Lazzerini, Marco, 2010

La locutio diabolica nell’Inferno dantesco, recensione di Marco Lazzerini, Dalla parola al silenzio. La lingua dei diavoli nell’Inferno di Dante, Prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti, Introduzione di Barbara Zandrino, Roma, Fermenti Editrice, 2010, pagine 198, in Literary.it, 7 (2011).

 

Copertina, Lazzarini

 In copertina: Benedetto Robazza, L’Inferno (particolare), altorilievi di marmo resina, 1988, collezione privata del Maestro. Roma
Foto di Sandro Rossi

 

 

Testo della recensione

Il volume di Marco Lazzerini si apprezza, già al primo approccio di lettura, per il rigore filologico con cui è affrontata la vasta materia della Divina Commedia – corredata di settoriali e specifici collegamenti con altre opere sia del medesimo Alighieri, sia di autori coevi – e per una scrittura precisa e chiara, pur nello svolgimento di un discorso che è complesso, articolato e a volte dialettico.

Ho ritenuto doveroso premettere questa considerazione, perché ritengo di notevole interesse un’opera che sia al contempo analitica e godibile.

Propedeutico all’indagine sulla “parola” dei demoni, cioè alla disamina del dato letterario – le parole e i discorsi che nel testo dantesco sono messi in bocca ai soggetti in causa -, si impone il problema teorico – che è filosofico-teologico – della capacità espressiva degli stessi. Sulla questione l’Autore compie una serrata analisi rifacendosi ai pensatori e teologi medioevali e svolgendo un opportuno studio comparativo tra le varie opere dantesche, rilevando il mutamento del pensiero di Dante al riguardo.

Nel trattato specifico sul “parlare” (De vulgari eloquentia), in effetti Dante, deviando persino dall’opinione di Tommaso d’Aquino, nega che i demoni abbiano la necessità di comunicare tra loro con i segni linguistici, cioè nega l’esistenza di un linguaggio diabolico (p. 29), poiché la loro interazione è “immediata”, intellettiva: è una trasmissione di atti intellettivi e di atti volitivi che non ha bisogno di “simboli” quali strumenti comunicativi.

Nella Commedia, invece, Dante ricorre alla interazione “parlata” dei demoni, e ciò avviene per esigenze narrative: “il lettore del poema può in tal modo accedere più facilmente alla comprensione delle relazioni comunicative tra i personaggi della visione ultraterrena e, tramite queste, alla loro specifica caratterizzazione interiore, in quanto la parola, insieme all’atto gestuale, si configura come il mezzo di rivelazione della coscienza recondita, si delinea come uno strumento di penetrazione della personalità altrui, come specchio rivelatore dell’interiorità” (p. 31).

La motivazione dell’Autore rende esplicita una delle intrinseche esigenze dell’opera d’arte per quanto riguarda la estrinsecazione dei pensieri, poiché nel “narrato” non si danno che due modalità comunicative: quella verbale e quella gestuale. Ma se la motivazione è scontata e ovvia, la considerazione dell’Autore è teoreticamente necessaria, in quanto fonda e giustifica la puntigliosa e attenta esposizione delle varie e differenti manifestazioni “verbali” dei diavoli, sia quelli di origine pagana, sia quelli di ascendenza cristiana, quindi le loro “parole” dall’inizio alla fine dell’itinerario infernale di Dante. L’Autore, per l’appunto, ne segue e ne studia il come e il perché esse si svolgano, individuandone e approfondendone le modalità e le ragioni.

La differenziazione dei demoni pagani rispetto ai diavoli cristiani è determinata dalla concezione che colloca il mondo classico, compresa la sua mitologia, in una dimensione di “rispettabilità” solenne, quasi sacra. Pertanto, demoni pagani quali Caronte e Minosse appaiono, in quanto personaggi dell’epica latina, letterariamente rispettabili, quindi figure dignitose, positive, quantunque essi stessi siano, eticamente e caratterialmente, negativi, perché comunque irosi e male intenzionati; di conseguenza la loro locutio manifesta una certa dignità, il loro registro linguistico si qualifica ad un livello medio-alto. Incisivo è l’esempio di Caronte quando, improvviso come un turbine e dall’aspetto solenne e dalla voce orrida, irrompe in maniera aggressiva e violenta con la minacciosa invettiva che inizia con: «Guai a voi anime prave!». Il modo con cui apostrofa i dannati è “fosco, terribile, sinistro” (p. 61), e tuttavia la presenza di alcuni lessemi – quali il latinismo dell’aggettivo «prave», la forma prostetica «isperate» ed altre parole di largo uso poetico – stanno a dimostrare come la loquela medio-alta di questo infernal nocchiero risenta dell’influenza virgiliana.

I demoni cristiani, a partire da quelli che appaiono «più di mille in su le porte» della città di Dite, sono presentati, a livello linguistico-testuale, mediante figure retoriche ed elementi sintattici, morfologici e stilistici che esprimono l’atteggiamento iroso e superbo della loro personalità diabolica. Un esempio del linguaggio stizzoso di questi personaggi è rinvenuto tra l’altro nel poliptopo morte-morta («Chi è costui che sanza morte / va per lo regno della morta gente?»), nell’antitesi sanza morte-morta gente, nella rima dal suono aspro («morte», «forte», «porte»). Più in generale, il linguaggio dei diavoli della città di Dite si rivela “astuto, quasi perverso, strategicamente intelligente, subdolo nell’insinuare nell’animo di Dante il dubbio di un viaggio temerario, ardito, folle; è un linguaggio retoricamente insidioso, ingannevole, che si serve della simulazione per minare le fondamenta dell’unione tra i due pellegrini”, che sono Dante e Virgilio (p. 87).

Per quanto infido e malizioso, il linguaggio dei demoni della città di Dite appare comunque dignitoso – il loro ruolo è quello di mettere in difficoltà il prosieguo del viaggio degli straordinari pellegrini in causa, cercando magari di bloccarne il loro progetto -, a confronto di quello dei diavoli di Malebolge, che sono collocati sulla sommità della città infernale.

Il linguaggio di costoro, in corrispondenza della degradazione morale di cui essi sono simbolo letterario, diventa pesantemente plebeo, di livello linguistico basso e popolare, dallo stile comico-triviale caratterizzato da una volgarità espressiva sboccata e irriverente, da termini scurrili, da una loquela da scherno beffardo, secondo la generale strutturazione dell’Inferno per la quale “più si scende progressivamente nella voragine oscura, parallelamente alla rappresentazione sempre più tetra del male, più il linguaggio mira ad accostarsi alle forme orride e realistiche, eleggendo parole sconce, espressioni triviali, rime aspre e chiocce” (p. 98). Secondo alcuni critici, sembra proprio che in parte le espressioni triviali dei demoni di Malebolge siano pervenute dalla “feccia stradaiola, dei ribaldi, dei cialtroni, dei criminali” (p. 98) in cui Dante stesso si trovò talora invischiato.

Si ha quindi, in questo settore inferiore del regno infernale, quello di Malebolge, l’esplosione del linguaggio – e anche della fisicità più bassa come quella della “trombetta” di Inferno XXI, 139 – nella sua dimensione civile ed etica più riprovevole -, come, al contrario, la lingua latineggiante, che è la lingua illustre e nobile, innalzerà stilisticamente la locutio dominante nel Paradiso. La lingua dei diavoli di Malebolge, detti Malebranche – questo stesso vocabolo, un neologismo dantesco, è foneticamente aspro e concettualmente forte nella sua evidenza espressiva – si collega dunque alla tradizione poetica comico-realistica, a quella giullaresca e a quella fabliolistica. Tra le diverse e varie individuazioni stilistiche e linguistiche di questo linguaggio sgradevole mi piace riferire la serie di rime con la doppia – zz -, che nella poesia del Duecento era in effetti “utilizzata in composizioni fortemente espressive del genere comico” (p. 137).

Quando si cade nella dimensione più abietta e vile della malvagità e della perversione, a quel punto non si dà più neppure la comunicazione interpersonale per quanto volgare ed irriguardosa: si ha il balbettio e il sussurro disperati, si ha il grido inintellegibile, segno della sconfitta morale. Si ha la confusione totale. Tale è il linguaggio del gigante Nembrot, che emette parole senza senso e che è quindi tagliato fuori da ogni possibilità comunicativa.

Infine, la “morte della parola” (p. 162). Essa si ha con il Principe dei demoni, con il re infernale, simbolo stesso del male: Lucifero non pronuncia una parola. Non ha contatto alcuno con chicchessia. “L’angelo cacciato dal cielo per aver osato contrapporsi all’«Amor che move il sole e l’altre stelle» è, inoltre, avvolto in un’atmosfera di assoluto silenzio” (p. 165), un silenzio potenziato fattivamente e matericamente dal ghiaccio che lo circonda e che è egli stesso a determinare con il movimento delle sue proprie ali. Si ha qui dunque, nel profondo dell’inferno, la materializzazione della “negazione e della opposizione” alla Parola divina, come in sostanza rileva Giorgio Bárberi Squarotti nella Prefazione.

La verbalità non è mai disgiunta, nell’analisi dell’Autore, dalla comparazione con la fisicità corporea nei suoi tratti somatici e gestuali. I caratteri distintivi della corporeità demoniaca sono quelli “del brutto”: essi sono quindi “dotati di grossolana corporeità, storpiati secondo una mescolanza di umano e di bestiale, e forniti di alcune peculiarità fisiche quali il grugno, le corna, la coda e gli zoccoli che ne sottolineano in maniera estrema la ferinità” (p. 57). Raffigurati con particolari descrizioni risultano soprattutto i demoni di Malebolge, i personaggi demoniaci meglio scolpiti nella cantica infernale secondo i canoni letterari delle rappresentazioni popolari medioevali: essi appaiono di carnagione estremamente scura, posseggono forma umana, tuttavia deformata da caratteristiche animalesche, quali le corna, le grandi ali, le zanne affilate, i denti aguzzi che digrignano, e il muso – quello del diavolo Cagnazzo – caratteristico delle bestie. La suprema ferinità, infine, di Lucifero, che, nel maciullare con le tre bocche i massimi traditori, si insozza continuamente di lacrime e di bava, conclude l’excursus filologico e, per così dire, fotografico che ha costantemente messo a confronto l’analisi della “verbalità” e della gestualità dei demoni danteschi. [Francesco di Ciaccia]

 

 

 

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