2023, IF, Manzoni e i Cappuccini, «Italia francescana», 3 (2023) 525-534
Manzoni e i Cappuccini
Non credo esagerato affermare che non si possa parlare del Manzoni senza far riferimento anche, in modo non vago o generico, ma preciso e particolare, ai frati minori cappuccini – nel romanzo manzoniano, semplicemente “cappuccini”[1].
Ne I promessi sposi i Cappuccini costituiscono un segmento essenziale nella storia della peste. È un dato diffusamente noto a chiunque abbia frequentato in Italia le scuole secondarie di secondo grado, ma non si sa quanto la documentazione manzoniana circa l’opera dei Cappuccini nella peste milanese abbia travagliato studiosi quali, tra gli altri, Francesco Cusani, Cesare Cantù, Antonio Stoppani. Si tratta della dichiarazione del Manzoni, in una sua puntuale nota apposta al cap. XXXII del romanzo, circa i manoscritti cappuccini sulla peste che egli aveva letti nella “Cronaca” di Don Pio La Croce[2] e che in una nota dell’Appendice storica su la Colonna infame, ritornando sull’argomento – “Nell’anno che compiva il secolo dalla peste, un Don Pio La Croce diede fuori alcune memorie su di quella” – e indicava precisamente – “scritte col giudizio, con la ponderazione, con la mansuetudine, con lo stile, con la grammatica, con l’ortografia del tempo della peste”, concludendo: “talché si può credere ch’egli [Pio La Croce] non abbia fatto che pubblicare memoria scritta fin d’allora”. Ebbene, quel manoscritto o quei manoscritti cappuccini – che di fatto costituiscono il «Processo autentico sul servizio dei Cappuccini nella peste del 1630 a Milano», secondo la dizione di «L’Italia Francescana»[3], e «Processo informatorio» nella dizione dell’Archivio di Stato[4] – non si trovavano. Si cercavano. Ma non c’erano. In una mia pubblicazione ne svelo il motivo – erano stati erroneamente collocati dal funzionario dell’Archivio di Stato in un Fondo incoerente – e ne espongo tutta la vicenda. Sapida, e felicemente conclusa[5].
Le caratteristiche di stile, di forma e addirittura di atteggiamento dei manoscritti cappuccini – “(sano) giudizio”, “ponderazione”, “mansuetudine” –, così precisate da uno scrittore, quale il Manzoni, di certo competente in materia e credibile, fa intuire – io lo deduco senza timore di errare – come egli dovesse essere edotto circa l’animo e le attitudini dei Cappuccini. Ma ne dirò dopo. Qui voglio ancora ricordare che è plausibile che il Manzoni abbia consultato il manoscritto cappuccino Del P. Felice da Milano Predicatore, addirittura che vi abbia segnato a margine alcuni richiami a penna, e al f. 7v. questa annotazione: «Nota. Tutte queste cose, ove è tirata la linea sono poste nel 1630 al quale appartengono». Riferisco ciò, confortato da Giuseppe Santarelli, frate minore cappuccino[6].
E sono giunto, così, al punto in cui volevo iniziare: agli studi critici circa i Cappuccini nell’opera manzoniana e circa i Cappuccini di fronte ad Alessandro Manzoni.
Studi specifici e strettamente critici hanno ottenuto slancio precipuo con i saggi di Giuseppe Santarelli: I cappuccini nel romanzo manzoniano, 1970, e Il P. Cristoforo manzoniano nella critica, 1971, che hanno appena preceduto l’impulso che si è avuto nel 1973, centenario della morte del Manzoni. In precedenza, l’attenzione dei Cappuccini al romanzo manzoniano non mancò, ma si deve giungere agli inizi del ‘900 per trovare un chiaro approccio culturale circa il Manzoni, quando esplose un epocale fervore critico sul francescanesimo grazie allo storiografo calvinista Paul Sabatier, dal 1893[7], e al biografo Johannes Jørgensen, dal 1907-1908[8]. Nel 1927 in effetti i cappuccini lombardi organizzarono una «Settimana Manzoniana»[9] con la partecipazione di illustri studiosi che misero in luce soprattutto la presenza dei medesimi frati ne I Promessi Sposi.
Prima di questo periodo, dal punto di vista culturale si impose soprattutto, invece, una certa diffidenza da parte cappuccina verso il Manzoni. Un esempio tra gli altri. In «Annali Francescani», rivista cappuccina edita a Milano, erano riportati tutti i nomi delle persone, note ai frati, scomparse nel 1873 e ricordate con breve o ampia necrologia, come nei vari anni erano ricordati anche scrittori – ad esempio, nel 1870 Tullio Dandolo, nel 1871 il Barone Taccone-Gallucci. Alla morte di Alessandro Manzoni (22 maggio 1873), nessun cenno! Come non fosse esistito. Secondo Giuseppe Santarelli, i Cappuccini lombardi, se non potevano esprimere il loro compiacimento per l’opera e la persona del «liberale» Manzoni, sostenitore tra l’altro di quell’unità d’Italia che aveva portato alla soppressione dello Stato Pontificio, neppure potevano biasimarlo apertamente, dato il grande onore che egli aveva fatto loro nel romanzo. E preferirono tacere[10]. Soltanto a Napoli i frati cappuccini se ne ricordarono, in questi chiari termini conflittuali sempre sul piano politico in senso stretto: “A. Manzoni testé defunto sarà più celebre per il suo padre Cristoforo, che non per il titolo di Senatore italiano o per gli omaggi resi alla ciurma garibaldina”[11].
Per di più, il Manzoni era visto con sospetto per l’amicizia con Antonio Rosmini, censurato dalle autorità ecclesiastiche per alcune proposizioni filosofiche ed ecclesiali. Per tal motivo, già morto il Manzoni, pervenne da Roma un “ordine segreto” al padre provinciale dei cappuccini lombardi, Cipriano da Dugnano (+ 1888): tutti gli scritti in possesso del cappuccino Agostino Moretti da Crema, “in intima relazione” col Manzoni e con suoi amici quali Antonio Stoppani e Cesare Cantù, dovevano essere bruciati, “unicamente perché [il Manzoni era] sospettato di rosminianesimo”; e “ben due casse di scritti andarono così distrutte per mano degli studenti esecutori […]. Che anzi vennero vigilati, sorvegliati, perché nessuno si ritenesse un minimo foglio […]”. Così recita la Nota d’Archivio, presso l’Archivio Provinciale dei Cappuccini Lombardi, redatta dal cappuccino Padre Mauro Oliveira da Cornate d’Adda.
In una panoramica generale, si deve dire che il rapporto tra Cappuccini e Manzoni sia stato comunque indicato da chiunque abbia esposto I promessi sposi nella completezza dell’opera, dato che essi vi compaiono ampiamente. Tuttavia, ad occuparsi espressamente del rapporto tra il Manzoni e i Cappuccini sono stati, a livello di studio, davvero pochi. Ne cito alcuni: Luigi Nicoletti[12], Cesare Angelini[13], Roberto Wiss[14], che fu direttore dell’Istituto italiano di cultura all’Università di Helsinki e con il quale sono stato in contatto proprio per parlare del rapporto tra Manzoni e Cappuccini. Una ricerca ad ampio raggio, direi totale, tra i Cappuccini nel romanzo manzoniano e la personalità, sia artistica, sia biografico-psicologica di Alessandro Manzoni si colloca intorno al secondo centenario della nascita di costui: per i personaggi cosiddetti «maggiori», Peste carestia ed eros nel romanzo manzoniano, 1987 – poi riproposto variamente in Guerra carestia peste con i Frati Cappuccini nell’opera manzoniana per la Collana «Centro Studi Cappuccini Lombardi» diretta da Costanzo Cargnoni, 2020 –, per i personaggi cosiddetti «minori», Umiltà e francescanità nei «Promessi sposi», 1987 – opere del sottoscritto edite, la prima e la terza, da Giardini editori e stampatori in Pisa.
Qui ritengo di dover indicare segnatamente lo studio sui personaggi «minori» studiati e approfonditi in Umiltà e francescanità nei «Promessi sposi», perché è in esso che è accostata con intenzione elicita quella problematica che riguarda quanto il Manzoni sia stato prossimo alla sensibilità – non discuto sul pensiero – della “francescanità” – quella cosiddetta “assisana”, per dirla con Cesare Angelini, piuttosto che quella “cappuccina”, come appunto il medesimo Cesare Angelini distingue ed espone. Comunque, in Umiltà e francescanità nei «Promessi sposi» si trova tutta la spiritualità cappuccina attraverso le figure dei frati non dotti, dei fratelli laici, umili, semplici, spontanei, rurali, all’epoca, e rustici, magari inopportuni – su cui ha insistito tanto la critica! –, ma profetici per interiori automatismi acquisiti, e vi si trova anche il problematico, o meglio combattuto, Padre Provinciale, “diplomatico”, insomma tutte le tipologie attraverso cui il Manzoni svela il suo rapporto interiore con il mondo cappuccino.
Ora uno sguardo sul terreno biografico al rapporto Manzoni-Cappuccini.
Nella sua infanzia, Alessandro ebbe modo di frequentare i frati cappuccini fino al 1789, quando la famiglia risiedette nella località detta del Caleotto, vicino al convento di Pescarenico – quello del manzoniano padre Cristoforo e della notte del suo incontro con Renzo e Lucia, presente lo sbalordito e obbediente fra Fazio –, quindi fino ai quattro anni di età. Ne avrebbe conservato un ricordo fascinoso, consolidato in seguito da una qualche frequentazione, neppure insistente. Nulla di più. Poi, soprattutto tra il 1803 e il 1804, Alessandro, allontanatosi dalla pratica religiosa, perse ogni buon ricordo, anzi ne sviluppò qualcuno meno buono o favorevole: espressioni pesanti al riguardo dei frati in generale, anche se non esplicitamente cappuccini, nel Sermone II (Panegirico a Trimalcione) e nel Sermone IV (Contro i Poetastri). Ora veniamo al tempo del romanzo.
Il Manzoni non ebbe modo di frequentare i Cappuccini nell’ambito dei loro conventi, dato che i luoghi dei religiosi erano stati soppressi dallo Stato napoleonico con conseguente dispersione dei frati. Il convento di Pescarenico fu soppresso definitivamente nel 1810. Anche a Milano non poté incontrarli, perché il convento di San Vittore all’Olmo era soppresso dal 1805 e quello della Concezione a Porta Orientale – da cui si allontanò Renzo andando incontro alla sua disavventura incontrollabile – dal 1810. I Cappuccini tornarono a Milano nel 1849 col favore del governo austriaco che affidò loro la cappellania dell’Ospedale Maggiore, poi nel 1851 poterono riaprire il convento di San Vittore all’Olmo, da dove, però, furono nuovamente espulsi nel 1865 dal Governo italiano. Restarono tuttavia a Milano, in altre sedi.
Fu dal 1850 circa che i frati cappuccini cominciarono ad avere relazioni, pur sporadiche e superficiali, con il Manzoni: una volta l’anno egli invitava a Brusuglio i chierici studenti di San Vittore insieme con i lettori e col padre Guardiano, specie in tempo di caccia e durante le vacanze. Amava intrattenersi con loro a mensa: il cappuccino Valdemiro Bonari da Bergamo riferisce che lo scrittore “vedea assai volentieri i Cappuccini, li accoglieva con amore e trattenevasi con loro in familiare conversazione”. Gli studiosi, al seguito dello specialista in materia Giuseppe Santarelli, ritengono che il Manzoni ascoltasse volentieri i Cappuccini predicare nella parrocchia di San Fedele e che a volte li invitasse a pranzo a casa sua. Gli incontri si protrassero non oltre il 1868, perché in seguito alla soppressione del convento di San Vittore lo studentato di teologia fu trasferito altrove.
Non poca parte nel favorire queste relazioni ebbe il padre Agostino Moretti da Crema, direttore e lettore dello Studentato di teologia. Ciò detto e nonostante quanto detto, da parte di chi, segnatamente Giuseppe Santarelli, si è occupato dei rapporti Cappuccini-Manzoni si ritiene che il Manzoni ebbe a scegliere per il suo romanzo i frati cappuccini non a causa di simpatie personali. Di fatto, tra i frati cappuccini e il Manzoni non ci fu un’intima amicizia quale è a volte decantata senza fondamento storico. Come accennerò, i suoi incontri personali con i frati cappuccini gli furono utili semplicemente per informarsi su alcune loro forme e abitudini di vita. Il Manzoni in realtà scelse per il suo romanzo i frati cappuccini per la profonda conoscenza che aveva della loro storia cinque-seicentesca: storia di frati che le cronache e le documentazioni coeve gli presentavano quali eroi della carità cristiana, dell’amore per il prossimo, della dedizione al servizio altrui senza risparmio di energie e senza paura della fatica, del dolore, della morte.
Date queste premesse, possiamo ora vedere in concreto come il Manzoni mostri davvero di conoscere bene il mondo cappuccino, sia a livello della normativa scritta, sia a livello, più semplice, dei modi di vivere, del loro stile di vita, come già osservava Antonio Stoppani[15].
Alcuni esempi. Riferendosi a Lodovico, che con l’ingresso nell’Ordine prende il nome di Cristoforo, Manzoni scrive nel romanzo: “Appena compiuta la cerimonia della vestizione, il guardiano gl’intimò che sarebbe andato a fare il suo noviziato a *** ” (cap. IV). All’epoca, in effetti il postulante iniziava il noviziato individualmente e in qualsiasi periodo dell’anno. Ma soprattutto non si può non rimarcare l’esattezza circa il cambiamento del nome. L’Autore dice: “secondo l’uso”. In effetti era proprio un uso: non era stabilito da alcuna norma costituzionale. Per il noviziato, invece, l’Autore parla del “silenzio imposto a’ novizi”. Era norma delle Costituzioni, integrata e applicata secondo le prassi di ciascuna Provincia religiosa: i novizi non potevano parlare tra loro. Nella prima stesura, il romanziere era arrivato a ricordare le “prove talvolta assai strane a cui erano posti i novizj”[16]. Il Manzoni deve aver preso informazione personalmente da qualche frate. Infatti, le Costituzioni imponevano la “disciplina” (autoflagellazione) tre volte la settimana e i digiuni; ma non indicavano quelle “prove” qualificate “strane”: punizioni che il novizio riceveva dal superiore dopo essersi autoaccusato in refettorio di fronte a tutti i frati. Ad esempio, come riferisce il prezioso volume di François de Chambéry[17], mettersi un paraocchi, se il novizio aveva «guardato» (a più di un metro dai propri piedi); portare la «mordacchia», se aveva mancato di osservare il silenzio nei tempi stabiliti (detto «silenzio regolare»); mangiare in piedi, oppure in ginocchio, oppure servire i frati a mensa astenendo se stesso dal mangiare; portare al collo gli oggetti che aveva rotti; mettersi grossi occhiali se era stato saccente; baciare i piedi di tutti i frati – sempre in refettorio –, se ad esempio aveva avuto poco rispetto verso qualche frate.
Il romanzo parla dell’obbligo di povertà dei cappuccini: “non possedevano nulla” (cap. III); ed esattamente le Costituzioni proibivano di possedere “cosa alcuna”. In particolare rammenta che Cristoforo, avendo deciso di farsi frate, fa la donazione dei propri beni (cap. IV). Lo stabilivano le Costituzioni: all’epoca, ciò avveniva quando si diventava novizi. (In seguito, invece, avveniva alla «professione solenne”, con la quale si entrava nell’Ordine definitivamente e con effetti giuridici vincolanti, dopo tre anni di «professione semplice» emessa dopo l’anno di noviziato). Il principio dell’obbedienza è applicato alla lettera, nel romanzo, quando Cristoforo viene trasferito: egli intuisce che la disposizione dei superiori deriva dall’intrigo di chi vuole allontanarlo dai suoi “protetti”, ma riceve l’“obbedienza” (cioè un ordine impartito «formalmente») senza obiezione alcuna (cap. XIX). Come imponevano le Costituzioni. Sul piano concreto, la disposizione è inviata per iscritto dal padre provinciale al padre guardiano del convento di Cristoforo, e il padre guardiano la comunica al frate: passaggio gerarchico stabilito dalle Costituzioni. Poi, prima di uscire dal convento, nel romanzo il frate va “a prender la benedizione del guardiano” (cap. XVIII). La norma era nelle Costituzioni.
Inoltre, all’epoca, l’Ora Sesta dell’«Ufficio divino» ‒ o Ore canoniche ‒ era recitata subito prima del pranzo; e Cristoforo, nel romanzo, dopo il colloquio in casa di Agnese, corre in convento per arrivare in tempo “d’andare in coro e cantar sesta” (cap. V). Il Manzoni sa anche che i frati, all’epoca, dormivano su un “duro pagliaccio”[18], detto anche pagliericcio. Così ordinavano le Costituzioni: dormire “sulla paglia, con una tela grossa sopra”. Inoltre il romanziere sa che i frati cappuccini, in particolare nei viaggi, andavano in due. Lo ordinavano le Costituzioni, e così avviene per Cristoforo nel suo viaggio a Rimini (cap. XIX).
Sull’aspetto esteriore del frate cappuccino la corrispondenza tra il romanzo manzoniano e le Costituzioni cappuccine è facile da individuare. Noto qualche esempio. Oltre che della barba, il romanziere parla di tonsura. La testa di Cristoforo è rasa, “salvo la piccola corona di capelli” (cap. IV). Le Costituzioni stabilivano la rasatura totale dei capelli ogni venti-trenta giorni; e in effetti Galdino ha la testa tutta rasata (cap. XVIII). Ma per i chierici, come appunto nel caso di Cristoforo che era anche sacerdote, il taglio dei capelli era a tonsura, cioè con una striscia in rilievo intorno al capo (“corona”). Circa la barba, le Costituzioni stabilivano che fosse incolta: e così è detta quella di Cristoforo (cap. IV). Il saio poi, secondo le Costituzioni, doveva essere di panno vilissimo e grosso; e così è quello segnalato a proposito di Felice Casati: “sacco ispido e pesante”[19].
Altre annotazioni appaiono più legate ad una conoscenza diretta dei frati da parte dell’Autore. Essi avevano l’abitudine di “palpare” le “ave marie”, i grossi grani del rosario appeso al cingolo (cap. VI). La corona del rosario era una consuetudine poi entrata nelle Costituzioni; la tendenza a tenere le dita tra i grani del rosario era un dato che il Manzoni ha notato di persona. Quanto al “berrettino”, che Cristoforo in momenti di agitazione fa scorrere d’istinto “innanzi indietro dal sincipite all’occipite”[20], all’epoca le Costituzioni, in effetti, permettevano di portare un modesto zucchetto.
Appurati dunque il livello e l’ambito della relazione tra Manzoni e frati cappuccini, mi piace concludere con una considerazione di fondo che tocca sia il Manzoni che i Cappuccini. Se il Manzoni ha messo in luce l’Ordine cappuccino soprattutto nel suo aspetto di presenza e, in certi casi, di potenza sociale – ad esempio, nella funzione dirigenziale al lazzaretto, nel ruolo del Padre Provinciale, nella franchezza, o ardire, di padre Cristoforo nell’affrontare il signorotto don Rodrigo e nel rispetto dei commensali nei riguardi del padre Cristoforo –, e cioè, come ha riflettuto Cesare Angelici, in quanto istituzione ormai di prestigio sulla scia delle istituzioni religiose sorte dopo il Concilio di Trento, lo ha fatto per attenersi al “vero storico”, che il Manzoni non poteva «tradire», come ha puntualmente già osservato Giuseppe Santarelli nel citato studio. Bisogna dire che ciò è indubbiamente vero e bisogna anche aggiungere che la presenza sociale e il prestigio, per così dire, politico dei frati cappuccini nel romanzo è strettamente, essenzialmente e inequivocabilmente, sempre e soltanto, a servizio del prossimo, a beneficio della collettività, per il bene della società. Non solo. Accanto ai personaggi “di potere” il Manzoni ha collocato figure cappuccine che propongono specificatamente non solo la carità generosissima, ma anche l’umiltà indifesa, lo spirito di obbedienza servizievole, la semplicità quasi istintiva, alla stregua di un “frate Leone pecorella di Dio”. Con ciò non voglio equiparare la configurazione che il Manzoni ha attribuito ai suoi frati cappuccini con quella dei francescani delle origini. Voglio solo ribadire che il contatto personale, sia pure infrequente, del Manzoni con i cappuccini gli ha permesso di rendersi conto anche di loro qualità e atteggiamenti che esprimevano lo spirito francescano più vero e più concreto. Del resto, il Manzoni non avrebbe comunque potuto ispirarsi direttamente a Francesco d’Assisi – dal quale era molto lontano caratterialmente, come è ampiamente esposto in Umiltà e francescanità nei «Promessi sposi» –, ma attraverso il vissuto dei frati minori cappuccini s’avvicinò, nella dimensione profonda della poesia, allo spirito francescano autentico.
I frati minori cappuccini sono stati, per il Manzoni, la strada estetica per la quale egli è arrivato interiormente a san Francesco. [Francesco Di Ciaccia]
[1] Con l’iniziale minuscola. Oppure “bravi frati”, quando il Manzoni si riferisce al loro impegno, eroico ed efficiente, al lazzaretto (cap. XXXII). Salvo diversa referenza, cioè quella relativa alla prima stesura del romanzo, il Fermo e Lucia, le citazioni si devono intendere riferite a I promessi sposi. Circa l’iniziale di “cappuccini”, uso la minuscola, se il termine segue la connessa parola “frati” – frati cappuccini –, uso la maiuscola, se il termine è solitario.
[2] Il cui titolo esatto, nella nota manzoniana, è Memoria delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contagioso l’anno 1630, ecc., raccolte da D. Pio la Croce, Milano, G. Magonza, 1730, la quale nota così continua, con chiarissimo riferimento al manoscritto di cui qui trattiamo: “È tratta evidentemente da scritto inedito d’autore vissuto al tempo della pestilenza: se pure non è una semplice edizione, piuttosto che una nuova compilazione”.
[3] Si veda C. Cargnoni, a cura di, I frati cappuccini. Documenti e testimonianze del primo secolo, Perugia, EFI, Edizioni Frate Indovino, 1988-1993, III/2, 3809.
[4] Attualmente, la collocazione all’Archivio di Stato di Milano, con il titolo di «Processo informatorio» sul servizio dei cappuccini nella peste del 1630 a Milano, è: Fondo di Religione, parte antica, Conventi Cappuccini, Atti Storici, Provincie, Milano, cartella 6500, n. 1/A, ff. IV+46.
[5] F. di Ciaccia, Un “sospetto” di Antonio Stoppani riguardo alle fonti manzoniane, Limbiate, Niemand (Scritti di Francesco Di Ciaccia, Manzoniana, 1), 2018.
[6] G. Santarelli, I cappuccini nel romanzo manzoniano, Milano, Vita e Pensiero, 1970, 21.
[7] Vie de St. François, Paris; 46 edizioni fino a quella postuma, “rifusa e definitiva” del 1931, per i tipi della Librairie Fischbacher.
[8] Den hellige Frans of Assisi, en Leynedsskildring, Copenhagen, Gyldendal, 1907; poi Den hellige Frans of Assisi. Eine Leynedsskildring, Copenhagen, J. Kösel, 1908.
[9] In copertina: Settimana manzoniana, omaggio dei frati minori cappuccini nel 1. centenario dei Promessi sposi, 13-21 novembre 1927. Ciclo di conferenze manzoniane promosso dai frati minori cappuccini nel primo centenario dei Promessi sposi, 1827-1927, Milano, Redazione “Annali Francescani”, 1928. Vi contribuirono, oltre ai frati minori cappuccini e a studiosi ecclesiastici, Claudio Cesare Secchi (Lo Spirito Francescano nei “Promessi Sposi”), Francesco Fòffano (Il Pane del Perdono [Fra Cristoforo]), Paolo Bellezza (I cappuccini al Lazzaretto), Filippo Meda (Omnia munda mundis), Paolo Arcari (Il Manzoni nel Pensiero cristiano del Secolo XIX).
[10] G. Santarelli, op.cit., 13 nota 23.
[11] «Eco di S. Francesco d’Assisi», 1 (1873) 220.
[12] Il Manzoni e l’Ordine dei Cappuccini. Libertà e francescanesimo, Cosenza, Tip. Niccoli, 1954.
[13] I discorsi di Assisi, [1973], Milano, Bignami, libricino che io ho recensito per «L’Italia Francescana» e del cui Autore ho scritto un articolo per «L’Italia Francescana» dal titolo chiaro: Un testo raro sui Cappuccini manzoniani del critico Cesare Angelini.
[14] Il messaggio di Fra Galdino e la Provvidenza nei “Promessi Sposi”, «Aevum», 3, 1985.
[15] I primi anni di Alessandro Manzoni: spigolature, con aggiunta di alcune poesie inedite o poco note dello stesso A. Manzoni, Milano, Tip. Bernardoni, 1874.
[16] Fermo e Lucia, tomo I, cap. IV.
[17] Regulares et religiosae P.P. Capuccinorum exercitationes, ossia Vita quotidiana dei Cappuccini. Antiche costumanze di vita spirituale e regolare, Introduzione, traduzione e note a cura di Costanzo Cargnoni, Milano, Edizioni Biblioteca Francescana («Centro Studi Cappuccini Lombardi», Nuova Serie, diretta da Costanzo Cargnoni), 2021, 253-259.
[18] Fermo e Lucia, tomo I, cap. VII.
[19] Fermo e Lucia, tomo IV, cap. IV.
[20] Fermo e Lucia, tomo I, cap. IV.
