Randegger-Friedenberg, Flora, 2000

Viaggio di un’ebrea in Terra Santa, recensione di Flora Randegger-Friedenberg, Da Trieste a Gerusalemme. Viaggi in Terra Santa di una giovane maestra ebrea (1856-1864), Prefazione di Attilio Agnoletto, Premessa di Daniel Carpi e Moshe Rinott, Presentazione di Paolo De Benedetti, Milano, Terziaria (Il Periplo 4. Collana diretta da Attilio Agnoletto), 2000, pagine XVI+58, «Rosetum», 11 (2000) pagina 21.

 

Copertina, Randegger-Friedenberg

In copertina: acquarello di Ugo Pierri

 

Testo della recensione

Viaggi e pellegrinaggi in Terra Santa sono stati resi noti in abbondanza, in questo nostro tempo in cui il fascino ininterrotto esercitato dai Luoghi Santi ha coinciso con tendenze interreligiose per un verso, e con conflitti etnici per altro verso; e, in ultimo, con il Giubileo 2000, che ha trascinato sulle sue ali cosmopolite l’ideale e la tradizione del peregrinare. Ma il diario di una ebrea, che per di più va a Gerusalemme con l’intento di aprire una scuola per le fanciulle del proprio popolo, è un dato eccezionale. Ed estremamente interessante è la sua testimonianza sulla comunità ebraica in Palestina nel sec. XIX. La differenza tra questa e quella degli ebrei che, altrove, inseguono il benessere, è dichiarata con forza e con accenti amari: nei luoghi degli antichi padri, le sacre tradizioni sono osservate e custodite; nei Paesi ricchi, serpeggia l’indifferenza. Ma è utile citare le sue parole, cariche di sentimento. “Le loro vesti, l’interno delle case, i loro modi, hanno un certo olezzo di santità, che edifica, ed esalta la mente dell’Onnipossente Conservatore Eterno, che non lasciò distruggere i suoi fedeli, ma li mantenne oltre i secoli cotanto miracolosamente. […] Soffrono, patiscono, vivono di abnegazioni, nascono nelle ristrettezze, crescono nel bisogno, invecchiano nelle privazioni…, ma vivono, ma resistono, ma sono i custodi dei luoghi sacrosanti; vegliano presso le tombe dei Patriarchi, dei Re, dei Profeti; si pascono di tradizioni edificanti; fanno risuonare dei loro salmeggi, dei loro singulti, l’eco antica, che udiva i pietosi slanci del poetico Re-Pastore.

Tre volte beati, o poveri fratelli che l’alma avete intemerata e il corpo robusto per reggere a vita sì aspra ed austera!”. La pratica religosa è viva: “La casa di Dio vien frequentata tre volte al giorno, e nessuno s’immaginerebbe possibil cosa l’andare al lavoro, al guadagno, senza essere stato prima alla preghiera.

Vi sono diversi oratorii poveri e disadorni e nudi, ma spaziosi, areggiati e frequentatissimi”. La giovane ebrea, pellegrina per un fine benefico in Terra Santa, coltiva nel suo animo il ritorno del suo popolo in Palestina, dove esso al momento è deriso ed umiliato.

È il caso di leggere ancora le sue parole, piene di entusiasmo e ardore, dopo che ha dichiarato d’aver fallito, per mancanza di capitali finanziari, nel suo progetto di aprire una scuola a Gerusalemme: spera che il suo tentativo sia ripreso da altri, e sia fortunato, “ove improvvisa sia per suonare la gran tromba della redenzione, che ne chiami a raccolta e ne cammini al riacquisto di quanto è nostro, di quel paese che Dio ne dava con tanti miracoli”: “O fratelli! Unitevi meco nel desiderare quel felice momento! Procurate di avvezzarvi a tale idea; educate i vostri figli a Dio, all’avvenire!”.

In sostanza, la giovane maestra triestina si augura che gli ebrei possano riabitare in Palestina come residenti di diritto, anche se non sarà necessario – ella dice – che tutti quanti abbiamo “ad andar colà”: sarà bastante un piccolo numero, “gli altri restino a popolare il mondo”. Come si è notato, l’autrice si esprime con intenso sentimento e in uno stile che ella stessa definisce “animato, entusiasta”. Il suo diario narra anche le traversie di viaggio, con le solite tempeste che ancora nell’Ottocento mettevano a repentaglio la vita dei naviganti, sui battelli a vapore; narra i malanni che ella soffrì. Ma la sostanza dello scritto resta dichiarata da lei stessa: suscitare nei fratelli ebrei il desiderio del “risorgimento d’Israele”. Giustamente, perciò, Paolo De Benedetti ha qualificato Flora Randegger una “sionista” ante litteram. [Francesco di Ciaccia]

 

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