Jacobelli, Caterina, 1992

La santità e la Regola delle Terziarie francescane, recensione di Maria Caterina Jacobelli, Una donna senza volto. Lineamenti antropologico culturali della santità di Margherita da Cortona, Roma, Borla, 1992, pagine 217; Idem, La Regola per le “Sorores de Poenitentia” nel Codice 71 della Biblioteca di Cortona, Cortona, Calosci, 1992, pagine 116, «Rosetum», 6 (1993) pagine 15-16.

 

Jacobelli, Regula          Jacobelli, s.Margherità

 

Testo della recensione

La ripresentazione della vita di Santa Margherita da Cortona, offerta al pubblico dal teologo Maria Caterina Jacobelli in un libro molto agile ed estremamente chiaro, non è una consueta opera di agiografia: ha tutte le caratteristiche di una ricostruzione documentata, per quanto è possibile oggi, e contestualizzata sul piano dei costumi sociali, giuridici e religiosi dell’epoca. Alla luce del contesto storico, nel quale si iscrivono le vicende della Santa (1247-1297), l’autrice compie una rilettura critica delle fonti agiografiche. Anzi, il fine dichiarato di questa indagine sulla “vita” di una Santa, che del resto presenta elementi di interessante originalità rispetto ai modelli claustrali della maggior parte delle donne canonizzate, attiene ai principi generali circa la dinamica “storica” della santità soggettiva, circa i criteri di “valutazione” oggettiva dei canonizzati e circa la costruzione “agiografica” degli stessi. Il principio generale è molto semplice: primo, una persona si fa “Santa” entro, necessariamente, un contesto religioso – di costumi, norme e concezioni – storicamente determinato; secondo, i giudizi sulla santità di una persona sono condizionati dal momento storico, tanto che, se si valuta un soggetto in una certa epoca, si cercano in lui caratteristiche morali differenti da quelle richieste in un altro periodo storico – come accaduto, tra gli altri, nel caso di Magherita da Cortona -; terzo, le “immagini” dei Santi, fissate poi dalle testimonianze letterarie, sono legate ad un modello costruito sulla teologia spirituale.

Circa il primo punto, il principio è così evidente, che spesso si è cercato di ignorarlo: una persona realizza la propria santità in forme e peculiarità concretamente accessibili in un contesto religioso-culturale. Questo assunto, lampante come il sole, genera spesso, con facile liquidazione, reazioni del seguente tono: “È un Santo, sì: ma viveva nel Medioevo”, ad esempio a proposito di alcune modalità di penitenza. Circa il secondo punto, risulta che le canonizzazioni sono dipendenti dalla politica ecclesiastica del momento in cui si celebra il processo. Questa verità è più frequentemente obliterata, quasi a far credere che uno, se è “dichiarato santo”, è così “Santo” che potrebbe essere dichiarato tale in qualunque epoca storica. Non è affatto vero: “Tutta una serie di concause gioca a favore o a sfavore del fatto che una persona sia dichiarata ufficialmente Santa” (p. 21). Non ne consegue, ad esempio, che al giorno d’oggi non si canonizzi un santo medioevale, in quanto “i tempi sono cambiati” ed è mutata la modalità concreta di santificarsi: anche oggi si può arrivare a canonizzarlo, se, esattamente, in questo momento storico, ad esempio si sente la necessità di “riproporre” alcune caratteristiche spirituali di quella persona vissuta in tutt’altro contesto storico.

Circa il terzo punto, la questione è che l’agiografo, e in primo luogo il testimone originario, modella la figura del suo Santo secondo criteri di interessi religiosi, cioè secondo angoli visuali utili ad una determinata linea di “esemplarità morale”.

Il primo biografo di Magherita fu il suo confessore fra Giunta Bevegnati, francescano. La sua “costruzione” progettuale, evidenziata nel raffronto con le reali situazioni dell’epoca, rivela come egli abbia voluto creare un modello “ideale” secondo le proprie convinzioni sulla Santità e, per giunta, uno strumento di “propaganda” di tal modello, da usare nella lotta fra i francescani “spirituali” e i francescani “conventuali”. Ad esempio, la relazione amorosa di Margherita con un uomo, acquista i toni della massima colpevolezza, come per ingigantire la vita “prima” e “dopo” l’ingresso tra le Terziarie: ma, in realtà, se Margherita non si era potuta sposare con l’uomo che davvero amava, era solo per impedimenti di ordine sociale; la successiva agiatezza di Margherita, che del resto non esorbitava dal normale costume di una borghese, e il suo connesso “compiacimento”, spiegabilissimo nella psicologia di una ragazza povera ad avere di colpo un po’ di beni, vengono illustrati come orribili peccati. Queste valutazioni etiche – osserva Jacobelli – sono influenzate da tutta “una mentalità comune fra gli uomini di chiesa”, e dipende poi da una concezione medioevale della “penitenza” il quadro che viene dipinto circa l’odio per il proprio corpo da parte di Margherita. Ella – nonostante la mitezza della Regola delle Terziarie in fatto di penitenze – doveva apparire “come l’espressione più alta di quella cultura medioevale che vede nella penitenza e nel rifiuto di ciò che è terreno il modo per eccellenza di elevarsi fino a Dio” (p. 109). Poi interviene anche la prospettiva individuale del biografo: un francescano che, pur colto e pur vivendo in un convento ricco, si mostra favorevole alla linea degli Spirituali. Nel 1308, quando fra Giunta scriveva la Legenda, la lotta tra gli Spirituali – tra cui campeggiavano Ubertino da Casale, Giovanni Olivi e Jacopone da Todi – e i “conventuali”, la parte più potente dell’Ordine francescano di quel tempo, continuava ancora acerrima, benché fosse già morto Bonifacio VIII, il più ostile nemico degli Spirituali che ne avevano dichiarato nulla l’elezione pontificia. E Ubertino da Casale, che nel 1303 aveva scritto Arbor vitae crucifìxae, fu tra coloro che approvarono e maggiormente raccomandarono la Legenda, redatta da fra Giunta. Margherita da Cortona, già canonizzata in vita nel giudizio dei cortonesi, si adattava molto bene a costituire quel modello della spiritualità francescana delle origini al cui ritorno aspirava la corrente degli Spirituali.

Ulteriori indagini della Jacobelli conducono ad osservazioni generali sulla figura femminile nel contesto religioso. La donna ha una funzione “simbolica” per eccellenza: soprattutto quella di “mediatrice” tra l’umano e il divino. Margherita serviva dunque, molto opportunamente, all’operazione di contrapporre ai conventuali un modello femminile.

Allora – annota la scrittrice – quello che conta non è se e quanto sia reale ciò che è narrato: quella vita e quella donna hanno importanza come “simboli”. Tanto è vero che, nel corso del lungo processo di canonizzazione, l’immagine” di Margherita cambiò i connotati.

Un testo utilissimo per comprendere la vita delle Terziarie nel Medioevo è la Regola “per le sorelle della Penitenza” (“Sorores de Poenitentia”), di cui la Jacobelli ha scoperto un codice che mette in discussione alcuni punti della storiografia in questione. Ella infatti ha trovato un testo della Regola promulgato da Nicolo III nel 1279: anteriore, di dieci anni, a quello che si conosceva e che è del 1289, promulgato invece da Nicolo IV.

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