Spagnolo, Giovanni, Un cuore grande, 2019

Recensione di Giovanni Spagnolo, Un cuore grande. Beato Arsenio Maria di Trigolo Cappuccino (1849-1909). Fondatore delle Suore di Maria Ausiliatrice, Prefazione di mons. Paolo Martinelli, OFMCap., Gorla, Velar, 2019, pp. 128, ISBN: 9788866717201, in Literary, 12 (2020); in «italia francescana», 2 (2021) 331-333.

Testo della Recensione

Ciò che più mi ha colpito della vita del beato Arsenio da Trigolo è la predestinazione – mi vien da dire, audacemente – al fallimento. L’ho percepito proprio così, fin dal primo incontro a Roma, in Santa Bibbiena, inginocchiandomi lì per caso nella cappuccinesca, per dimensioni e semplicità, chiesetta nel quartiere San Lorenzo. Quel primo incontro – intendo cartaceo – è stato poi avvalorato dalla successiva lettura della limpidissima biografia approntata da Giovanni Spagnolo, biografo specialista di santi e sante. L’unico approdo felice del futuro beato, rovinatosi un po’ da sé, bistrattato in tanti modi da altri, è l’ingresso nell’Ordine dei frati minori cappuccini, e per fortuna i responsabili dell’epoca non hanno fatto pesare, nel loro giudizio, le strambe traversie e i giudizi incresciosi che gravavano sul suo conto.

Giovanni Spagnolo non tende a velare i limiti costituzionali e gli insuccessi del personaggio. Tra i primi, la “voce esile e non molto gradevole” (p. 46) che costituiva un problema per un gesuita al quale era stato affidato il compito, tra l’altro, di predicare come prefetto della Congregazione mariana degli operai o artisti, ed inoltre l’inadeguata capacità di apprendimento intellettuale, tale per cui egli restò bloccato, nella Compagnia di Gesù, al grado di operarius, cioè “coadiutore spirituale” (p. 40).

Ciò che risalta più acutamente sono però la stranezza delle scelte compiute da lui stesso e la durezza delle decisioni dei superiori gesuiti. Qui un cenno. Quanto alle prime, risulterebbe che, quand’era già sacerdote diocesano, egli “amava i cappuccini e a quelli anelava” (secondo mons. Paolo Rolandi, p. 78 n. 169), ma si fece gesuita. Da gesuita, assimilò a tal punto la spiritualità della Compagnia di Gesù che, quando ne fu cacciato e s’aggirò altrove, fondava la sua direzione spirituale e la sua ascesi sugli Esercizi spirituali del fondatore della Compagnia di Gesù.

Per il vero, l’allora Padre Giuseppe Migliavacca – così appunto si chiamava il Nostro –, era stato, come comunemente si suol dire, un gesuita modello: fervoroso nell’ascesi, rigorosamente fedele agli insegnamenti ignaziani, ubbidiente cieco nella “santa indifferenza”, cioè perfetto “cadaver”, in tutto disponibile, osservante in ogni cosa, con proponimenti santi e vivendo nello spirito di orazione (p. 30). Il biografo è molto preciso e lucido nell’indicare le buone disposizioni del Nostro: che però non si sa, per ora, come andrà a finire. Andrà a finire male: cacciato via. Però, si fece in modo che fosse egli stesso a chiedere le dimissioni. Io mi son fatto l’idea che ad irritare di più i gesuiti, a livello dei ranghi superiori, fu l’atteggiamento favorevole del Padre Migliavacca verso il vescovo Giovanni Battista Scalabrini: quanto i gesuiti avversassero coloro che nutrivano idee liberali, lo sanno bene coloro che hanno letto qualcosa su Alessandro Manzoni e qualcosa su Antonio Rosmini. Ma qui soprassediamo: anche noi per la gloria di Dio e per il bene dell’anima nostra.

Più ufficialmente, il Nostro era ritenuto diffidabile per la sua vicinanza alla fondatrice della Congregazione femminile di Maria Santissima Consolatrice, tal Pasqualina Giuseppina Fumagalli da Cassano d’Adda, la quale non godeva buona considerazione anche a causa delle sue insubordinazioni alle autorità ecclesiastiche. Il Nostro, uscito dalla Compagni di Gesù e ormai “chierico vagante”, continuò a seguire provvisoriamente, prima con l’approvazione dell’arcivescovo di Torino, mons. Davide dei Conti Riccardi (pp. 52s.), poi con l’appoggio addirittura dell’arcivescovo di Milano, il cardinal Andrea Carlo Ferrari, la Congregazione di Maria Santissima Consolatrice e la strutturò così bene, quanto ad organizzazione istituzionale, e con tali frutti religiosi e spirituali, che ne veniva ormai considerato il “fondatore”. Poi si sollevò una bufera sconvolgente contro di lui: iniziata con sospetti, terminò con esplicite accuse le più infamanti da parte di novizie e suore – forse costrette a farlo? – delle quali l’accusatrice peggiore era la superiora generale in carica. Un giorno ne fu estromesso di punto in bianco: stava per sedersi a mensa come al solito, una suora gli dice: “Da oggi per lei questo posto non c’è più”, lui si gira, esce e non dice una parola.

Il biografo ha il grande merito di far rivivere questi eventi con forte palpito nel petto, si esce dalla lettura con un profondo affanno, viene da chiedersi d’istinto: e adesso che d’altro ci sarà? Era il settembre del 1901.

Finalmente l’Ordine cappuccino. E vien da dire: non è più un male quello che è stato un male (lo smacco, il ripudio, il fallimento). Tutto ha portato al bene.

Era il 1902: il chierico vagante, gesuita dai gesuiti rinnegato, rinnegato dalle suore da lui dirette e organizzate, è consigliato dal cardinal Ferrari – che ci mette pure una parola buona – di chiedere ai frati minori cappuccini di accoglierlo nell’Ordine. Aveva anni 53. Qui una stringatissima sintesi dei pochi anni fino alla morte, il 10 dicembre 1909: “Nonostante l’età e la salute non proprio florida”, praticò rigorosamente tutte le penitenze e le austerità in vigore nell’Ordine, “divenendo di buon esempio non solo agli altri novizi, […], ma anche ai religiosi anziani presenti nella comunità” (p. 81).

Ciò che mi ha colpito però è altro: è qualcosa che non cade nel rischio dell’autocompiacimento inconscio. È la remissività. Si fa gesuita (forse) solo per consiglio del confessore durante un corso di esercizi spirituali, nel 1875; si fa dimettere, nel 1892, dalla Compagnia di Gesù per volere dei gesuiti – benché costoro lo giudichino “non solo debole, ma […] da far pensare […] che non recederà dal proprio modo di sentire e di pensare” (p. 49, n. 94) –; lascia, seduta stante, vien da dire – stava per sedersi o già era seduto, per prendere un boccone! –, la Congregazione femminile alla semplice notifica che più o meno suona: «Via da qui e non si faccia più vedere!»; entra nell’Ordine cappuccino perché in tal senso lo consiglia l’arcivescovo di Milano.

Mi ha colpito, perché dimostra quel che è profondamente vero, direi quasi divinamente vero, grazie al Padre che è nostro e che è Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nella spirazione dello Spirito: a chi perde tutto ma si rimette in tutto, tutto sarà dato, e sarà dato, anche, che tutti si rimetteranno a lui. Giovanni Spagnolo ne offre la felice intuizione segnalando – con una correlazione con il Beato Innocenzo da Berzo (p. 49, n. 95) – “ciò che potremmo chiamare ‘il carisma dell’inutilità’”. Il termine “inutilità” – non come qualcosa che non serve, ma come “carisma”, che vale per se stessi e vale per i molti – implica l’umiltà totale, non come virtù ascetica ma come disposizione radicale, kènosis, la remissione come svuotamento egoico e costituisce la struttura intrinseca – non la retorica formulazione – del «siamo (servi) inutili». [Francesco Di Ciaccia]