Pelosio, Valeria, 2021

Valeria L.C. Pelosio, Una foglia sul cuore, Authorpublishing, 2021, pp. 52, in Literary.it 1/2022.

Foglia dipinta a ricamo, India, XX secolo, Collezione privata

Testo della Recensione

Già le dediche del libro da parte dell’Autrice dicono molto sullo spirito che ha animato la poetessa: la riconoscenza.

La riconoscenza non è solo l’ammissione che si è ricevuto qualcosa da parte di qualcuno, né è solo il ringraziamento per il fatto che si è ricevuto e per quello che si è ricevuto. Ė anche, anzi soprattutto, un con-sentire – sentire insieme – qualcosa che accomuna chi ha ricevuto e chi ha donato; anzi, in radice, è proprio il sentire insieme. Nelle dediche, il caso è chiaro: la mamma, il papà, e tutte le mamme del mondo!

Da quest’ultima lassa delle dediche –: “A tutte le mamme, perché i loro cuori siano vicini” – prendo uno spunto di pensiero. La gratitudine consiste ultimativamente in ciò: nell’essere vicini, nel sentire insieme.

Già la prima lirica rivela, tacitamente, questo pensiero. Essa così recita: “guardo la tua fragilità / perché vorrei curare la mia” (Guardo). Nulla di più congruo e felice per rivelare la comunione: come se – anzi, proprio così è – la fragilità diventa, con questo atteggiamento, potenzialmente accomunata, perché si proietta sull’altro misteriosamente come in un rimbalzo di cuore. L’idea di fondo, ovvero la pulsione originaria di questa silloge, sta appunto in una tensione verso l’unità degli esseri, e non solo umani. Anche naturalistici, come nel caso del mare (Mare), “che mi è entrato dentro”, fino a respirare “con lui”; come nel caso della farfalla, con le sue “vibrazioni […] / nel mio cuore […] / Inevitabili come la vita” (Inevitabili come la vita).

Questa necessità vitale – come appare nell’ideazione dell’Autrice – si fa vissuto palese nel rapporto concreto, ad esempio con il “grazie” (Grazie) per “la tua gioia nell’avermi vicina”, nel “distendersi” dei “tuoi occhi […] quando tu hai visto che c’ero”.

La comunione universale pare che conduca ad una esistenziale – che non è solo immaginativa o immaginifica – sostituzione dei soggetti. Se si ha nel proprio cuore – e vi si custodisce – il creato, ogni cosa può non già sostituire sempre, ma accompagnare a volte un’esperienza interiore, come quella con i due nonni morti: “E li vorresti qui”, ma “Una farfalla e il vento sono venuti al loro posto / Mentre il loro amore ancora ti riscalda” (Che cosa ha senso). E ciò avviene quando “accogli con amore” il vento e la farfalla. C’è dunque una specie di “amorosi sensi” (foscolianamente) tra uomini e cose a immagine di quella che si crea tra gli umani.

Un’altra profonda esigenza che traluce in queste poesie è quella della vita intima, la vita “dentro il mio giardino” (), “giardino” che non è solo un tratto di terreno domestico, ma è anche il mondo della propria anima, di cui il giardino di casa è metafora. Non c’è contraddizione tra la comunione con il mondo e la separazione dal mondo (“quel tanto di mondo / che mi basta”, ): la vita interiore è essa a fondare, promuovere e permettere l’intesa profonda con le cose, umani compresi.

L’attitudine dell’Autrice a scendere nel profondo, o, per meglio dire, la sua anima capace di profonde immersioni, mi appare sfolgorare in una breve poesia che mi piace trascrivere (Giustezza):

“ogni cosa fragile

ha una forza nascosta

ogni sogno giusto

voce

profondissima”.

Questa è come una icona, ma la cifra poetica della presente silloge si rivela comunque in quel “dentro te stesso” cui l’Autrice proietta le possibilità esistenziali in Venerdì 14 ottobre 2016, “nell’eterno spazio tra un / respiro e / il successivo”. Del resto, questo “scendere nel profondo”, poeticamente raffigurato nel “mare”, in Mi disse, per “poter vedere il sole”, è quel “ritorno al centro” (Il Tempo) in cui consiste il fondamento della vita sapiente – come proprio è insinuato nella medesima poesia Il Tempo – additata da sempre dai saggi e dai contemplativi di tutte le culture variegate dell’homo sapiens. Per terminare questo leitmotiv della presente silloge non si può obliterare il ritorno figurativo e semantico tra lo “scendere” ed il “sole”, come in quest’altra apofantica poesia (Conoscere):

“Scesa dentro di me ho trovato amore per me stessa,

e quindi il sole”

– in cui il “sole” assume la metafora di “amore” per se stessi, cioè pacificazione esistenziale.

I testi di questa silloge tuttavia conoscono anche le circostanze più varie e variegate della quotidianità di ogni tempo e di ogni umano percorso della vita, anche della vita nelle turbolenze (“tra le inquietudini degli eventi”, Sprazzi di colore) e nelle acquiescenze dell’animo. Ė così che l’Autrice si rivolge ora all’uno, ora all’altro soggetto che con lei cammina nella vita, ed allora la poesia si fa realistica, quasi narrativa, “con i cuori abbracciati / dentro la nostra coperta bianca” – ad esempio – (Rimaniamo così). La vita […] adesso, per dirla con un poeta cantautore, si presenta non solo con le persone presenti e attuali, ma anche con i cari del passato, e questa ri-presentazione mi pare oniricamente molto bella e suggestiva, come nel caso di colei (Alla zia Berenice) “che è andata via molti anni fa”, “e ancora mi accarezzi i capelli / e mi guardi / nella stessa cucina / che hai lasciato […] / Mi accarezzi i capelli […] / […] e speri che io […] / ti dia un bacio e ti abbracci”.

Il tutto nella convinzione – anzi no, nell’esperienza e percezione – che tutto viene “di dentro”, da un di dentro al di sotto, per così esprimerci, della coscienza. Ė la dichiarazione in Le reti dell’inconscio (che “hanno pescato / queste mie parole […] / per essere portate / in mezzo al mondo”), che io – mi permetto così di terminare – espressi nell’introduzione di una delle sillogi poetiche che sono state pubblicate.

Quell’amore universale, di cui s’è fatto cenno, ha vasti echi, ma ad una prima ed immediata lettura – forse obliabile di primo acchito per la sua disarmante e dirompente dura franchezza – colpisce come una freccia la lapidaria domanda irrisolta:

“Delfini insanguinati

ti chiedono

il perché” (Senza amore),

vergato tutto in maiuscolo come su una lapide cimiteriale.

Ė da qui che si deve ripartire per comprendere il senso nascosto – solo perché sprofondato nel mare della vita profonda – di questa silloge poetica. Qui infatti si coglie l’attitudine della scrittrice verso il mondo, il suo sguardo sulle cose, sulla realtà in generale. Ė uno sguardo di comprensione, che è partecipazione agli eventi della terra, alle opzioni degli umani. Non è infatti soltanto un atteggiamento da «animalista» (per cui si veda anche l’“Uccello ferito / sulla spiaggia”, che “chiama” la pietà umana appellandosi alla sua dignità, Ora). Non lo è, perché questa dimensione esistenziale, e diremmo senz’altro psicologica, non si circoscrive al mondo bio-animale. Certo, a questo livello viene immediato e facile parlare della dolcezza espansiva della scrittrice in questione – impressione del resto stampata nella miniaturistica foto in quarta di copertina che illumina lo spazio visibile ed anche invisibile. Ma non è per nulla su questo fondamento che si può parlare della sua tenerissima e fortissima dolcezza.

Essa è in quella “osservazione pura delle cose” (Il Tempo) per la quale tutto, per l’Autrice, parte dal “centro” (Il Tempo) ed al centro ritorna (“Scesa dentro di me […], Conoscere). Ed è dunque ora di parlare non di ciò che riluce ma di ciò che stride. Non di ciò che conforta, ma di ciò che tradisce. E fa sanguinare.

Perché solo ora?

Perché era necessario definire, sia pure a volo di gabbiano, la discesa esistenziale nell’intimo di sé e la risalita verso la terra, la terra degli umani. Ma prima di iniziare, viene qui da ripetere con l’Autrice:

“Non spenderò

Con te

Parole più che necessarie […]”.

Nel mezzo della sofferenza. Anzi nel suo centro. E qui di nuovo va citata una poesia, in un distico vertiginosamente ossimorico nei suoi concetti, che dà brividi:

“chiamo il silenzio

per ascoltare il suono della vita” (Sono a casa).

Che cosa, più del silenzio, può dire parole che non si pronunciano? Che cosa, più del silenzio custodito tra un respiro e l’altro respiro, può disvelare il pensiero, rivelare il sentimento?

Comunque è su queste basi che si erige la pienezza della dolce anima della scrittrice: “Ho cercato il Tuo abbraccio” (Madre), “ti ho ritrovato abbracciandoti” (12 agosto 2008).

Ma chi abbraccia, in questa silloge poetica, Valeria?

Il dolore, la pena.

Non è solo il dolore, non è solo il sangue del delfino, né dell’uccello ferito sulla spiaggia:

“hai guardato nella culla […]

era troppo per te / era troppo per me”,

in cui tutto è ricapitolato nella pena:

“[…] della tua esclusione

che ha portato pena a te

che ha portato pena a me” (Madre a te stessa).

Eppure, “Lontana / Irraggiungibile / Persa nelle tue solitudini” (Madre), dice la figlia alla mamma, sì, la figlia ha cercato “il tuo abbraccio / Madre mia” (Madre).

“Ti scrutavo”. Per capire che cosa? Per cercare di carpire qualcosa. Ma:

“ma sei così lontana”,

persino

“non so ancora il colore dei tuoi occhi”,

non comprendo

“il peso / della tue carezze” (12 agosto 2008). Tuttavia…

Però, prima di seguire quello che poi viene,

“ho paura degli estranei

colei che sei

per me

qui, ora” (12 agosto 2008).

Che cosa sia lei, “qui, ora”, non sappiamo. E non vogliamo saperlo. Siamo degli estranei.

Tutti, sono degli estranei.

Ma rispettiamo la sofferenza. Dicendo, ed è appunto quello che vien dopo:

“sono felice, sai,

perché ci sei”.

Nel silenzio. [Francesco di Ciaccia]