facenti capo alla “Pro Cultura” (Gemelli ed Olgiati); inoltre, offrendo tutti i particolari della polemica tra i difensori, da una parte, dell’autonomia cattolica “in politica”, e, dall’altra, dell’integrazione, avvertendo però quanto sia difficile, se non improponibile, definire i movimenti con etichette semplicistiche. L’autore approfondisce le dinamiche storielle, all’interno del Partito Popolare e nei confronti delle concorrenti forze politiche, intorno alla fondamentale svolta del 1920, con le elezioni amministrative. L’importanza del momento, che sfocerà nella fondazione del “Partito cristiano del lavoro” (aprile 1921), è messa in luce attraverso un accurato studio sulle opposizioni al popolarismo in quanto presenza attiva nei giochi politici, e sui contrasti circa la formula, da una parte, di “transigenza” nelle alleanze del Partito Popolare al fine di entrare nella maggioranza governativa (Filippo Meda, e, poi, le gerarchie ecclesiastiche), e, dall’altra, di “intransigenza”, che, con Luigi Sturzo, preferiva, “hi via generale”, la “conquista della minoranza”.

La storia del Partito Popolare, strettamente legata alle vicende della crisi comunale di Milano e alle elezioni amministrative del 1922, è seguita dall’autore nel complesso rapporto con il partito fascista: dal rifiuto esplicito (G.B. Migliori, E. Clerici, C. Degli Occhi), all’ambiguità incontrollabile, espressa dallo stesso organo “L’Italia” con tendenza interlocutrice. L’autore sottolinea il meccanismo dell’interpretazio-ne sul “duplice” volto del fascismo, quello squadrista e quello partitico, della quale il principale teorico fu Filippo Meda.

I “dubbi”, da parte del movimento cattolico, circa il significato politico della “marcia su Roma” sono inseriti dallo studioso nel contesto, presentato in modo lucido ed esauriente, della situazione milanese, con tutte le sfumature di valutazione del fenomeno “fascista” da parte dei cattolici. Soprattutto qui mi sembra che l’autore proceda con onestà intellettuale e sapienza storiografica, non velando la verità, né cedendo a generalizzazioni. Nell’analisi, poi, sull’Azione Cattolica, sui “travagli” e sulle “secessioni” nel Partito Popolare del 1923, sui preparativi per le elezioni del 1924, fino alla problematizzazione della “questione morale” e alla soluzione “aventiniana”, la ricostruzione di Giorgio Vecchio si articola costantemente nel rispettoso confronto con le fonti. Egli affronta moltissimi sviluppi intersecantisi con la politica “cattolica”: tra questi, ricordiamo le divergenze tra l’Azione Cattolica e l’Opera Cardinal Ferrari, i rapporti tra l’Azione Cattolica stessa – che non è da ritenere, secondo l’autore, effettivamente filofascista – e il fascismo, e tra il Partito Popolare e l’Azione Cattolica, ed infine tra fascismo e Partito Popolare. L’autore tratta anche della sottile polemica, del 1924, fra la linea di “Civiltà cattolica” e “Corriere d’Italia” da una parte, e il quotidiano cattolico milanese, “L’Italia’, dall’altra, rispettivamente fautori di una linea morbida nei confronti del fascismo, considerato come partito al governo, e di una linea più problematizzante. Ovviamente il libro del Vecchio conduce l’analisi fino alla “clandestinità” e alla soppressione del Partito Popolare, dimostrandosi sempre scrittore distaccato, tanto nei giudizi quanto nel linguaggio, e al contempo partecipe – a nostro avviso con efficacia -, sì da rendere bene il clima di ardue mediazioni, di sofferte riflessioni – magari di generose sottomissioni alla gerarchia ecclesiastica, come nel caso del gruppo di Igino Giordani -, di vitalità politica ma anche di trepidazione che percorre tutto il movimento cattolico in generale e il Partito Popolare in particolare. [Francesco di Ciaccia]

 

 

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