Frison, Carlo, 2012

Carlo Frison, Nel nome di Elohim e di Yahweh e dello Spirito Santo. Quattro saggi sull’origine dell’idea della Trinità e sulla critica della religione, Impaginazione e grafica di copertina di Cristina Marcato, Padova, Cleup, 2012, pagine 128, in Literary.it, 10 (2012).

 

Copertina, Frison, Trinità

In copertina:  grafica di Cristina Marcato

 

 

Testo della recensione

È bene – esattamente: è giusto, corretto e salutare – precisare immediatamente che l’Autore – mi riferisco al primo dei quattro saggi, quello sulla “trinità” – compie un’operazione che è quella di individuare parallelismi con l’idea – si badi bene: “l’idea” – della trinità biblica all’interno di altri ambiti del pensiero. Su questa linea, l’operazione mi pare benemerita e corretta. Egli in pratica, pur non proponendosi tematicamente tale sequela, ritraccia il percorso agostiniano e in genere dei Padri della Chiesa e dei teologi scolastici – compresi gli illustri Tommaso d’Aquino e Bonaventura da Bagnoregio, per i quali della verità trinitaria cristiana – cioè del Dio uno e trino del cristianesimo – si possono individuare in qualche modo figurazioni nella realtà del mondo – come ad esempio le tre funzioni della medesima, identica ed unica anima umana.

L’Autore espone le connessioni della Trinità religiosa da lui rintracciate nella cosmologia e nella geometria. Quanto ai triplici aspetti cosmologici, cioè riguardanti la formazione dell’universo, conclude che, come le religioni, anche la scienza raggruppa “i concetti fondamentali dell’universo in tre aspetti, titolabili con tre parole: la creazione, l’ordinamento, il pensiero. Il primo aspetto è la creazione della ‘sostanza’ e delle leggi (dal nulla o dal vuoto). Il secondo aspetto, che dipende dal primo, consiste nella trasformazione della ‘sostanza’ secondo le leggi immanenti fino al raggiungimento dello scopo. Il terzo aspetto è la rivelazione delle leggi e dello scopo cui tendono” (p. 73). Quanto alla geometria, il primo aspetto “è la creazione dal nulla della sostanza (lo spazio fatto di punti geometrici), delle definizioni e dei postulati. Il secondo aspetto, che dipende dal primo, è la costruzione di tutti teoremi deducibili dai postulati. Il terzo aspetto è la scelta tra i postulati per raggiungere lo scopo, cioè per costruire una particolare geometria” (p. 74). In sintesi, “nella cosmologia e nella geometria sono inscindibili e formano una unità” (p. 75).

La comparabilità della Trinità biblica con la “trinità” – con gli aspetti triplici e unitari – in cosmologia e in geometria non significa – avverte l’Autore – compatibilità: come ho anticipato sopra, si tratta di segni che, in natura, costituiscono come una figura – ovvero sono indicazioni “introduttive” (p. 75) – del “dogma di Dio uno e trino. Si tratta dunque di realtà che per essenza sono metafisicamente diverse (p. 77).

L’Autore dedica la maggior parte del primo saggio (Nel nome di Elohim e di Yahweh e dello Spirito Santo) alla esposizione e dimostrazione che i tre “aspetti divini” dell’unico Dio erano già indicati nella Bibbia dell’Antico Testamento: Elohim corrisponderebbe al Dio Padre del Nuovo Testamento, Yahweh corrisponderebbe a Gesù, il Dio Figlio incarnato, lo Spirito Santo sarebbe il terzo aspetto dell’unico Dio, tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento. Elohim, ovvero il Padre, sarebbe il Creatore: il Creatore, o ‘Dio ozioso’ – come lo denomina l’Autore -, l’aspetto divino puramente e totalmente trascendente, nel senso che non interviene direttamente nella creazione né è oggetto di culto (“Non ci sono chiese dedicate al Padre”, p. 71) – a parte la preghiera degli uomini – o destinatario di sacrifici. “Yahweh, ovvero Gesù” (p. 71) sarebbe Dio “assegnato a Israele per disposizione del creatore Elohim”, corrisponde appunto a Gesù “inviato in terra dal Padre creatore” e sarebbe Dio dalla caratteristica dell’immanenza – nel senso che interviene nel mondo -, cui compete il culto. Lo Spirito Santo è il Dio che dona all’uomo intelletto, sapienza e saggezza: a lui non si rivolgono neppure preghiere: “i suoi doni sono dati senza bisogno di chiederli” (p. 72). Nelle religioni pagane equivarrebbe in qualche modo al Fato, salvo che il Fato è deterministico – “determina immutabilmente il bene e il male dell’uomo” (p. 72), mentre lo Spirito Santo determina solo il bene, sempre a patto che l’uomo, liberamente, assecondi il movimento dello Spirito Santo.

L’Autore avverte che la sottolineatura monoteistica dell’Antico Testamento – nel senso della indifferenziazione dei tre “aspetti” divini di Elohim, Yahweh e Spirito Santo – è dovuta alla necessità da parte dei profeti di opporre al politeismo dei popoli coevi l’unicità di Dio (p. 75). In altri termini, gli antichi profeti ispirati da Dio avrebbero smorzato l’evidenza della “triade” divina per non indurre il popolo ad equivoci dottrinali sulla realtà di Dio.

Nella dimostrazione della “Trinità” biblica dell’Antico Testamento l’Autore puntualmente adduce brani del testo scritturistico nei quali vede rispettivamente Elohim, Yahweh e lo Spirito presentare le relative caratteristiche sopra indicate e in modo molto accurato presenta le sue prove nel proporre le sue argomentazioni e nel sostenere la sua tesi. Il valore di siffatta concezione mi pare che risulti interessante in ambito di antropologia culturale e nella storia delle religioni – anche per le connessioni che l’Autore instaura con altre credenze religiose riscontrabili nella storia umana -, ma nello stretto ambito dell’esegesi biblica mi risulta che le cose non stiano nei termini prospettati nel presente saggio. Il termine di Yahweh, che è il nome proprio del generico Elohim – come l’Autore espone all’inizio del saggio -, e quello di Elohim corrispondono a due diverse redazioni confluite nel testo definitivo. I termini in oggetto non rimandano ad altrettanti concetti, ma indicano il medesimo e identico contenuto.

Un altro saggio studia le connessioni tra alcune feste pagane, le corrispondenti feste cristiane ed altre musulmane. La comparazione antropologico-religiosa è suggestiva e mi ricorda il corposo studio di Paolo Portone affrontato ne La strega e il crocifisso, da me recensito. Del saggio, poi, sul “caso Galilei” mi piace sottolineare la considerazione dell’Autore sulla più radicale pericolosità, per l’Inquisizione e per i teologi dell’epoca, del pensiero di Galilei, cioè il “valore assoluto della matematica”. Infatti, “l’applicazione della rigorosità della matematica ai fenomeni naturali rafforzava la concezione deterministica, attribuendo a Dio la creazione di un mondo non più alterabile con i miracoli e negando il libero arbitrio dell’uomo” (p. 111). [Francesco di Ciaccia]

 

 

 

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